Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

D’Alema: impegno con 5 Stelle e Pdl

28 Febbraio 2013

di Maria Teresa Meli
(dal “Corriere della Sera”, 28 febbraio 2013)

Presidente D’Alema questo voto ha messo in agitazione tutti.
«La situazione dell’Italia era già grave prima, ma questo voto rischia di approfondire la crisi e renderla drammaticamente irreversibile, come si vede anche dalla prima sia pur contrastata reazione dei mercati finanziari. Viceversa, potrebbe rappresentare l’occasione per una svolta positiva ».

Voi del Pd siete stati colti alla sprovvista. Pensavate di vincere.
«Non posso dire di essere tra quelli che sono stati presi di sorpresa. Non è stata colta la drammaticità della frattura tra cittadini e sistema politico che è emersa nel corso della campagna elettorale e che certamente viene da lontano ».
Il voto grillino ha rappresentato una bella botta per voi.
«Si è pensato che i grillini pescassero solo a destra e questo è stato vero, in una certa misura, almeno all’inizio; ma poi a un certo punto una parte dell’elettorato del centrosinistra si è volto in quella direzione, tant’è che il voto per Grillo ha in parte prosciugato Sel e ha colpito fortemente noi per diverse ragioni: forse più per angoscia sociale nel Mezzogiorno e più per protesta contro la politica tradizionale nel resto del Paese. La spinta al cambiamento è stata per lo più intercettata dal Movimento 5 Stelle: è un dato con cui dobbiamo fare i conti. Però adesso vorrei soffermarmi sui dati più immediati ».

In che senso?
«Nel senso che forze che si sono aspramente contrapposte potrebbero assumere una comune responsabilità e farlo in modo nuovo rispetto alla politica tradizionale ».

Ossia?
«È chiaro che siamo di fronte a un voto che segna la fine di un’epoca, tuttavia il Paese deve essere governato. Non è che possiamo fare un convegno culturale, c’è una priorità: salvare il Paese e trovare una soluzione che passi attraverso un’assunzione di responsabilità da parte delle forze principali. Questo significa, innanzitutto, Movimento 5 Stelle, centrodestra e noi ».

E Monti?

«Naturalmente, non sottovaluto il ruolo del centro di Monti, ma occorre rivolgersi alle forze che, per il peso del consenso ricevuto, sono indispensabili a garantire la governabilità del Paese. Mi dispiace che Monti abbia fatto una campagna elettorale come se i problemi del Paese fossero rappresentati da una sinistra non abbastanza riformista, non vedendo che razza di ondata stava per abbattersi sul Paese. Una violenta reazione di matrice populista, con un duplice segno: di critica all’Europa e anche al sistema politico italiano. Attenzione, entrambe le critiche hanno un fondamento, sono le risposte che non sono convincenti. In mezzo a tutto questo sommovimento, Monti pensava di fare l’ago della bilancia, quando invece il problema era fare argine alla destra e al populismo ».

Tornando all’assunzione di responsabilità, che cosa vuol dire?
«Significa innanzitutto far funzionare le istituzioni. Parliamoci chiaro: nessuno può avere interesse a precipitare il Paese verso nuove elezioni, che sarebbero un drammatico choc. Neanche il Movimento 5 Stelle, che ha ottenuto un successo e che ragionevolmente credo voglia dimostrare la capacità di generare cambiamenti positivi per l’Italia ».

Ma Grillo all’apertura di Bersani ha risposto picche.
«È presto per valutare le posizioni che alla fine verranno prese. Mi pare di vedere una certa difficoltà e anche, inevitabilmente, una tendenza a fare tattica. Mi pare anche che questa posizione di Grillo incontri qualche perplessità nel suo stesso mondo. Vedremo… ».

Quindi cosa propone?
«Voglio essere assolutamente chiaro: c’è qualcosa che non può esser fatto nel modo più assoluto e cioè offrire al Paese l’immagine di partiti che cominciano le trattative per un qualche governissimo. È tale il fastidio verso la politica e i suoi riti che una cosa del genere non potrebbe mai funzionare. Quando parlo di assunzione di responsabilità mi riferisco alla possibilità che ciascuno, mantenendo la propria autonomia, possa confrontarsi in Parlamento alla luce del sole. Il primo problema è il funzionamento delle istituzioni e ritengo che le forze politiche maggiori debbano essere tutte coinvolte. E che quindi al centrodestra e al Movimento 5 Stelle vadano le presidenze delle due assemblee parlamentari, ovviamente sulla base della proposta di personalità che siano adeguate a ruoli istituzionali di garanzia ».

