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Dobbiamo a Loris D’Ambrosio la verità

29 Luglio 2012

In primo luogo gliela deve il capo dello Stato, che invece ha deciso di mantenere il segreto sulle sue due telefonate con Nicola Mancino. Ma ora lascio stare il sordo rappresentante dell’Italia e desidero rivolgermi all’autore delle indagini che hanno portato a queste rilevanti e inquietanti scoperte, il pm Antonio Ingroia.

Il pm Antonio Ingroia non mi è mai stato simpatico. Troppo protagonista. Come non mi è mai stato simpatico Marco Travaglio.
Ingroia ha l’attitudine a ricercare le occasioni della ribalta. Probabilmente ha un carico di vanità in più del normale, che gli fa commettere degli errori quali quello di entrare del dibattito politico come se fosse un leader di partito. Ciò che gli è negato dal suo incarico.

Però questa volta sono con lui. Come sono con Marco Travaglio e il Fatto Quotidiano.
Perché?
Perché sono sicuro che hanno ragione. Lo ripeto sottolineandolo: sono sicuro che hanno ragione. Amicus Plato, sed magis amica veritas.

Ingroia si è trovato a leggere alcune intercettazioni delicate che riguardavano non solo lo scomparso Loris D’Ambrosio, morto di crepacuore, ma il capo dello Stato. Ingroia sa, come altri della procura, che cosa il capo dello Stato abbia detto a Mancino e l’eventuale grado di disponibilità manifestata dal capo dello Stato nei confronti dell’ex vicepresidente del Csm.

Cose scottanti, a mio avviso, dimostrate dal fatto che Napolitano ne richiede la distruzione, vantando non so quali privilegi nei confronti della verità che è un diritto assoluto e di tutti, e che Napolitano in primis non dovrebbe violare, visto che è responsabile della integrità delle Istituzioni. Un capo dello Stato che cercasse di distruggere alcuni suoi comportamenti illeciti, andrebbe semplicemente preso a calci nel sedere per l’umiliazione caricata sull’Italia e sulle sue regole democratiche.
Dio non voglia che sia questo il caso.
Perciò Napolitano deve mettere a disposizione le intercettazioni che lo riguardano.

Oggi anche Ingroia chiede qualcosa allo Stato. La sua intervista la potete leggere su Repubblica. In sostanza chiede alle Istituzioni di dichiarare se sulla vicenda della trattativa tra lo Stato e la mafia vi sia un segreto di Stato da tutelare. E si dichiara disposto a rinunciare all’indagine.

Che non sia mai. Non c’è segreto di Stato che possa coprire una trattativa di questa specie ignobile e degenerata. Chi ne è stato l’artefice in rappresentanza dello Stato deve pagare, se è vivo, da vivo; se è morto, deve pagare nei confronti della Storia.
Non sono più i tempi in cui si nascondevano le verità a dei cittadini sprovveduti e creduloni. La democrazia, pur in mezzo ai tanti errori, è cresciuta, e il cittadino non è più la bestia da soma che si porta addosso, a sua insaputa, tutto il peso delle malefatte altrui.

Chiedo ad Ingroia di non accettare l’incarico ricevuto per andarsene all’estero (come vogliono tanto la destra che la sinistra), abbandonando l’indagine.
Glielo chiedo come cittadino che non può   tollerare che su questa buia vicenda siano mantenuti segreti terribili, quali ad esempio quello che riguardasse un tentativo del capo dello Stato di intervenire in favore di un indagato, quale è ancora Nicola Mancino. Il quale capo dello Stato (non dobbiamo mai dimenticarlo) è lo stesso che plaudì all’invasione russa dell’Ungheria, che causò centinaia di morti (sarà forse per questo suo inquietante passato che la Tv inglese non lo ha inquadrato all’inaugurazione dei giochi olimpici?).

Se Ingroia è ancora quel magistrato che è stato capace di irritarmi per l’ostentazione eccessiva del suo potere, oggi lo prego in ginocchio di far emergere la verità. Se il capo dello Stato non si mostrerà disponibile a farlo, avendo forse qualcosa di imbarazzante da nascondere, lo faccia lui e renda un servizio ai cittadini.
Personalmente non posso consentire che lo Stato sia guidato da un personaggio su cui si addensino sospetti di questo tipo.

Molti dubbi, come sa chi mi legge, mi sono sorti sull’operato di Napolitano in varie occasioni. Ne ricordo soltanto due:

1 – il silenzio sui comportamenti del presidente della Camera Gianfranco Fini;

2 – la sostituzione di Berlusconi con Monti su suggerimento di una potenza straniera (la Germania della Merkel).

Questi comportamenti hanno inferto un vulnus alla democrazia e al funzionamento della macchina istituzionale. Qualcuno ancora si illude di mascherarli, ma emergeranno, poiché sono stati la causa di molti morti, l’ultimo dei quali è proprio Loris D’Ambrosio, integerrimo magistrato trovatosi invischiato in una vicenda più grande di lui.

E, a mio avviso, Napolitano, se colpevole, non la farà franca. Come non l’hanno fatta franca Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, durante i cui mandati la trattativa si è svolta nel silenzio più assoluto di chi aveva l’obbligo di impedirla.

Chiedo di nuovo ad Antonio Ingroia di non lasciare l’indagine. Un magistrato non può farlo se ha a portata di mano la verità su di una vicenda così terribile, come fanno intendere anche le famiglie delle vittime delle stragi. Il suo, più che un dovere, è un obbligo nei confronti della verità. Non farla emergere, quando la si ha a portata di mano, costituirebbe una macchia a suo carico opprimente e indelebile.

Chi intralcia la verità, fosse pure eventualmente anche il capo dello Stato, deve essere smascherato ed esposto al pubblico ludibrio.
Non solo ciò è dovuto nei confronti di Loris D’Ambrosio,   morto di crepacuore, probabilmente perché non ha potuto dire tutta la verità, come non poté dirla molto probabilmente (nonostante l’invito della vedova di Almirante, Donna Assunta) l’amministratore Pontone di An, nel caso di Montecarlo che ha visto coinvolto il presidente della Camera Gianfranco Fini.

C’è un solo modo di onorare la memoria di Loris D’Ambrosio ed è quella di restituirgli l’onore che si cerca di compromettere con il silenzio, lasciando cinicamente che colpe e responsabilità cadano soltanto sulla sua persona.


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Bart