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Cinque articoli

3 Giugno 2012

L’Europa non decide e riaffiora la paura
di Paolo Soldini
(dall’Unità”, 3 giugno 2012)

La prossima sarà “una settimana selvaggia”, prevede l’edizione tedesca del Financial Times. Le Borse continueranno a scendere e gli spread italiani e spagnoli a salire. Ma quello che fa veramente paura è il cul-de-sac in cui si sono cacciati i governi e le istituzioni europee.
A tre settimane da un Consiglio europeo che tutti giudicano decisivo perché senza accordi concreti davvero non si potrà andare avanti; mentre, nonostante la buona volontà degli elettori irlandesi (pochi), si addensano le nubi sulle ratifiche del Fiscal compact in forse persino in Germania; quando Berlino respinge al mittente le proposte di condivisione europea del debito e cadono una dopo l’altra tutte le ipotesi di regolamentazione dei mercati così che la finanza speculativa continua a strapazzare gli stati in difficoltà, l’economia europea si trova nella condizione di un aereo che rischia lo stallo: se non va avanti, cade.
È quel che prevede il re degli hedge funds George Soros: l’Europa – ha detto – ha ancora tre mesi di tempo. Se si continuerà a non far nulla, in autunno la crisi investirà anche la Germania, e allora sarà davvero la fine. La Commissione Ue pare, finalmente, voler riprendere l’iniziativa e ieri ha annunciato per mercoledì una direttiva che punterebbe a una maggiore integrazione del sistema bancario continentale. Il progetto indicherebbe il principio della condivisione, per cui tutti gli Stati sarebbero chiamati a farsi carico delle difficoltà del sistema in ogni singolo paese. È dubbio però che i tedeschi recedano dal rifiuto della “solidarizzazione” dei problemi finanziari. Tanto per non perdere l’abitudine, ieri Angela Merkel ha ribadito che Berlino «non accetterà mai gli eurobond ». Il progetto della Commissione prevedrebbe che ai salvataggi partecipino prima gli azionisti, poi i creditori e solo in ultima istanza il fondo salva-Stati.
Lo spauracchio della spagna. Nelle ultime ore, messa (provvisoriamente) tra parentesi la Grecia, lo spauracchio è diventato la Spagna, con il suo sistema bancario massacrato dagli effetti della bolla immobiliare. Il premier Mariano Rajoy ha detto che il Paese «non si trova sull’orlo di alcun baratro », ma poco prima era arrivata la notizia che per salvare dal fallimento Bankia, uno dei gruppi più grossi che da settimane fa da cartina di tornasole del disastro in cui versa l’intero sistema del credito, non ci vorranno «solo » 19 miliardi, come si era detto, ma «almeno 23 ». E programmare una nuova manovra di tagli e aumenti fiscali recessivi nel Paese che detiene il record della disoccupazione europea per salvare una banca che gli spagnoli considerano figlia degenerata degli errori della destra, è improponibile persino per un governo che non ha dimostrato finora grande sensibilità sociale.
Ecco allora l’impazienza con cui lo stesso Rajoy e i suoi ministri insistono perché si faccia almeno qualche passo avanti sulla proposta che Draghi ha illustrato al Parlamento europeo e alla quale la proposta della Commissione fa, in qualche modo, da sponda: far sì che si possa utilizzare il fondo salva-Stati European Security Mechanism che dovrebbe entrare in vigore a luglio per sostenere direttamente gli istituti in difficoltà senza passare per gli Stati, gravare sul loro debito e quindi far scattare tutte le clausole capestro previste dal Fiscal compact. E però non è così semplice.
Intanto l’entrata in forza dell’Esm è legata alle ratifiche del Fiscal compact, che sono molto in ritardo anche a non considerare la ridiscussione di alcuni punti che a moltissimi pare, ormai, inevitabile. Molti economisti tedeschi, secondo lo Spiegel, condividono l’opinione del prof. Jan Hagen della prestigiosa Scuola europea di management e tecnologia, secondo cui il trattato sull’Ems dovrebbe essere modificato, almeno nel caso che in Spagna parta una corsa al ritiro dai depositi cui Madrid non possa far fronte aiutando le banche con soldi suoi: «L’Unione europea ha già violato diversi Trattati, li ha ripensati e adattati. Con un po’ di creatività si troverebbe il modo di aprire il fondo ad aiuti diretti alle banche ».
E diversi giuristi si sono messi al lavoro per verificare se e come andrebbero modificati gli accordi. Secondo l’esperta di diritto Bettina Brück, già ora l’art. 19 del Trattato sull’Ems prevede che i governatori delle banche centrali possano decidere di modificare le clausole del patto.
L’incognita Merkel. E poi su tutto grava l’incognita Merkel. Fin dai tempi di Merkozy, la cancelliera è fieramente contraria all’ipotesi, sostenuta da Parigi, che i fondi salva-Stati funzionino come banche. Continua ad essere tetragona pure se la Commissione Ue, quasi tutti i governi europei, a cominciare da quelli francese e italiano, e a questo punto anche il Fmi, consiglino le immissioni dirette di liquidità, modificando, se necessario, anche gli statuti della Bce.
L’attuale governo di Berlino non ci sta e ha in mano l’ottimo argomento d’essere di gran lunga il contributore più forte. Può darsi che in queste ore nella cancelleria sulla Sprea si stia meditando qualche ammorbidimento, anche per favorire il duro negoziato con la Spd e i Verdi dei cui voti il governo ha bisogno per far passare il Fiskalpakt. Ma per ora non ce n’è traccia: Frau Merkel e Wolfgang Schäuble sarebbero perplessi persino sulla creazione di un fondo di garanzia europeo per i depositi bancari ed è più che probabile che difenderebbero come mastini le prerogative della Bundesbank contro le timide proposte per la creazione di un ente di controllo comunitario, una Consob europea.
Dallo stallo, per ora, non si esce. E il rischio di precipitare si fa d’ora in ora più grosso.


Moneta di tutti (e di nessuno)
Ferruccio de Bortoli
(dal “Corriere della Sera”, 3 giugno 2012)

L’enorme differenziale nei rendimenti fra titoli italiani e tedeschi è angoscia quotidiana. Si possono fare tutti i sacrifici di questo mondo, ma con un costo del denaro così elevato non si va da nessuna parte. Non è sostenibile un’Unione monetaria nella quale un’azienda meccanica della Brianza si finanzia pagando il denaro quattro volte più caro della propria concorrente tedesca. L’imprenditore italiano può innovare e fare salti mortali nella competitività, ma il tedesco prima o poi gli sottrarrà quote di mercato e finirà per rilevarne l’attività. Lo Stato può elevare il prelievo fiscale, ed è quello che purtroppo è accaduto, ma ciò che ha raccolto non finanzierà la crescita, il reddito, l’occupazione se servirà solo per pagare i debitori, oltre a nutrire una spesa pubblica inefficiente. Non ha più senso avere una moneta unica se, come è accaduto nell’ultimo mese, 200 miliardi di capitali sono affluiti in Germania (che ha un debito all’80 per cento del Pil, in valore assoluto superiore al nostro) dalla periferia dell’Unione. A tassi reali negativi! I Paesi deboli hanno le loro colpe, e non possono pretendere che i cittadini tedeschi garantiscano debiti che non hanno contratto, ma non si è visto nemmeno nella letteratura fantasy che un povero prestasse i soldi a un ricco e questo pretendesse pure di essere pagato. L’usura alla rovescia.

Colpisce e sgomenta anche il senso di rassegnazione di gran parte della classe dirigente europea, soprattutto mediterranea. Come se la fine della moneta unica fosse ormai inevitabile. Una profezia che rischia di avverarsi. Il silenzio di coloro che hanno combattuto la battaglia europeista è in Italia assordante. L’euro è orfano dei suoi padri nonostante lo stato di salute sul mercato dei cambi sia tutt’altro che precario. Un paradosso. Il Governatore della Banca d’Italia, Visco, ha spiegato nella sua relazione che se l’Unione monetaria fosse uno Stato federale potrebbe esibire conti migliori degli Stati Uniti e nessuno avrebbe dubbi sulla solvibilità dei suoi membri e delle banche, al di là del livello dei debiti sovrani.

L’euro non può morire: costerebbe troppo (mille miliardi? Forse l’impatto non è nemmeno misurabile). E anche la Germania pagherebbe un prezzo elevatissimo. Va difeso a tutti i livelli. Anche dall’accidia degli europeisti e dal fatalismo di tecnici, economisti e imprenditori che si vedono come apolidi della globalizzazione, estranei ai destini del Paese. Se non ci credono loro, perché dovrebbero crederci i cittadini che scontano sulla loro pelle gli effetti peggiori, tra prezzi alti e redditi in discesa? Uno scatto d’orgoglio e di responsabilità da parte delle leadership europee è urgente. E non solo dei governi.

Gli strumenti di cui si parla in questi giorni sono indispensabili per arrestare la scommessa dei mercati sulla fine dell’euro, dalla garanzia europea sui depositi bancari, alla piena operatività dei fondi di salvataggio, ma nel breve l’Unione deve dimostrare di esistere come entità politica. Battere un colpo. Oggi è un fantasma a sovranità tedesca. Il ruolo dell’Italia, grazie al recupero di immagine e di centralità del governo Monti, è fondamentale.

L’asse franco-tedesco è tutto da reinventare dopo l’avvento di Hollande. L’atteggiamento del presidente del Consiglio europeo Van Rompuy e del presidente della Commissione Barroso è meno timido nei confronti di Berlino. La preoccupata pressione di Obama spinge per soluzioni più credibili dei 25 modesti esiti dei vertici europei succedutisi da quando è scoppiata la crisi finanziaria, scatenata â— è bene ricordarlo â— dal disordine americano. Uno spazio negoziale esiste e non vede per la prima volta l’Italia ai margini. Decisioni forti potrebbero determinare un diverso atteggiamento della Banca centrale europea. Mario Draghi lo ripete (e lo aspetta) da mesi: se la politica chiarisse con atti concreti che la moneta unica non ha alternative, costi quel che costi, la Bce si sentirebbe autorizzata a intervenire riducendo spread che, come ha ricordato Visco, non riflettono più la reale salute delle economie europee. E la speculazione verrebbe di colpo frenata.

In caso contrario, l’Unione potrebbe accorgersi già a metà giugno, quando i greci torneranno alle urne e i francesi voteranno per le Legislative, di aver perso quel consenso popolare faticosamente confermato dal referendum irlandese. Il moltiplicarsi di movimenti antieuropei, caratterizzati da estremismi di varia natura (xenofobi, razzisti e persino nazisti), è il prodotto più evidente dell’intossicazione politica di un’Europa prigioniera di se stessa, incapace di crescere. Ma non l’unico. La tentazione qualunquista e populista di far saltare i tavoli, e non solo in Italia, coltivando inutili scorciatoie elettorali, scioperi fiscali, stampando moneta o aprendo i rubinetti della spesa, con l’unico scopo di raccogliere un facile consenso, è ugualmente pericolosa. Ma se la leadership dell’Unione non reagirà presto, la responsabilità storica del degrado delle democrazie europee sarà esclusivamente sua. Colpa della rigidità di Berlino e dell’appeasement dei suoi alleati.

P.s. Un report della Jp Morgan intitolato «The German Question » nota una terrificante similitudine tra gli spread attuali e quelli fra i redditi nazionali europei prima di tre guerre: 1870, 1914, 1939. Possiamo stare tranquilli solo pensando che lo studio è opera di un banca d’affari americana che non si è accorta che stava perdendo miliardi di dollari sui propri titoli e il cui amministratore, italian style, è ancora al suo posto.


Anche Dublino si piega a Frau Angela
di Enzo Bettiza
(da “La Stampa”, 3 giugno 2012)

Strano, stranissimo, questo gelido sì referendario di Dublino. Sino all’ultimo era stato difficile prevedere se gli elettori irlandesi, noti per i loro plebisciti contrari a regole e raccomandazioni della Commissione europea, avrebbero accettato o ripudiato il patto di austerità che i virtuosi notai di Berlino preferiscono connotare col termine «trattato di stabilità fiscale ».

L’amara medicina, già imposta alla Grecia e sospesa ora anche sulla Spagna, è stata ingoiata a denti stretti dall’Irlanda per poter accedere ai fondi destinati da Bruxelles al salvataggio delle sue banche disastrate. Stavolta la «tigre celtica », che negli anni passati aveva goduto di un privilegiato status economico in seno all’Ue, non ha tirato fuori gli artigli: si è piegata al giogo di una crisi generalizzata.

Proprio venerdì, giorno del referendum, la crisi ha toccato il culmine con il crollo delle Borse europee, lo sconquasso di Wall Street, le statistiche sulla disoccupazione, l’ira del Presidente americano che rischierebbe di perdere la rielezione a causa del contagio che un’Europa malata e inane diffonde nel mondo.

Su questo sfondo generale, alterato dal panico, che ormai coinvolge l’intero Occidente, americani compresi, l’esito del sì di Dublino alla camicia di forza dell’austerità è apparso simile a una sconfitta piuttosto che alla «vittoria » solennemente declamata dal governo di Dublino.

La vera vincitrice è apparsa Angela Merkel, criticata da molti, ma non dal primo ministro dublinese Enda Kenny il quale, a urne appena chiuse, si è precipitato a comunicare per telefono alla cancelliera il consenso ottenuto dalla prova referendaria. Si potrebbe dire, esagerando ma non troppo, che una sostanziosa quota di sovranità irlandese è finita così in mani tedesche. Non si esagera invece sostenendo che il risultato del voto, nonostante la comparsa di un 60 per cento maggioritario, non è stato affatto nitido e men che meno entusiastico; l’Irlanda ne è uscita spaccata a metà; più che entusiasmo c’è stata rassegnazione per le strade. I quartieri operai e impoveriti dalla crisi hanno votato per il più solido partito d’opposizione, contrario alla politica del rigore, cioè lo storico Sinn Fein, un tempo braccio politico dell’Ira e guidato tuttora dal suo capo storico Gerry Adams.

«Il governo ossequiente a Bruxelles – ha commentato Adams – si è speso in termini impegnativi sul salvataggio delle banche, sulla crescita e la promessa di alleggerire la pressione delle politiche di austerità. Noi continueremo a batterci perché queste promesse siano puntualmente rispettate, non dimenticando che parte dei voti a favore sono stati dati con animo fiacco e molto riluttante ». Il ceto medio avrebbe votato, non certo per la contabilità punitiva alla tedesca, ma essenzialmente per i fondi europei centellinati ai Paesi in dissesto.

In questo senso il referendum dell’Irlanda, Paese uso a sottoporre al voto popolare ogni importante decisione di Bruxelles, offre, più che mai oggi, una spia visibile o quanto meno uno spaccato trasversale su umori e travagli di altri Stati europei. Taluni in difficoltà catastrofica, come la Grecia, praticamente priva di un governo legittimo; altri assillati da minacciosi chiaroscuri come la Spagna del laconico Rajoy che non sa più che fare; altri ancora come la Francia del trapezista Hollande, che s’aggrappa con una mano incerta alla Germania e insieme tende una sinistra cooperativa all’Italia in faticosa risalita.

Fra un paio di settimane il voto di Atene ci dirà se l’esecutivo di sinistra, dominato dall’enigmatico partito Syriza, deciderà di soccombere con la vecchia dracma o sopravvivere con l’euro detestato. Fra pochi giorni, il 10 giugno, sapremo invece che tipo di esecutivo si darà la Francia dopo il voto per la nuova Assemblea nazionale. Non è da escludere che il partito socialista possa perdere la maggioranza, il che costringerebbe Hollande a scegliere tra due opzioni difficili per non dire egualmente insostenibili: o l’incubo di una coabitazione con l’Ump gollista, che finirebbe per paralizzare prima o poi il governo, oppure l’azzardo di una coalizione ambigua con il Front de Gauche, che porterebbe il governo a scontrarsi fatalmente con molte proposte di Bruxelles. Insomma, una Francia quasi impotente in un caso come nell’altro, e ciò proprio nel momento in cui Hollande starà cercando di riequilibrarne il peso e il prestigio rispetto al preponderante dinamismo della Germania.

Quale futuro, in definitiva, può aspettarsi una simile Europa disunita, dilaniata dagli strappi della moneta unica, incapace di considerare le potenzialità unitarie che nessuno, tranne alcuni personaggi di punta del mondo economico, sembra più in grado di scorgere? Rassegnarsi al peggio? Prendere sul serio il monito di un qualificato esponente della Commissione di Bruxelles, Olli Rehn, che agita lo spettro di una possibile «disintegrazione » dell’eurozona? Penso sarebbe meglio e saggio dare più ascolto alle parole di due banchieri colti quali Ignazio Visco e Mario Draghi. Nei loro ultimi interventi pubblici hanno voluto far capire che, nel suo insieme, la zona euro è ancora la più ricca del mondo con 300 milioni di abitanti e 20 milioni di imprese. Un’area che potrà riscattarsi dalla crisi solo se riuscirà a compattarsi in uno Stato vero. Uno Stato federale. Uno Stato alfine in grado di mutualizzare i debiti, superare i deficit, scarnificare la contabilità da Pil, capace di creare politiche fiscali comuni e non da codice penale. Lo ha detto bene Visco: «Dobbiamo definire un percorso che abbia nell’unione politica il suo traguardo finale ».

È importante che a ribadirlo sia un uomo di banca, non un cantore dell’europeismo di maniera. Il percorso, se lo si farà, andrà fatto aggirando gli ostacoli che al suo svolgimento porrà la temporanea presenza a Berlino di una luterana complessata, proveniente dalla Germania dell’Est, euroscettica più o meno involontaria la quale, secondo l’ex ministro Fischer e l’ex cancelliere Schroeder, vorrebbe distruggere per la terza volta il vecchio continente: non più con le armi, ma con i callidi libri mastri e pentecostali della Bundesbank.


La Merkel non ride più: la crisi affonderà anche Berlino
di Giuliano Zulin
(da “Libero”, 3 giugno 2012)

Angela Merkel non ride più. Il tracollo del Dax di Francoforte di venerdì spiega una cosa sola: a forza di austerity la depressione arriverà anche in Germania. Perché – come ha ribadito ieri Barack Obama – «la crisi dell’economia in Europa ha gettato un’ombra anche sulla nostra economia ». E se a questo ci aggiungiamo il rallentamento della Cina (oltre che di India e Brasile), beh, c’è poco da stare allegri per le esportazioni tedesche. Chi prenderà la Mercedes se i soldi nelle tasche dei consumatori saranno sempre meno? Poche settimane fa anche l’indice Ifo, che misura la fiducia delle imprese germaniche, è calato bruscamente. Sì, oggi come oggi, Berlino paga ridicoli interessi suoi suoi 2.500 miliardi di debito pubblico, tuttavia se l’euro dovesse saltare il paradiso finanziario su cui vive la Cancelliera diventerebbe un purgatorio. Se non un inferno. Ne è sicuro George Soros: «In autunno la crisi arriverà anche in Germania ». Domani, non a caso, ci sarà un doppio vertice fra José Manuel Barroso, presidente della Ue, e i capi di Cdu e Spd. La pressione è alta per la Merkel: se fino a qualche mese fa poteva contare sull’appoggio di Sarkozy e farsi forte con i poveri greci o con il Pdl, adesso è più difficile difendersi da un’alleanza globale contro il rigorismo senza se e senza ma.

Mario Monti, non si sa a che titolo, ha concesso un’intervista alla stampa greca per dire che «Gli eurobond diventeranno realtà, in una forma o nell’altra », aggiungendo che Atene «resterà nell’euro perché è nell’interesse dei cittadini e perché la nostra unione sta diventando sempre più integrata ». Più lucido di lui è però Soros, che di crisi se ne intende: «Visto che la Ue è una bolla, servirebbero politiche straordinarie per dare respiro ai mercati finanziari. Le banche hanno bisogno di un sistema di garanzia dei depositi a livello europeo. I Paesi gravemente indebitati hanno bisogno di respiro. La Germania probabilmente farà il possibile per salvare l’euro, ma nulla di più ». Per questo Mariano Rajoy preme per un’unione fiscale e bancaria.

C’è però chi gode di questa situazione. E chi, se non Goldman Sachs? Pochi giorni fa il suo presidente Gary Cohn ha messo in evidenza le opportunità che offre il processo di «deleveraging » – vendere proprietà – in atto nel sistema finanziario del Vecchio Continente, con le banche europee intente a ridurre i loro bilanci nell’ordine di una somma complessiva che potrebbe toccare anche i 2.000 miliardi di dollari. «Il potenziale è estremamente interessante, vediamo un’opportunità di guadagno in Europa… Siamo in una posizione unica – ha aggiunto Cohn – perché abbiamo i livelli adeguati di capitale, abbiamo i contatti giusti a livello di clientela e abbiamo la capacità di valutare le opportunità e di aiutare le banche europee a smobilizzare enormi fette dei loro bilanci in un modo relativamente efficiente ». Il manager Usa ha concluso dicendo che Goldman potrebbe finire per guadagnare soldi nel caso di una rottura dell’euro. Chissà cosa ne pensa l’ex Goldman, Mario Monti?


Ecco perché Roberto Saviano teme Scalfari più della Camorra
di Mattias Mainiero
(da “Libero”, 3 giugno 2012)

Barbapapà vuole bene ai suoi figli, almeno fino a quando non li scarica. Sono i figli che cominciano a non voler bene a Barpapapà e ad abbandonarlo prima di essere scaricati.

Barbapapà, per quei pochi che non lo sapessero, è Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. Il soprannome gli fu affibbiato, immaginiamo qualche secolo fa, in redazione. I figli sono tanti. L’ultimo della serie è Roberto Saviano, il ragazzo di Gomorra (ex ragazzo). Papà Eugenio voleva per lui un grande avvenire in politica. Il giovanotto è conosciuto, volto noto della tv, se non fosse per gli occhi a mezz’asta avrebbe anche uno sguardo intelligente. Parla sufficientemente male di Berlusconi, ha voglia di fare ed è un populista. Ottimo. Può essere l’antigrillo, il politico nuovo alla testa di una lista civica nazionale in grado di raccogliere i voti della protesta. Lista, ovviamente, di supporto al centrosinistra e al Pd. Detto, fatto: «Senza Saviano, – ha sentenziato Barbapapà – la sinistra perde le elezioni ».

Saviano ha letto, ci ha pensato su un secondo e ha rifiutato. Mezzo rifiuto, per la verità. Comunque, ha preso le distanze. Se papà Eugenio mi lancia, deve aver pensato, come minimo centra la finestra. Piano attico del grattacielo di sinistra. Gentilmente, dico che è un genio e non lo seguo.

Mica fesso, il ragazzotto. Scalfari, autonominatosi padre nobile della Patria, è un grande giornalista con un grandissimo difetto: trasforma i suoi cavalli, anche quelli vincenti, in brocchi. Accarezza, coccola, avvinghia. E spesso il suo è un abbraccio mortale. Come ha scritto Giampaolo Pansa, Scalfari è un mix unico tra libertinaggio politico e protagonismo. Non sono le doti di un talent scout. Piuttosto, quelle di un primattore abituato a servire se stesso e non gli altri. Meglio mantenersi a distanza di sicurezza.

Ricordate? In uno dei suoi ricorrenti innamoramenti, Scalfari perse la testa per De Mita. Ovvio: Barbapapà aveva sul gozzo Craxi. De Mita aveva Craxi sui cosiddetti. E De Mita, per Scalfari, divenne un genio. Eugenio ne disse un gran bene, Ciriaco ne fece di tutti i colori politici, fino a quando perse la segreteria dc e poi anche la presidenza del Consiglio. Papà Eugenio non batté ciglio. Aveva già altri amori.

Ricordate? Lui era Walter Veltroni, abbastanza giovane (all’epoca) e già navigato. Gli piaceva fare l’americano, stravedeva per l’Africa, era stato comunista ma non proprio comunista. Un ibrido politico. Il figlio (adottivo) perfetto per chi era stato eletto deputato, sia pure come indipendente, nelle liste del Psi, aveva partecipato alla fondazione del Partito radicale, era stato vicino ai liberali, aveva condiviso molte idee di Enrico Berlinguer e tutto sommato era e resta un ibrido politico. Sapete come finì l’avventura da aspirante premier di Veltroni. Stritolato dall’abbraccio di Scalfari e dalla concorrenza di Berlusconi. L’impressione è che da allora Walterino bello non si sia più ripreso.

Ricordate? Giuliano Amato, ottimo perché era socialista, e soprattutto perché si era allontanato dal craxismo. Lamberto Dini, perfetto non sappiamo bene per quale motivo politico, ma qualcosa devono entrarci i cosiddetti poteri forti, ai quali Scalfari è stato sempre molto attento. Francesco Rutelli, abbastanza insipido, superlativo per fare da spalla a Scalfari il protagonista (Pansa docet). Oggi Mario Monti e anche Corrado Passera, in qualche modo, almeno nella visione scalfariana, repliche di Lamberto Dini.

La mano infausta di Barbapapà ha accarezzato tutti i leader, veri, presunti, in pectore, ipotizzati e accennati, del centrosinistra e anche del centro di questi ultimi anni, Bersani escluso. E forse per questo la sinistra il più delle volte ha perso la partita col centrodestra. Micidiale, il talent scout al contrario.

Ricordate? Lui, questa volta, si chiamava Renato Soru, governatore uscente della Sardegna. Aveva non pochi dubbi, la ricandidatura non lo stuzzicava. Disse, dall’alto del suo celeste seggio, il fondatore della Repubblica: «Lei è un uomo del Pd. Il partito e la Sardegna hanno bisogno di lei ». Investitura. Soru si presentò e fu trombato. Al suo posto, Ugo Cappellacci, Popolo delle Libertà, 9 punti percentuali di distacco sul rivale, 18 nel voto di coalizione. Un abisso.

Ricordate? Persino Veronica Lario, moglie di Berlusconi, è stata virtualmente abbracciata dal grande padre di Repubblica. Veronica è legalmente separata da Silvio. La separazione, come molte e più di tante altre, pare sia stata difficile e dolorosa.

Papà Eugenio, lei ovviamente non ci abbraccerà mai. Non può abbracciarci. Non siamo interessati alla politica, non la pensiamo come lei e non siamo neppure giovani, né facciamo finta di esserlo. Però, dopo aver letto quest’articolo e averlo profondamente biasimato, lo consideri almeno un promemoria. Non si sa mai.


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Bart