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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Maggio 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Il pescatore di sogni

Salmon Fishing in the Yemen
Lasse Hallström, 2011
Fotografia Terry Stacey
Ewan McGregor, Emily Blunt, Kristin Scott Thomas, Amr Waked, Catherine Steadman, Tom Mison, Rachael Stirling, Jill Baker, Tom Beard, Conleth Hill, Alex Taylor-McDowall, Matilda White, Otto Farrant, Hamish Gray, Clive Wood, Peter Wight.

I sogni sono salmoni. Assurdo sperare di veder nuotare i salmoni sugli altipiani dello Yemen? L’interrogativo va risolto con umorismo. British alla svedese, l’umorismo di Lasse Hallström (La mia vita a quattro zampe  1985,  Le regole della casa del sidro1999,  Chocolat  2000,  Casanova  2005) si esercita stavolta su un tema sarcasticamente politico, la cui chiave apre anche e soprattutto porte romantiche. La commedia, dal romanzo di Paul Torday “Pesca al salmone nello Yemen”, racconta del sogno impossibile dello sceicco Muhammed (Amr Waked), di portare la pesca del salmone in zone del tutto contrarie al naturale andamento di quei pesci, abituati a risalire correnti che col paesaggio yemenita hanno niente in comune. L’idea bizzarra fa comodo al governo britannico, a corto di idee mediatiche con cui attenuare le preoccupazioni per il Medio Oriente. Patricia Maxwell (Kristin Scott Thomas), portavoce del premier, capisce al volo il valore dell’idea e individua l’uomo adatto alla sua realizzazione. Chi meglio dell’ittiologo Alfred Jones (Ewan McGregor)? Basterà scuoterlo dal torpore coniugale. Incaricato della “missione impossibile”, Fred è riluttante, ma poi, conosciuta la rappresentante dello sceicco, Harriet Chetwode-Talbot (Emily Blunt), s’impegna a risolvere problemi anche pratici finora a lui del tutto estranei. È entrato in pieno nel gioco il fattore romantico. Nel miscuglio degli ingredienti, la prospettiva dell’innamoramento è la più realistica e condurrà lo spettatore fino alla fine, facendolo passare per il superamento di ostacoli impensabili e possibili soltanto in una favola dall’impasto non proprio scontato. Il regista riesce perfino a mettere insieme, nel miscuglio di esotismo e avventura farsesca, un improvviso elemento terroristico, sotto forma di un attentato che sembra mandare a monte tutto il lavoro di Fred proprio quando l’assurdo sembrava essersi volto al possibile. Ma l’amore e la fantasia possono tutto. E guizza il salmone nello Yemen.

Quella casa nel bosco

The Cabin in the Woods
Drew Goddard, 2011
Fotografia Peter Deming
Kristen Connolly, Chris Hemsworth, Anna Hutchison, Fran Kranz, Jesse Williams, Richard Jenkins, Bradley Withford, Brian J. White, Amy Acker, Dan Payne, Tom Lenk, Matt Drake, Richard Cetrone, Reila Aphrodite.

Non ci resta che fumare un’ultima paglia, il mondo piomba nell’orribile baratro e ciao. Un horror così non s’era mai visto. Drew Goddard al suo primo lungometraggio – sua anche la sceneggiatura, scritta insieme a Joss Whedon, il regista di  The Avengers  â€“ ipotizza che il gioco del Grande Fratello abbia radici talmente profonde da far crescere non l’albero della vita ma la pianta del controllo della vita di tutti noi, fino giù agli abissi infernali degli Antichi, dove la pace non si trova e dove regna l’assoluta avidità dell’impossibile risveglio. Nemmeno per gli zombi c’è speranza, quando sarà finita l’ultima puntata della finta finzione che finta non è ma anzi tutti ci sprofonda nella verità della finzione, all’ultimo di noi, se avrà l’ironia di farlo, sarà concesso di accendere ancora una foglia d’erba. Questo almeno è ciò che si vede nel finale del film. Il titolo è quasi una presa in giro, una trappola per attrarci nello stereotipo horror del gruppetto di giovani amici che se ne vanno nel bosco a godersi una vacanza “libera” e isolata.  Troveranno (e troveremo) sì le solite mostruose devastazioni della carne e dello spirito, al lume di una torcia e sotto l’incubo di schianti improvvisi, ma non sarà questo il vero disturbo. Troveranno/troveremo anche, nel fondo di una cantina, un vecchio diario del 1903: l’inizio di un secolo che segnerà anche l’ultima data dell’umanità, se l’umanità sarà quella che conosciamo. O meglio, quella che il film ci svela appieno, confermando i sospetti che i più avveduti di noi hanno probabilmente già avuto da qualche tempo. Ecco che vediamo, nello sprofondo sotterraneo del sito/trappola della “casa nel bosco”, un bunker tecnologico  (vi si scende con l’ascensore, ascensore per l’inferno), attrezzato per la visione diretta e per il controllo/condizionamento degli umani, tutti ridotti a un grande gioco, un po’ rappresentazione scenica e un po’ sala-scommesse universale. I padroni del sito si “divertono” – ma il dubbio è che il loro sia un divertimento tragicamente obbligato, in vista di una fine inevitabile – a condizionare il comportamento dei “giocatori” (noi tutti, giapponesi, cinesi, americani ecc.), chiamati a scommettere sul risultato dell’identificazione alienante, sulla coincidenza della scelta con la sua stessa possibilità. L’impressione è che non vi possano essere vincitori. I giovani protagonisti della “gita” nel bosco credono di essere incappati in uno dei tanti esempi di horror cinematografico e sono perfino disposti a rassegnarsi a sopportare le relative macellerie con perdite. Non sospettano che la non-scelta della salvezza sia prescritta da una sopravvenuta regola del gioco, una regola che, se vogliamo, risale agli Antichi. Il debuttante regista ha avuto, in fondo, il semplice colpo di genio di farsi finalmente la domanda: perché l’horror piace? Raimi, Argento e tutte le altre citazioni possibili (ci metteremmo anche l’onda rifluente del vampirismo giovanile) non bastano a giustificare l’attrazione verso un genere che non può essere soltanto dovuto alla forma decadente e paradossale di un disgusto esterno che lascia “pulite” le coscienze. Ci deve essere qualche altro motivo, si è detto Goddard. E infatti, fuori dallo stereotipo l’horror non esiste, non ha una sua vita propria. Il motivo è semplice: non può letteralmente averla. Non si tratta di giovani, cioè di un pubblico che accetta e/o vuole con disinvoltura e in-coscienza massacrare i suoi eroi. Gli è piuttosto che il buio profondo è la grande calamita che ci attira giù per una legge del massacro totale instaurata da noi stessi nel tempo. Viene da pensare a Matrix, non sarà la matrice a farci paura? Associare dati e controllarli: non è l’identificazione, percepita come pericolo estremo, a spingerci a trasferire il pericolo verso ambiti di finzione possibilmente orribili? C’è dell’ironia nello stile di Drew Goddard, il problema è di sapere se potrà bastare a salvarci da un horror così necessario.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart