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Costumi decaduti

31 Ottobre 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 31 ottobre 2013)

Non c’è bisogno di essere esperti di regolamenti parlamentari per capire che a qualsiasi altro senatore si fosse trovato nelle condizioni di Berlusconi sarebbe stato concesso il voto segreto. Il voto sulla decadenza di Berlusconi sarà invece palese. C’è dunque da chiedersi se la decisione della Giunta del Regolamento del Senato sia stata giusta e sia stata saggia.

Saggia di certo no. Anche chi, con ottime ragioni, ritiene che sia la legge e solo la legge a sancire la decadenza di Berlusconi in seguito alla sentenza che l’ha condannato per frode fiscale, converrà che si è regalato un formidabile argomento a chi invece sostiene che si tratta di una rivalsa politica. Perché mai, infatti, cambiare la prassi del Senato se si sta solo applicando la legge? È una ritorsione contra personam per punire il re delle norme ad personam? Non si vede che in questo modo si allunga soltanto una commedia politica che dura ormai da troppo tempo e si indebolisce lo sforzo di chi, come Letta, sta tentando di tenere separato l’affare giudiziario dalla sorte del governo?

Ma ci sono molti dubbi anche sul fatto che la decisione della Giunta sia giusta. I giuristi dicono che, in punto di diritto, si trattava di un caso al limite. Sarà. Ma perfino quando si tratta delle dimissioni di un senatore la parola finale spetta all’Assemblea che si esprime a voto segreto. Ancor di più dovrebbe valere quando si decide dell’espulsione di un senatore.

I sondaggi dicono che il popolo vuole trasparenza, e dunque voto palese. Ma insieme alla trasparenza dovremmo avere caro anche il valore della libertà del parlamentare, il quale non deve ubbidire a nessuno se non alla propria coscienza, specialmente quando si decide sulle persone. Il voto segreto in questi casi serve infatti a proteggere la sua libertà anche dalla disciplina o dalle imposizioni di partito. Che Grillo non lo capisca, passi: lui vorrebbe trasformare gli eletti del popolo in suoi dipendenti leg a t i d a u n v i n c o l o contrattuale. Ma la cosa paradossale è che gli altri hanno assecondato il voto palese proprio perché temevano che nel segreto dell’urna i Cinque Stelle ciurlassero nel manico per salvare Berlusconi e dannare il Pd.

Ogni parlamentare deve invece poter votare secondo coscienza. E la prova sta proprio nella decisione della Giunta per il Regolamento. Ago della bilancia è stata la senatrice Lanzillotta, che alla fine ha sostenuto il voto palese. Se al suo posto ci fosse stato un altro senatore eletto nella sua stessa lista, per esempio Casini, molto probabilmente avrebbe vinto la scelta opposta. Vuol dire che la libertà di formarsi un convincimento indipendentemente dal partito cui si appartiene è davvero condizione di libertà del Parlamento. Sarebbe stato sensato lasciarla anche ai senatori che voteranno in Aula sulla decadenza. Anche perché non è affatto detto che il voto segreto sarebbe convenuto a Berlusconi.


E Alfano gela il Cavaliere. “Col voto anticipato vince Renzi”
di Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”, 31 ottobre 2013)

Il conto alla rovescia è cominciato. Berlusconi attende il voto sulla decadenza da senatore per rompere la grande coalizione e passare all’opposizione dove crede di essere più tutelato.
È la vecchia tesi dell’avvocato Ghedini («voglio vedere se hanno il coraggio di arrestare il capo dell’opposizione ») che ha fatto breccia nel Cavaliere. Il quale sta maturato la convinzione di non essere più in grado di far cadere il governo e ottenere le elezioni anticipate.

L’ex premier ha messo in conto la scissione, anche se spera che alla fine Alfano ritorni sui suoi passi. Una speranza ormai ridotta al lumicino perchè il vicepremier non ha alcuna intenzione di seguire il suo ex padre politico all’opposizione, chiudendosi in una ridotta affollata di falchi, senza un ruolo di guida della nuova Forza Italia e la prospettiva di non essere il candidato premier del centrodestra.

Martedì sera a cena Alfano ha avuto la conferma di questo scenario da incubo. E di fronte a Berlusconi che insisteva per lo strappo e l’uscita dal governo («non si può rimanere accanto a chi mi sta pugnalando, a cominciare da Napolitano che è il traditore numero uno »), il ministro dell’Interno ha puntato i piedi. «Mi rendo conto che sarebbe un boccone amarissimo, ma non possiamo regalare alla sinistra il voto anticipato. Loro con Renzi avrebbero la vittoria in tasca mentre noi ci troveremmo divisi, sfibrati, accusati di tutti i mali del mondo, e senza un candidato premier perché tu non puoi candidarti ».

È quello che stanno ripetendo in queste ore i governativi, da Quagliariello a Cicchitto e Sacconi: non cadere nella trappola del Pd. «Il gioco del partito trasversale – spiega il ministro per le Riforme – è quello di portare il paese a elezioni, a febbraio-marzo, perché crede che in quel caso, con un centrodestra senza il suo leader, la sinistra di Renzi possa vincere facile. Non credo che tutto il Pd sia di questo avviso, ma una parte del Pd sì ». Dunque, nervi saldi, non perdere lucidità, dice Quagliariello, avvertendo che in giunta si è formata una maggioranza anomala che avrebbe la possibilità anche di mettersi d’accordo per una legge elettorale contro il Pdl. «Facendo cadere il governo non si farebbe il gioco del centrodestra. Si creerebbe una maggioranza a noi ostile, si farebbe una legge elettorale contro il Pdl. E noi saremmo senza leader ».

Il conto alla rovescia della scissione filogovernativa e del passaggio all’opposizione di Berlusconi è iniziato. Due, tre settimane, forse un mese, tranne se al Senato non ci sia un’accelerazione, come sospetta Berlusconi. Comunque, quando arriverà l’ora fatale, il Cavaliere chiuderà i giochi. I falchi vorrebbero chiuderli il prima possibile, segnando la rottura già nel passaggio della legge di stabilità. Una manovra economica che non piace, difficilmente modificabile in Parlamento in base ai desiderata di Brunetta. Il capogruppo del Pdl ne ha preso atto durante il colloquio di ieri a Palazzo Chigi con il premier Letta, che ha rifiutato di convocare la cabina di regia per discutere di come cambiare le misure economiche.

Il presidente del Consiglio è apparso sicuro di sè, non ha lasciato trasparire preoccupazioni. I suoi collaboratori dicono che si fida di Alfano e della tenuta di quei 30 senatori che non seguiranno le indicazioni di Berlusconi. Ma il Cavaliere proverà a spezzare questo gruppo di senatori «ribelli » e per fare questo ha bisogno di tempo. Per questo vuole rinviare tutto a dopo l’approvazione della legge di stabilità, al momento in cui al Senato verrà votata la sua decadenza.

Spera che intanto Alfano faccia marcia indietro, che lo stesso Schifani rimanga al suo posto, quello di capogruppo del Pdl che diventerà Forza Italia. Se entrambi rimangono al suo fianco, quei 30 senatori potrebbero diventare 15, e a quel punto Letta non avrebbe più la maggioranza a Palazzo Madama. Ecco perchè Fitto, uscendo da Palazzo Grazioli dopo un colloquio con il Cavaliere, insiste nel dire «Angelino deve decidersi ».

Sembra che Angelino una decisione l’abbia presa, anche se Paolo Bonaiuti invita alla massima prudenza. Più difficile recuperare i rapporti con alcuni ministri, Quagliariello in testa, mentre su Alfano c’è ancora una flebile speranza. Talmente flebile che gli stessi rapporti umani e personali tra Silvio e Angelino non sono più quelli di prima, quelli del leader indiscusso e del giovane delfino.


Quagliariello avvisa i lealisti: “Possibile altra maggioranza”. Bondi ad Alfano: “Si dissoci”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 31 ottobre 2013)

Il ministro delle Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello lancia un avvertimento netto ai lealisti. “Se il governo cade, non si va sicuri al voto – ha spiegato la colomba del Pdl – a questa strana maggioranza che abbiamo potrebbe subentrare, sia pure per poco tempo, una maggioranza stranissima”.

Una presa di posizione che, all’indomani del blitz della sinistra in Giunta per il regolamento, denota quanto il braccio di ferro in atto sia duro. Tanto che il coordinatore del Pdl Sandro Bondi ha invitato il vicepremier Angelino Alfano a prendere le distanze dalle dichiarazioni di Quagliariello.

Quagliariello sceglie il Corriere della Sera per delineare i possibili scenari che adesso attendono il governo Letta. Il golpe di cui il pd si è macchiato non è solo contro Silvio Berlusconi, ma più in generale contro la democrazia italiana. Una macchia indelebile che, a detta dei lealisti, avrà le sue conseguenze. La poltrona del premier Enrico Letta scricchiola e Quagliariello si è affrettato a mettere in guardia quello che lui stesso definisce il “partito trasversale delle elezioni anticipate”. A chi spinge per andare alle elezioni al più presto, e soprattutto ai “colleghi del Pdl che premono perché venga giù tutto”, il ministro ha voluto “suggerire” di “valutare bene ciò che è accaduto a Palazzo Madama”. Qui si sono, infatti, determinati due schieramenti. Da una parte: Pd, M5S, Sel e Monti; dall’altra Pdl, Lega, Udc e un pezzo di Scelta civica. Nell’intervista al Corriere della Sera Quagliariello ha spiegato che “il governo è su un ramo” che molti, non solo nel Pdl ma anche nel Pd, “cercano di segare”. Ma, è il ragionamento del titolare delle Riforme costituzionali, “elezioni anticipate in questo momento possono convenire solo a Grillo e a Renzi ma non certamente al centrodestra”. Che si troverebbe, ha quindi concluso, senza leader e che quindi “nei prossimi dodici mesi deve innanzitutto lavorare sodo per il Paese: poi dovremmo affidarci allo strumento delle primarie”.

Bondi ha chiesto ad Alfano e al presidente dei senatori Pdl Renato Schifani di dissociarsi pubblicamente dalla posizione assunta da Quagliariello. “Sono assolutamente certo che i miei amici Alfano e Schifani non possano in nessun modo condividere il tenore e i contenuti delle posizioni del ministro Quagliariello, espresse anche oggi con singolare disinvoltura sulle colonne del Corriere della Sera”, ha affermato il coordinatore uscente del Pdl.


Berlusconiani diversi. Berlusconiani spariti
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 31 ottobre 2013)

Il voto palese sul caso Berlusconi, come ha spiegato Matteo Renzi , serve ad evitare che nel segreto dell’urna i senatori del Movimento Cinque Stelle possano fornire un “aiutino” al Cavaliere facilmente spacciabile come frutto di franchi tiratori del Partito Democratico e, conseguentemente, provocare la spaccatura del Pd. Secondo il sindaco di Firenze, dunque, la tesi delle sentenze che si rispettano e della legge che si deve applicare , cioè la posizione ufficiale del Pd sulla vicenda Berlusconi, è solo una copertura.

La verità è che con il voto palese a Palazzo Madama il Pd salva se stesso dal pericolo mortale di una riedizione del voto che provocò l’affossamento della candidatura di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Basterebbe la spiegazione che il Pd ha scelto il voto palese per un interesse politico diretto e non per la nobile ragione del rispetto della legge a giustificare il rispetto del regolamento e l’adozione del voto segreto. Ma è proprio questa spiegazione che induce a ritenere che il Pd non rinuncerà mai alla spettacolarizzazione dell’esecuzione politica di Silvio Berlusconi. Non solo per poter esibire lo scalpo del proprio nemico storico, ma per salvare se stesso da una lacerazione che alla vigilia delle primarie potrebbe essere devastante.

