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Qattro articoli

19 Maggio 2012

Hollande e Obama, nasce l’asse anti-cancelliera
di Redazione
(Da “Libero”, 19 maggio 2012)

Mario Monti non prende posizione: “Conciliare rigore e crescita”. Ma la Merkel uscirà dal summit statunitense ancora più debole.
A Camp David i big mondiali si riuniscono per il G8. L’aria è tesa. Tengono banco la crisi dell’euro e le indiscrezioni che arrivano da Atene, che ha rivelato come Angela Merkel abbia chiesto al paese ellenico un referendum per decidere se restare o meno nell’euro (puntuale, e ovvia, è arrivata la smentita della Cancelliera). Al centro dell’attenzione c’è la Merkel, a cui si rivolgono anche il presidente francese, Francois Hollande, e quello statunitense, Barack Obama. I due, in coro, insistono: “La crescita è la priorità”. Non il rigore, sventolato e difeso strenuamente dalla Merkel. Il G8, Merkel esclusa, punta sulla crescita: le posizioni della cancelliera sono quelle di una (pur forte) minoranza.

Il nuovo asse – Obama cerca nell’Eliseo – e la trova – una sponda per far passare il suo messaggio al Vecchio Continente: “Il consolidamento delle finanze pubbliche – spiega Barack – va affiancato da misure che garantiscano la crescita dell’economia”. Per questo, ha aggiunto “il summit discuterà di una forte agenda per la crescita”. Subito è arrivata la risposta affermativa di Hollande: “La crescita economica deve essere la priorità”. Quindi i due leader all’unisono spiegano che “la Grecia deve restare nell’Eurozona”. Altro che referendum sulla moneta unica.

Monti in mezzo al guado – Il premier italiano, Mario Monti, si mantiene su posizioni intermedie e spiega che è necessario conciliare “rigore e crescita”. Secondo il professore, la visione tedesca più rigorosa sul fronte fiscale e lo stimolo della crescita attraverso la domanda devono essere concilianti. Monti spiega poi che è importante capire di che tipo di domanda si parla. “Se è per rimuovere colli di bottiglia nella fornitura di beni e servizi – ha spiegato -, quindi in generale di domanda di investimenti, allora dovrà essere guardata in maniera più positiva di quanto fanno le autorità europee più conservatrici”. Al contrario, se diventa una crociata ‘cross the board’ per una maggiore domanda allora credo che la riluttanza tedesca non sia del tutto infondata”


Questo governo è spacciato, avanti un altro
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 19 maggio 2012)

Confesso che all’inizio ho sperato d’aver torto. Pur intravedendo nella politica eco ­nomica del governo un’infinità di errori, a partire da quello dell’Imu, in principio mi sono detto che per il bene del Paese sareb ­be stato meglio che a sbagliare fossi io: avrei fatto la figura dell’idiota, che non ha capito nulla di ciò che stava accadendo, ma sarebbe finita lì. In fondo, non sono professore. Invece, più passano i giorni e più mi convinco che alla fine non sarò io a fare la figura del fesso, ma quelli che han ­no creduto bastassero i tecnici a risolvere i nostri guai. Lo sapeva bene quel banchie ­re internazionale il quale, meno di un an ­no fa, mi confidò che peggio dei politici ci sarebbero stati solo i docenti, i quali, abi ­tuati a montare in cattedra non vi scendo ­no neanche quando è evidente che le loro teorie non funzionano. Il problema è che una cantonata in un’aula universitaria o su un libro di testo – e anche su un giornale – fa danni limitati all’immagine di chi la prende e semmai alla reputazione dell’ateneo o del quotidiano. Un abbaglio quando si è alla guida di un Paese invece può provocare un disastro. Forse qualche lettore dirà che sono troppo drastico e che si deve dar tempo a Mario Monti di fare il suo lavoro: attendersi da lui la soluzione di problemi che in sessant’anni altri non hanno saputo risolvere, ma anzi sono riu ­sciti a peggiorare, è ingeneroso. Osserva ­zione condivisibile se quello in carica fos ­se un governo normale, con le solite mag ­gioranze e gli abituali voltagabbana. Ma l’esecutivo non è normale, bensì d’emer ­genza. Esso è stato nominato dal presi ­dente della Repubblica saltando ogni prassi costituzionale ed è stato investito di poteri straordinari salvifici.

A Monti è stato chiesto di fare ciò che la politica non era in grado di fare, cioè riformare il Paese, mettendo in si ­curezza i conti pubblici. Dalla sua il presidente del Consiglio aveva due for ­midabili alleati: la paura della banca ­rotta e la nausea degli italiani nei con ­fronti della politica. Con queste due ar ­mi e soprattutto con un Parlamento in mano sua – mai nessuno ha avuto nella storia della Repubblica una maggioranza bulgara come quella attuale – egli avrebbe potuto fare tutto: se non un colpo di Stato almeno un colpetto. Peccato che il premier non ne abbia avuto il coraggio e dopo un avvio rassi ­curante si sia adeguato alle regole della casa, nel senso di Palazzo Chigi. Fatta la riforma delle pensioni senza consul ­tare nessuno, né i partiti né i sindacati, i quali hanno avuto in mano il testo del governo solo a cose fatte, Monti è stato contagiato da vizi tipicamente italiani come quello della concertazione e del ­la mediazione, mercanteggiando sulla riforma del lavoro, rinviando quella della spesa pubblica o, peggio, deman ­dando il taglio dei finanziamenti ai partiti agli stessi partiti: come se il cap ­pone in vista del pranzo di Natale do ­vesse spennarsi da solo. Di questa sua capacità di barcamenarsi fra interessi diversi a un certo punto il capo del go ­verno si è pure fatto vanto, rallegran ­dosi di non essere Margaret Thatcher, la quale notoriamente non guardava in faccia a nessuno ma tirava diritto fa ­cendo ciò che aveva deciso. Come se non bastasse, il presidente del Consi ­glio non ha rimosso nessuno: invece di mettere uomini nuovi nei posti chiave dell’amministrazione pubblica, si è te ­nuto tutti i vecchi, con il risultato che nulla di quanto avrebbe voluto fare è stato fatto, perché se li si lascia in fun ­zione gli apparati sono più forti dei go ­verni, soprattutto dei governi a ore.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, in Italia come all’estero. I dubbi affiorano sulle pagine dei giornali internaziona ­li, ma anche quelli locali non scherza ­no. Dal Wall Street Joumal al Corriere della Sera è un fiorire di piccole critiche e appunti, segno evidente che anche l’establishment finanziario globale e quello di casa nostra iniziano a temere che le cose vadano di male in peggio. Che il sentimento sia questo e si stia diffondendo anche fra gli italiani lo se ­gnala anche un sondaggio dell’Swg, la società di rilevazioni che con Monti è sempre stata tenera, attribuendogli a novembre, quando fu nominato, oltre il 70 per cento di consensi. A distanza di sei mesi, il gradimento personale si è dimezzato, arrivando al 35 per cento, tre punti dei quali persi nell’ultima set ­timana.

Per la verità, non abbiamo ancora toccato il fondo, in quanto l’indice ar ­riverà ai minimi nei giorni caldi del pa ­gamento dell’Imu, quando il caos do ­vuto all’improvvisazione con cui è sta ­ta introdotta l’imposta sulla casa dispiegherà tutti i suoi effetti. Persino i sindaci ne hanno paura, al punto di av ­vertire ieri l’esecutivo del rischio di scontri sociali. Non so se ciò accadrà o semplicemente il pagamento della tassa provocherà il blocco del sistema, bancario e municipale. Di una cosa però sono piuttosto certo: che questo governo è spacciato. Avanti un altro.


Altro schiaffo ai pm: Berlusconi prosciolto
di Stefano Zurlo
(dal “Giornale”, 19 maggio 2012)

Un’altra assoluzione. Anzi, un proscioglimento. È sera quando la Cassazione emette il verdetto: «Silvio Berlusconi non ha commesso il fatto ». Partita chiusa, il caso Mediatrade va in archivio.
Ingrandisci immagineLa sentenza era nell’aria. In aula, qualche ora prima, il sostituto procuratore generale della suprema corte Gabriele Mazzotta non aveva avuto dubbi e aveva chiesto la piena assoluzione del Cavaliere. E quindi la conferma della sentenza letta dal gip di Milano il 18 ottobre scorso. Così il Cavaliere si lascia alle spalle l’ennesima grana e la procura di Milano perde un altro match. La storia è quella dell’acquisto, a prezzi ritenuti gonfiati, dei diritti tv delle major americane da parte del gruppo Mediaset. Berlusconi era accusato di frode fiscale e appropriazione indebita. Ma questa volta non c’è stato nemmeno bisogno di arrivare a processo: a sorpresa il gip aveva prosciolto Berlusconi già in udienza preliminare, rinviando invece a giudizio altri undici imputati fra cui Pier Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri. Ecco, dunque, il ricorso dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro che però vengono sconfessati dal collega della Suprema corte che rappresenta l’accusa. Poi la parola passa ai giudici che al termine della giornata mettono il lucchetto ai faldoni.
Certo, per Berlusconi questa è stata una settimana positiva sul fronte della giustizia, dove processi e udienze, proscioglimenti e imputazioni si susseguono ininterrottamente dal 1994. Nei giorni scorsi, infatti, il giudice Francesca Vitale ha depositato le motivazioni del verdetto con cui il 25 febbraio scorso, come da copione, le accuse a Berlusconi nel processo Mills erano state dichiarate prescritte. E a leggere quelle 77 pagine si scopre che a dispetto di una biblioteca intera di articoli, saggi e interpretazioni di ogni genere, il collegio, se si fosse andati avanti, avrebbe finito con l’assolvere il Cavaliere. «Berlusconi è stato salvato solo e soltanto dalla prescrizione »: i commenti al vetriolo si erano sprecati. E, invece, salta fuori che anche in questa controversa storia Berlusconi avrebbe strappato un finale imprevisto. Assoluzione non con formula piena, come per Mediatrade, ma con la vecchia insufficienza di prove.

Infatti per il presidente del collegio «nessuna verità processuale può dirsi raggiunta nonostante la profusione di energie di tutte le parti del processo ». In sostanza, la Procura non ha portato la prova provata della colpevolezza di Berlusconi. Un elemento importante, la confessione dell’avvocato inglese David Mills, c’era ma a distanza di tempo Mills aveva ritrattato. E «quell’atto di contrizione », pure, «mal recitato per tentare di allontanare da Berlusconi ogni sospetto » toglie valore alla precedente lettera scritta dall’uomo di legge inglese ai suoi fiscalisti. La Vitale non fa di testa sua, ma accoglie un’interpretazione giurisprudenziale dettata dalla Cassazione nel 2009. Insomma, nell’arco di pochi giorni la magistratura romana e quella milanese mettono una pietra su due delle tante vicende relative al Cavaliere che hanno occupato le cronache di questi anni. E vanno anche registrate le dichiarazioni fuori dal coro del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso che al programma di Radio24 La Zanzara ha speso parole di elogio per il governo Berlusconi nella lotta a Cosa nostra.
Ora arriva la Cassazione su Mediatrade e Fabrizio Cicchitto coglie al volo la pronuncia per tracciare un bilancio della lunghissima offensiva anti Cav di rito ambrosiano: «Una dopo l’altra le operazioni giudiziarie messe in piedi in modo del tutto strumentale e artificiale hanno una misera sorte da parte della magistratura giudicante.

Però – è la conclusione del capogruppo Pdl alla Camera – intorno a queste forzate operazioni si sono costruite campagne mediatiche di straordinaria intensità che hanno monopolizzato larga parte dello scontro politico ».


Il day after della Bindi. Giorno da Rosi Mauro
di Laura Cesaretti
(Dal “Giornale”, 19 maggio 2012)

Roma – «Furibonda », la descrivono i compagni di (ex) partito, che ieri mattina sono stati tirati giù dal letto dalle telefonate di Rosy Bindi.
La vicepresidente della Camera e presidente del Pd non ci sta, non vuole essere neppure lontanamente paragonata all’altra Rosi (Mauro), collega di nome e di ruolo al Senato e testé travolta dallo scandalo sul vorticoso giro di diamanti, lingotti e lauree in casa Lega.

E appena letti i giornali, che raccontano come la Bindi sia stata messa dall’ex tesoriere Lusi nel mucchio di quei dirigenti della Margherita che, in prima persona o «tramite loro referenti », erano «legittimati a chiedere contributi » e a bussare alla sua porta per farsi saldare i conti delle loro attività di corrente. «Le iniziative politiche da me organizzate sono autofinanziate e non ho mai ricevuto da Lusi nemmeno un euro – tuona la presidente del Pd – Né sono mai stata a conoscenza di presunti accordi spartitori ». E annuncia querele a raffica: contro il Giornale, la cui lettura ieri le ha mandato il caffè di traverso, visto che il suo nome era citato nel titolo di prima pagina, e poi contro «tutti gli organi di informazione che hanno pubblicato il falso sul mio conto ». Agli ex Dl la Bindi ha chiesto manforte, sollecitando denunce «collettive » contro chi vuole «trascinare nel fango » il buon nome di un glorioso – ancorché defunto – partito.

E si capisce che la Bindi sia infuriata, a ritrovarsi chiamata in causa dal tesoriere fellone e – nei sospetti di molti big della Margherita – «manovrato dalla destra, che gli sta promettendo di salvarlo dalla galera a patto che lui sollevi più polverone possibile contro il Pd ».
Proprio lei, oltretutto, che da anni non è mai mancata ad un girotondo, ad un ritrovo di «popolo viola », ad una manifestazione filo-giustizialista; proprio lei che è sempre stata in prima fila nel condannare chi incappava in qualche storia di malapolitica: a destra, naturalmente, ma anche dalla sua parte. Quando nell’estate 2011 iniziarono a piovere accuse sul capo di Filippo Penati, la Bindi (che pure lo aveva sostenuto con calore nel 2009, da candidato alla Regione Lombardia, come colui con cui «si può cambiare sul serio e fermare il ventennio formigoniano ») fu implacabile. «Non mi è mai piaciuto », affermò. E si attirò calde antipatie in casa ex Ds insinuando dubbi sulla inattaccabilità morale di quel partito: «Se anche venissero provate le colpe di Penati, i bilanci del Pd ne certificano l’estraneità. Spero sia lo stesso per i Ds, da cui proviene ». Ma se sugli ex Ds la Bindi nutre dubbi, sugli ex Psi le sue sono certezze antropologiche: «Bisognava saperlo che Tedesco era un peccatore. È un ex socialista », commentò quando arrivò la richiesta d’arresto per il senatore del Pd pugliese. Affermazione un tantino razzista, che fece scappare la pazienza all’ex Psi Rino Formica, il quale si prese la briga di ricordare alla «guardiana della rivoluzione » Bindi il «finanziamento da 50 milioni della corrente andreottiana » alla allora candidata Dc.

Mentre la Bindi prepara querele e nega di aver ricevuto «un solo euro » dalle casse della Margherita, Lusi annuncia una controquerela per essere stato «ingiuriato e diffamato » e gli altri big del partito invitano a distinguere nel polverone: «C’è un uso personale, e già documentato dalle cronache, del finanziamento dei Dl, e un uso politico », dunque legittimo, sottolinea Lapo Pistelli. Concorda Enrico Letta sulla «piena legittimità dell’uso dei rimborsi per l’attività politica », e Dario Franceschini ricorda che «le indagini sono sui soldi sottratti » da Lusi, «e non su quelli destinati alle attività politiche ».

Giuseppe Fioroni, unico esponente della Margherita che dal primo giorno ha rivendicato la differenza tra «ruberie » e «attività politica », oggi allarga le braccia: «Se l’avessimo spiegato tutti fin dall’inizio, che un conto è pagarsi ville e vacanze, un altro è saldare i conti dei manifesti e dei convegni, oggi non saremmo qui a prenderci fango per gli unici soldi che Lusi ha impiegato bene ».


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1 commento

  1. Commento by Pietro — 20 Maggio 2012 @ 17:55

    Via, cerchiamo di  far partire questo volano bloggifero! premesso poco ortododossamente
    (l’iconostasi new è a due passi dalla torre guinigi) che pur con tutta la mia antica  simpatia per la val boite post-mattei ero giunto ad augurarmi una nuova  frana dell’Antelao tale da sbarbare la bindi con il letto e tutto e scaraventarla giù nel  torrente  non posso tacere le voci che la davano nei locali serotini della vallata in compagnia di trentenni  mercenari.
    Ma vogliamo negare a questa vergine di ritorno traghettata per così tante sponde un poco di ristoro? Sarebbe troppo crudele, allora lasciamo perdere.  
    Business as usual e la gente comune? Si cerchino un lavoro da facchini, questo passa il convento.

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