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Dal governo due segnali preoccupanti

6 Maggio 2012

Ieri Francesco Perfetti (in origine l’articolo appariva firmato da Mario Sechi), ha definito questo governo una “dittatura tecnocratica”. Meno male che qualcuno se ne sta accorgendo.

Del resto l’articolo dell’altro ieri di Giovanni Sartori non lasciava adito a dubbi.
Auspicava una specie di secondo colpo di mano, questa volta da parte di Monti (dopo quello messo in atto da Napolitano), per fiaccare i partiti e prendersi i pieni poteri profittando di un parlamento ridotto ad una condizione di vassallaggio.

In pratica una situazione simile a quella del fascismo di infausta memoria (compresa la crisi dei partiti e la crisi economica in conseguenza della prima guerra mondiale), la cui differenza starebbe solo nella mancata marcia su Roma. Un nuovo Mussolini dittatore, e il parlamento ridotto ad uno spaventapasseri, con una forte maggioranza di prosseneti.

Gli intellettuali di sinistra sono quasi tutti amanti del potere assoluto. Quando al governo ci sono gli avversari, fanno sfoggio di un grande amore per la democrazia, e non si peritano di accusare gli altri di violazioni ridicole, che sono solo nella loro fantasia.

Guardate il caso di Berlusconi, definito un tiranno della democrazia, padrone assoluto dei mass media, e quindi in grado di pilotare qualunque organo dello Stato, nonché l’opinione pubblica.
Il cosiddetto dittatore aveva invece tutti contro di lui, proprio nel mentre lo si definiva dittatore. Una mostruosità. E proprio la stampa e un organo dello Stato, la magistratura, ne hanno decretato la sconfitta. Dunque, non aveva i poteri che si riconoscono in un dittatore.

Ma se la sinistra va al governo, allora applica un’altra filosofia, un’altra ragion di Stato. Il popolo diventa una massa di incapaci e di non pensanti, e il potere   viene esercitato da un’oligarchia che nessuno è autorizzato a discutere.

Questo è il modello di Stato che alberga nel cuore di ogni comunista, il quale non gradisce affatto la democrazia di tipo occidentale. Quando il suo partito si definisce democratico, è ancora ai principi del leninismo che si ispira.

Napolitano, ad esempio, non ha esitato a compiere un gesto che nessun altro presidente della Repubblica si sarebbe mai sognato di fare: sostituire un governo che aveva la fiducia del parlamento, con un governo di tecnici che, come ha scritto Francesco Perfetti, hanno messo in piedi nientepopodimenoche una “dittatura tecnocratica”. Da qui ci vorrà poco a passare ad una definizione più in tono con la storia del comunismo, fatta di ambiguità, di mascheramenti e di voltafaccia, ossia “dittatura democratica” o “dittatura proletaria”, che sono termini in forte contraddizione, apparecchiati per i gonzi, e spacciati per democrazia dai soliti intellettuali pronti a mettersi a libro paga.

Monti ha commesso due atti che si possono far risalire ad una mentalità di questo tipo. Ha chiamato come consulente, uno dei suoi maggiori critici, il professor Giavazzi, che sorprendentemente ha accettato, e una vecchia volpe della politica, l’inossidabile “dottor sottile”, quel Giuliano Amato che, avendo studiato al liceo classico “Machiavelli” di Lucca, non si sa dove possa aver preso quel suo vezzo di essere disponibile ad arruolarsi sotto molte bandiere.

Pochi hanno analizzato la filosofia che si nasconde dietro il comportamento di Monti. I più si sono limitati a ironizzare sui tecnici che chiedono aiuto ai tecnici. Mentre la posta in gioco è ben altra. Non si sa ancora quanto il comunista Napolitano ispiri le azioni di Monti. Ma l’aria che tira non è affatto buona e si sente l’odore di una trama, di un disegno non propriamente democratico.

Per questo occorre riformare l’architettura dello Stato in fretta, prima che siano compiuti passi avanti nella direzione sbagliata e senza che vi sia più la possibilità di tornare indietro.

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Bart