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Cinque articoli

16 Maggio 2012

I cinque errori di Mario Monti
di Renato Brunetta
(da “Il Tempo”, 16 maggio 2012)

Non è tutta colpa di Monti. Causa del malessere dilagante e della relativa tensione sociale nel Paese è paradossalmente la natura stessa del suo governo: quella di un esecutivo tecnico che, in quanto tale, manca della legittimazione elettorale diretta ed è appoggiato da una maggioranza formatasi anch’essa senza un’investitura proveniente dalle elezioni. Il fatto che probabilmente il governo Monti e la maggioranza che lo sostiene non andranno insieme alle elezioni renderà anche impossibile un giudizio a posteriori da parte dei cittadini. Il governo insomma non renderà conto al Paese del proprio programma e del proprio operato né prima né dopo la conclusione del suo mandato. Insomma una situazione democraticamente delicata, soprattutto considerando come funzionano oggi le democrazie avanzate. Ma vi è di più. Mancando politicamente di una legittimazione popolare diretta e genuina e contando su una legittimazione indiretta (i rappresentati del popolo in Parlamento) distorta e contraddittoria rispetto alle piattaforme politico-programmatiche esibite agli elettori dai vari partiti che lo sostengono, il Governo si espone ad un doppio rischio. Il primo è che le misure adottate siano percepite come ancora più vessatorie dai cittadini perché essi non si riconoscono in chi le impone loro. Nelle democrazie del XXI secolo, il motto democratico delle grandi rivoluzioni liberali «no taxation without representation » ha acquisito un significato ancor più denso. Non si tratta solo di avere dei rappresentanti, ma di assicurare che chi tassa abbia una legittimazione politica direttamente riconducibile alla volontà espressa dal popolo. Il secondo rischio è che la debolezza dell’investitura popolare renda il Governo ancor più esposto alle pressioni estranee al circuito democratico: quelle delle burocrazie, quelle dei cosiddetti poteri forti, quelle del cattivo sindacato che cerca di massimizzare la rendita di posizione, in assenza di un interlocutore politico guardiano dell’interesse generale definito dalle elezioni. In mancanza della forza elettorale il Governo cede ad un abbraccio perverso, suadente, ma catturante, degli apparati e di altri stakeholders. Insomma, la natura tecnica del Governo, da forza, rischia di diventare il suo tallone d’Achille. Non c’è da stupirsi allora che le decisioni prese, poi, siano spesso affrettate, eccessive, lontane dai problemi della gente, oppure tardive, oppure mancanti. In questi sei mesi di governo si è spesso esagerato e l’entità dei provvedimenti varati è stata sovradimensionata rispetto alla misura ottimale, compromettendo, di fatto, il raggiungimento degli obiettivi. Tecnicamente: overshooting. Un esempio: la riforma delle pensioni. Bastava fare l’ultimo miglio e completare quella precedente con le opportune e necessarie transizioni, invece il governo ha calcato la mano, producendo trecentomila esodati e generando squilibri nei flussi in entrata nel mondo del lavoro, nonché serissimi problemi in tema di produttività dei lavoratori. Per non parlare della politica economica, che ha assunto carattere talmente restrittivo da causare effetti recessivi sull’economia reale. I nostri dati macroeconomici, come misurati dalla Commissione Europea nell’ultima rilevazione di venerdì scorso, si sono rivelati peggiori di almeno un punto percentuale rispetto agli altri Paesi dell’area euro. Le maggiori entrate che l’aumento (insopportabile) della pressione fiscale ha generato per le casse dello Stato sono state completamente assorbite dalla drastica riduzione dei consumi causata dalla recessione e dal clima di incertezza sulla politica di lungo periodo del governo. E poi la crisi: probabilmente non ancora capita fino in fondo. Con la conseguenza del non fare le cose giuste, del non dire la verità. Se non vuole ascoltare me, vada a rileggersi Barack Obama, Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Olivier Blanchard, Romano Prodi, Giuliano Amano, Carlo De Benedetti, Sergio Marchionne…Vada a leggersi i segnali democratici più recenti in Nord Reno Westfalia o quelli in Grecia, dopo quelli in Francia e dopo le dimissioni di Jean Claude Juncker. L’andamento, ormai storico, di più di un anno di spread dimostra in maniera evidente che il problema è l’Europa. Il problema è la mancanza di una governance comune e forte. Il problema è la timidezza dell’Unione Europea nel (non) prendere decisioni. Il problema è la cessione di fatto (e volontaria!) della sovranità degli Stati Membri non a organi sovranazionali, istituzionalmente riconosciuti, ma a un Paese che si è imposto sugli altri, guadagnando, in termini di finanziamento del debito e di competitività, dalle debolezze altrui. Il problema è la mancanza di solidarietà e di meccanismi redistributivi; la masochistica distinzione tra Paesi rigorosi e non; la confusione ricorrente e strumentale sui concetti di rigore e crescita, che non sono opposti ma complementari. Il problema è il ruolo fortemente inadeguato della Banca Centrale Europea, che non svolge, per mandato, al contrario delle principali banche centrali del resto del mondo, una funzione di prestatore di ultima istanza. In questo contesto, il governo appare in affanno e all’inseguimento degli eventi, e la giustificazione con l’emergenza finanziaria e con le aste incombenti del rinnovo dei titoli del debito non è più sufficiente, rischia di diventare ridicola. Il problema certamente esiste, ma le prospettive sempre più negative sulla crescita, che in parte dipendono dagli errori dell’esecutivo, e l’allarmismo aggravano il giudizio dei mercati, non inducendo gli operatori a investire e a consumare. Tra l’altro, collocare 200 miliardi di titoli con un punto in più di tasso di interesse rispetto al livello attuale già alto implica un aggravio di spesa di 2 miliardi, ma il danno è senz’altro minore rispetto a quel punto percentuale di PIL in meno provocato dalla politica economica sbagliata. Sono cinque, in particolare, gli errori del professor Monti: 1. Allo stato attuale della recessione è sbagliato pensare di attuare sia ulteriori aumenti di tasse sia ulteriori tagli di spesa (mentre è corretto attuare rapidamente pervasivamente la spending review per riqualificare la spesa, ma non per ridurla oggi). L’idea che la riduzione della spesa non compensata da riduzione di tasse sia espansiva è sbagliata tecnicamente. Anche il Fondo Monetario Internazionale in recenti studi (Cottarelli 2012) ha rilevato come i moltiplicatori fiscali siano variabili a seconda della fase del ciclo. Pertanto, ulteriori riduzioni del deficit, per portarlo in avanzo strutturale, hanno effetti disastrosi sulla crescita e perversi anche sul consolidamento fiscale. Conclusione: il Fiscal compact non può rimanere così come è oggi. 2. Vi sono difficoltà evidenti nella gestione fiscale e in particolare nella gestione dell’IMU. Al di là delle stime sulla tassa e sulla sua incidenza tra le varie categorie di reddito, la confusione creata e ancora in atto ha generato una situazione di allarme sociale, con riferimento alla sua entità e alle scadenze, che ha inciso negativamente sulle aspettative delle famiglie, contribuendo a deprimere i consumi. Come è noto, la materia fiscale è molto delicata e va maneggiata con cura: non in modo approssimativo, con annunci e ripensamenti. L’effetto economico che si produce attraverso l’incertezza creata da una gestione dilettantesca è negativo soprattutto in una fase recessiva in cui le reazioni di breve periodo contano. Lo stesso vale per la turbativa sul mercato immobiliare. 3. Uguale effetto negativo ha l’incertezza creata intorno all’applicazione degli aumenti IVA. Per i seguenti motivi. L’annuncio, forse sì e forse no, degli aumenti IVA crea incertezza sulla pressione fiscale futura. Inoltre è sbagliato continuare a presentare l’aumento dell’IVA come aumento della pressione fiscale per ridurre il deficit. L’aumento dell’IVA era stato concepito, con il consenso di Confindustria e anche dei sindacati, per finanziare a parità di gettito la riduzione di altre tasse dirette, sia sulle imprese sia sulle famiglie. Si chiama svalutazione fiscale per gli effetti positivi che ha sui costi relativi della produzione interna rispetto a quella estera. È una misura attuata da altri Paesi ed è raccomandata da studi europei. Inoltre, nel brevissimo periodo l’annuncio chiaro dello «shift » tra diverse tasse può determinare un effetto positivo sui consumi immediati in quanto l’annuncio di un aumento IVA successivo anticipa i consumi previsti per il futuro. È questo che va fatto in recessione. La gestione del governo confusa e incerta crea solo apprensione con effetto contrario: posticipo dei consumi. 4. Riforma del lavoro e articolo 18. L’effetto anche simbolico della riforma si è dissolto in un impantanamento che ha creato, anch’esso, incertezza e confusione. Qual è il risultato? Sospensione delle assunzioni da parte delle imprese per capire ciò che accade, nonché probabile aumento dei licenziamenti da parte di chi teme un peggioramento rispetto alla situazione attuale causata dal nuovo regime. Anche in questo caso l’incertezza e la confusione, con l’inevitabile distorsione mediatica nelle due direzioni interpretative. Anche l’illeggibilità diretta del testo di riforma in discussione da parte degli operatori determina una situazione peggiorativa del ciclo. Ancora una volta sembra esserci disprezzo o incuria per ciò che riguarda la congiuntura, né sono tenuti in debita considerazione gli aspetti di isteresi dei guai creati nel breve periodo, che si ripercuotono poi nel medio e lungo termine, impedendo il dispiegarsi degli effetti positivi delle riforme. 5. E per le cose non fatte, un esempio per tutti: sul programma di dismissioni per incidere sul debito non si hanno notizie. Il governo ha dichiarato che i provvedimenti sono allo studio. Sappiamo che la materia è molto complessa, ma poiché i vertici e i tecnici dei ministeri implicati non sono cambiati e, a quanto si sa, avevano avuto incarico di studiare il problema anche dal precedente governo, non capiamo quanto ancora ci sia da studiare e quanto si tratti, invece, di un problema di decisioni. Anche questo incide su aspettative e credibilità. Non ce lo possiamo permettere. Non è neppure accettabile nel confronto con i governi precedenti, che non godevano della straordinaria maggioranza parlamentare attuale. Il Parlamento italiano ha ben fatto presenti tutte queste anomalie al governo nella risoluzione di accompagnamento al Documento di Economia e Finanza approvata il 26 aprile u.s.. Si rifaccia ad essa, professor Monti, ed è forse ancora in tempo per invertire la rotta. È importante per la credibilità del suo governo e ne ha bisogno il Paese. Un’annotazione maliziosa: valorizzi sempre e comunque il lavoro di chi lo ha preceduto, ne trarrà solo benefici: per la verità storica, e in termini di simpatia. E soprattutto, faccia in modo che la cena del 23 maggio, a Bruxelles tra capi di Stato e di governo sul tema della crescita, non si trasformi, per inconsistenza economica e politica delle decisioni che in essa verranno, forse, prese, nell’ultima cena dell’Unione. Mentre cresce, un po’ dappertutto, la voglia di tornare alle monete nazionali.


La preghiera di Aiace
di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 16 maggio 2012)

Ci abituiamo talmente presto ai luoghi comuni che non ne vediamo più le perversità, e li ripetiamo macchinalmente quasi fossero verità inconfutabili: la loro funzione, del resto, è di metterti in riga. Il pericolo di divenire come la Grecia, per esempio: è una parola d’ordine ormai, e ci trasforma tutti in storditi spettatori di un rito penitenziale, dove s’uccide il capro per il bene collettivo. Il diverso, il difforme, non ha spazio nella nostra pòlis, e se le nuove elezioni che sono state convocate non produrranno la maggioranza voluta dai partner, il destino ellenico è segnato.

Lo sguardo di chi pronuncia la terribile minaccia azzittisce ogni obiezione, divide il mondo fra Noi e Loro. Quante volte abbiamo sentito i governanti insinuare, tenebrosi: “Non vorrai, vero?, far la fine della Grecia”? La copertina del settimanale Spiegel condensa il rito castigatore in un’immagine, ed ecco il Partenone sgretolarsi, ecco Atene invitata a scomparire dalla nostra vista invece di divenire nostro comune problema, da risolvere insieme come accade nelle vere pòlis.
L’espulsione dall’eurozona non è ammessa dai Trattati ma può essere surrettiziamente intimata, facilitata. In realtà Atene già è caduta nella zona crepuscolare della non-Europa, già è lupo mannaro usato per spaventare i bambini. Chi ha visto la serie Twilight zone conosce l’incipit: “C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce. È senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere”. Lì sta la Grecia: lontana dalle vette luminose dell’eurozona, usata come clava contro altri.

L’editorialista di Kathimerini, Alexis Papahelas, ha detto prima delle elezioni: “Ci trasformeranno in capro espiatorio. Angela Merkel potrebbe punire la Grecia per meglio convincere il suo popolo ad aiutare paesi come Italia o Spagna”. Il tracollo greco è “un’opportunità d’oro” per Berlino e la Bundesbank, secondo l’economista Yanis Varoufakis: nell’incontro di oggi tra la Merkel e Hollande, l’insolvenza delle Periferie europee (Grecia, e domani Spagna, Italia) “sarà usata per imporre a Parigi le idee tedesche su come debba funzionare il mondo”. Agitare lo spauracchio ellenico è tanto più indispensabile, dopo la disfatta democristiana in Nord Reno-Westfalia e il trionfo di socialdemocratici e Verdi, pericolosamente vicini a Hollande. La speranza è che Berlino intuisca che la sua non è leadership, ma paura di cambiare paradigmi.

Può darsi che la secessione greca sia inevitabile, come recita l’articolo di fede, ma che almeno sia fatta luce sui motivi reali: se c’è ineluttabilità non è perché il salvataggio sia troppo costoso, ma perché la democrazia è entrata in conflitto con le strategie che hanno preteso di salvare il paese. Nel voto del 6 maggio, la maggioranza ha rigettato la medicina dell’austerità che il Paese sta ingerendo da due anni, senza alcun successo ma anzi precipitando in una recessione funesta per la democrazia: una recessione che ricorda Weimar, con golpe militari all’orizzonte. Costretti a rivotare in mancanza di accordo fra partiti, gli elettori dilateranno il rifiuto e daranno ancora più voti alla sinistra radicale, il Syriza di Alexis Tsipras. Anche qui, i luoghi comuni proliferano: Syriza è forza maligna, contraria all’austerità e all’Unione, e Tsipras è dipinto come l’antieuropeista per eccellenza.

La realtà è ben diversa, per chi voglia vederla alla luce. Tsipras non vuole uscire dall’Euro, né dall’Unione. Chiede un’altra Europa, esattamente come Hollande. Sa che l’80 per cento dei greci vuol restare nella moneta unica, ma non così: non con politici nazionali ed europei che li hanno impoveriti ignorando le vere radici del male: la corruzione dei partiti dominanti, lo Stato e il servizio pubblico servi della politica, i ricchi risparmiati. Tsipras è la risposta a questi mali – l’Italia li conosce – e tuttavia nessuno vuol scottarsi interloquendo con lui. Neanche Hollande ha voluto incontrare il leader di Syriza, accorso a Parigi subito dopo il voto. E avete mai sentito le sinistre europee, che la solidarietà dicono d’averla nel sangue, solidarizzare con George Papandreou quando sostenne che solo europeizzando la crisi greca si sarebbe trovata la soluzione? Chi prese sul serio le parole che disse in dicembre ai Verdi tedeschi, dopo le dimissioni da Primo ministro? “Quello di cui abbiamo bisogno è di comunitarizzare il nostro debito, e anche i nostri investimenti: introducendo una tassa europea sulle transazioni finanziarie, e sulle energie che emettono biossido di carbonio. E abbiamo bisogno di eurobond per stimolare investimenti comuni”. L’idea che espose resta ancor oggi la via aurea per uscire dalla crisi: “Agli Stati nazionali il rigore, all’Europa le necessarie politiche di crescita”.

La parole di Papandreou, ascoltate solo dai Verdi, caddero nel vuoto: quasi fosse vergognoso oggi ascoltare un Greco. Quasi fosse senza conseguenze, l’ebete disinvoltura con cui vien tramutato in reietto il Paese dove la democrazia fu inaugurata, e le sue tragiche degenerazioni spietatamente analizzate. Sono le degenerazioni odierne: l’oligarchia, il regno dei mercati che è la plutocrazia, la libertà quando sprezza legge e giustizia. Naturalmente le filiazioni dall’antichità son sempre bastarde. Anche la nostra filiazione da Roma lo è. Ma se avessimo un po’ di memoria capiremmo meglio l’animo greco. Capiremmo lo scrittore Nikos Dimou, quando nei suoi aforismi parla della sfortuna di esser greco: “Il popolo greco sente il peso terribile della propria eredità. Ha capito il livello sovrumano di perfezione cui son giunte le parole e le forme degli antichi. Questo ci schiaccia: più siamo fieri dei nostri antenati (senza conoscerli) più siamo inquieti per noi stessi”. Ecco cos’è, il Greco: “un momento strano, insensato, tragico nella storia dell’umanità”. Chi sproloquia di radici cristiane d’Europa dimentica le radici greche, e l’entusiasmo con cui Atene, finita la dittatura dei colonnelli nel 1974, fu accolta in Europa come paese simbolicamente cruciale.

Il non-detto dei nostri governanti è che la cacciata di Atene non sarà solo il frutto d’un suo fallimento. Sarà un fallimento d’Europa, una brutta storia di volontaria impotenza. Sarà interpretato comunque così. Non abbiamo saputo combinare le necessità economiche con quelle della democrazia. Non siamo stati capaci, radunando intelligenze e risorse, di sormontare la prima esemplare rovina dei vecchi Stati nazione. L’Europa non ha fatto blocco come fece il ministro del Tesoro Hamilton dopo la guerra d’indipendenza americana, quando decretò che il governo centrale avrebbe assunto i debiti dei singoli Stati, unendoli in una Federazione forte. Non ha fatto della Grecia un caso europeo. Non ha visto il nesso tra crisi dell’economia, della democrazia, delle nazioni, della politica. Per anni ha corteggiato un establishment greco corrotto (lo stesso ha fatto con Berlusconi), e ora è tutta stupefatta davanti a un popolo che rigetta i responsabili del disastro.
Le difficoltà greche sono state affrontate con quello che ci distrugge: con il ritorno alle finte sovranità assolute degli Stati nazione. È un modo per cadere tutti assieme fuori dall’Europa immaginata nel dopoguerra. Ci farà male, questa divaricazione creatasi fra Unione e democrazia, fra Noi e Loro. La loro morte sarebbe un po’ la nostra, ma è un morire cui manca il conosci te stesso che Atene ci ha insegnato. Non è la morte greca che Aiace Telamonio invoca nell’Iliade: “Una nebbia nera ci avvolge tutti, uomini e cavalli. Libera i figli degli Achei da questo buio, padre Zeus, rendi agli occhi il vedere, e se li vuoi spenti, spegnili nella luce almeno”.


Prima la doppia morale, adesso il doppio rating
di Andrea Cuomo
(dal “Giornale”, 16 maggio 2012)

E adesso, tutti addosso a Moody’s. Compresa la Consob, che ha convocato i rappresentanti italiani dell’agenzia di rating per avere delucidazioni sul declassamento di 26 banche italiane.
Agguato!, criminali!, si sente gridare da ogni parte. Anche da chi qualche mese fa, quando al governo c’era Silvio Berlusconi e non Mario Monti, prendeva per oro colato le «pagelle » delle agenzie internazionali di rating, portandole come prove a carico dell’allora grande imputato della politica italiana. Il portabandiera della doppia morale è Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc (Unione delle Contraddizioni?). Leggete infatti cosa scriveva il 20 settembre scorso, quando Standard and Poor’s declassò la valutazione del debito italiano da A+ ad A: «In questa caccia disperata al colpevole speriamo che non siano incolpate le agenzie di rating perché il problema non sono loro. Il problema siamo noi che non abbiamo saputo fare una manovra strutturale per la crescita. Il problema è la credibilità internazionale del governo ». Oggi il governo italiano è internazionalmente credibile e la colpa diventa dell’arbitro. Sentite infatti l’incendiaria dichiarazione di ieri: «La decisione di Moody’s è di una gravità inaudita, c’è un disegno criminale delle agenzie di rating contro l’Italia e l’Europa. È un attentato all’economia di questo Paese e noi riteniamo che la perdita di credibilità delle agenzie di rating da oggi sia totale. Ecco perché è importante avanzare al più presto la proposta di un’agenzia di rating europea ». Tra i pentiti avvistato anche Pier Luigi Bersani. Il 5 ottobre scorso, dopo un’altra mazzata targata Moody’s, il segretario Pd constatava: «A questo punto le favole non bastano più. L’Italia sta certamente meglio di quanto non dica il giudizio di Moody’s, ma siamo davanti a rischi di scivolamento ulteriore se non introduciamo un elemento di novità o di cambiamento ». Una valutazione finanziaria trasformata in ingiunzione di sfratto per Berlusconi. Ora toni ben diversi: «Bisogna regolare queste benedette agenzie – dichiara Bersani a Porta a Porta – che si permettono di intervenire in un modo che farebbe sorridere, se non facesse piangere ».

Naturalmente anche i banchieri non la prendono bene. «Un’aggressione all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini », grida l’Abi, che parla delle agenzie di rating come «elemento di destabilizzazione dei mercati con giudizi parziali e contradditori ». Disperato l’appello del presidente Giuseppe Mussari: «Chiediamo con forza che la Bce e le istituzioni europee non tengano conto di questi giudizi altrimenti diventa un corto circuito dal quale non usciamo ». Più morbido il presidente Bnl, Luigi Abete, che parla di «atteggiamenti delle agenzie di rating un po’ volubili. Alcune volte il Paese e le imprese dei Paesi vengono attaccati perché non c’è troppo rigore, oggi perché la riforma applica il rigore ».

In questo stracciamento di vesti generale, gli esponenti del Pdl non hanno problemi di coerenza: «Quella delle agenzie di rating che hanno declassato le banche italiane è l’ennesima dichiarazione di guerra non provocata e non giustificata », constata Margherita Boniver, presidente del Comitato Schengen. «È proprio il caso di dire che l’attacco di Moody’s è la goccia che fa traboccare il vaso », annota Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl. E se anche il segretario dell’Ugl Giovanni Centrella parla di «segnale destabilizzante per il sistema bancario italiano, da parte di un soggetto portatore di interessi estranei a quelli europei », l’unico a giocare al tanto peggio tanto meglio resta Felice Belisario dell’Idv: «Le agenzie di rating non sono certo la Bibbia, perché il loro giudizio può essere frutto anche di interessi speculativi, ma il declassamento del Paese reale è sotto gli occhi di tutti ed è inutile negarlo ».


Processo Mills, per i giudici Berlusconi andava assolto
di Luca Fazzo
(dal “Giornale”, 16 maggio 2012)

«Nessun dato di fatto, nessuna prova storica ». Difficile trovare, nella lunga e accidentata storia delle inchieste giudiziarie a carico di Silvio Berlusconi, una bocciatura così solenne delle tesi delle Procure.
Il Cavaliere, come si sa, è sempre uscito incolume dai processi a suo carico. Ma – in virtù se non altro del sacro principio della colleganza – i giudici non infierivano mai sui pubblici ministeri. Invece i magistrati chiamati a giudicare Berlusconi (quando era ancora presidente del Consiglio) per la corruzione dell’avvocato Mills, maltrattano senza riguardi il pm Fabio De Pasquale, che per il Cavaliere aveva chiesto cinque anni di carcere. Se non fosse intervenuta la prescrizione, scrivono senza semitoni i giudici del tribunale di Milano, Berlusconi sarebbe stato assolto. Perché, piaccia o non piaccia, le regole del processo valgono per tutti, «anche quando siano scomode ». E nessuna prova degna di questo nome è stata portata in aula che indicasse l’ex premier come il mittente dei 600mila dollari arrivati a Mills, testimone reticente nei processi degli anni Novanta a Berlusconi e alla Fininvest.

Il 25 febbraio scorso, quando il tribunale presieduto da Francesca Vitale dichiarò il proscioglimento di Berlusconi per «estinzione del reato », il coro fu quasi unanime: ecco, l’ennesima prescrizione, Berluska l’ha fatta franca con il Lodo Alfano e la Cirielli. Ma l’altro ieri il giudice Vitale deposita – con ampio anticipo sui termini – le motivazioni che ribaltano tutto. Sono 77 pagine che arrivano in diretta sulla prima pagina del Corriere, e che contengono anche giudizi severi sul ruolo svolto in questa lunga storia da altri giudici milanesi, accusati dalla Vitale di essere i veri responsabili della prescrizione. Ma in quelle pagine c’è una novità ben più rilevante. Ed è la bocciatura senza mezzi termini delle tesi della Procura.

Unica concessione: non esiste neanche la prova contraria, quella certezza solare dell’innocenza di Berlusconi che avrebbe costretto il tribunale a emettere un’altra sentenza, sorvolando sulla prescrizione e assolvendo l’imputato con formula piena. Sulla posizione di Berlusconi resta l’ombra delle dichiarazioni dello stesso Mills, che prima sostenne di avere ricevuto i soldi da lui e poi si rimangiò tutto, offrendo «spiegazioni assai poco convincenti » della sua retromarcia. Ma più in là di questo, dice il tribunale, non si può andare. E il fatto che la Cassazione abbia ritenuto provata la colpevolezza di Mills – che però se la cavò, lui sì, solo grazie alla prescrizione – non vuol dire affatto che sia colpevole anche Berlusconi.

Davanti alla nettezza di questo giudizio, ieri parte immediatamente la caccia al retroscena. Perché le motivazioni depositate in cancelleria portano la firma solo del presidente Vitale, e non anche dei giudici a latere Francesca Lai e Antonella Interlandi? Significa che solo la Vitale è convinta della mancanza di prove? Dietro, ovviamente, c’è un non detto: la Vitale non è quel che si dice una «toga rossa », e fin dall’inizio del processo è accusata di non avere sposato con sufficiente determinazione le tesi della Procura. Che sulla sentenza ci sia solo una firma, dimostra che è lei la cattiva, la garantista all’eccesso. Ma non c’è giallo, in realtà. La Vitale firma da sola perché era la presidente, e la sua firma è sufficiente: ma il testo, scelte lessicali a parte, non è farina solo del suo sacco. Almeno un altro giudice, nel segreto della camera di consiglio, ha condiviso le stesse opinioni.

Così, non resta che prendere atto serenamente di quello che è accaduto, e che prima o poi era inevitabile che accadesse. La sentenza dice che Berlusconi non poteva essere condannato, e arriva a dirlo smontando uno per uno i pezzi dell’accusa. È vero, dice, che Mills quando venne interrogato nei vecchi processi un po’ disse e un po’ non disse, evitando di raccontare chiaramente che i conti off-shore erano di Berlusconi: ma «non vi è certamente spazio per affermare che le testimonianze di Mills vennero pilotate o influenzate », «è evidente che quanto dallo stesso dichiarato nei processi Arces e All Iberian è stato frutto di una propria ed autonoma determinazione ».

E le colossali perizie che sia l’accusa che la difesa hanno portato in aula per ricostruire il percorso dei soldi che costituirebbero la contropartita di quei silenzi non hanno in realtà chiarito un bel nulla: «nessuna verità, neppure processuale, può dirsi a questo punto raggiunta ». «Spiace dirlo: ma la montagna ha partorito il topolino ».


Il Cav e le assoluzioni che condannano i pm
di Alessandro Sallusti
(dal “Giornale”, 16 maggio 2012)

In questo Paese succede anche che per sette anni il presidente del Consiglio in carica venga tenuto sotto scacco dalla magistratura con un processo che alla fine è risultato palesemente infondato.
E può succedere che per questo nessuno pagherà, nonostante la cosa abbia gravemente condizionato il corso della politica, infangato il premier e screditato l’immagine dell’Italia nel mondo. È tutto scritto nelle motivazioni, anticipate ieri dal Corriere della Sera , della sentenza con la quale il giudice del tribunale di Milano Francesca Vitale ha assolto per prescrizione Silvio Berlusconi dall’accusa di corruzione dell’avvocato David Mills, a sua volta coinvolto nelle vicende del lodo Mondadori. Secondo il giudice, la prescrizione è colpa dei magistrati che hanno condotto malamente il processo e comunque Berlusconi andava assolto perché la presunta prova regina contro di lui non esiste e non è mai esistita.

Centinaia di paginate di giornale, decine di ore di trasmissioni tv di Santoro e compagni, infiniti dibattiti. Tutto sul nulla. È stato tutto puro accanimento giudiziario e mediatico che ha prodotto danni enormi, destabilizzato il sistema fino ad alterare l’effetto della vittoria elettorale del centrodestra. In un Paese normale il pm De Pasquale, grande accusatore, dovrebbe essere messo sotto processo, rimosso dall’incarico e dalla magistratura. Non accadrà, perché peggio della casta dei politici c’è soltanto quella delle toghe. Non so se qualcuno dovrà risarcire Berlusconi per ingiusto processo, mi chiedo chi e come potrà risarcire i dodici milioni di italiani che hanno visto anche per questo vanificata la propria scelta.

Siamo scettici perché è già la seconda volta che i pm contribuiscono a far cadere i governi Berlusconi sparando colpi che poi si dimostrano a salve. La prima fu nel ’94, con l’avviso di garanzia recapitato al summit di Napoli che si dimostrò poi completamente infondato. Quella lezione non bastò, la caccia è proseguita a tutto campo senza scrupoli e regole. Ora siamo alle riabilitazioni. Quella di ieri è la seconda in pochi giorni, segue le dichiarazioni di stima del procuratore Grasso per l’impegno e i risultati nella lotta alla mafia. All’appello mancano le scuse per il caso Ruby, operazione di squallido spionaggio domestico spacciata per inchiesta giudiziaria. E poi alla Procura di Milano non sorrideranno più gonfi di boria, esattamente come è capitato a Sarkozy (e presto capiterà alla Merkel), che a differenza di Berlusconi non se ne è andato spontaneamente ma è stato cacciato dagli elettori. Per ora dobbiamo accontentarci di magre consolazioni. Ma domani chissà.


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Bart