Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (12)

30 Maggio 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

L’irresistibile tentazione: la Sicilia di Omero

La mattina del 2 aprile, dopo nottate piuttosto insonni alle prese con un fastidiosissimo mal di mare, Goethe ed il suo accompagnatore, il pittore Kniep, sono davanti alla città di Palermo. Kniep, che aveva superato indenne la traversata, si mostra già degno della fiducia che in lui aveva riposto il suo celebre compagno di viaggio: “Kniep continuava a disegnare con alacrità e grazie alla sua precisione e bravura parecchi fogli erano divenuti preziosissime testimonianze di questo nostro approdo ritardato”. In proposito ci piace ricordare un libriccino pubblicato dalla Sellerio editore Palermo, che contiene alcune interessanti note del grande studioso palermitano, Giuseppe Pitrè. Egli, con l’acribia di un filologo tedesco, rileggendo e mettendo a fuoco proprio le pagine scritte da Goethe su Palermo, ebbe a rilevare non poche inesattezze, specie per quanto riguardava i luoghi citati dal poeta di Weimar,   sottovalutando tuttavia il fatto che Goethe scrisse quelle pagine quasi 30 anni dopo il viaggio, rivedendo appunti dell’epoca e ripescando ricordi molto affievoliti dal lungo tempo trascorso. In proposito sempre il Pitrè così ebbe modo di scrivere: “Nota dominante del viaggio goethiano in   Sicilia è la indeterminatezza di luoghi e di persone: nota che si accentua nella visita a Palermo…”. Di notevole pregio sono le affermazioni secondo le quali Goethe prima di approdare in Sicilia si era documentato sugli scritti a lui contemporanei, che avevano come oggetto la   più grande Isola del Mediterraneo. La sua proverbiale meticolosità lo aveva spinto a leggere le relazioni di viaggiatori inglesi e francesi, privilegiando il “Viaggio attraverso la Sicilia e la Magna Grecia” del suo conterraneo Barone von Riedesel, morto nel 1785. Questo uomo di cultura aveva avuto proprio a Palermo sensazioni tali da “commuovere” il grande poeta tedesco, che, di fronte a quel “paradiso” userà parole ed espressioni non dissimili da quelle adoperate venti anni prima dal Barone, da lui definito suo Mentore. Degne di nota tra l’altro le conclusioni a cui giunge il Pitrè nel suo libriccino, che vogliamo fedelmente riportare: “Nonostante i difetti, la Reise (il viaggio) vuol essere tenuta in molto conto per i dolci ricordi della Sicilia. Il bello ed il buono che l’Autore rilevò nell’Isola echeggiò nel cuore dei lettori del libro e, parte favorevolmente li predispose, parte li affezionò ai luoghi ivi descritti. Io credo che in Germania abbiano giovato alla simpatica riputazione del nostro paese più le vivide, entusiastiche pagine di Goethe che non dozzine di libri di viaggiatori antichi e di touristes recenti…”. Osservazioni queste pienamente condivise dall’autore di queste note,   siciliano di nascita e inguaribilmente ammaliato dalla sua “sicilitudine” – .

Dopo questa divagazione ritorniamo volentieri al testo di Goethe, che, puntuale come sempre, ricorda in proposito le difficoltà di quel primo impatto con la capitale della Sicilia. Le operazioni di approdo si dimostreranno più laboriose del previsto e solo nel primo pomeriggio la corvetta può essere ancorata alla banchina: “Alle tre del pomeriggio, con sforzo e fatica, entrammo finalmente nel porto, dove ci si presentò il più ridente dei panorami”. Davanti a questo spettacolo da giorni agognato si sbizzarrisce la vena descrittiva del grande scrittore, capace di trasmetterci immagini di palpitante immediatezza: “La città, situata ai piedi di alte montagne, guarda verso nord; su di essa, conforme all’ora del giorno, splendeva il sole, al cui riverbero tutte le facciate in ombra delle case ci apparivano chiare”. Ed ecco che subito dopo questa fugace impressione la descrizione diventa più precisa, compiacendosi quasi nel soffermarsi sui particolari: “A destra il Monte Pellegrino, i suoi delicati contorni illuminati da una luce piena; a sinistra la lunga distesa della costa, frastagliata da baie, penisolette, promontori. Il tenero verde di alberi slanciati, le cui vette illuminate di riflesso ondeggiavano come grandi sciami di lucciole vegetali davanti agli edifici scuri, faceva inoltre un effetto bellissimo. Una chiara luminosità tingeva di azzurro tutte le ombre”. Cominciano così a delinearsi le prime impressioni sui colori dell’isola, al cui fascino Goethe sarà particolarmente sensibile. D’ora in poi diventerà sempre più difficile trovare parole adeguate agli spettacoli della natura che via via si presenteranno ai suoi occhi. Assieme a Kniep, che aveva fortemente voluto coinvolgere in questa sua avventura turistica, nella speranza di fargli fissare su carta, eternandoli, squarci e paesaggi di rara intensità, rimane come incantato da quanto riesce ad abbracciare con lo sguardo; è semplicemente ammaliato da uno spettacolo in cui la forte luminosità di un pomeriggio di aprile sembra giocare con la particolarità di un paesaggio variegato, conferendo allo stesso una patina di magia. I due non hanno alcuna voglia di abbandonare l’imbarcazione – “Rimanemmo sul ponte finché non ci cacciarono; dove avremmo potuto trovare tanto presto una terrazza del genere, un momento così felice?” -. Ciascuno, a suo modo, era intento a catturare e a fissare quella moltitudine di immagini che mozzavano il fiato: – “Ci siamo gustati quella immensa varietà di immagini e abbiamo cercato ad una ad una di fissarle in schizzi e disegni, visto che si aveva a disposizione una messe illimitata per artisti”. Una volta sbarcati, nonostante gli strapazzi di un viaggio particolarmente faticoso, nessuno aveva voglia di riposarsi o di andare a letto, anzi approfittano di una serata illuminata dalla luna per ritornare sulla rada e, una volta rientrati, si soffermano ancora per ore sul balcone della pensione dove erano alloggiati. A suggellare la prima giornata siciliana un’ultima considerazione che sa tanto di poesia: “La luminosità era speciale, grandiose la bellezza e la quiete”. Il giorno dopo sarà la città a monopolizzare il loro interesse e si dedicano con attenzione quasi maniacale a studiarne le coordinate. All’impressione di una Palermo costruita su due linee che si intersecano e quindi facilmente “leggibile”, fa riscontro un centro abbastanza “impegnativo: “… la città interna, al contrario, disorienta lo straniero, che può dirigersi in tale labirinto solo con l’aiuto di una guida…”. Pur essendo passati ormai quasi tre secoli, il visitatore di Palermo è ancora oggi vittima di questo particolare “straniamento”. Goethe riesce fin da subito a cogliere tratti di vita molto tipici delle città meridionali e non può fare a meno di dedicare alcune riflessioni sulle abitudini dei Palermitani, avvezzi a riempire i loro lunghi pomeriggi con iniziative che finiscono col diventare rituali: “Al crepuscolo dedicammo la nostra attenzione alla fila di carrozze con le quali i notabili compiono la loro famosa passeggiata a mare fuori cinta, per godere l’aria fresca, far conversazione e darsi a ogni sorta di corteggiamenti”. Ma subito dopo è ancora una volta il poeta ad imporsi: “Due ore prima nella notte era spuntata la luna piena, diffondendo sulla sera un incanto indicibile”. E, ancora sotto l’influsso di quell’incantesimo, ci fornirà un’ulteriore testimonianza del suo stato d’animo ebbro di felicità: “Non c’è parola che possa descrivere la vaporosa luminosità che aleggiava sulle coste in quel bel pomeriggio in cui siamo arrivati a Palermo. La