E poi?
«Poi il Parlamento, e questo appello è rivolto ovviamente a tutti, deve consentire che il governo possa funzionare ricevendo il voto di fiducia. Il modello siciliano adombrato da Grillo può essere una buona idea, ma c’è una differenza istituzionale: in Sicilia il presidente è eletto dal popolo, a livello nazionale il capo del governo, se non riceve la fiducia del Parlamento, non può governare. Quindi, il confronto caso per caso finisce prima di cominciare. Dunque, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza ammucchiate e senza pasticci. Non dico che bisogna eliminare in modo artificioso le differenze che restano profonde, ma per una volta si può tentare di farne un elemento di ricchezza e di confronto e non necessariamente di scontro pregiudiziale, che rischierebbe di paralizzare le istituzioni e produrrebbe un danno difficilmente rimediabile al Paese ».

Quindi niente governissimo Pd-Pdl?
«Esatto. Sono d’accordo con Bersani. A questo punto, il sistema politico-democratico è chiamato a una prova cruciale: se è in grado o meno di fare le riforme che tante volte ha annunciato e che sin qui non è stato capace di fare. E il sistema politico-democratico comprende, oggi, anche Grillo che, a mio parere, non può chiamarsi fuori ».

E allora?
«La nostra è una proposta di radicale cambiamento che dovrebbe interessare innanzitutto le forze che vogliono il cambiamento. Allora dobbiamo fare una legislatura costituente. Dobbiamo dimezzare il numero dei parlamentari, ridurre quello degli eletti, riformare radicalmente la struttura amministrativa del Paese, mettere mano ai costi della politica, combattere la corruzione, varare una seria legge sul conflitto di interessi. Poi io sono anche dell’opinione che occorra una nuova legge elettorale. In una situazione frammentata come quella italiana l’unica soluzione sarebbe il doppio turno alla francese ».

C’è chi dice che non abbia senso senza il presidenzialismo.
«Non demonizzo l’elezione diretta del presidente della Repubblica, che può anche servire a rafforzare l’unità del Paese. Si potrebbe fare un referendum di indirizzo sulla forma di governo, impegnando il Parlamento a seguire la decisione popolare ».

E che altro si dovrebbe fare?
«Bisogna aggredire il tema del debito, facendo un’operazione sul patrimonio pubblico: valorizzazioni e dismissioni intelligenti, quindi non quelle industriali. E poi, ciò che è fondamentale è imprimere una svolta nel senso della crescita, del lavoro e della giustizia sociale. Non dimentichiamoci, infatti, che una chiave di lettura di questo voto è la disperazione sociale. La gente non ce la fa e comprensibilmente è esasperata verso tutti. Il voto dovrebbe mettere in allarme pure le tecnocrazie di Bruxelles, perché parla anche di loro: ci vuole un governo che abbia un mandato forte per fare valere queste ragioni anche in Europa. Il punto non è “Europa sì”, “Europa no”, ma “Europa come” ».

E il reddito di cittadinanza?
«Ma chi può essere contrario al reddito di cittadinanza? Il problema è quello di trovare i soldi… Certo, se il Paese brucia un’enorme quantità di risorse in una crisi politica senza sbocchi ce ne saranno molte di meno anche per il reddito di cittadinanza ».

Ma chi dovrebbe guidare questo governo? Bersani?
«Lo guiderà il partito che ha la maggioranza relativa al Senato e quella assoluta alla Camera. E che ha espresso come candidato premier Bersani ».


Riforme per disperazione
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 28 febbraio 2013)

Le elezioni hanno distrutto il vecchio bipolarismo, quello della cosiddetta Seconda Repubblica. Ma non hanno ricostruito. Dovremo forse attendere le prossime elezioni (al termine di una legislatura che è lecito immaginare brevissima) perché alla distruzione segua la ricostruzione, perché nuovi e più stabili equilibri si affermino. Entrambi i poli tradizionali (centrosinistra e centrodestra) dovranno passare attraverso cambiamenti radicali (di leadership, di assetti, di proposte, di identità). Berlusconi ha smentito, con la sua impressionante rimonta, chi lo aveva dato per finito. Ma il problema di come dare stabilità e coesione a un centrodestra che, per ragioni sia di età che di credibilità internazionale, Berlusconi non potrà ancora guidare a lungo, è sempre lì e attende soluzione. Anche perché la resurrezione di Berlusconi non ha comunque impedito al centrodestra (e al Pdl) di perdere diversi milioni di voti (fra astensioni e spostamenti verso Grillo).

Una cosa le elezioni l’hanno però dimostrata: l’inconsistenza del progetto neocentrista. Monti e Casini devono ora prendere atto che non c’è alcun futuro al centro. Ancorché deboli, dispongono comunque di una quota di parlamentari che dà loro la possibilità, e il diritto, di trattare una qualche forma di onorevole resa con il centrodestra. Al quale probabilmente servirebbero degli «stati generali », o qualcosa di simile, ove possano essere discussi assetti futuri, leadership, proposte. In vista delle prossime, sicuramente vicine, nuove elezioni.

Se il problema del centrodestra dopo Berlusconi resta aperto, altrettanto drammatica è la condizione del Partito democratico. Ha fatto definitivamente il suo tempo il personale politico che veniva dal vecchio Pci e dalla vecchia sinistra democristiana (le componenti dalla cui convergenza nacque quel partito). Insieme a esse, ha fatto il suo tempo quella continuità identitaria (le «radici ») su cui aveva puntato tutto Bersani.

Di fronte al Pd si aprono due strade, entrambe dolorose e difficili, al di là della proposta aperta di cui parla D’Alema in queste pagine. La prima è quella che alcuni, con una capacità trasformistica degna di Zelig, hanno subito indicato: prendiamo atto di avere sbagliato quando, alle primarie, abbiamo scelto la tradizione e l’identità (Bersani) al posto del cambiamento e della discontinuità (Matteo Renzi). Così però è troppo facile. La storia è spietata, non permette a nessuno di dire «avevamo scherzato, riportiamo indietro le lancette ». Come se niente fosse accaduto.
Renzi è un giovane brillante e avrà un futuro politico (che dovrà inventarsi di sana pianta). Ma, essendo intelligente, sa che quel capitolo è chiuso. Egli però resta comunque l’emblema di ciò che il Pd avrebbe potuto essere. Il simbolo di un rinnovamento che facendo piazza pulita della vecchia identità avrebbe potuto trasformare un partito statico, conservatore, in un partito dinamico, innovatore.

C’è anche un’altra strada aperta per il Pd. Ancor più dolorosa della prima. Si tratta di prendere atto delle affinità esistenti fra gli orientamenti di molti dei propri elettori e il movimento di Grillo. È vero che Grillo ha preso voti da tutto l’arco politico. Ma, anche se non disponiamo ancora di serie analisi dei flussi elettorali, è chiaro che il Pd gli ha ceduto moltissimo sangue, forse più del Pdl (quest’ultimo colpito anche dall’astensionismo).

Inoltre, se si guarda alle proposte che il Movimento 5 Stelle ha fin qui avanzato – e alla cultura politica che quelle proposte sottintendono -, è facile rendersi conto che ci sono più consonanze (per esempio, sulla questione cruciale dello spazio da dare, rispettivamente, al mercato e allo Stato) con gli orientamenti della sinistra che con quelli della destra. Lo stesso Bersani, del resto, lo ha implicitamente ammesso con la sua immediata apertura di credito al Movimento 5 Stelle. Il Pd, o almeno una parte di esso, potrebbe prendere atto che il suo futuro sta in una qualche forma di convergenza con un movimento politico che ha dimostrato di sapere dare rappresentanza agli insoddisfatti e agli esclusi. È vero che Grillo, come fanno sempre i movimenti politici che attaccano il vecchio establishment, rifiuta le categorie di Destra e Sinistra (ma i nomi non sono poi così importanti: potremmo anche ribattezzare quelle vecchie categorie Gianni e Pinotto) ma è anche possibile che, nel XXI secolo, la vecchia sinistra debba cedere il passo a nuove modalità di aggregazione e di azione, più efficaci nel rappresentare il disagio per certi effetti (per esempio, sul versante dell’impatto ambientale) dell’economia capitalistica di mercato.

Ci sono temi pressanti (formare uno straccio di governo; eleggere il nuovo presidente della Repubblica) ma il problema dei problemi, quello di ridefinire gli assetti del centrodestra e del centrosinistra, non potrà essere nascosto sotto il tappeto. Il più importante banco di prova sarà la riforma della legge elettorale e delle istituzioni. Se la classe politica saprà giocarsi quella occasione alla grande, senza più i piccoli intrighi che hanno caratterizzato l’ultimo anno, nella piena consapevolezza di quanto potente sia stato il terremoto, allora forse si ripresenterà quella opportunità di uno scambio di alto profilo (sistema maggioritario a doppio turno contro elezione diretta del presidente della Repubblica) che, come ricordava ieri su questo giornale Antonio Polito, venne malamente bruciata, e sprecata, l’anno scorso. Se questo accadesse, alla distruzione di oggi seguirebbe la ricostruzione di domani.


E il Sistema si risvegliò grillino
di Lucia Annunziata
(da “Huffington Post”, 28 febbraio 2013)

C’è qualcosa di imbarazzante nello svegliarsi e ritrovarsi in un sistema che improvvisamente abbraccia un partito che da tre anni nel peggiori dei casi ha insultato, nel migliore ignorato.

Una straordinaria operazione di gattopardismo è in corso, il cambiare per non cambiare, nostra specialità nazionale. La si può seguire live, minuto per minuto, mentre si ingrossa, si fa flautata, prende le misure, e poi si aggiusta. Non sia mai che in Italia non si sia con il vincitore.
Non sto condannando l’offerta di collaborazione da parte di Bersani a Grillo. L’alternativa, quella di formare un governo fra il Pd e Berlusconi è impossibile anche solo da immaginare, dopo tanti anni di scontri così laceranti.

Però, lo sdoganamento da parte di Pier luigi Bersani di un partito di cui il Pd fino al giorno del voto non si era mai nemmeno voluto accorgere, va chiamata quel che è. E non è la “rigenerazione” del Partito Democratico, e nemmeno la riscoperta di una piattaforma “comune”, come dicono alcuni, ma una operazione politica obbligata.
Ma una cosa è fare alleanze politiche, altro è, come sta succedendo nel paese, fare operazioni di camuffamento ideologico.

Nell’entusiasmo con cui l’Italia (quella di sinistra ma con una buona rappresentanza di quella di destra) scopre i Grillini c’è molto retropensiero, e altrettanto ce n’è , azzardo, da parte dei Grillini stessi.
Il vero scopo del Sistema ( esse maiuscola obbligata in questo caso) è addomesticare questa forza che lo critica.

Non costituisce uno scoop raccontarvi quel che si dice in giro. Nel quadrilatero dei Palazzi romani si sussurra “ma guardati intorno, quando arriveranno qui piano piano anche loro si aggiusteranno”. E’ il solito gioco: vedrete l’effetto che fanno gli ori, gli incarichi, i quadri antichi, i corazzieri che scattano (ebbene si, se Grillo andrà alle consultazioni al Quirinale ci sarà una intera fila di corazzieri a sbattere i tacchi e a fare il saluto). Il senso di rilevanza che ti viene dal poter governare il tuo paese è un afrodisiaco sul cui altare sono rimasti intossicati tanti destini : come si spiegherebbero altrimenti gli straordinari errori fatti da tanti ( e tante) pur di rimanere in quel quadrilatero?

In effetti, la vicenda politica che più ricorda quella dei Grillini oggi, sembra avere proprio questa morale: quando la Lega arrivò venti anni fa, si materializzò sulla scena con la stessa irruenza e lo stesso distacco del M5S… “e guardate come è finita”, dicono le vecchie volpi. E effettivamente il viaggio ideale leghista da quei primi anni in cui mangiavano solo in pizzeria e stavano a Roma solo il minimo necessario, fino agli abusi del denaro pubblico, è uno dei più deprimenti passaggi della storia recente.
Il retropensiero del sistema sui Grillini è dunque che sono dei provinciali e, soprattutto, degli sprovveduti. Basterà aprirgli le porte e si adegueranno.

Ma i Grillini, immagino, essendo un movimento così “alternativo”, siano rafforzati contro le lusinghe di qualche lustrino e un po’ di immagine. Pragmatici, tattici, e alternativi, appunto, finora hanno seguito la felice tattica di “entrare” nel sistema ma per “aprirlo come una scatoletta da tonno”. Questo è il loro obiettivo politico. Confermato già stamattina dalla risposta drastica con cui Grillo ha rimandato al mittente la “apertura” di Bersani.

Magari il dialogo fra Pd e M5S non si chiude qui, ma Grillo è un capo politico che ha creato dal nulla e in breve tempo un partito di successo: è inimmaginabile che ora “ceda” generosamente a quel sistema cui si contrappone (e che considera “morto”) la guida dei suoi voti. Come tutti i leader, ha bisogno invece del potere massimo per mettere in atto il suo programma. Meno di Palazzo Chigi non credo che ci sia nella sua testa.

L’atteggiamento più serio in questo momento, viste le circostanze, sarebbe quello di rispettare la diversità di Grillo, aprire un vero canale di dialogo (non mirabolanti offerte di governo insieme) ma mantenendo ciascuno le proprie identità, e misurandosi da forza politica a forza politica, da quel che si è. Senza finzioni.


Pd-M5S, c’eravamo tanto amati
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 28 febbraio 2013)

Chissà cosa avrà pensato Peer Steinbrueck, leader della Spd, che considera Berlusconi e Grillo «due pagliacci », nel vedere Pier Luigi Bersani proporre un’alleanza e la presidenza della Camera al fondatore del Movimento 5 Stelle.

La frase un po’ forte del candidato socialdemocratico alla Cancelleria nelle prossime elezioni tedesche, considerata «fuori luogo o peggio » da Napolitano, ha portato all’annullamento del previsto incontro con il Capo dello Stato in visita in Germania. Ma Steinbrueck, c’é da giurarci, non ne avrà compreso fino in fondo la ragione, dato che si sentiva in piena sintonia con i cugini del Pd.
Fino a domenica scorsa infatti Grillo era per Bersani «un fascista », o «fascista del web », che usava un «linguaggio fascista », tanto per ribadire il concetto.

La polemica, poi sviluppata per mesi e ripetuta durante la campagna elettorale, era nata tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, quando un gruppo di grillini avevano accolto alla Festa Democratica il leader del Pd a Bologna al grido di «zombie ». Epiteto particolarmente sanguinoso, se si considera che, prima d’allora, solo Bossi lo aveva usato nei confronti di Occhetto («zombie coi baffi ») quasi vent’anni prima, nel 1994. E che al segretario e candidato primo ministro del Pd ovviamente aveva fatto saltare la mosca al naso, specie quando Grillo lo aveva ribadito sul web, aggiungendo che Bersani, «cadavere ambulante », avrebbe dovuto considerarlo quasi un complimento perché gli si dava atto di avere ancora un alito di vita.

Se questo era appunto il tenore dei rapporti tra il partito e il movimento che presto dovrebbero allearsi e governare insieme, dopo il risultato «monstre » di M5S alle elezioni, si può immaginare lo choc del collega tedesco per l’annuncio a sorpresa del Pd. Anche perché, per tutta la fase precedente all’ascesa di Grillo, i Democratici italiani avevano mostrato di condividere in pieno il giudizio durissimo della sinistra europea, e non solo, sui movimenti populisti, che ovunque predicano la fine dell’Europa e dell’euro e rastrellano voti nelle fasce di elettorato più deboli. Grillo e i suoi seguaci, per il Pd, non erano altro che la propaggine italiana di quell’anomalia manifestatasi in Olanda con Pim Fortuyn, in Austria con Jorg Heider, in Francia con Le Pen padre e figlia, e da ultimo, in Grecia, con Alba Dorata di Nikòlaos Michaloliàkos, anche se ciascuno di questi movimenti faceva storia a sè, e non tutti avevano posizioni di estrema destra o solo razziste o xenofobe. Eppure per il centrosinistra italiano era niente di più che un virus, una malattia della democrazia, da combattere sul piano continentale e europeo, quasi come l’influenza russa o cinese, rafforzando le strutture comunitarie e rendendo più fecondo il confronto tra Stati e partiti alleati all’interno dell’Unione.

Un’analisi come questa rivelava, già prima del boom del Movimento 5 Stelle, una qualche forma di superficialità e presunzione. Mentre Berlusconi, nel ritiro che precedeva la riscossa, confessava di studiare il linguaggio e le mosse di Grillo sui palcoscenici dei suoi spettacoli, avendone da tempo colto l’insidia, non solo Bersani, ma la sinistra italiana nel suo complesso – con l’eccezione di Bertinotti non lo considerava un vero pericolo. In un Paese cattolico e in cui ancora esiste, grazie al centrosinistra, una politica «sana » e un accettabile tasso di fiducia nelle istituzioni democratiche, si dicevano tra loro i dirigenti dello schieramento che dalle urne di domenica e lunedì si aspettava la vittoria, il populismo non potrà mai attecchire più di tanto. E avevano continuato a dirselo anche dopo le amministrative del maggio 2012, e la conquista, da parte di M5S, del comune di Parma con il sindaco Pizzarotti.

In realtà sarebbe bastato leggere il bel libro di due studiosi, Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini dell’Istituto Cattaneo, che lavorano a Bologna, proprio nella capitale delle regioni rosse, per capire che Grillo con Haider, Fortuyn e con tutti gli altri campioni europei del populismo, c’entra poco o niente: è un prodotto italiano artigianale e genuino, nato all’ombra delle amministrazioni democratiche e post-comuniste del Centro Italia, che una volta erano il fiore all’occhiello del Pci, e nel tempo si erano burocratizzate e sclerotizzate, finendo a non reggere i ritmi e i problemi di una società mutata, globalizzata e indebolita da normali problemi e contrapposizioni sociali, di quelli che il «welfare-state » socialdemocratico non é più stato in grado di riassorbire. Di lì, grazie alla crisi economica, all’aumento della disoccupazione e alla rigorosa, seppur necessaria, politica fiscale imposta dalla congiuntura, i grillini nostrani sono dilagati a Nord-Est verso il Veneto, andando a intaccare la solida riserva leghista, a Nord-Ovest nelle valli piemontesi dove si combatte la guerra contro i treni ad Alta Velocità, e a Sud e nelle isole, verso l’ultima pianura democristiana e il granaio siciliano di voti del Cavaliere. Tal che se non se ne fosse accorto in tempo, e non vi avesse posto rimedio con il suo ritorno in campo e l’imprevedibile rimonta, anche Berlusconi oggi piangerebbe le stesse lacrime che piange Bersani. Ma con l’aggravante che, pure a volersi perdonare la sottovalutazione del fenomeno M5S, rivelato via via dai sondaggi durante la campagna elettorale, e confermato dalle urne quando ormai era troppo tardi, il Pd aveva in casa un antidoto di sicura efficacia come Matteo Renzi, ma ha preferito accantonarlo.

Ora invece Bersani cerca ascolto da Grillo per convincerlo/costringerlo ad accettare la responsabilità di sostenere un governo «di combattimento, come l’ha definito, che con il solo appoggio del centrosinistra non avrebbe la maggioranza al Senato. Lo fa usando il bastone e la carota, blandendo Grillo e minacciandolo al contempo che in caso contrario l’incubo di un secondo scioglimento delle Camere e di un altro, ravvicinato, passaggio elettorale, come in Grecia, potrebbe realizzarsi davvero. È un’impresa ardua. Le reazioni di scherno che provengono da Grillo dovrebbero scoraggiarla definitivamente. Anche Napolitano, a cui come ultimo atto del suo settennato toccherebbe benedire dal Quirinale il primo accordo organico di governo con i populisti in Europa, ha lasciato trapelare i suoi dubbi su una manovra così azzardata. Forse Bersani dovrebbe rifletterci, ripensare ai tempi non lontani in cui con Grillo si scambiavano insulti, cercare ancora una soluzione diversa. Per salvare, non solo il governo, ma l’ultimo pezzo di credibilità del Paese.


Ciao Papa. Che distanza dai politici e dalle loro pensioni d’oro
di Mario Cervi
(da “il Giornale”, 28 febbraio 2013)

So che ̬ ingenuo mettere a confronto due mondi che dovrebbero essere Рpurtroppo qualche volta non lo sono Рlontani se non antitetici. Il mondo, intendo, della fede religiosa e il mondo della politica.
Ma gli avvenimenti di questi giorni li accostano, perché assistiamo alla contemporanea uscita di scena di Benedetto XVI e d’un buon numero di notabili del Palazzo romano, dallo tsunami grillino ridotti allo status di specie in estinzione.

Tante cose separano, comunque le si guardino, le due situazioni, a cominciare da una, la più importante. Il Papa lascia perché ha ritenuto e ritiene di non essere più in grado di svolgere pienamente i suoi compiti. Sono tra coloro che hanno approvato come ammirevole questa confessione d’impotenza e questa scelta, anche se criticata da chi avrebbe voluto Joseph Ratzinger aggrappato anche in extremis, come accadde con Wojtyla, al suo trono e al suo anello. Il pastore tedesco – personalmente non vedo ironia in questa qualifica – se ne va dunque quietamente, di sua volontà, in umile bellezza. Già qui salta agli occhi la diversità da chi, anche se molto più di Benedetto XVI inadeguato alla carica occupata, strenuamente ha lottato durante anni per non farsela sfilare, in un turbine di polemiche. Ha trasformato la poltrona in trincea, e c’è voluta un’elezione sotto certi aspetti rivoluzionaria perché togliesse l’incomodo.

Il primo e ovvio riferimento di quanto scrivo è Gianfranco Fini; leader senza seguaci, capopopolo senza popolo, a lungo terzo personaggio dello Stato nelle procedure ufficiali ma personaggio inesistente – per non dire disistimato – nell’opinione degli italiani. Tranne lo 0,5 per cento di consensi, o poco meno, accreditatogli dalle urne. A un altro che imprecando al destino cinico e baro se ne va, Antonio di Pietro, non sono stati concessi i fasti protocollari goduti da Fini, ma Tangentopoli gli ha elargito una popolarità inversamente proporzionale alla sua sintassi. Ho personale simpatia per due veterani della politica e della vita come Marco Pannella e Emma Bonino. Ho ammirato alcune battaglie in cui si sono impegnati. Ma la saggezza avrebbe suggerito che si ritagliassero un ruolo di consiglieri, e non volessero entrare ancora nell’arena sventolando le onorate ma logore bandiere radicali. La voglia d’esserci anche quando sarebbe stato opportuno rimanere fuori – il che vale anzitutto per Mario Monti – ha contagiato tutti gli schieramenti. Vedi nel centrodestra Guido Crosetto, Maurizio Paniz, Margherita Boniver, Gianfranco Miccichè. Si tratta però di comprimari, non di protagonisti.

Non è il caso di spargere lacrime per la triste sorte dei trombati. Le liquidazioni e le pensioni parlamentari sono di tutto rispetto. E fanno sfigurare quella di Joseph Ratzinger, che come vescovo emerito di Roma riceverà un vitalizio di 2.500 euro, aumentabile a 5.000 se il suo successore gli conferirà il «piatto cardinalizio ». Roba da far sorridere di compatimento non solo Gianfranco Fini, con la sua pensione da 6.200 euro, e poi gli europarlamentari, deputati, senatori della Repubblica ma anche un qualsiasi consigliere regionale.

Cosa faranno, da grandi, i politici che dalla politica sono stati espulsi. I più onesti rifletteranno. Quelli più ammanigliati e meno compromessi tenteranno di farsi inserire, come presidenti o consiglieri, nella sterminata e variegata mangiatoia delle sinecure pubbliche. I trombati o dismessi stranieri di gran nome – ad esempio l’inglese Tony Blair e il tedesco Gerard Schroeder – hanno fatto molto denaro con consulenze internazionali e conferenze. Una prospettiva che potrebbe allettare anche i nostri. Ma, detto con franchezza, mi riesce difficile immaginare la presenza d’un folto pubblico plaudente per ascoltare i disoccupati della Nomenklatura italiana. Oltretutto Fini, che mai ha lavorato, non vorrà cominciare adesso.


Casa di Montecarlo, Fini rischia il crac
di Gian Marco Chiocci
(da “il Gironale”, 28 febbraio 2013)

Non saranno le abiure, i tradimenti, le giravolte. Men che meno le immersioni in acque protette, la scorta in vacanza, le raccomandazioni ai parenti in Rai.
Togliete pure i fuori-onda di Gianfranco Fini coi magistrati amici o gli imbarazzi giudiziari dovuti al suo ristrettissimo entourage in Vallettopoli, le escort alla Camera, la cricca di Anemone o il re dei videpoker Corallo. No. L’ex delfino di Almirante annegato nell’acquario dei pesci-pilota Bocchino, Granata e Briguglio, protagonista di una presidenza a Montecitorio a dir poco anti Cav prima e dopo il «che fai mi cacci? », verrà ricordato per l’incresciosa vicenda della casa di Montecarlo.

Il suo vecchio popolo, eppoi quel poco di «nuovo » che l’ha scaricato dopo averlo inizialmente seguito in Fli, non gliel’ha perdonata la storia dell’immobile monegasco della fascistissima contessa Colleoni donato ad An e attraverso società off-shore casualmente finito al cognato Giancarlo Tulliani. Non è passato sopra alle bugie e alla promessa (non mantenuta) di dimettersi di fronte all’«evidenza » sul proprietario dell’appartamento che persino un imbarazzato Michele Santoro non potè fare a meno di rimarcare. E anche se la magistratura romana ha provato in tutti i modi a «tutelare » la terza carica dello Stato non interrogando mai né lui né il cognato in Ferrari, indagando Fini solo il giorno della richiesta d’archiviazione, infischiandosene delle bugie al pm dell’onorevole-tesoriere Pontone oltre che delle perizie che accertavano la «non congruità » del prezzo di vendita col valore effettivo del quartierino, il marchio indelebile «Tulliani-Montecarlo » il Nostro se lo porterà appresso in eterno. Hai voglia a fargli capire che non tutto si risolve sul piano penale, come Gianfry va dicendo forte dell’archiviazione.

E infatti la maledizione del Principato di Monaco lo seguirà anche fuori dalla Camera e dall’ufficio del gip che l’ha «salvato » girando la pratica ai giudici del tribunale civile. È infatti iniziata la causa intentata dall’avvocato Marco Di Andrea per conto della Destra di Storace, a nome dell’unico erede della contessa Colleoni, e cioè quel Paolo Fabri che rivuole indietro l’appartamento e il patrimonio di famiglia ancora invenduto. Fini e il fidatissimo finiano Donato Lamorte sono stati citati in giudizio per il mancato adempimento del cosiddetto «onere testamentario ». Ovvero all’attuazione dei desiderata della nobildonna, certificato dal notaio, che vincolavano l’utilizzo della casa di Montecarlo alla «buona battaglia » del partito guidato da Gianfranco Fini. Onere che a detta dei ricorrenti, il cognato di Giancarlo Tulliani non avrebbe rispettato andando a strizzare l’occhio finanche al centrosinistra. Il processo civile, combattuto in punta di diritto, servirà a chiarire se Fini ha tradito i «vincoli » politici imposti nella donazione dalla discendente del condottiero Colleoni.

Se al cittadino comune Gianfranco Fini i giudici civili dovessero dare torto, il danno – dopo la beffa del prepensionamento da parlamentare – sarebbe enorme: mezzo milione di euro in risarcimento danni. Una cifra ricavata dalla differenza tra il valore dell’epoca della casa monegasca (819mila euro) e il corrispettivo (300mila euro) incassato dal suo vecchio partito direttamente dalla off-shore di Saint Lucia. In subordine, in caso di accoglimento, la richiesta mira a devolvere tutto o in parte il gigantesco «tesoro immobiliare » della Colleoni a una Fondazione che continui a perseguire «gli obiettivi del disciolto partito di Alleanza nazionale » o, nell’impossibilità, di devolverlo «alla Destra di Storace ». Nelle carte «processuali » sono finite decine, centinaia, di dichiarazioni e prese d’atto di Fini che «evidenzierebbero un comportamento politico contraddittorio, incoerente e antitetico » con il pensiero identitario missino prima, e di An poi. L’ultimo tradimento: la svendita del gioiello di «famiglia » finito nella disponibilità di un’altra famiglia. Tulliani.


Bersani finisce «stritolato » tra il partito e il Quirinale
di Nicola Imberti
(da “Il Tempo”, 28 febbraio 2013)

La sua è un po’ la mossa della disperazione. Pier Luigi Bersani ci prova a intestarsi il ruolo di «salvatore delle Patria ». Forte del fatto che sembra esistere, all’interno del MoVimento 5 Stelle, un’ala più disponibile al dialogo con il Pd. Così, quando Beppe Grillo lo definisce un «morto che parla », rilancia la sfida: «Quel che Grillo ha da dirmi, insulti compresi, lo voglio sentire in Parlamento. E lì ciascuno si assumerà le proprie responsabilità ».

Parole che sembrano dette apposta per sottolineare un dato: il comico genovese, in Parlamento, non ci sarà. Al contrario, ed è questa la speranza del democratico, potrebbe esserci, tra gli eletti, un gruppo di «responsabili » disponibili a sostenere il governo.

La matematica non sembra essere dalla parte di Bersani. E anche se Nichi Vendola sta provando il pressing sul MoVimento (ne va anche della sua «sopravvivenza »), l’impressione è che quello numerico non sia l’unico ostacolo per il leader del Pd.

Il più insormontabile è, probabilmente, Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica non è mai stato uno degli ammiratori di Grillo. E di certo non è casuale che, parlando ieri a Berlino, abbia espresso la sua preoccupazione per il «populismo crescente in Europa ».

Chi lo conosce bene assicura che non permetterà in alcun modo la nascita di un esecutivo di minoranza che, di volta in volta, cerchi il sostegno dei grillini su singoli provvedimenti. Una prospettiva troppo instabile per un Paese che continua ad essere sorvegliato speciale dell’Europa e che, in questo modo, finirebbe preda della speculazione dei mercati.

Per questo al Quirinale si ragiona su un’altra ipotesi: un governo di transizione sostenuto da Pd e Pdl che possa realizzare alcune riforme sfilando al MoVimento 5 Stelle i suoi «cavalli di battaglia ». Il modello è quello guidato da Carlo Azeglio Ciampi tra 1993 e il 1994, cioè nel momento peggiore della cosiddetta Prima Repubblica.

Anche l’identikit del possibile premier è simile. Napolitano vorrebbe il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, ma l’ipotesi più accreditata è quella del direttore generale Fabrizio Saccomanni (il Pd aveva già pensato a lui come possibile ministro tecnico in caso di vittoria).

Il Pdl non sembra ostile al progetto a patto che le cariche istituzionali vengano equamente divise. E Bersani? Il segretario non vorrebbe, ma dovrà fare i conti con una parte importante del suo partito che non ha alcuna intenzione di diventare ostaggio di Grillo. Non a caso ieri il vicesegretario Enrico Letta, considerato vicino al Capo dello Stato, ha sottolineato che il partito chiederà «voti a tutto il Parlamento ». Quindi, non solo al M5S.

Insomma, l’impressione è che alla fine Pier Luigi finirà stritolato tra il Colle e il partito. L’ala che chiede le sue immediate dimissioni si sta ingrandendo. Martedì 5 marzo è stata convocata la direzione. Non è escluso che in quell’occasione i conti verrano definitivamente regolati.


Letto 2100 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart