Quattro articoli

Lettera di Angelino Alfano al “Corriere della Sera”
(dal “Corriere della Sera”, 29 maggio 2012)

Caro direttore,
ritorno sulla nostra proposta di elezione diretta del presidente della Repubblica per ribadirne le buone ragioni e affermarne la sostenibilità in riferimento ai tempi a disposizione e la compatibilità col calendario istituzionale della prossima primavera che prevede sia le elezioni politiche che l’elezione del capo dello Stato. L’Europa vive un momento storico di grande difficoltà, sul piano politico ed economico. Le recenti elezioni hanno registrato ovunque il disperato grido d’allarme di tanti cittadini che si sono espressi in forme talvolta molto critiche verso le classi politiche dei propri Paesi. Ma la protesta non ha avuto ovunque le stesse conseguenze.
Vi sono infatti democrazie deboli, come la Grecia, nelle quali la precarietà economica si associa (e spesso è conseguenza) a debolezze istituzionali. Vi sono democrazie della decisione, come la Francia, dove la sera delle elezioni presidenziali i cittadini sanno chi guiderà il Paese nel successivo quinquennio. Lì, la volontà di cambiamento non si infrange sulla scogliera dell’ingovernabilità, ma si trasforma in realtà, perché chi vince le elezioni ha gli strumenti e la legittimazione per guidare il Paese nella direzione voluta dai cittadini. Anche l’Italia, come il presidente Berlusconi ha più volte affermato, ha bisogno di modernizzarsi, scegliendo di diventare una democrazia della decisione. Abbiamo bisogno di istituzioni forti e stabili, che assicurino continuità e strumenti efficaci e controllabili per l’azione di governo, che deve essere espressione di una forte legittimazione popolare. Sono infatti convinto che l’Italia, in questa crisi, viva difficoltà maggiori di altri, proprio in conseguenza del suo sistema di governo.

Istituzioni deboli hanno prodotto, nella Prima come nella Seconda Repubblica, una politica intrappolata nell’instabilità e ricattata dai poteri di veto. L’azione della maggioranza, di qualsiasi maggioranza che abbia vinto le elezioni, è stata paralizzata e impotente. Ora, è in discussione al Senato una riforma che, se approvata, oltre a costituire una premessa per il successivo cambiamento della legge elettorale, sarebbe comunque la più grande riforma costituzionale dacché la Carta del ’48 esiste. Il testo, al quale il Pdl ha lealmente collaborato, sarà votato in commissione entro questa settimana e la prossima approderà in Aula. Nel frattempo, sull’iter sono intervenute le elezioni amministrative e con esse una consapevolezza ancor più forte del rischio di uno sfarinamento del tessuto politico, di una frammentazione partitica, di un ulteriore rischio di blocco delle nostre istituzioni.

A quel punto il Pd, unilateralmente, ha introdotto nel dibattito l’ipotesi di una legge elettorale a doppio turno sul modello francese. La proposta, fino ad allora, non era mai stata avanzata al tavolo tecnico; nonostante ciò, a noi è parso doveroso esaminarla per concludere, dopo un’attenta riflessione, che essa da sola non è in grado di garantire un esecutivo stabile e una maggioranza scongiurando il rischio della frammentazione. Basta proiettare su scala nazionale i risultati delle Amministrative per rendersene conto. Se si guarda all’esempio francese, si comprende come solo l’abbinamento al doppio turno dell’elezione diretta del presidente della Repubblica garantisca un esito certamente bipolare e insieme la certezza di non produrre, in nessun caso, il blocco delle istituzioni.

Da qui l’appello a tutti i nostri interlocutori politici: troviamo il coraggio per uno scatto di reni a esclusivo vantaggio dell’Italia. Cogliamo tre coincidenze favorevoli come la fine del settennato di un eccellente presidente, il termine della legislatura e l’imminenza di un dibattito costituente in Parlamento per varare insieme semipresidenzialismo e nuova legge elettorale. Le proposte ci sono, i tempi anche. Se fossimo d’accordo e approvassimo, in prima lettura, la riforma al Senato e alla Camera entro i primi di agosto, potremo giungere entro ottobre al varo definitivo. Resterebbero tre mesi per mettere a punto la legge elettorale e le norme attuative di dettaglio. Con una disposizione transitoria (come è sempre accaduto per i più significativi interventi sulla Costituzione) si potrebbero svolgere le prime elezioni presidenziali dirette della Repubblica italiana entro marzo e le successive elezioni politiche nel mese di aprile.

Il nuovo presidente, infine, potrebbe insediarsi alla scadenza naturale del settennato. Si può ovviamente dissentire nel merito, ma non accusarci di aver messo in campo un diversivo e, ancor meno, ci si può nascondere dietro la tempistica. La situazione dell’Europa è grave e l’Italia deve essere forte: proprio queste contingenze storiche impongono il coraggio delle riforme ardite. Ricordiamo che la Quinta Repubblica nacque in Francia in un tempo più breve di quello a nostra disposizione. Noi non ci tireremo indietro, approveremo la riforma che è in commissione al Senato e prima del suo arrivo in Aula, senza smentire il testo concordato, presenteremo gli emendamenti per introdurre il semipresidenzialismo e le norme transitorie. Ci auguriamo che nel frattempo, e ancor prima che il Parlamento sia chiamato a pronunciarsi, il dibattito che abbiamo promosso possa generare una fattiva collaborazione per raggiungere questo obiettivo tanto ambizioso quanto utile al futuro dell’Italia.

Angelino Alfano
segretario del Pdl


Riforme, ora Alfano rilancia: “Presidenzialismo in cambio del conflitto di interessi”
di Paola Setti
(dal “Giornale”, 29 maggio 2012)

Angelino Alfano non ha raccolto provocazioni. Per tutto il giorno, mentre dentro al Pdl si moltiplicavano le risse, il segretario ha parlato di Imu e agenda di governo.
Ingrandisci immagineE sì che le bordate hanno fatto rumore. La prima è arrivata già al mattino, da Gianni Alemanno. Ospite di Agorà, il sindaco di Roma ha dato l’ennesimo assalto alla dirigenza: «Estremamente giusta » la proposta di semipresidenzialismo alla francese avanzata da Silvio Berlusconi. Peccato che l’ex premier affiancasse Alfano in conferenza stampa: «Quel contesto era vecchio, perché oggi il tema nel Pdl è avere una leadership chiara che deve essere quella del segretario ». Bum, ma è solo l’inizio: «Se doveva essere un messaggio verso il rinnovamento, la presenza di Berlusconi ha creato un cortocircuito, ha fatto credere che lui si volesse candidare e ha depotenziato la proposta ». Invece, Berlusconi «dovrebbe seguire l’esempio di Aznar e Blair: dare il via a una grande fondazione, farne il presidente e da lì dare indicazioni », lasciando che il Pdl affidi la leadership ad Alfano, «attraverso il congresso ».
L’altro botto ieri lo hanno fatto i giovani di FormattiamoilPdl. Se l’appuntamento di Pavia aveva l’aria di un collettivo studentesco della nuova era, coi tweet al posto dei volantini, la prima mossa ufficiale sa di okkupazione. Del quinto piano di via dell’Umiltà, per l’esattezza. Al Cavaliere non chiedono un passo indietro, ma laterale: «Resta necessario, ma non è più sufficiente: l’epoca dei videomessaggi è finita, oggi alla tv bisogna affiancare la Rete ». È invece la testa dei tre coordinatori che reclamano i giovani. Nulla di personale, dicono, con Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi. Il fatto è, spiegano, che «non ha senso tenere tre coordinatori con un segretario forte: un passo indietro rafforzerebbe Alfano ».

Per contro, la richiesta è di creare una cabina di regia con una ventina di volti nuovi, e di inserire nel programma elettorale del 2013 le proposte che il neonato movimento da qui in poi farà raccogliendo la voce del web, a partire da quella di inserire in Costituzione il tetto del 40% della pressione fiscale. La decisione di osare l’attacco ai big è stata presa ieri mattina nel quartier generale dei formattatori, nel palazzo romano di via in Lucina già sede dei Club della Libertà.
L’intrepido individuato per metterci la faccia, con un’intervista a Porta a porta presente in studio lo stesso Alfano, è stato quello di Andrea Di Sorte, assessore a Bolsena. Non si dovrà trattare, spiega, di una sostituzione di persone, «ma dell’eliminazione dallo Statuto della figura dei coordinatori ». Raccontano che La Russa e Verdini non l’abbiano presa bene. «Ha promesso a dei ragazzini i nostri uffici » era il virgolettato che gli attribuiva ieri Dagospia, dando conto di un sodalizio dei due Seniores contro Alfano, reo di aver legittimato il movimento presentandosi a Pavia e accogliendone le richieste. Del resto, in diversi nel partito hanno storto il naso per quel no al listino bloccato pronunciato «in una sede inadeguata ».
Alfano tiene il punto. Lavora alla nuova squadra che lo affianchi nella fase di transizione verso le Politiche, formata per lo più dagli under 40 e con innesti di ex An, garantendo gli equilibri interni ed evitando che la sua segretaria si trasformi in un commissariamento. E punta a segnare una linea chiara. Ieri a Porta a porta ha rilanciato il presidenzialismo, subito dopo aver dato alcune indicazioni dall’assemblea degli industriali di Prato: «Non dobbiamo accontentarci di quello che il governo sta facendo, dobbiamo chiedere di fare di più. Nessuno ignora le difficoltà, non siamo su Marte ».

Ma, tanto per cominciare, il Pdl sosterrà il «pacchetto Squinzi », e cioè la richiesta del presidente di Confindustria di «ridurre la spesa pubblica e far ripartire l’impresa ». E rilancerà il test dell’Imu solo per il 2012, «trasformandola in una tantum, quantomeno per la prima casa, per il 2013 ». Su questo, «sui contenuti e non su sigle o alchimie », il Pdl valuterà le alleanze. I giochi restano aperti.


Se l’europa è una colonia tedesca
di Antonio Martino
(da “Il Tempo”, 29 maggio 2012)

Sul Corriere della sera l’ ex-ministro degli esteri tede ­sco Joschka Fischer dichiara: «Per due volte, nel XX secolo, la Germaniacon mezzi militari ha distrutto se stessa e l’ordine europeo. Poi ha convinto l’Occiden ­te di averne tratto le giuste lezioni: solo abbracciando pienamente l’integrazione d’Europa, abbia acquistato il consenso alla nostra riunificazione. Sarebbe una tragi ­ca ironia se la Germaniaunita, con mezzi pacifici e le migliori intenzioni, causasse la distruzione dell’ordine europeo una terza volta. Eppure il rischio è proprio que ­sto ».

Su queste colonne il 14 febbraio, concludevo un mio pezzo con queste parole: «Non sono per nulla ispirato da sentimenti anti- tedeschi: ammiro le grandi qualità di quel popolo e so benissimo che un’Europa senzala Ger ­mania non è nemmeno concepibile. Tuttavia, l’attuale governo tedesco sembra voler dare l’impressione che, ancora una volta,la Germaniavoglia mettere le grandi qualità del suo popolo al servizio dei suoi difetti. Come se avessero avviato la terza guerra mondiale, non con le armi ma con la finanza, e avessero intenzione di far pre ­cipitare l’intera Europa in un baratro. Se, a differenza delle altre due, la vincessero, l’intero mondo sprofonde ­rebbe in una crisi che farebbe impallidirela Grande De ­pressione del ’29, relegandola a un ruolo di trascurabile incidente ».

Fischer non può essere nemmeno sospettato di esse ­re anti-tedesco, lui ed io abbiamo opinioni politiche molto diverse, eppure a me sembra che le nostre conclu ­sioni siano pressoché uguali. Varrà la pena di riprende ­re l’argomento che è oggi più attuale che mai. I fautori dell’unificazione del vecchio continente erano convinti che fosse auspicabile il trasferimento della sovranità na ­zionale a favore di un organismo sovranazionale euro ­peo, eletto democraticamente e quindi responsabile della sua condotta agli elettori, che si occupasse di po ­chi obiettivi di interesse generale per l’Europa, che fosse ­ro più efficacemente perseguibili a livello europeo che a livello nazionale. Tali obiettivi avrebbero dovuto essere tassativamente elencati in una Costituzione, lasciando tutto il resto alla responsabilità degli Stati membri, degli enti locali e delle persone.

Che avessero questo in mente risulta evidente sol che si rifletta che il primo vero tentativo di Europa sovrana ­zionale fula CED, comunità europea di difesa, Non c’è dubbio, infatti, che se si provvedesse alla difesa comunea livello europeo, si eviterebbero gli sprechi e le duplica ­zioni che sono inevitabili quando a decidere sono i sin ­goli Stati nazionali. L’UE spende in difesa la metà di quanto spendono gli USA, ma ne ricava circa il 10% in termini di effettive capacità militari. Del resto, se in USA la difesa fosse affidata aì cinquanta Stati, è assai dubbio che sarebbero divenuti la più grande potenza militare al mondo. L’altro obiettivo ben presente ai pionieri del ­l’europeismo era la politica estera, che è una o non è. Se l’Europa avesse un’unica politica estera, decisa da un organo sovranazionale, non c’è dubbio che la sua pre ­senza a livello mondiale sarebbe molto più autorevole. Tuttavia, aldilà di patetici e costosi conati di cosmesi politica, l’Europa della difesa non esiste né esiste quella della politica estera. La ministra degli esteri d’Europa avrà magari un generoso budget e molte ambasciate, ma non ha una politica estera, che continua ad essere saldamente nel potere degli Stati. Lo stesso vale per la difesa: anche in questo caso di europeo c’è solo fumo, l’arrosto rimane agli Stati. Si comprende perché non esista un organo sovranazionale europeo ma soltanto costose scimmiottature di governo, parlamento e ordi ­ne giudiziario. Queste istituzioni non corrispondono al ­le loro contropartite nazionali, spesso non sono basate sul consenso popolare e si arrogano compiti che non hanno nulla di europeo. La tesi di Fischer è, pertanto, ovvia: le deleghe di sovranità che sono richieste da Ger ­mania assieme ad altri Paesi non hanno giustificazione a livello europeo, sarebbero rinunce fatte a favore di uno o più Paesi, rappresentando l’implicita, supina ac ­cettazione di essere da questi colonizzati. Fuori dai den ­ti, malissimo ha fatto il governo italiano ad accettare il fiscal compact, che rappresenta la rinunzia alla nostra sovranità a favore della Germania. «Il più tedesco degli economisti italiani » (come si è definito il nostro pre ­mier) , accettando quell’umiliante diktat ha, di fatto, ad ­dossato all’Italia il ruolo di colonia tedesca. La mia consi ­derazione per Fischer è molto aumentata, dopo l’intervi ­sta, quella per Monti continua a diminuire.


È falso che i corvi aiutino Ratzinger
di Marcello Pera
(da “Libero”, 29 maggio 2012)

La caccia al corvo vaticano sol ­letica gli istinti. E purtroppo quando gli istinti si mettono in moto la riflessione si ferma. In ­vece, sarebbe il caso di pensare un po’ a mente fredda. Non è in discussione la figura morale di Benedetto XVI: la sua se ­renità, la sua parola lucida e ferma, il suo stesso sorriso anche quando sembra triste, e non lo è, sono la mi ­gliore assicurazione in proposito. Anche lui è una roccia, per fede, convinzioni, cultura, temperamen ­to. Piuttosto è in discussione il sen ­so storico, meglio direi escatologico, del suo pontificato. Perché lo Spirito (non un conclave, che è altra cosa, lo Spirito) lo ha voluto lì? Quale ruo ­lo gli ha assegnato? Che cosa gli chiede, anche con sacrificio della sua persona?

LA CITTí€ DI DIO

Una risposta potrebbe essere: lo Spirito di Dio chiede a Benedetto XVI di eliminare il marcio dalla Chiesa. Non può essere questa la ri ­chiesta. E non perché il marcio deb ­ba essere tollerato, ma perché non può essere eliminato neppure dalla Chiesa. È affermato dalla Scrittura. L’aveva detto e predetto Gesù. L’aveva teorizzato al meglio della dottrina cristiana Sant’Agostino. L’umanità è una massa dannata: ovunque si trovi, comunque agisca, essa è affetta dall’orgoglio, dalla su ­perbia, che è l’inizio di tutti i pec ­cati. Il desiderio della gloria, la bra ­ma del potere, la libido dominandi, è la natura dell’uomo, quella dopola Caduta. Equesta natura è comu ­ne a tutti, anche ai membri della Chiesa, perché fino a che è pellegri ­na e esule e prigioniera in questo mondo,la Cittàdi Dio è composta dell’umanità della città terrena. Per questo la vera Chiesa, quella dei veri credenti che saranno salvati, è im ­perscrutabile, esattamente come lo sono le intenzioni dell’animo umano anche quando crede di compie ­re il bene, senza altro fine. Ci sono alcuni, diceva Agostino, che «la Cit ­tà di Dio accoglie in sé, finché è esu ­le in questo mondo, perché uniti nella partecipazione ai sacramenti, ma che non saranno con lei nell’eterna eredità dei santi ». E vice ­versa, a riprova del mistero della Grazia: «Fra gli stessi avversari della Città di Dio si nascondono dei futu ­ri suoi cittadini ». Dunque, il marcio c’è finché c’è l’uomo. Eliminare il primo significa eliminare il secon ­do, o trasformarlo in un angelo o in un santo, ciò che si può ma mai in questo mondo. Questa trasforma ­zione, che è il senso del cristianesi ­mo, è còmpito di Dio e di ogni uo ­mo con il soccorso di Dio, non di un Papa.

Ancor meno lo Spirito di Dio può aver chiesto a Benedetto XVI di governarela Curia. Losi sente dire spesso: è suo dove ­re, deve scacciare gli infedeli dal tempio, de ­ve prendere decisioni. E gli viene rimprovera ­to spesso: si fida troppo dei propri collaboratori, non prende decisioni drastiche, non interviene, non allontana, non cambia, non si accorge delle insidie. Ma non è così.

Certamente un servitore infedele deve essere rimosso, un col ­laboratore inadatto può essere cambiato, il capo di un ufficio avvi ­cendato. Ma può lo Spirito di Dio aver chiesto a Benedetto XVI di fare qualcosa che assomiglia a presiede ­re un consiglio dei ministri per tro ­vare la migliore organizzazione dell’istituzione vaticana? Questo è un còmpito riduttivo, perché è un còmpito temporale. Un Papa non è il governatore della Curia, è la paro ­la di Cristo. È un apostolo, non un politico. Un testimone della verità, non un amministratore.

Che altro allora? Lo Spirito di Dio ha scelto Benedetto XVI in un mo ­mento buio dell’umanità, in parti ­colare in Occidente. Lo ha scelto mentre nel mondo intero e soprat ­tutto qui in quello che un tempo era il continente cristiano, l’umanità si sta perdendo, la civiltà consuman ­do, la verità affievolendo. Lo ha in ­dicato perché risvegliasse le nostre coscienze mentre sono smarrite e

inquiete (inquietum cor nostrum). Gli ha chiesto di esserela Voceche parla mentre le nostre parole tac ­ciono. Lo ha chiamato perché indi ­chila Viache è aperta, mentre le nostre strade si chiudono. Non può averlo scelto per altro. Non può avergli domandato altro. Perché qualun ­que altra cosa sareb ­be minore, inadatta a dare un senso al no ­stro turbamento, e una speranza alla nostra miseria. Sarebbe un altro peccato di orgoglio giudicare lo Spirito di Dio. Ma è diffici ­le negare che questo còmpito di sal ­vezza Benedetto XVI lo sta svolgen ­do come lo Spirito gli chiede.

Quante ironie e cattiverie sul suo conto! Il Papa timido, il Papa riservato, il Pa ­pa studioso, il Papa scrittore. Eppu ­re questo uomo timido è penetrato in tante coscienze; questa persona riservata ha toccato tante anime; questo studioso rigoroso ha colpito tante menti; e questo scrittore ha trovato tanti lettori, anche quelli che avrebbero dovuto essere i più lontani, i meno interessati, i più di ­stratti. E se i suoi argomenti sono ri ­sultati difficili ad alcuni, il suo mes ­saggio è risultato chiaro e gradito ai più. Lo Spirito di Dio lo ricompensa perché, tramite lui, intende ricom ­pensare tutti noi. Purché non siamo sordi e ciechi, e vogliamo essere ri ­compensati.

I nostri tempi sono difficili. L’Europa â— non l’Unione europea: l’Eu ­ropa â— rischia il crollo come lo subì una costruzione di gran lunga più seria e possente, l’Impero romano. La cultura occidentale avida di dirit ­ti perde il senso dei doveri e della fonte da cui essi derivano. Uomini di Stato in Europa e in America mo ­strano di non capire la posta in gio ­co o di voler barare al gioco. E quando una civiltà assomma una difficile crisi materiale ad uno spa ­ventoso inaridimento morale e spi ­rituale, può essere tentata di uscirne in tutti i modi, anche quelli tragici che noi esorcizziamo quando, com ­punti, recitiamo, ad ogni occorren ­za di celebrazione retorica, il «mai più! ». Lo so ciò che si replica: che siamo vaccinati, che stavolta non precipiteremo nel buio. No, non siamo mai salvi, restiamo sempre massa dannata. Questo è ciò che lo Spirito di Dio ha chiesto a Benedet ­to XVI: che la dannazione abbia una speranza e il nostro buio ateo abbia almeno una luce. E questo è ciò che lui sta facendo bene, a beneficio no ­stro. Quanti, all’inizio, irridevano a lui? Quanti adesso si sono ammuto ­liti?

VIPERE OPACHE

I corvi voleranno ancora. Le vipe ­re strisceranno ancora. Non si fa il bene di Benedetto XVI soltanto ab ­battendo (o fingendo di voler ab ­battere) gli uni e scovando le altre. Si fa il bene di tutti noi se riflettere ­mo sul còmpito che lo Spirito gli ha assegnato. Forse è proprio questo ciò che corvi e vipere, da quelle opache sotto le foglie a quelle bril ­lanti sopra i rami, realmente voglio ­no. Vogliono che la sua voce parli d’altro, che il suo pensiero sia occu ­pato in altro, che la sua attenzione sia concentrata su altro. Che si di ­stragga, che non parli, che non ci ri ­chiami. Pensano a sé, i corvi e le vi ­pere, e non riflettono che così un giorno può accadere che a vincere sia una fazione di curia contro un’altra fazione di curia, ma a per ­dere sarebbe la nostra speranza.

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