purezza di contorni, la morbidezza del tutto, la variegata gamma delle sfumature, l’armonia di cielo, mare e terra. Chi l’ha visto lo porterà con sé per tutta la vita…” (3 aprile). Letteralmente affascinato dal rapporto che ha fin da subito saputo instaurare con la città di Palermo, da lui definita la regina dell’isola, cerca di fissare le sue impressioni su carta per comunicare la sua intensa gioia agli amici più cari, a coloro che nella lontana e cupa Germania non avevano la più pallida idea di quanto i colori possano incidere sul paesaggio e di conseguenza rasserenare l’animo di chi ha la fortuna di ammirarlo e esserne coinvolto: “Non ho parole per esprimere come ci ha accolti: con gelsi dal verde ancora tenero, oleandri sempreverdi, spalliere di limoni etc. In un giardino pubblico ci sono grandi aiuole di ranuncoli e anemoni. L’aria è mite, calda e profumata, il vento debole. Da dietro un promontorio veniva su la luna piena e si specchiava sul mare, e questo piacevolissimo spettacolo dopo aver ballato per quattro giorni e quattro notti sulle onde! Perdonatemi questi scarabocchi buttati giù con una penna spuntata intinta in una conchiglia di china, a cui attinge anche il mio compagno per tracciare i contorni…”. Ma non è solo la natura a soggiogarlo, l’architettura della città non lo convince, e, davanti allo scempio perpetrato dagli uomini, non può esimersi di usare toni forti: “Lo stile architettonico somiglia in generale a quello di Napoli, ma nei pubblici monumenti – certe fontane ad esempio – si nota più ancora l’assenza di buon gusto…”. Informato dell’aura miracolosa che aleggia attorno a Santa Rosalia, patrona della città, si reca nella chiesa a lei dedicata e costruita proprio sul monte Pellegrino. Rimane colpito dalla forza espressiva della statua della Santa e dalla devozione che le attribuiscono i Palermitani da sempre grati, per il “miracolo” di averli salvati dalla peste. Una volta davanti alla tenera dolcezza che traspirava da quella riproduzione marmorea, cerca di fissare in immagini le sue impressioni: “Sembrava come rapita in estasi, gli occhi semichiusi, il capo appoggiato negligentemente alla mano destra carica di anelli. Non mi saziavo di osservarla; mi sembrava emanare uno straordinario fascino… La testa e le mani sono di marmo bianco, non oso dire di stile eccelso, ma rese con tanta naturalezza e grazia da far credere che la figura stia per respirare e muoversi…” (6 aprile). Il giorno dopo, 7 aprile, l’esperienza che doveva dare una patina di scientificità a questo suo soggiorno palermitano: la scoperta del giardino pubblico. A Villa Giulia, così chiamata in onore della moglie del Viceré che ne volle la costruzione nel 1777, Goethe è letteralmente inondato da sensazioni piacevolissime: “ Nel giardino pubblico vicino alla marina ho trascorso ore di quiete soavissima. È il luogo più stupendo del mondo. Nonostante la regolarità del suo disegno, ha un che di fatato…”. L’appassionato di botanica trova qui il suo elemento naturale e, quasi travolto da quell’atmosfera di irreale pace, non gli resta altro che definire il giardino “il più bel posto del mondo”; anche in questo caso, non trovando espressioni adatte, ricorre ad un superlativo, come del resto aveva fatto qualche giorno prima (3 aprile) definendo il monte Pellegrino “il più bello di tutti i promontori del mondo”. A colpirlo in modo particolare “era una intensa vaporosità, che si diffondeva uniformemente dappertutto con un effetto tale da far risaltare gli oggetti, anche se distanti da loro solo alcuni passi, in nette tonalità azzurro chiaro, fino al punto da perdere quasi i loro colori reali o perlomeno da apparire all’occhio sommersi d’azzurro” (7 aprile). In fondo era quella stessa “vaporosità” che lo aveva ammaliato già al suo primo impatto con la città. Quel “giardino miracoloso”, da lui poco prima definito “fatato”, e quella atmosfera d’incanto richiamano nella sua mente l’isola dei Feaci – “Ma il ricordo di quel giardino incantato m’era rimasto troppo impresso nell’animo; le onde nerastre a nord dell’orizzonte, i loro accavallarsi nelle sinuosità del golfo, perfino l’odore caratteristico dell’evaporazione marina, tutto richiamava ai sensi e alla memoria l’isola beata dei Feaci”. Quell’inattesa “illuminazione” lo spingerà a comprarsi un’edizione dell’Odissea perché quei luoghi somigliavano così tanto a quelli immortalati da Omero. Sorge proprio in quel giardino, così pervaso dall’odore caratteristico della salsedine, l’idea – rimasta purtroppo solo tale – di dedicare uno scritto all’infelice vicenda di Nausicaa.

Nel frattempo continua a collezionare impressioni, a visitare palazzi e ville. A colpirlo però sono le stravaganze architettoniche e scultoree del Principe di Palagonia, un personaggio sui generis che Goethe non riesce a definire, attribuendo tutte le stranezze di cui era stracolma la villa ed i suoi possedimenti ad “una spiritualità bigotta”. Per fortuna questa esperienza non certo esaltante viene in qualche modo controbilanciata dalla visita al convento di S. Martino, una abbazia benedettina situata sulle alture tra Monreale e Bocca di falco. Alla vista di questa grandiosa costruzione – “un’istituzione degna di rispetto” – l’illustre visitatore si lascia andare ad una annotazione frutto di cultura e buonsenso: “Raramente un celibe ha saputo produrre da solo alcunché di ragionevole, come si vede nel caso del principe di Palagonia, mentre da molti celibi riuniti sono sorte invece opere grandiose, come attestano chiese e conventi”. Ma l’illuminazione a cui arriva dopo queste prime settimane palermitane, ha il sapore di una saggezza profetica. Si tratta di una massima dai contorni indistinti, che lusinga – e non poco – l’amor proprio dei siciliani. Infatti ad aprire le note del 13 aprile 1787 ecco un’affermazione inequivocabile nella sua categoricità: “L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto”. Ma anche per Palermo si avvicina il giorno dell’addio. Prima di abbandonare il “suo” paradiso Goethe viene irresistibilmente attratto dalla Villa Giulia e vi si reca quasi in pellegrinaggio: “Sotto l’assillo della nostra decisione di partircene presto da questo paradiso, speravo di poter trovare ancor oggi nel giardino pubblico il sollievo che mi abbisognava assolvendo il mio debito di lettura dell’Odissea, e di poter continuare, durante una passeggiata nella valle a pie’ del Monte Pellegrino, la meditazione sull’intero schema di Nausicaa, studiando la possibilità di dare a questo soggetto una forma drammatica” (lunedì 16 aprile). Un’idea troppo presto rimossa da un’altra, balenatagli all’improvviso proprio in quel giardino incantato, ma che ormai da anni lo tormentava: “Di fronte a tante forme (di piante) nuove o rinnovate si ridestò in me il vecchio pallino se non avessi potuto scoprire tra quella moltitudine la pianta originaria… Il mio proposito poetico, il giardino di Alcinoo, era scomparso; si era aperto un giardino universale. Perché mai siamo così distratti noi moderni, perché tentati ad imprese che non possiamo raggiunge né adempiere?” (17 aprile). Ancora una volta ad imporsi è il vezzo tipicamente goethiano, ma comune a tanti mortali…, di non rinunciare a nulla, di misurarsi con l’infinito, di avere la pretesa di andare al di là dei propri limiti. Già all’inizio del suo viaggio in Italia il poeta tedesco aveva avuto occasione di confessare questo suo limite – “… dato che il mio malvezzo d’incominciare molte cose e poi di abbandonarle quando il mio interesse scemava, s’era accentuato via via con gli anni, gli impegni e le distrazioni varie” (Brennero, 8 settembre 1786). A Palermo aveva riscoperto il paesaggio greco, aveva riconosciuto le stimmate di Omero e raccolto una tale messe di impressioni che avrebbero costituito una riserva inesauribile. Una volta lasciata la Sicilia ne parla subito a Herder, in una lettera del 17 maggio: “Mi sento veramente felice di avere fissato in modo chiaro e preciso nell’animo il grande indimenticabile ricordo della Sicilia… Per quanto riguarda Omero è come se mi fosse caduta una benda dagli occhi… Perfino le invenzioni più strane ed inverosimili hanno una naturalezza, che io non avevo mai avvertito se non nelle vicinanze dei luoghi descritti… Solo adesso che ho presente nell’animo tutte queste coste e questi promontori, golfi e insenature, isole e strisce di terre che si protendono nel mare, rocce e spiagge, colline boscose, campi fertili, giardini ornati, alberi curati, pergole rampicanti, montagne di nuvole e pianure sempre più estese ed il mare che circonda tutto, solo adesso per me l’Odissea è una parola viva”. Il giorno dopo (18 aprile) suggellerà queste sue impressioni in una lettera a Charlotte von Stein : “Mia cara, ancora qualche parola prima di lasciare Palermo. Posso soltanto ripeterti che mi sento bene e sono felice. Questo è un paese indicibilmente bello anche se ne conosco solo un pezzetto di costa”. Lo stesso giorno Kniep e Goethe lasciano Palermo, anch’essa definita, come era successo con Napoli, un “Paradiso”, e si dirigono verso Alcamo, nell’interno dell’isola, per raggiungere il “solitario e appartato tempio di Segesta”. A Segesta, dove arriva il 20 aprile, si lascia andare ad osservazioni che potrebbero appartenere ad uno scrupoloso archeologo: “Il tempio di Segesta non è mai stato completato, né livellato lo spiazzo che lo circonda; si è solo spianato il perimetro sul quale dovevano sorgere le colonne, tanto che ancor oggi i gradini in molti punti affondano per nove o dieci piedi nel suolo…Le colonne sono tutte ritte; solo due, ch’erano cadute, sono state risollevate di recente… I fianchi annoverano dodici colonne, senza contare quelle angolari; la facciata anteriore e la posteriore ne hanno sei, comprese le angolari”. Dopo questo preciso inventario degli elementi architettonici, che tradisce uno sconfinato amore per il classicismo degli antichi greci e romani, il suo sguardo mette a fuoco la dislocazione di quella solitaria costruzione: “La posizione del tempio è sorprendente: sulla sommità di una vallata larga e lunga, in vetta a un colle isolato e tuttavia circondato da dirupi, esso domina una vasta prospettiva di terre; del mare si scorge solo un breve angolo. Il paesaggio si stende florido e insieme malinconico…” La descrizione precisa e puntuale è pervasa alla fine da una vena “romantica”, palpabile in quella malinconia che pervade l’intero paesaggio. Dopo Segesta, attraverso Castelvetrano e Sciacca, i due arrivano la sera del 23 aprile a Girgenti e già il giorno seguente sono ammaliati da uno spettacolo unico: “Mai in tutta la vita ci fu dato godere una così splendida visione di primavera come quella di stamattina al levar del sole. Sull’alto spiazzo dell’acropoli originaria sorge la nuova Girgenti… Dalle nostre finestre lo sguardo spazia sul grande, largo clivo della città antica, tutto giardini e vigneti, sotto la cui verzura chi mai potrebbe supporre alcuna traccia dei vasti e popolosi quartieri ora scomparsi? Solo verso l’estremità meridionale di questo altipiano verdeggiante e fiorito si vede elevarsi il tempio della Concordia, mentre a oriente stanno i pochi ruderi del tempio di Giunone…”. Sul sito archeologico hanno modo di ritornare con calma, anche per consentire a Kniep di fissare su carta quell’esperienza irripetibile. Quindi ha inizio una precisa ricognizione dei monumenti più significativi: “Il tempio della Concordia ha resistito ai secoli; la sua linea snella lo avvicina al nostro concetto del bello e del gradevole, e a paragone dei templi di Paestum, lo si direbbe la figura di un dio di fronte all’apparizione di un gigante… La sosta successiva fu dedicata alle rovine del tempio di Giove. Esse si stendono per un lungo tratto, simili agli ossami d’un gigantesco scheletro, popolate e spezzettate da tanti piccoli poderi divisi da siepi, folte di alberi più o meno alti…”. Ormai la visita volge al termine, non resta che ammirare il tempio di Ercole, che “lascia ancora scorgere tracce dell’antica simmetria. Le due file di colonne che fiancheggiavano il tempio dai due lati giacciono a terra nella stessa direzione nord-sud, come se si fossero rovesciate tutte insieme…” Degno di menzione ancora “il tempio di Esculapio, ombreggiato da un bellissimo carrubo e pressoché murato entro una casa contadina”. A chiudere una giornata densa di emozioni la vista della tomba di un antico tiranno agrigentino, oggetto di riproduzioni da parte di studiosi europei: “Discendemmo infine alla tomba di Terone e fummo felici di contemplare questo monumento già tante volte ammirato nelle riproduzioni, fra l’altro perché costituiva il primo piano d’una magnifica prospettiva: da ponente a levante la vista spaziava fino al massiccio roccioso sul quale si scorgevano le mura della città intervallate da fratture e, attraverso e al di sopra, i ruderi dei templi”. Lasciata Girgenti i due escursionisti tedeschi sono davanti al dilemma su come proseguire fino a Messina, meta ultima di questo viaggio attraverso la Sicilia. L’itinerario finora scelto aveva privilegiato zone collinari e quindi offerto una panoramica della Sicilia molto diversa da quella terra ubertosa considerata per secoli il granaio di Roma. Goethe, dopo aver riflettuto su questa circostanza, si lascia consigliare “Finora in Sicilia avevo visto ben poche plaghe ricche di grano; inoltre i miei orizzonti erano stati sempre circoscritti…” Anche in questo caso il suo spirito assetato di assoluto gli fa rimpiangere di aver dovuto fare una scelta, sacrificando così le terre più fertili dell’isola: “Sulle strade finora percorse ho infatti visto poche terre coltivate a grano… e non si capisce come Cerere l’abbia favorita tanto con i suoi doni” (27 aprile). Allora gli viene raccomandato di dirigersi subito nell’interno dell’Isola per strade che avrebbero a loro volta comportato un’altra dolorosa rinuncia, la più antica e gloriosa colonia greca della Sicilia: Siracusa. Così il giorno dopo è a Caltanissetta e può finalmente constatare perché la Sicilia abbia avuto “il titolo onorifico di granaio dei Romani”. Si trova nel cuore dell’isola e viene colpito dalla straordinaria fertilità di quelle terre: “un dolce susseguirsi di terre montane e collinari, tutte coltivate a frumento e ad orzo, che offrono all’occhio una massa ininterrotta di fertilità” (28 aprile). Era quello il regno mitologico su cui, per i Romani, dominava Cerere e scorrazzava giuliva sua figlia Proserpina, che la leggenda ci consegna intenta a muoversi leggiadra sui prati erbosi e a piedi nudi, in compagnia di ninfe, tutte dedite a raccogliere fiori con cui erano solite adornarsi il capo e il petto. In quella regione, dove secondo Ovidio è sempre primavera (perpetuum ver est, Metamorfosi, V/39), regnava per gli antichi Greci Demetra, dea delle messi e dei frutti. A lei apparteneva quel paese così fertile e proprio in quei luoghi era nato uno dei più antichi miti dell’umanità, secondo il quale Kore, sua figlia, venne rapita da Ade, Dio degli Inferi, e costretta da allora e per sempre a dividersi tra madre e marito. Un vero piacere per Goethe muoversi in quelle zone così intrise di miti e leggende – ” solo i cardi riescono ad invadere la strada; tutto il resto appartiene a Cerere…” (28 aprile) – Attraverso Castrogiovanni ed Enna arriva a Catania, ancora segnata dalla lava che l’aveva in gran parte distrutta nel 1669 e su cui si stagliava maestoso l’Etna. Dissuaso dal compiere, come avrebbe voluto, una escursione sull’Etna, ripiega su un viaggio a dorso di mulo in direzione di Nicolosi, l’agglomerato urbano più vicino al vulcano e quello che viene spesso per primo inghiottito dalle ricorrenti e devastanti colate laviche. Qui giunto può permettersi di fare una lunga passeggiata sul Monte Rosso, contrassegnato da tanti crateri. La giornata non era bella e solo con grande fatica, lottando contro un vento impetuoso, riesce a raggiungere la bocca di un cratere. Qui si siede e può godere di una vista che non ha eguale: “Davanti agli occhi l’ampio litorale che si estende da Messina a Siracusa con le sue curve e le sue insenature” (4 maggio). è la prima descrizione della costa ionica che incanta tutt’oggi chiunque abbia la fortuna di poterla ammirare da una posizione così privilegiata. Il viaggio prosegue in direzione di Taormina, attraverso una pianura interamente dedicata agli agrumi e pervasa dal profumo di zagara. è la zona che si espande proprio ai piedi dell’Etna, che emette ininterrottamente fumo e lapilli e nelle cui viscere, secondo la mitologia, martella imperterrito Vulcano, provetto fabbro e fine cesellatore. Questo dio, tramandatoci brutto e zoppo, aveva scelto di dedicarsi completamente alla forgiatura di scudi e di elmi, di lance e di spade, fino ad abbrutirsi di lavoro. Così ubriaco di fatica sperava di dimenticare le frequenti infedeltà di Venere, una moglie troppo bella, troppo desiderata e troppo disinvolta… Proprio sulle pendici dell’Etna doveva avere la sua dimora Polifemo, il gigante con un solo occhio, che Ulisse riuscì a bucargli con la punta incandescente di un palo, accecandolo. Ad Acitrezza si stagliano ancora, fissati nel mare, gli enormi macigni che il ciclope deriso e ancora sanguinante lanciò con tanta rabbia contro Ulisse e i suoi compagni. Attraverso quelle zone, dove ogni pietra, ogni corso d’acqua, le piante rigogliose, dagli alberi millenari di olivo alle viti sacre a Bacco, trasudano mitologia, Goethe e il suo amico pittore raggiungono Taormina. Era la domenica del 6 maggio 1787. Kniep decide di dedicarsi completamente al disegno, nella speranza di fissare quei paesaggi su cui già altri avevano avuto modo di soffermarsi. Goethe, letteralmente soggiogato dall’atmosfera e dalla panoramica, riesce a darci una descrizione dettagliata della sua primissima esperienza: “Una volta che si è raggiunta la sommità di quelle pareti rocciose, che si innalzano a picco non lontano dalla spiaggia, si trovano due roccioni collegati da un semicerchio. Su questa conformazione naturale ha operato l’arte, trasformandola in un semicerchio ad anfiteatro destinato a spettatori… In basso e trasversalmente al semicerchio a gradoni è stata costruita la scena, unendo così le due rocce e dando vita alla più grandiosa opera di natura e di arte. Se ci si mette a sedere proprio nel punto più alto occupato una volta dagli antichi spettatori, bisogna convenire che mai un pubblico di un teatro ha avuto davanti agli occhi qualcosa di simile. Sul lato destro si affacciano da rupi ancora più alte dei castelli; più lontano, sotto di noi, si estende la città e, nonostante ci siano costruzioni nuove, queste di sicuro occupano gli stessi luoghi dove sorgevano quelle antiche. Davanti a noi l’intero dorso montuoso dell’Etna, a sinistra la spiaggia fino a Catania, anzi a Siracusa. La scena amplissima è chiusa dal gigantesco vulcano fumante, che grazie all’azzurro del cielo sembra più lontano e più mite di quanto effettivamente non sia. Se poi, distogliendoci da questa veduta, ci volgiamo verso i corridoi alle spalle del pubblico, a sinistra abbiamo tutte le pareti rocciose attraverso cui si snoda, costeggiando il mare, la strada per Messina. Nel mare gruppi di scogli e lontanissima la costa calabra, che solo uno sguardo attento riesce a cogliere tra le nuvole che si alzano”. Goethe trascorre l’intera giornata in questo teatro greco, letteralmente ammaliato da quel felice connubio di bellezze naturali ed intuizioni artistiche. Poi facendosi strada tra piante di agavi, che in quella zona sono gigantesche, riesce a raggiungere la città, ancora in tempo per godersi una visione stupenda: “Infinitamente bello poter assistere a come questo paesaggio significativo in tutti i suoi singoli aspetti fosse inghiottito a poco a poco dall’oscurità” (7 maggio). Dopo una giornata così intensa di emozioni, il giorno dopo Goethe cerca di riordinare le idee e decide di rimanere a contatto col mare: “Prima avrei voluto andar su con Kniep, poi mi sedusse l’idea di rimanere qui, e cercai di appartarmi come un uccello che si vuole costruire il nido. In un orto in cattivo stato di abbandono mi sono seduto su un ramo di arancio, abbandonandomi nelle mie fantasie”. In questa atmosfera, permeata dal profumo di arance dato che la zagara raggiunge proprio a maggio la sua fioritura più intensa, ripensa al progetto maturato nel giardino di Palermo: “e così rimasi seduto continuando a pensare a Nausicaa, che sarebbe dovuta diventare una concentrazione drammatica dell’Odissea…”. Nel frattempo Kniep era tornato con il lavoro dell’intera giornata: “due fogli nitidamente disegnati; li completerà perché io possa serbarli a perenne memoria di una giornata incantevole”. La giornata non può che concludersi in un’atmosfera di idillio poetico: “Non si dimentichi che potevamo godere la vista di questa bella spiaggia sotto il cielo più terso da un piccolo balcone, ammirando rose e ascoltando usignoli. Questi, come ci hanno assicurato, continuano qui a cantare per sei mesi…”.

Intenzionalmente proprio a questo punto Goethe inserisce una riflessione (Aus der Erinnerung) specificatamente dedicata a quel progetto “Nausicaa”, su cui tornerà spesso col pensiero, ma che non riuscirà mai concretamente ad elaborare. Il “giardino incantato” di Palermo e adesso la zagara di Taormina, il tutto inserito in un quadro dai contorni indicibilmente affascinanti, gli suggeriscono addirittura una tragedia; la tragedia di una bellissima giovane principessa, che corteggiata da molti ed incerta sulle proprie decisioni, finisce col decidersi per uno “straniero”, il naufrago Ulisse”, segnando così il suo destino. “Questa semplice favola sarebbe dovuta diventare gradevole grazie alla ricchezza dei motivi complementari e specialmente per quell’aura marina tipicamente isolana, che avrebbero impregnato la trama e la tonalità della stessa”. Un’idea quindi nata a Palermo e che trova proprio a Taormina, in quel contesto suggestivo e allettante, la sua piena maturazione. Aveva già previsto l’articolazione dei quattro atti e si era così affezionato a questo progetto, fino a farlo diventare l’idea fissa di tutto il suo soggiorno siciliano. Purtroppo, come gli capitava ormai sempre più spesso – “di tutto ciò, secondo la mia lodevole o poco lodevole abitudine, scrissi poco o nulla, ne ho tuttavia rielaborato la gran parte fino ai minimi dettagli nell’animo, dove è rimasto, seppellito da sopravvenuti motivi di distrazione fino a questo momento, in cui ne evoco un pallido ricordo”.

Per completare il viaggio in Sicilia non gli restava che visitare l’ultima città, Messina, la città dello Stretto, così tristemente famoso per lo scempio di navi e di marinai cui troppo si lasciavano andare le mitiche sirene Scilla e Cariddi. Un viaggio che si snoda su una strada impervia, tagliata tra quelle rocce, che aveva già avuto modo di ammirare dall’alto del teatro greco di Taormina e che adesso, sbattute dal mare, rendono avventuroso lo stesso procedere della carrozza Si trattava di un “mare furibondo, che in più punti si frangeva fin sulle rocce scavalcando la strada e, ricadendo, copriva di spruzzi i viaggiatori. Lo spettacolo era stupendo e la sua singolarità ci faceva sopportare il disagio” (9 maggio). La sera stessa Goethe e Kniep sono a Messina e vengono subito a contatto con il destino tragico di quella città, che non si era ancora ripresa dal disastroso terremoto del 5 febbraio 1783: “a cavallo abbiamo attraversato mucchi di rovine, l’uno dopo l’altro per un quarto d’ora”. Goethe è particolarmente colpito dalla desolazione della città: “La vista di Messina è oltremodo sconvolgente e ricorda quelle epoche primordiali quando Siculi e Sicani abbandonarono questa zona sismica per sistemarsi nelle coste occidentali della Sicilia” (11 maggio). Una città da lui definita “infelice” e che, almeno secondo gli antichi, doveva la sua fragilità strutturale al fatto di essere stata costruita proprio sulla linea ideale e sotterranea che collega l’Etna con i Vulcani delle Isole Eolie, forse tuttora regolarmente percorsa dal dio Vulcano, che ha le sue fucine sia nel ventre dell’Etna che in quello di Stromboli e l’abitudine di lavorare su tutte e due …

Il 12 maggio1787 Goethe e Kniep si imbarcano e lasciano definitivamente l’Isola, direzione Napoli. Porteranno indelebili le tracce di un’esperienza unica. Allontanandosi da quel porto naturale a forma di falce, l’antica Zancle, che per millenni aveva costituto un sicuro approdo per i naviganti del Mar Mediterraneo, hanno ancora una volta la possibilità di ammirare un panorama unico: “ci distrasse man mano che prendevamo il largo la stupenda vista della Palazzata, della Cittadella, delle montagne che si stagliano dietro la città”. Appena fuori dal porto la loro attenzione viene richiamata da “un vorticare dell’acqua ad una certa distanza, e più vicino, sulla destra, da uno scoglio che spiccava netto contro la riva”. Erano i segnali incontrovertibili della presenza dei due mostri marini, Cariddi e Scilla; le sirene mitologiche su cui si è sbizzarrita la fantasia di moltissimi poeti e che fin dai tempi di Omero costituivano il terrore dei naviganti. Una volta a Napoli, Goethe quasi a suggello di questa esperienza che lo ha emotivamente avvinto, scrive al fido servitore e segretario Seidel: “Il viaggio attraverso la Sicilia è stato portato felicemente a termine e rimarrà un tesoro indistruttibile per tutta la mia vita”.

 


Letto 4095 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart