Imbarazzi. Il lato sobrio della strage del Giglio. Mario non ci mette la faccia: medaglie a caso
di Franco Bechis
(da “Libero”, 19 gennaio 2012)
La sobrietà non sempre è una virtù. Sarà stato sobrio tenersi lontani dall’Isola del Giglio nelle ore del naufragio, ma certo non è stata mossa saggia né intelligente da parte del presidente del Consiglio, Mario Monti e dei suoi principali ministri. Basta dare un’occhiata alle cronache di giornali e tv internazionali per comprendere come in quelle ore fosse in gioco l’immagine e in questo momento la stabilità dell’Italia assai più che in un’asta di titoli di Stato. Sarebbe stato un atto dovuto vedere lì se non il premier, almeno il ministro dell’Interno o qualcuno dei suoi colleghi, per dare l’impressione, anche in mezzo al comprensibile caos, che uno Stato c’è e non fugge al momento del bisogno. Ci fosse stato qualcuno di loro forse la corrispondente della tv tedesca non avrebbe detto nei suoi servizi che degli “italiani” non ci si può fidare: non c’è stata nemmeno un’autorità in grado di fornire numeri e identità dei dispersi che erano su quella nave e mancavano all’appello. Ripetute mille volte in queste ore osservazioni di questo tipo rischiano di avere un impatto tragico sull’opinione pubblica tedesca, in grado di influire sugli spread assai più di tante debolezze ataviche dell’economia italiana. Per questo essere al Giglio era dovere del governo Monti, assai più utile al paese di una risata fragorosa su Angela Merkel in compagnia di David Cameron.
L’inversione – E invece in queste ore e in queste epoche da governo tecnico si assiste a un’inversione copernicana dei valori che sembra avere assai poco di buono. Perché è assai più sano un peccatore indomito che però sa che cosa è il bene di un sobrio uomo che fa della sua normalità una bandiera eroica. Ecco la parola magica a cui si è aggrappato con tutta la tronfia retorica di cui è carico il governo, subito seguito dai maldestri tifosi: eroismo. Assente sul luogo del naufragio, lontano miglia dalla disperazione delle vittime, ma ben presente nei salotti tv che contano, l’esecutivo si è appropriato di quella bandiera senza senso. Dispiace, perché il ministro quando vuole ha una sua carica di simpatia e umanità non comune, ma il titolare dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, è spuntata martedì sera con una telefonata a Porta a Porta che avrà reso gongolante Bruno Vespa, ma che sarebbe stato assai più sobrio evitare. In studio c’era un drappello di vigili del Fuoco di Grosseto e dintorni, che hanno guidato le operazioni di salvataggio dei passeggeri della Costa Concordia nelle prime ore. Hanno fatto un ottimo lavoro, mostrando di essere ben addestrati e capaci. Complimenti a tutti. La Cancellieri è andata un po’ oltre: «Vi annuncio che proporrò al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, una medaglia al valore civile per il corpo dei Vigili del Fuoco ». Applausi in studio e Vespa – forse in imbarazzo, che riconosceva i meriti del lavoro a Grosseto, ma proponeva di aggiungere nelle motivazioni della medaglia al valore civile anche il lavoro fatto dagli stessi vigili a L’Aquila dopo il terremoto. È giusto complimentarsi con chi lavora bene, ma se fosse necessario dare una medaglia al valore a chiunque in Italia facesse a puntino il suo dovere, altro che retrocessi in serie B! Sarebbe il simbolo di un Paese alla frutta. In cui nessuno fa quel che deve e se lo fa, lo butta un po’ via. La Cancellieri non se ne è accorta, ma con quel gesto ha dato ragione a chi nel mondo ride degli italiani e ha fatto della Costa Concordia che affonda l’immagine simbolica di un intero Paese e del comandante Francesco Schettino che se la dà a gambe levate il ritratto dell’italiano-tipo.
Schiaffo in diretta – Sono stati bravi i vigili del fuoco di Grosseto. Ma non sono stati eroici: sono addestrati per fare quello che abbiamo visto al Giglio. Per altro non sono stati i soli a intervenire e a lavorare in condizioni assai difficili per ore: c’erano i sommozzatori dei carabinieri, c’erano poliziotti, vigili urbani, finanzieri, volontari della croce rossa e di altre associazioni. Quella uscita della Cancellieri sui vigili del fuoco è sembrata uno schiaffo a ciascuno di loro. Proprio ieri il governo l’ha rifatto. Nell’aula di Montecitorio, dove stava riferendo del naufragio del Giglio, il viceministro delle Infrastrutture, Mario Ciaccia, non si è tenuto e ha rivolto – petto in fuori – un «encomio solenne al capitano di fregata Gregorio De Falco », quello divenuto celebre in tutta Italia e perfino all’estero per il suo «vada a bordo, cazzo » rivolto all’inebetito Schettino. De Falco era alla capitaneria di Porto di Livorno, è stato energico e assai efficace con il comandante. Per le operazioni di salvataggio ha fatto quello che ha potuto. Ma certo in questa vicenda ha compiuto e bene il suo dovere. La normalità, non l’eccezione. E questo insistere pubblico sull’eroica normalità onestamente puzza assai. Esaltando i nuovi eroi che vede come fossero lì davanti allo specchio, il governo Monti pensa di mettere una medaglia non al loro, ma al proprio petto. E mai medaglia fu così immeritata.
Il loden del premier non si può bagnare
di Alessandro Sallusti
(dal “Giornale”, 19 gennaio 2012)
Vada a bordo, caz… L’ordine dato via telefono al riluttante capitano Schettino dall’ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno è subito diventato un cult. Stampata su magliette, parafrasata in internet su migliaia di blog, la frase ha fatto il giro del mondo. È come se la tragedia già stesse scivolando in farsa. Lo provano anche le risate e gli applausi raccolti in studio dal comico Crozza l’altra sera a Ballarò . Battute di cattivo gusto che hanno dato la stura alla polemica che ancora mancava nel Paese dei parolai. O meglio, la mamma di tutte le polemiche, perché ovviamente non è che Silvio Berlusconi potesse essere tenuto fuori da questa vicenda. Secondo la solita compagnia di giro, Schettino sarebbe l’emblema dell’Italia berlusconiana. Ora, all’ex premier si possono rimproverare diverse cose, ma se c’è uno che si è immerso personalmente e fisicamente nei dolori e nei drammi degli italiani, questi è proprio Silvio Berlusconi. Da Onna all’Aquila, fino a Lampedusa, Berlusconi è sempre salito sulle navi in difficoltà ed è sceso soltanto quando anche l’ultimo dei passeggeri era stato messo al sicuro. E ancora oggi, che non è più al comando, il Pdl è rimasto sulla plancia di questa Italia incrinata.
Così fanno i comandanti veri, così non fanno invece banchieri e professori. Perché se c’è una cosa che stride in questa vicenda è la totale assenza, fisica e mediatica, del premier Monti e del ministro dei Trasporti Passera. Capisco che chi è abituato ai salotti vellutati di congressi e seminari possa avere difficoltà a muoversi tra gommoni e soccorritori sporchi di fatica e fradici di sudore. Capisco che indossare stivaloni e giubbotti non griffati sia poco chic, che i loden si possano sporcare, ma forse noi italiani meritavamo di essere rappresentati tra i soccorritori e i parenti delle vittime al massimo livello. E invece niente. Neppure il presidente Napolitano si è scomodato. E dire che solo pochi giorni fa lo aveva fatto per portare il suo conforto alla cittadina cinese coinvolta a Roma in una sparatoria che si è poi dimostrata essere un regolamento di conti tra bande criminali. I cinesi con mazzette in tasca valgono più dei parenti delle vittime della Costa? Più di una pacca sulle spalle ai sub che stanno rischiando la vita nella pancia della Concordia?
In verità il governo, un ministro al Giglio ce l’ha spedito, ma non per gli uomini morti e vivi. Sul posto infatti si è visto il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, preoccupato per la salute di scogli e coste. Una cosa comunque è vera, il comandante che non ne ha voluto sapere di stare in plancia nel momento del pericolo ci ricorda un italiano famoso, basso di statura con spiccato accento del Nord. Non si chiamava Berlusconi ma Vittorio Emanuele, quello che in piena guerra scappò da Roma, dopo averla fatta grossa, lasciando il suo esercito senza ordini. In qualche modo i nostri padri e nonni se la cavarono, come se la sono cavata quasi tutti quelli della Concordia. Perché per fortuna da sempre c’è anche un’Italia che non scappa, berlusconiana o no che sia.
Giù il debito o facciamo la fine della Concordia
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 19 gennaio 2012)
Non vorrei sembrare eccessivamente pessi mista, ma a me l’Italia ricordala Costa Con cordia. Nonostante passi pericolosamente vicino agli scogli e proceda a una velocità su periore a quella consentita dalle condizioni economiche, chi la guida si preoccupa di fare l’inchino alla Ue senza rendersi conto che sta andando a sbattere. Come ho scritto, non ho particolare simpatia per i tassisti. Soprattut to perché stento a credere che guadagnino solo 1200 euro al mese come dichiarano. Ma l’idea che l’Italia possa uscire dalla crisi libe ralizzando le licenze delle auto pubbliche mi pare bislacca. Detto con franchezza: ma chissenefrega dei tassisti. Cosa volete che mi importi se rispettano le regole del libero mer cato oppure se sono privilegiati. Qui il tema è un altro e assai più grave: se non riduciamo il debito pubblico e diamo dimostrazione al mondo che siamo in grado di pagarlo, nel gi ro di un paio di mesi rischiamo di fallire.
Ho la sensazione che una buona parte degli italiani, e probabilmente la maggioranza dei politici, non abbia compreso ciò che è accaduto la scorsa settimana. La retroces sione di Standard and Poor’s non è una questione di immagine, ma una faccenda di quattrini. Essere declassati, considerati alla stregua di una nazione a rischio bancarotta, non solo ha un effetto immediato sui rendi menti, costringendo il Paese che ha subito la bocciatura ad alzare i tassi per invogliare i sottoscrittori a metter mano al portafogli. Ma allontana tutti i risparmiatori che non hanno voglia di rischiare. Ci sono fondi che hanno come regola l’investimento solo in ti toli sicuri, altri in cui è fatto divieto di scende re sotto un certo livello. Ciò vuol dire che le istituzioni disposte a comprare i nostri Buo ni del Tesoro, ossia a finanziare il nostro de bito pubblico, diminuiranno.
Di quanto? È proprio qui il problema. Fin che non si tocca con mano non lo si può sapere. Una delle prossi me settimane, quando si apriranno le aste per i Buoni e i certificati di nuova emissione, potremmo dunque essere costretti a scoprire con disappunto che un certo numero di investitori ha deciso di dirottare i propri soldi altro ve. Soprattutto se a Standard and Poor’s si saranno aggiunte altre agen zie di rating che, secondo le voci, sa rebbero anch’esse intenzionate a re trocederci.
Che cosa succederebbe in tal caso? Semplice. Saremmo nelle stesse con dizioni della Costa Concordia. Una balena spiaggiata con uno squarcio nella carena, da cui entrano migliaia di litri d’acqua, con il risultato di non governare più il Paese. Succederebbe ciò che è successo in Argentina e sta succedendo in Grecia. Lo Stato non avrebbe i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, per saldare i fornitori e rimborsare i debiti ai citta dini onesti che hanno versato tasse in eccesso e le vorrebbero indietro. Si en trerebbe in una spirale di nuove im poste e tagli maldestri, col risultato di precipitare il Paese nel caos: una spe cie di salvi chi può, con quel che ne consegue.
Come ho premesso, a qualcuno lo scenario tracciato parrà straordina riamente negativo e mi accuserà di eccesso di pessimismo. In realtà, io sto solo delineando il peggio, al quale però ci si può ancora sottrarre. A patto di volerlo e saperlo fare. Mi spiego. Per ché Standard and Poor’s e le altre agenzie di rating ce l’hanno con noi e ci bocciano? Il motivo è piuttosto chiaro: abbiamo un forte debito e gli analisti cominciano a dubitare della nostra capacità di ripagarlo. Per tran quillizzarli c’è un solo modo: ridurre il debito. Purtroppo, il nostro governo, al pari del precedente e di tutti quelli che si sono susseguiti negli ultimi vent’anni, di voler ridurre la monta gna di miliardi che abbiamo preso a prestito non dà nessun segno. C’è un piccolo libretto del professor Paolo Savona [Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi, Rubbettino edi tore) in cui si riassumono, dal1991 a oggi, gli effetti di tutte le manovre, sul le tasse e sulle spese. La sostanza è riassumibile in pochi dati. Nell’arco di tempo preso in considerazione, le en trate fiscali sono passate dal 30 al 43 per cento del Pii e le spese hanno regi strato sempre qualche punto in più. Le tre manovre del 2011 (due di Berlu sconi, una di Monti) non fanno ecce zione. Si aumentano le tasse, contraendo il Pil, ma non si riducono, se non di pochissimo, le spese. Ciò vuol dire che il debito resta invariato, anzi, che rischia di aumentare perché, pur mettendo nuove imposte, a causa del la recessione le entrate potrebbero di minuire.
Se in vent’anni le manovre corretti ve non hanno portato a nulla di buo no, è il momento di interrogarsi sulla loro efficacia. E magari di cambiare rotta, prendendo altre misure. Che non sono nulla di straordinario, ma si basano su tagli concreti della spesa e non sull’aumento delle tasse.
Che poi è ciò che si aspettano i mer cati e i nostri partner. Angela Merkel sarà una testa quadra, ma qui i crucchi sembriamo noi, visto che continuia mo ad applicare la stessa ricetta anche se finora ha prodotto solo guai. È inutile mettersi il salvagente: bisogna evi tare che la nave finisca sugli scogli. Non so voi: ma io di farmi affondare da Schettino, ossia da una classe politica spavalda e ganassa, non ho nessuna voglia.
Altri articoli
“Re Napolitano, quel premier ombra che ora ha pure la tentazione del bis” di Massimiliano Scafi. Qui.
“La “minaccia” di Napolitano Punta al secondo mandato”. Qui.
“Stavolta a rischiare è Standard&Poor’s” di Laura Verlicchi. Qui.