La consapevolezza che la sorte politica di Berlusconi è segnata per l’intransigenza del Partito Democratico si ripercuote automaticamente all’interno del centrodestra e, in particolare , sui “diversamente berlusconiani”. Per questi ultimi diventa praticamente impossibile continuare ad essere berlusconiani in maniera diversa. Cioè a manifestare lealtà al leader e a sostenere una coalizione di governo in cui gli alleati (Pd e Scelta Civica) decapitano sulla pubblica piazza del Senato lo stesso leader a cui assicurano fedeltà e solidarietà. Messi alle strette, debbono scegliere tra essere berlusconiani o antiberlusconiani e rinunciare a quella diversità che consente ad Enrico Letta di ribadire come il governo si regga su una “maggioranza politica” diversa da quella originaria.

Che la forzatura del Pd e dello stesso Letta punti a provocare la cancellazione del “diversamente” e la scissione del Pdl-Forza Italia è fin troppo evidente. Ciò che non è evidente è la sorte a cui sarebbero destinati i governativi del centrodestra una volta diventati puntello del governo Letta egemonizzato dal Pd. Qualcuno di loro è convinto che nel breve periodo la scelta di evitare la crisi e le elezioni anticipate consentirebbe agli scissionisti di aumentare il numero dei propri sostenitori in Parlamento. Il che è vero visto che dopo un solo anno di legislatura nessuno frigge dalla voglia di una nuova avventura elettorale.

Qualche altro pensa che riuscendo a tenere in piedi il governo fino al 2015 si potrebbe cercare di riassorbire nel centrodestra il trauma dell’esecuzione politica di Berlusconi e procedere alla sua successione. Ma nessuno sembra porsi il problema che la nuova maggioranza politica, oltre ad essere esposta alla bufera della scontata elezione di Renzi alla segreteria del Pd, si reggerebbe su un pugno ristretto di voti. Come Prodi dopo il 2006. E difficilmente riuscirebbe a superare le difficoltà poste non solo da un Berlusconi ufficialmente martirizzato ma sempre più deciso a vendere cara la pelle forte del sostegno unanime dei propri elettori ma soprattutto da una crisi che appare addirittura aggravata dalla politica economica del governo.

Una prospettiva del genere dovrebbe far riflettere i governativi del Pdl-Forza Italia. Tra qualche mese i berlusconiani diversi potrebbe essere i berlusconiani scomparsi!


Rosy Bindi, decadenza Berlusconi: “Che errore il voto palese”
di Redazione
(da “Libero”, 31 ottobre 2013)

“Questa volta non avrei forzato il regolamento”. A pronunciare questa frase subito dopo il via libera della Giunta del Senato per il voto palese sulla decadenza di Silvio Berlusconi non è uno dei falchi del Pdl. A pronunciarla è stata Rosy Bindi, la più antiberlusconiana tra i dirigenti del Pd. La neo presidente dell’Antimafia, forse spinta dal suo nuovo ruolo istituzionale, invece di gioire del colpo inferto al Cav, si chiede se quella intrapresa sia la strada giusta. “Sono sempre a favore del voto palese”, premette a Carlo Bertini de La Stampa, “perché la coscienza dei parlamentari è una coscienza pubblica e non riservata. Ma”, si affretta ad aggiungere, “questo è già di per se un voto difficile e non lo avrei complicato ulteriormente”. Anche perché così il Pd ha dimostrato di essere succube del M5S che ne aveva fatto una battaglia quasi personale. “Voto palese, voto a cinque stelle”, ha esultato giovedì Beppe Grillo e i democratici ora cominciano a rendersi conto che questa decisione della giunta potrebbe rivelarsi un boomerang. La decisione, per inciso, non è affatto piaciuta nemmeno al premier, Enrico Letta, che si è trincerato dietro a un furente silenzio. Per lui hanno parlato i suoi fedelissimi nel Pd, che hanno puntato il dito contro la “forzatura” in Giunta. Un “giochetto” che Letta rischia di pagare abbandondando Palazzo Chigi.


Letta furioso fa parlare i suoi: “Era meglio il voto segreto”
di Redazione
(da “Libero”, 31 ottobre 2013)

Enrico Letta è nero: il voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi sarà palese e la scelta della Giunta rischia di minare le fondamenta del governo. L’esecutivo si ritroverà schiacciato dal centrodestra, da un lato, e dai duri e puri del Partito democratico dall’altro: entrambi vorranno portare a termine le larghe intese perché gli azzurri non potranno accettare di restare alleati di chi ha accoltellato il Cav e i democratici proveranno appena possibile ad andare al voto con una destra allo sbando. Giusto ieri, dopo che Berlusconi gli si era appellato chiedendo di dire la sua sulle modalità del voto sulla decadenza, Letta aveva replicato dicendo di aver già parlato lo scorso 2 ottobre, quando aveva definito “due cose distinte” le sorti del governo e le vicende giudiziarie del cavaliere. Oggi, il premier ha ‘mandato avanti’ Graziano Del Rio, esponente pd e ministro per gli Affari regionali del suo governo: “Sarebbe stato meglio il voto segreto” ha detto l’ex sindaco di Reggio Emilia.

Sveglia – Il ministro azzurro per le riforme Costituzionali, Gaetano Quagliaeriello, sa che il suo futuro è incerto tanto quello di Letta. Prova a rilanciare l’azione del governo e a difendere questi mesi di legislatura: si sta “facendo il gioco di un partito trasversale che vuole portare il Paese a elezioni anticipate a febbraio-marzo – dice – perché crede che col centrodestra senza leader, la sinistra di Renzi possa vincere facile”. Secondo il ministro quello del Pd sarebbe un disegno perfetto che punta ad impallinare Berlusconi e Letta: nascosti dietro il voto su Silvio, infatti, i democratici pensano a come fregare Enrico e i suoi per poter tornare a votare il prima possibile. E vincere. “Sarebbe il caso che qualcuno se ne rendesse conto” spiega Quagliariello che spera “si sveglino” i democratici al governo, fra tutti Letta e Dario Franceschini.

Medjugorje – La tenuta del governo è il tema di giornata ed è legata a doppio filo con la decadenza del Cav. Delrio lo sa e spera che Letta riesca a resistere nonostante le bordate che gli piovono da destra e da sinistra. Bisogna continuare il lavoro che il governo sta portando avanti e tirar dritto almeno fino al 2015 per raccogliere i frutti, dicono. Lui, intervistato da Tempi, ammette che solo “la Madonna di Medjugorje” sa quanto possa durare l’esecutivo, ma ci spera: “Pensavamo che dopo il 2 ottobre si fossero sistemate le cose e Berlusconi avesse abbandonato certe velleità. E invece – dice – pare che le cose stiano diversamente”. In realtà, dopo la “vittoria” sul voto palese, a voler battere cassa sono proprio quelli del Pd: Renzi è quello più contento e soffia sul fuoco delle polemiche della destra sperando che, alla fine, i falchi possano far cadere tutto e portare gli italiani alle urne. Lui è il candidato perfetto dei democratici e pensa di potersi avviare a gonfie vele verso la premiership. Letta e i ministri devono guardarsi soprattutto da lui e dai dem più che dagli azzurri: lo sanno, ma non lo dicono perché dissumulare è parola d’ordine e rinviare le polemiche l’obbligo. Al governo, adesso, si spera che alla fine siano proprio Renzi e i falchi a desistere, preferendo magari una campagna elettorale fatta per bene proprio nella primavera del 2015.


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