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Cresce sfiducia nelle istituzioni: male governo, crolla Quirinale

24 Gennaio 2013

(da “Virgilio”, 24 gennaio 2013)

Roma, 24 gen. (TMNews) – Cresce la delusione degli italiani nei confronti delle istituzioni. Il grado di sfiducia passa dal 71,6% del 2012 al 73,2% di quest’anno: crolla il Quirinale, calano governo e Parlamento, torna a crescere la magistratura, mentre rimane sempre alta la fiducia per forze dell’ordine e volontariato. Sorpasso ‘storico’ della Forestale sui Carabinieri.
E’ quanto emerge dalla sezione sulla ‘misurazione del livello di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni’ inserita nel Rapporto Italia 2013 dell’Eurispes, che sarà presentato dal presidente Gian Maria Fara giovedì 31 gennaio (alle 11 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma).

QUIRINALE, GIÙ DI QUASI 18 PUNTI: EFFETTO MONTI? – Il dato sicuramente più preoccupante è quello sulla fiducia degli italiani nel Capo dello Stato, da sempre considerato punto di riferimento, soprattutto nei momenti più difficili e confusi come quello attuale. La fiducia degli italiani nei confronti del presidente della Repubblica è in netto calo e fa registrare quest’anno il 44,7% di fiduciosi (il 19,3% ‘molto’ e il 25,4% ‘abbastanza’), contro il 62,1% dello scorso anno. La sensazione dei ricercatori dell’Eurispes è che tale risultato possa essere, in buona parte, attribuito al sostegno dato al governo Monti.

GOVERNO: GLI ITALIANI BOCCIANO I PROVVEDIMENTI ‘LACRIME E SANGUE’ – Ai provvedimenti ‘lacrime e sangue’ del Governo gli italiani hanno risposto con un aumento di sfiducia, che passa dal 76,4% dello scorso anno all’82,8% (+6,4%) e segna un ritorno ai livelli del 2011 (84,2%). In parallelo cala anche il dato del consenso che passa dal 21,1% del 2012 all’attuale 15,9%. Il trend di sfiducia nei confronti dei governi che si sono susseguiti dal 2004 all’ultimo anno non si è d’altronde mai invertito e il grado di fiducia è rimasto sempre al di sotto del 35%.

PARLAMENTO IN INESORABILE DECLINO – Come registrato per il Governo, la fiducia degli italiani nei confronti del Parlamento mantiene un andamento in negativo raccogliendo l’89,7% degli sfiduciati, in costante aumento rispetto agli anni scorsi: erano l’88,2% degli intervistati nel 2012 e l’83,4% nel 2011. Stesso andamento per la quota, assolutamente minoritaria, di quanti si dichiarano invece fiduciosi: quest’anno sono il 9%, nel 2012 erano il 9,5% e nel 2011 invece arrivavano al 15%.
LA MAGISTRATURA TORNA A CRESCERE – Dopo il calo dei consensi dello scorso anno, il livello di fiducia nei confronti della magistratura torna a crescere. Più di 4 cittadini italiani su 10, il 42%, mostra fiducia nell’operato di questa Istituzione (12,5% molta fiducia; 29,5% abbastanza fiducia). Era al 36,8% nel 2012.


Bersani: «Non lascio Vendola per Monti… »
di Redazione
(da “l’Unità”, 24 gennaio 2013)

Monti e Vendola? Monti o Vendola? Pier Luigi Bersani, leader del Pd e candidato premier del centrosinistra, non si presta al tormentone delle ultime ore e chiarisce che non ha intenzione di rompere l’alleanza con Sel dopo il voto per accordarsi con il centro.

Il leader Pd lo ha detto durante una conferenza stampa con Nichi Vendola, rispondendo ai giornalisti: «Se lo tolgano dalla testa – ha affermato il segretario democratico – noi siamo persone serie, abbiamo stretto un patto ».

Anche il governatore della Puglia si richiama al patto per il futuro governo del centrosinistra: «Io sono vincolato dalla Carta ‘Italia bene comune’, l’ho sottoscritta e la rispetterò dalla prima all’ultima riga ». Lo ha detto Nichi Vendola durante la conferenza stampa con Bersani e Tabacci. «Se vincesse chi sta facendo campagna per impedire la vittoria del centrosinistra o per dare al centrosinistra una vittoria azzoppata – ha aggiunto – credo che Pier Luigi Bersani si debba presentare davanti alle Camere con il programma che abbiamo sottoscritto insieme e vedere se su quell’agenda ci possono essere i numeri per un’alleanza di governo ».

Poi Vendola fa, a suo modo, una apertura al premier uscente Monti e rispondendo alle domande sulle possibili alleanze con Monti, durante la presentazione dell’alleanza dei Progressisti, insieme a Pier Luigi Bersani e Bruno Tabacci dice che è giusto cercare «di trovare un compromesso sulla riforma dello Stato con la destra costituzionale rappresentata da Mario Monti ma senza rinunciare all’autonomia politica e culturale dell’agenda dei progressisti ».
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Assicurazioni di Bersani di governare con Vendola, qui video.


La rocca isolata del Leghismo rosso
di Dario Di Vico
(dal “Corriere della Sera”, 24 gennaio 2013)

La relazione che ha legato Siena alla sinistra italiana la si potrebbe catalogare sotto la fattispecie del «leghismo rosso », una sorta di rapporto museale con il territorio, un’osservanza quasi religiosa delle tradizioni che alla fine ha portato alle disgrazie di oggi.

Il Monte dei Paschi, infatti, paga il mito del ­la sua unicità, non aver voluto partecipare al processo di aggregazione delle banche italia ­ne perché la politica locale non sopportava l’idea che la Fondazione potesse scendere nel capitale della banca sotto il 51%. I primi no ri ­salgono alla metà degli anni Novanta quando il sistema bancario italiano inizia a fare mas ­sa critica e passa via via dalle prime aggrega ­zioni tra piccoli istituti ad operazioni più am ­biziose che vedono sposarsi Cariplo e Ambro- veneto, San Paolo e Imi e segnalano l’ingres ­so dell’Unicredit nelle Casse di risparmio di Torino, Treviso e Verona. Fuori da questi mo ­vimenti restano sostanzialmente due banche: la Bnl che per esplicita volontà del ministero del Tesoro non dà vita al polo con Banco di Napoli/Ina e proprio il Monte dei Paschi, fe ­dele al vincolo statutario e alla supremazia della Fondazione. Quando Siena si muove già allora si registra un capitombolo: compra a caro prezzo la Banca del Salento e si infila in una vicenda complicata. I pugliesi amano la finanza d’assalto e il Monte si trova a vendere prodotti ad alto rischio, che finiscono per ani ­mare l’attività delle Procure.

Per il catenaccio imposto dalla politica lo ­cale e dalla Fondazione il Monte diventa, sen ­za volerlo, una banca regionale mentre i con ­correnti mettono su taglia e muscoli. I vari manager che si susseguono alla guida operati ­va della banca Mps si adeguano per quieto vi ­vere e quando Luigi Spaventa arriva a Siena per tentare di venire a capo dell’anomalia lo ­cale, e comincia ad assumere dirigenti dal ­l’esterno, la comunità organizza le barricate. Una società chiusa decide di difendersi e rie ­sce a farlo con un successo. I gruppi dirigenti della sinistra da Roma osservano e capiscono tutto ma poi si girano dall’altra parte per pau ­ra di mettere a repentaglio i rapporti con imo dei più consolidati feudi elettorali.

Passa qualche anno e Carlo Azeglio Ciampi fa approvare una riforma delle Fondazioni per riordinare i rapporti con le banche e mo ­dernizzare il sistema. Il Monte riesce a fare ec ­cezione ancora una volta, tutti si adeguano e Siena no. Al punto che un sindaco particolar ­mente estroverso come Pierluigi Piccini deci ­de che, avendo terminato il suo mandato, gli piacerebbe traslocare alla testa della Fonda ­zione per iniziare una nuova carriera. Il mini ­stro del Tesoro Vincenzo Visco interviene da Roma con un tackle sull’uomo ed emette un regolamento che impedisce il trasloco del sin ­daco e il trionfo del leghismo rosso.

È da questa vicenda che parte l’avventura di Giuseppe Mussari, il primo non senese che riesce ad arrivare al vertice della Fondazione con l’idea, per di più, che quel modello non possa funzionare all’infinito. Ma quando nel 2007 parte il round decisivo delle aggregazio ­ni bancarie che porterà a creare due player di taglia continentale (Intesa-Sanpaolo e Unicredit-Capitalia) c’è sempre una banca che resta fuori dal giro, il Monte. L’anomalia senese rie ­sce a resistere a tutti e tutti, niente possono la sinistra 0 i governatori. Mussari però non si rassegna alla taglia mignon e crede di aver trovato la strada giusta. Per effetto di una ca ­rambola bancaria che vede coinvolti gli olan ­desi di Abn Amro, gli scozzesi della Royal Bank e gli spagnoli del Santander la banca Antonveneta viene messa sul mercato dagli ibe ­rici che ne erano diventati padroni. È l’ultima occasione che il mercato riserva a Siena per crescere e Mussari la coglie, pur di tornare ad essere la terza banca d’Italia. Peccato che la strapaghi e peccato anche che siamo ormai arrivati alla vigilia della Grande Crisi. Passa qualche mese e la tempesta finanziaria è da ­vanti agli occhi di tutti, i prezzi delle banche crollano e il costo dell’operazione Antonveneta condizionerà negativamente tutte le mosse successive di Mussari e del Monte. Da anoma ­lo il caso senese diventa patologico.


Siena, di rosso restano i conti. “Un’epoca è finita per sempre”
di Gianluca Paolucci
(da “La Stampa”, 24 gennaio 2013)

Siena è rossa, ma di vergogna », commenta un acuto osservatore delle faccende senesi, davanti a un caffè, le ultime rivelazioni sui buchi della banca. Anche perché le immagini migliori dello stato d’animo della città i senesi le hanno praticamente davanti agli occhi da 700 anni.

Il ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti, «Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo », mostra la città in rovina e le campagne abbandonate, se lasciate in mano al «cattivo governo ». Roberto Barzanti, grande vecchio della sinistra locale, sindaco del Pci quando «il Monte » festeggiava i cinquecento anni di vita, fa risalire i mali odierni a una «superstiziosa senesità » che ha fatto sì che l’abbraccio tra politica e banca non venisse mai sciolto. «La trasformazione in Spa del vecchio istituto di diritto pubblico, nel 1995, è stata qui più travagliata che altrove – racconta l’uomo politico, a lungo parlamentare europeo -. I senesi facevano fatica ad accettare l’idea della separazione tra l’attività filantropica e quella bancaria che avrebbe dovuto essere realizzata con la nascita di una Fondazione e di una banca quotata in Borsa. Cosicché alla fine quel passaggio è stato realizzato, si è sì cambiato, ma cercando di fare in modo che niente cambiasse davvero ».

Nasce da lì il «groviglio armonioso » che ha tenuto insieme la vecchia Dc e il vecchio Pci, la chiesa e la massoneria, i sindacalisti e i banchieri. Le nomine della banca decise nelle segreterie dei partiti, quelle del Comune decise in banca – da Mps vengono tutti i sindaci della città dalla fine degli ultimi 25 anni, con l’eccezione dell’ultimo, Franco Ceccuzzi, rimasto in carica poco più di un anno e poi travolto anche lui dalla crisi del Monte. Il babbo Monte, come lo chiamavano tutti. O «la mucchina », nel senso che chi passa munge, come invece lo definisce qualche smaliziato. Perché da mungere ce n’è stato tanto – il passato è d’obbligo – per tutti. La sola Fondazione ha distribuito dal 1995 al 2010 circa 2 miliardi «sul territorio », per strade e restauri, polisportive e associazioni di volontariato, secondo una rigida spartizione che ha fatto sì che nessuno, indipendentemente dal colore politico, avesse troppo a lamentarsi.

Il gioco si è rotto un anno fa, quando la Fondazione si è scoperta sull’orlo del baratro. Da lì, tutto è precipitato. Il Pd locale si è sgretolato, con la componente ex Margherita che ha sfiduciato l’ex sindaco Franco Ceccuzzi sul bilancio, contestando le poste relative ai contributi della Fondazione.

Secondo Ceccuzzi, che viene invece dagli ex Ds, la ragione sarebbe piuttosto il ricambio imposto al cda del Monte, rinnovato la primavera scorsa con l’arrivo di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, che avrebbe tenuto fuori proprio gli ex Margherita. «Da sindaco, non appena ho compreso la gravità della situazione sono stato il primo a chiedere un cambiamento al vertice », ricordava ieri Ceccuzzi, che si prepara a correre alle prossime comunali, tramite sua pagina Facebook. «Chi dice che la politica è fuori dal Monte si sbaglia, perché Profumo è espressione della politica, non più locale ma nazionale », replicava Alfredo Monaci, ex consigliere di Mps dal 2009 al 2012 («Ma quello che emerge in questi giorni è riferito a fatti precedenti alla mia presenza in cda »), ex Margherita e candidato alle prossime politiche con la Lista Monti.

Mentre la politica si lacera con i cocci del «sistema Siena », finito in pezzi, la società civile s’interroga sul futuro. L’austerità imposta dai conti in rosso ha portato nei giorni scorsi ai tagli decisi a finanziamenti e sponsorizzazioni. A farne le spese sono stati il Siena Calcio, passato secondo le indiscrezioni da quattro a due milioni di contributo, e il Mens Sana di basket, vera passione sportiva dei senesi, che avrebbe visto il suo contributo tagliato da 12 a quattro milioni. Ma ad essere tagliato è stato anche il contributo di 250 mila euro al Palio, 15 mila per contrada. Poca cosa, ma dal grande valore simbolico.

«Paradossalmente, la fine dell’elargizione potrebbe avere almeno un aspetto positivo – scrive il blog «l’eretico di Siena », prezioso e seguitissimo commentatore delle vicende cittadine – a questo punto tutti potranno comprendere come un’epoca sia finita, per sempre ».


Mps, il ruolo di Amato, “eminenza grigia” del banco (e di Siena)
di Redazione
(da “Libero”, 24 gennaio 2013)

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena affonda le sue radici in là negli anni. Il vero nocciolo del crac resta l’acqusizione di Antonveneta dal Banco di Santender: la banca fu pagata 9 miliardi di euro, poi saliti a dieci, ossia più di quanto fosse costata al venditore e tra i 5 e i 6 miliardi sopra il valore patrimoniale (le cifre sono quelle portate dal commercialista Tommaso Di Tanno in consiglio dell’assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno; sul caso indaga la magistratura).

Staffetta Mussari-Profumo – Fu proprio nell’aprile dello scorso anno che Alessandro Profumo prese il posto di Giuseppe Mussari al vertice del banco senese. Profumo entra in Mps, vuole risanare, ed esplode anche lo scandalo derivati, Alexandria. Si vocifera di licenziamenti e tagli. E le cifre giustificano il clima del terrore: dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 Mps ha accumulato perdite per 6,2 miliardi di euro. L’istituto ha in pancia titoli di Stato per 26 miliardi (che equivalgono a due volte e mezza il capitale) e derivati per 11 miliardi. Inoltre ci sono 17 miliardi di crediti a rischio. Profumo si rivolge al Tesoro, di fatto, per un salvataggio. Il ministero emette titoli speciali, i Monti-bond, per due miliardi, che si vanno a sommare agli 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009. Soldi nostri, soldi pubblici, su cui vorremmo delle spiegazioni.

Il ruolo di Bazoli – La firma in calce al crac, alle operazioni più avventate e spericolate, resta quella di Mussari, ex presidente Abi, fresco di dimissioni, che salì sulla poltrona più alta dell’Assobancaria nel 2010, “spinto” da Giovanni Bazoli, il presidente di Intesa, che convinse anche Profumo – allora al vertice di Unicredit – ad assumersi l’onere della grana Mps. Secondo i rumors, due giorni fa, sarebbe stato proprio Bazoli a convincere Mussari a mollare l’Abi.

Il “tessitore” Amato – Mussari, insomma, conta relazioni eccellenti, importanti “consiglieri”. E tra questi c’è anche Giuliano Amato, l’ex premier tecnico della patrimoniale, ora in corsa per il Quirinale. Ma, soprattutto, da sempre il “grande vecchio” dell’ultra-massonica città di Siena. Per ricostruire la vicenda si deve tornare al 2002, quando Mps voleva acquisire Bnl ma venne fermata da Bankitalia. Quindi si passa al 2005, l’anno delle scalate: il banco senese però rinuncia, si fa da parte, e non sostiene la Unipol di Consorte. In quell’occasione era Mussari a guidare la Fondazione di Mps. La sua linea spaccò i Ds che controllano Siena e la banca. Piero Fassino e Massimo D’Alema si infuriano, ma i senesi possono contare su amici di peso, in primis Amato, eletto deputato putacaso proprio a Siena. Poi c’è Franco Bassanini, che di Mps fu anche vicepresidente.

La spaccatura – Gli intrecci tra politica rossa e Monte dei Paschi sono fitti. La politica è in banca. Per esempio, il sindaco di Siena era un dipendente del Monte, che poi voleva divenirne capo, poi c’era Pierluigi Piccini, che aspirava a guidare la Fondazione. E così, per mettere ordine, scende in campo Amato, nato a Catanzaro ma, de facto, senese da tempo. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il quartier generale, e difende tutta la sua senesità. Ed è in questo contesto che si arriva all’estate della scalata mancata a Bnl. L’artefice? Amato, of course. I Ds erano spaccati, i dalemiani promettevano guerra, Amato non nasconde la sua contrarietà all’operazione. E la spunta. Ma un’acqusizione, poi, si farà. E’ quella – funesta – di Antonveneta, avvenuta nel novembre del 2007. Colse tutti di sorpresa e, da subito, destò diversi dubbi. Ma il mondo bancario era in fermento (su tutto, la fusione tra Intesa e Sanpaolo) e l’operazione passò relativamente sotto traccia.

Verso il crollo – Oggi, però, Mps risulta devastata dall’acquisizione di Antonveneta e dalle decisioni maturate in un ambito molto più politico che bancario. Del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca al mondo, si è sempre detto, non può cadere. Ora, invece, le carte in tavola paiono essere cambiate. E di pari passo potrebbero crollare le protezioni eccellenti e il sistema senese in cui si fondono curia, massoneria, sindacati, ex socialisti, ex comunisti e, appunto, aspiranti presidenti della Repubblica.


La storia del crac di Mps: la banca rossa è nei guai per l’aiuto a Prodi e D’Alema
di Carlo Cambi
(da “Libero”, 24 gennaio 2013)

Conosco bene Giuseppe Mussari, avvocato calabrese che la sinistra ha a un certo punto cooptato al ruolo di banchiere rosso in quella Siena che lui ha cercato di conquistare, ma che lo ha sempre sopportato come un forestiero, per quanto potente. Perché il povero Piero Fassino, quando disse a Consorte: «Abbiamo una banca », era male informato. Il Pci una banca l’ha sempre avuta: è il Monte dei Paschi. L’ascesa di Mussari al vertice è passata attraverso il vaglio del Pds, poi Pd. Perché prima di arrivare a presiedere la Banca, Mussari è stato presidente della Fondazione, che è la maggiore azionista e in cui la maggioranza è detenuta dal Comune, di strettissima osservanza comunista, poi democrat.

Se Mussari ha agito con disinvoltura nel mare magnum dei derivati non lo ha fatto senza il concerto dei vertici del Pd. Il «calabrese » probabilmente sarà un nuovo Primo Greganti: si è dimesso dall’Abi, è indagato dalla procura di Siena, si piglierà la croce, ma non parlerà. Non coinvolgerà quelli che «non potevano non sapere », ivi compresi D’Alema, Fassina e Bersani. E lo stesso ex dg Antonio Vigni, che pure ha condotto le operazioni prima con Deutusche Bank, poi con JP Morgan e infine con Nomura per ristrutturare attraverso i derivati – crusca del diavolo – l’enorme debito di Mps, non parlerà di quello che si potrebbe definire – mutuando da Ingroia – il livello più alto. Dunque Giuseppe Mussari sarà l’agnello sacrificale per tacitare gli imbarazzi del Pd.

Ma attenzione: la faccenda Mps chiama in causa anche Monti e pure Bankitalia, che andrebbero interrogati su quello che davvero è successo. Il Monte dei Paschi è la banca più antica del mondo, nata al servizio dell’agricoltura e della manifattura senese. Finché tale, è rimasta la banca più solida del mondo. Ma con la modernità del Mps è andato in crisi tutto il modello Siena. Basta un accenno per dire che in questo momento Siena ha l’università più indebitata d’Italia, il Comune commissariato, la Banca di fatto in amministrazione controllata. E sarebbe interessante indagare il rapporto di causa effetto tra crisi di Siena e crisi della Banca. Sarebbe miope pensare che la prima è effetto della seconda. Probabilmente è vero il contrario. Finché a Siena e nella Banca ha comandato il Pci con le sue ferree regole della doppia morale mai il Monte si sarebbe imbarcato in avventure finanziarie. Quando il Pds, poi Ds, poi Pd, ha sentito odore di governo, il Monte dei Paschi è diventato strumento della politica di sostegno alle ambizioni nazionali della sinistra. E infatti la nomina di Mussari a presidente della Fondazione coincide con l’enorme apertura di credito che Mps ha fatto al Governo italiano all’epoca della premiership di Prodi e D’Alema. Le disgrazie del Monte dei Paschi sono l’enorme massa di Btp che ha in pancia (22 miliardi) e lo sconsiderato acquisto di Antonveneta, che Mussari e Vigni hanno fatto in nome e per conto della sinistra europea con il placet di Bankitalia regalando al Santander spagnolo una plusvalenza di 3 miliardi. Che poi Mussari abbia agito con colpevole leggerezza, che poi Mps abbia finanziato senza troppa cautela tutto il milieu ex comunista è altrettanto vero.

Gli spacciatori di derivati a Mussari, che ha peccato di presunzione, sono Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura, assi portanti della Trilaterale, l’associazione dei più potenti banchieri del mondo, di cui Monti è (o è stato?) il presidente europeo. Mps ha una montagna di titoli pubblici, Deutsche Bank, JP Morgan e Nomura gli hanno venduto derivati per ammortizzare le perdite derivanti dai titoli massacrati dallo spread. Poi ha chiesto alla banca di spremere i correntisti per recuperare valore.

La salita di Mario Monti al governo ha completato l’opera. Il premier ha usato la leva fiscale come un aggregatore di patrimonio che ha convertito in nuovi titoli di Stato e aiuti che sono andati a coprire i derivati emessi dalle banche della Trilaterale. La vicenda Mps è emblematica anche per questo. Rende palese come si fa a travasare ricchezza, detenendo il potere politico, da una comunità ai forzieri degli oligarchi. Non è strano che a questo si sia applicato Monti, fa specie che questo sia avvenuto per le albagie degli ex nipotini di Marx. Le dimissioni di Giuseppe Mussari dal vertice dell’Abi sono una foglia di fico troppo misera per nascondere le vere vergogne dell’affaire. Sarà bene che i solerti Procuratori senesi guardino oltre quella foglia di fico per stabilire le responsabilità dirette e indirette nel caso Monte dei Paschi. Sapendo che il loro sarà comunque un giudizio umano. Perché quello della Storia condanna già i teorici – ivi compreso Mario Monti – della bancarizzazione e finanziarizzazione del mondo. Come sapevano bene nel 1472 a Siena quando fondarono il Monte dei Paschi.


Montepaschi, Grilli attacca Bankitalia: non è fulmine a ciel sereno, il controllo è di loro competenza
di Redazione
(da “Il Messaggero”, 24 gennaio 2013)

MILANO – Lo scandalo derivati continua a pesare sul titolo Mps che dopo il crollo di ieri (-8,43%) oggi in avvio di seduta non è riuscito a fare prezzo per la forte correntedi vendite, è entrato agli scambi in calo del 5% a 0,24 euro. In pochi minuti sono stati trattati oltre 50 milioni di azioni della banca senese, contro una media quotidiana recente di circa 300 milioni di “pezzi” scambiati. Successivamente il titolo ha ampliato la perdita al 6,9%. Avvio negativo per Piazza Affari, che per l’intera mattinata ha continuato a girare in rosso.

Debacle. Con la debacle di ieri il titolo ha praticamente annullato il rally messo a segno nelle ultime settimane dopo l’applicazione soft dei requisiti patrimoniali di Basilea III, annunciata il 7 gennaio. Rispetto ai minimi del 10 dicembre scorso le azioni Mps mantengono comunque un bilancio positivo (più 33%), ma sono ben lontane dai massimi del maggio 2007, quando il valore superava 3,5 euro.

Grilli attacca Bankitalia: non è un fulmine a ciel sereno. «La situazione di Mps non è una novità, non è un fulmine a ciel sereno – ha detto oggi il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli – Conoscevamo le sue problematicità già da un anno. Non ho evidenza di problemi in altre banche. Sui controlli dico solo che sono di competenza di Banca d’Italia ».

Bankitalia accusa, la procura in campo. Sullo scandalo della banca più antica d’Italia ieri è intervenuta via Nazionale. E’ stata «celata la vera natura delle operazioni », ha accusato. Anche la Procura scende in campo. Continua a leggere

Bersani: nessun imbarazzo, dal 2001 battaglia sui derivati. «La destra deve inventarsi ogni cosa, ma dal 2001 il Pd è impegnato in una battaglia parlamentare sui derivati mentre la destra stia zitta e si vergogni – ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – Il Pd non si è mai occupato in quanto tale di banche, noi facciamo politica. E’ una vicenda che suscita preoccupazione ma nessun imbarazzo, le banche sono gestite da privati, come in tutte le banche c’è una fondazione composta anche da Comune e Provincia. Non ci siamo mai occupati di banche ».

Berlusconi: non mi espongo. «Non conosco la situazione e non voglio espormi a dare un giudizio su una situazione che non conosco – ha detto oggi Silvio Berlusconi – Io ho un legame particolare con Monte dei Paschi perché grazie a loro potei costruire Milano due e Milano 3, il legame era tale per cui risultai come l’unica società con cui la banca concedeva mutui premiando la mia puntualità nei pagamenti. E’ un istituzione cui voglio bene ». Riferendosi agli attacchi del Giornale, il Cavaliere ha detto: «Io sottolineo che il Giornale è indipendente, non ho responsabilità per quello che scrive il Giornale ».


Grilli su Mps: non è un fulmine a ciel sereno. Stoccata a Bankitalia, titolo giù in Borsa
di Redazione
(da “la Repubblica”, 24 gennaio 2013)

La vicenda dei contratti derivati del Monte dei Paschi continua a tenere banco sulla scena politica ed economica nazionale. In campo scende anche il ministro uscente dell’Economia, Vittorio Grilli, che a margine della commemorazione per i 10 anni della scomparsa di Giovanni Agnelli non lesina le stoccate. “Non è un fulmine a ciel sereno”, commenta Grilli a chi gli chiede di quanto sta emergendo a Rocca Salimbeni e nel sistema bancario italiano. “Sappiamo da un anno che la banca è in una situazione problematica”, aggiunge, escludendo però che si possa aprire una crisi anche in altri istituti: “Non ho evidenza di problemi simili in altre banche”. Come si sia arrivati a questa situazione e perché non la si sia intercettata prima non pare però essere un problema che riguardi il Tesoro: “Sui controlli – ha concluso Grilli – dico solo che spettano alla Banca d’Italia”.

Nel frattempo l’amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, ha scritto ai dipendenti sottolineando che l’istituto ha avviato un percorso di “reale cambiamento e assoluta trasparenza gestionale”. Viola sintetizza gli ultimi eventi culminati nella scoperta di vecchi documenti non a conoscenza dell’attuale management, ma spiega che le ultime novità “non ci colgono di sorpresa”, in particolare in merito alle verifiche sui titoli strutturati avviate già da novembre. “Sono consapevole delle difficoltà del momento che rendono non facile la relazione con i nostri clienti” aggiunge Viola, che ricorda ai dipendenti il suo apprezzamento per il loro attaccamento all’istituto. Anche grazie a queste qualità, aggiunge Viola, anche questa volta sarà possibile un rilancio della banca.

Da via Nazionale era arrivata ieri una netta presa di distanza dagli ex vertici della banca toscana. Tra le accuse della Fondazione Mps e le reazioni in campo politico, oggi si sono fatti sentire anche i banchieri. Secondo il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, quelli del Monte sono “solo fatti episodici, la banca è già stata ampliamente rinnovata nei suoi vertici, ma il sistema bancario è sano”. Il banchiere ha anche auspicato che si arrivi in fretta a nominare una nuova guida per per l’Abi, che ha perso il suo presidente Giuseppe Mussari, dimessosi appunto per la vicenda che riguarda il suo passato ruolo al vertice del Monte. Sulla stessa linea una seconda voce da Ca de Sass, quella del consigliere delegato Enrico Cucchiani, che ha specificato che “quello di Mps è un caso molto circoscritto, che non ha punti di comunanza con il resto del sistema bancario italiano”.

In questo turbinio di voci, nessun commento arriva dalla Commissione europea. Il portavoce del responasabile della concorrenza Joaquin Almunia si è limitato a indicare che a metà dicembre l’Antitrust ha approvato temporaneamente l’aiuto pubblico al salvataggio, cioè la ricapitalizzazione per 3,9 miliardi di euro (attraverso i Monti bond) per ragioni di stabilità finanziaria. Il via libera è subordinato alla presentazione di un piano di ristrutturazione entro sei mesi dal 17 dicembre, cioè entro i prossimi cinque mesi.

Nel frattempo a Piazza Affari il titolo subisce ancora una ondata di vendite (segui il titolo in diretta), trovando il prezzo intorno a 0,24 euro.


Tutte le complicazioni di Palazzo dietro l’affaire Mps. Bankitalia salva Profumo
di Stefano Cingolani
(da “il Foglio”, 24 gennaio 2013)

Alexandria, Santorini, cdo, abs, trs, nomi da crociera, acronimi esoterici, il mondo stregato dei derivati che fanno scandalo, escrescenze della finanza, crusca del diavolo. Sono solo ombre, epifenomeni. La sostanza è ben più allarmante. Ecco perché Giuseppe Mussari, che per undici anni ha tenuto le redini al Monte dei Paschi di Siena, si è dimesso da presidente dell’Assobancaria italiana. Ieri il titolo è caduto ancora del 7 per cento, ma la sensazione generale è che siamo solo all’inizio. Banca d’Italia, in serata, ha fatto sapere che “la vera natura di alcune operazioni” è emersa solo di recente, dopo il “rinvenimento di documenti tenuti celati all’Autorità di vigilanza” e portati alla luce, ha sottolineato Palazzo Koch, “dalla nuova dirigenza di Mps” (Alessandro Profumo ringrazia: “Pronti a rivalerci sugli amministratori precedenti”). Ora sono in corso “approfondimenti e indagini” e venerdì è prevista una movimentata assemblea degli azionisti. Le perdite nascoste e il belletto steso sui conti grazie a operazioni rivelatesi fallimentari, conducono con un inesorabile filo di Arianna al vero nocciolo oscuro: l’acquisizione di Antonveneta dal Banco di Santander di Emilio Botí­n (assistito da Ettore Gotti Tedeschi). La banca di Padova è stata pagata 9 miliardi di euro poi saliti a dieci, tre più di quanto fosse costata al venditore e 5 o 6 miliardi oltre il valore patrimoniale, stando alle stime del commercialista Tommaso Di Tanno, membro del collegio sindacale, portate in consiglio nell’assemblea di Mps il 27 aprile dello scorso anno. Sulla operazione pende un’indagine della magistratura e un’accusa di aggiotaggio e ostacolo alla Vigilanza. E cala il sospetto su presunte operazioni estero su estero che varrebbero fino a un miliardo e mezzo di euro. In quel crudele aprile in cui Alessandro Profumo prende il posto di Mussari, con il piglio del risanatore, spunta anche Alexandria. Il contratto viene rivelato persino in tv da un anonimo funzionario intervistato da “Report” di Milena Gabanelli. E’ il 6 maggio. Sono cominciate anche le prime turbolenze interne. Nessuno si sente più al sicuro. Si parla di teste che rotolano, tagli, licenziamenti, i primi nella secolare storia. Volano gli stracci, le parole, le carte. Le cifre del resto sono impressionanti. Dal 2011 ai primi nove mesi del 2012 la banca senese ha accumulato 6,2 miliardi di perdite. Ha in pancia titoli di stato per 26 miliardi (due volte e mezzo il capitale, ma in qualche modo questo ha un valore “patriottico”); derivati per 11 miliardi; e ben 17 miliardi di crediti a rischio. Profumo deve bussare alla porta del Tesoro che emette titoli speciali, i cosiddetti Monti bond, per due miliardi che si aggiungono a 1,9 miliardi di Tremonti bond del 2009. Quattrini dei contribuenti i quali vorrebbero chiarezza. “Ci vorrebbe un’operazione trasparenza, una indagine approfondita condotta da un organismo indipendente”, propone Giancarlo Galli, che conosce bene “la giungla degli gnomi”, come ha definito la finanza. Come stanno davvero le banche italiane? In questi giorni è in corso la missione del Fondo monetario internazionale. Ma per Galli non c’è certezza, perché “ogni banchiere ha come emblema un gattopardo”.

Giuseppe Mussari è diventato presidente dell’Assobancaria nel 2010 sostenuto da Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, che ha convinto lo stesso Profumo allora capo di Unicredit. Sarebbe stato proprio Bazoli, l’altroieri, a invitare Mussari a mollare. Anche Giuseppe Guzzetti, il gran patron delle fondazioni e presidente dell’Associazione casse di risparmio, aveva preso il giovane avvocato sotto la sua ala, nominandolo vicepresidente dell’Acri. Ma nel giro di relazioni eccellenti entra anche Giuliano Amato, ex premier ora in corsa per il Quirinale, da sempre gran protettore di Siena, città ultramassonica. Il filo si snoda ancora e porta indietro al 2002 quando Mps voleva acquisire la Bnl e venne stoppata dalla Banca d’Italia; Bankitalia chiede alla Fondazione di scendere sotto il 50 per cento come prevede la legge. E ancora al 2005. E’ l’anno delle scalate parallele, ma Mps si sfila e non sostiene la Unipol di Giovanni Consorte. E’ Mussari a guidare la Fondazione e il suo atteggiamento provoca una frattura nei Democratici di sinistra che controllano Siena e la banca. Piero Fassino e Massimo D’Alema se la prendono, ma i senesi possono vantare autorevoli amici a cominciare da Amato che viene eletto deputato proprio a Siena, e Franco Bassanini che del Montepaschi è stato anche vicepresidente. Sì, perché la politica in banca c’è entrata sempre, soprattutto là dove la banca è sempre stata sistema. Il sindaco è un dipendente del Monte che poi vuol diventarne il capo come Pierluigi Piccini che aspira a guidare la Fondazione. E’ allora che entra in campo il giovane avvocato nato a Catanzaro nel 1962, ma ormai senese a tutti gli effetti.

La debolezza del Montepaschi emerge già nella seconda metà degli anni 90, ricorda Angelo De Mattia allora alla Banca d’Italia con il governatore Antonio Fazio. La foresta pietrificata comincia a muoversi, le banche si aggregano, nascono nuovi gruppi. Il Mps si chiude a Rocca Salimbeni, il suo quartier generale, e difende la senesità. Quando mette gli occhi sulla Bnl, allora controllata direttamente dal Tesoro, la Fondazione azionista rifiuta di ridimensionare la propria presenza. Intanto è al governo Silvio Berlusconi e al Tesoro c’è Giulio Tremonti; i diessini senesi gridano al complotto della destra. All’insegna del rinnovamento, nel 2002 arriva Vincenzo De Bustis, banchiere dalemiano, che porta la Banca del Salento (poi ribattezzata 121). Con essa entrano nelle antiche casseforti del Monte anche esotici prodotti che si chiamano Mayway, 4you, Btp-tel e altre diavolerie per le quali la banca verrà condannata per scarsa trasparenza dai tribunali di Firenze e Brindisi. De Bustis passa a Deutsche Bank la quale finanzia Stefano Ricucci nell’improbabile assalto al Corriere della Sera.

Siamo all’estate dei furbetti e al gran rifiuto che un anno dopo porterà Mussari direttamente alla guida del Monte. I Ds si spaccano. Amato non nasconde la sua contrarietà alle scalate. I dalemiani s’inalberano. Vincenzo Visco che non aveva nascosto le sue critiche per l’autoreferenzialità della banca quando era ministro del Tesoro nel 2000, vorrebbe chiarezza. Nicola Latorre, pro D’Alema, se la prende con la Fondazione, “simbolo della conservazione”. La grande rivincita arriva nel novembre 2007 con l’operazione Antonveneta che coglie tutti di sorpresa. Il prezzo fa suonare un campanello d’allarme, ma le critiche vengono messe a tacere perché attorno tutto si muove in modo frenetico. Nel gennaio Intesa si fonde con Sanpaolo, creando un nuovo asse tra Milano e Torino, a maggio Unicredit acquisisce Capitalia e porta Cesare Geronzi sulla poltrona di Enrico Cuccia. Siena doveva restare con le pive nel sacco? Ettore Gotti Tedeschi, rappresentante in Italia del Santander fa da intermediario con Botìn che aveva appena preso la banca da Abn Amro, la banca olandese affondata dalla crisi dei subprime. L’orgoglio costa caro. Al di là delle inchieste giudiziarie (e vedremo che cosa verrà fuori) la decisione pare avventata. Per sopportarne l’onere, finanza creativa. Anche perché la gestione ordinaria non va bene. I titoli Alexandria erano stati acquistati nel 2005 da Dresdner Bank: 400 milioni e due anni dopo ne valevano 180. A quel punto, entra in campo Nomura con la quale si stipula un contratto per acquistare 3 miliardi di Btp trentennali facendosi prestare i quattrini dalla stessa banca giapponese. L’idea è di spalmare il rischio nel tempo. Intanto, la crisi dei debiti sovrani, i Btp crollano e viene firmato il contratto segreto che consente di scaricare le perdite su Nomura e abbellire il bilancio 2009. Spunta anche Santorini, vicenda che risale al 2002 e coinvolge Deutsche Bank: nel 2008 si stipula un prestito per coprire le perdite di un precedente contratto. Alla fine, per liquidare l’operazione nel 2009 si spendono 224 milioni.

Al di là dei dettagli tecnici che andranno esaminati con attenzione (i derivati sono marchingegni giuridici nei quali si perde anche chi li ha costruiti e tutto è nelle mani dei magistrati senesi) l’impressione è che il Montepaschi sia stremato da un’acquisizione al di sopra delle sue forze. Ecco perché tutti i fili di questa complicata matassa riconducono poi alla banca patavina. Mussari ha peccato di hybris? Si è fidato troppo della propria abilità, delle protezioni eccellenti, di quel sistema senese che mette insieme la curia, la massoneria, i sindacati, gli ex socialisti e gli ex comunisti? E’ probabile. Siena non può cadere, invece “è finito il mondo dei numi tutelari”, commenta De Mattia. Questo vale anche per i più autorevoli, fossero candidati al Quirinale o suoi inquilini. E ricorda la battuta di Cuccia: “Conta solo il titolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”.


Chi vigilava la Tarantola mentre Mussari firmava devastanti accordi segreti sui derivati?
(da “Dagospia”, 24 gennaio 2013)

Avviso ai naviganti: “Si avvisano i signori naviganti che l’onda lunga dello scandalo MontePaschi è arrivata a lambire il settimo piano della Rai a viale Mazzini.
dove si trova l’ufficio di Anna Maria Tarantola, la manager di Casalpusterlengo che a giugno è diventata presidente della Rai.

Il vento di Siena le ha scompigliato ieri il baldacchino ottocentesco della capigliatura perché qualcuno si è ricordato che la signora nel 1971 ha iniziato la sua carriera nell’ufficio Vigilanza della sede di Milano della Banca d’Italia. La sua esperienza è continuata nella succursale di Varese poi a Brescia e Bologna e infine alla direzione generale della Banca d’Italia dove si è occupata di Vigilanza proprio negli anni in cui Peppiniello Mussari e i dirigenti di MontePaschi firmavano accordi segreti e devastanti sui derivati”.


Sullo stesso tema altri articoli: Di Vico qui, Belpietro qui, Feltri qui,  qui, qui, qui, qui, qui, qui.


Caro Ferrara, sono anch’io un italiano che “rigetta Monti” e le spiego perché
Lettera di Giovanni Formicola
(da “l’Occidentale”, 24 gennaio 2013)

Gentilissimo Signor Direttore*,
sono anch’io un “italiano panciafichista [per vero lavoro dal 1980 ininterrottamente, inoltre faccio il padre di cinque figli e il responsabile regionale di un’associazione: almeno tre lavori] e cazzone [questo può essere, se non ho pagato l’IMU perché non ho nulla per cui pagare] che vota [purtroppo anche quest’anno in mancaza di meglio] Berlusconi”. E poi che “rigetta Monti”. Ma non come oggi Lei pretende “per timore delle riforme, delle liberalizzazioni”, eccetera eccetera.
No Signor Direttore. E’ vero proprio il contrario.
Lo rigetto, proprio perché le riforme non le ha fatte – in particolare la riforma delle riforme: la riduzione dello Stato e della sua spesa ai minimi termini (ed invece ne ha ampliato il potere e la presenza a dismisura, trasformandolo in Stato non ideologicamente, ma fiscalmente totalitario) – e quelle che ha fatto sono pessime e risibili insieme, come la riforma del lavoro, che invece di eliminare lacci e lacciuoli li ha moltiplicati. E ciò nonostante l’enorme potere di cui godeva, lo stato di soggezione della classe politica, il sostegno unanime del sistema mediatico nazionale e internazionale, e il consenso bancario-europeo.
Lo rigetto, perché non mi sento in niente liberalizzato, ma ancora più gravato di divieti e di obblighi. Come il divieto di usare denaro (ma che è, droga, che deve circolare clandestinamente?). Come l’obbligo di pagare – le banche e le società che gestiscono carte di credito – per pagare ed essere pagato; di assicurarsi per forza, per questo e per quello; di conservare scontrini, fatture e ogni altra specie di cartacce del genere, perché siamo tenuti a dar conto di ogni passo della nostra vita; di pagare una sanzione pecuniaria annua quando si è commesso il delitto di possedere una, due, tre, cento case, o un’autovettura (che un giorno varrà meno dell’importo del pizzo annuo che si deve per essa allo Stato), o addirittura un televisore. E potrei continuare per pagine e pagine.
Lo rigetto, perché oggi ha definito “gloriosa” la storia, infame come tutte le storie di tutti i partiti comunisti, del Pci.
Lo rigetto, perché ha dichiarato guerra a quel friedmaniano eroe civile che è l’evasore – contro il quale vorrebbe scatenare i due minuti d’odio -, quando è solo difensore della libertà, del risparmio e del futuro dei propri figli, che cerca di sottrarre alle grinfie dello stato, che pretende lavori gratis sei, sette, otto, nove mesi all’anno per lui.
Lo rigetto, perché, come se il governo italiano che nell’occasione rappresentava stesse al di sopra del Vicario di Cristo, s’è rifiutato d’inchinarsi davanti al Papa e di baciargli l’anello.
Lo rigetto, perché ha fatto lega con due figuri della politica nazionale e perché non intende prendere posizione sui principi non negoziabili, in perfetta sintonia con il suo sodale preferito, un altro cattolico fai da te, a tutt’altro interessato fuorché alle priorità indicate dalla Chiesa e dal suo supremo magistero.
Lo rigetto, perché è al servizio di un’Europa che ha rifiutato le radici cristiane e usa la sua cupa burocrazia – bancaria, giudiziaria e amministrativa – per togliere sovranità ai popoli, ma soprattutto ai principi della civiltà. Mi riferisco alla tutela della vita, della normalità familiare, della libertà d’educazione, in un quadro di libertà religiosa ed economica, quest’ultima fondata sul diritto di proprietà, che non si può nullificare con una tassazione selvaggia che colpisca il reddito, il risparmio, il patrimonio e il consumo contemporaneamente.
Lo rigetto, per la sua albagia professorale, arrogante e presuntuosa, propria di chi evidentemente con la vita e con Dio non ha mai lottato.
Lo rigetto, perchè è stato scelto da un vecchio comunista mai pentito.
No, Signor Direttore. Non ha salvato l’Italia il Suo professore. In questo suo anno, tutti gl’indicatori economici – TUTTI! – sono peggiorati. Forse, però, non c’era proprio niente da salvare, ma solo trasferire la crisi dalla finanza e dallo stato alla società. E c’è riuscito benissimo. La spesa pubblica non è diminuita di un centesimo – quella privata, invece, è rattrappita e intimidita – e lo stato, dopo il redditometro e l’inversione dell’onere della prova, è sempre più uno spaventoso Moloch cui si deve solo obbedienza totale.
E’ vero, non è Dracula. E’ peggio. Perché almeno il principe Vlad III di Valacchia difendeva la sua gente dall’islam, per quanto discutibili fossero i suoi metodi. Mentre lui con metodi altrettanto discutibili non ci ha difeso, ma consegnati a banche e potentati europei. Certo che a Bruxelles, dal punto di vista di Bruxelles, ha fatto bene…
“Che cosa ci ha fatto questo Monti?”, Lei si chiede retoricamente. E che altro doveva farci? A me le ali, che lui vuole tagliare, piacciono: senza non si vola. Persino quella sinistra può dialetticamente servire: fa capire quanto è profondo l’abisso del male, che invece la palude al centro occulta finché le sue sabbie mobili non t’inghiottono.
“Voglio cambiare gl’italiani”, disse qualche tempo fa il professore. Vaste programme? No, temibile programma, che affligge il nostro popolo almeno dall’epoca della Rivoluzione italiana, altrimenti detta Risorgimento. Ci hanno provato in tanti. E ci hanno fatto solo male.
Lei si stupisce: il popolo prima l’ha voluto (ma davvero? a me non risulta…) e poi lo danna (speriamo). E’ proprio vero. Così non va. Questo popolo che non capisce andrebbe cambiato.
Nonostante tutto, con stima e cordialità
Giovanni Formicola
(*La lettera aperta è indirizzata al direttore del Foglio, Giuliano Ferrara)


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Bart