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Tre articoli

8 Luglio 2012

Molto rumore, ma restano gli sprechi
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 8 luglio 2012)

Sproporzionate, a mio parere, sono le reazioni al decreto del governo per la “revisione” della spesa pubblica.
Certo, sul piano politico tutto va secondo copione. I sindacati denunciano l’attacco alla spesa sociale, il Pd e gli enti locali sono preoccupati per la probabile riduzione dei servizi, il Pdl è relativamente soddisfatto perché finalmente si preferisce tagliare la spesa piuttosto che aumentare le tasse. Qualche mese fa succedeva l’opposto: quando si aumentavano le tasse e non si toccava la spesa pubblica era il Pd ad essere relativamente soddisfatto, mentre il Pdl era freddino.

Ma se si va alla sostanza delle misure adottate, se si guarda al loro impatto complessivo, alla loro composizione, e soprattutto alla loro distribuzione nel tempo, le cose appaiono in una luce diversa, e molto più tenue.
Consideriamo, per cominciare, l’entità dei tagli, detti anche risparmi o razionalizzazioni. Il loro ammontare si aggira sui 10 miliardi l’anno. Non è pochissimo, e comunque è molto meglio del niente cui siamo abituati. E tuttavia rendiamoci conto che la loro incidenza sulla spesa pubblica complessiva, anche al netto della spesa pensionistica, è davvero modesta.
Una limatura del 2%, a fronte di un tasso di spreco che è almeno del 20%. Un tasso di spreco del 20% significa che, se la Pubblica amministrazione funzionasse ovunque come funziona nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni meglio organizzati, il risparmio che si otterrebbe sarebbe di 100 miliardi l’anno, ossia 10 volte superiore a quello che il marziano Bondi ha pianificato di qui al 2014. Chi critica l’entità della manovra sembra non rendersi conto che, se dovesse avere pieno successo, inciderebbe solo sul 10% degli sprechi, lasciando intoccato il restante 90%.

C’è poi il capitolo della composizione. Qui è inutile che ci si scagli contro i “tagli lineari”. I tagli del governo non sono affatto lineari (cioè proporzionali o uniformi per tutte le amministrazioni), tanto è vero che ci sono enti che vengono soppressi ed enti che vengono salvati, ci sono criteri che determineranno chiusure di strutture in determinati posti e non in altri, ci sono ministeri che dovranno tagliare di più e ministeri che dovranno tagliare di meno. I dubbi, semmai, riguardano la razionalità dei criteri adottati, e la capacità di metterli in atto. E’ presto per valutare un dispositivo molto complesso e in parte ancora aperto a correzioni e messe a punto, però mi sembra che alla spending review come si è configurata fin qui manchino due requisiti fondamentali.

Primo requisito: poiché gli sprechi sono concentrati in alcuni territori (non tutti al Sud ma prevalentemente al Sud), e poiché gli enti territoriali virtuosi (non tutti nel Nord ma prevalentemente nel Nord) sono piuttosto vicini alla “frontiera di efficienza”, ossia ai modelli organizzativi che consentono i maggiori risparmi, qualsiasi intervento di razionalizzazione deve concentrare i risparmi là dove esistono le condizioni per attuarli, ossia nei territori e negli enti più lontani dalla frontiera di efficienza. Se tale concentrazione non si verifica, vuol dire che l’intervento è guidato da criteri politici, non da criteri di razionalità economica.

Un criterio molto prudente di valutazione suggerisce che, poiché il tasso di spreco del Mezzogiorno è mediamente (ossia con le dovute eccezioni) almeno il triplo di quello del Centro-Nord, i sacrifici richiesti al Centro-Nord dovrebbero essere non più di un terzo di quelli richiesti alle regioni del Sud. Altrimenti l’intervento è iniquo, perché colpisce chi ha già dato. Attendo i dati definitivi per capire se la spending review rispetti questo requisito minimo (necessario, anche se non sufficiente) di giustizia e razionalità o sia, invece, guidata da criteri politico-contabili come tutte le manovre sulla spesa che l’hanno preceduta.
Secondo requisito: la revisione della spesa deve essere attuabile. Per attuabile non intendo solo capace di dare i risparmi previsti, ma capace di non ridurre i servizi erogati ai cittadini. Su questo le preoccupazioni del Pd e dei sindacati mi paiono giustificate. Però, attenzione. Se si accetta il principio che esistono degli sprechi, che sono ingenti, e che andrebbero eliminati, allora ci si deve porre il problema che si poneva Giulio Tremonti in uno dei suoi fortunati libri: il “comando” nella Pubblica amministrazione.

Comando significa che, quando una struttura non funziona perché inefficiente, ci deve essere un responsabile con poteri analoghi a quelli dell’imprenditore nel settore privato: potere di riorganizzare, spostare personale, licenziare quando è necessario. Oggi, per com’è la legge, per come sono i sindacati, per com’è la mentalità del pubblico impiego, per come funziona la magistratura, tutto questo è impossibile. Anche un semplice trasloco dei mobili da un ufficio a un altro situato a 200 metri, anche la riparazione di un termosifone che non funziona, anche l’attivazione di un servizio come internet, comporta una rete di mediazioni, colloqui e negoziazioni estenuante, come sa chiunque lavori in un’amministrazione pubblica. E qualsiasi atto di autorità, anche piccolo, è disincentivato dal costo delle reazioni di chi lo subisce, reazioni che vanno dalla mera non-collaborazione, all’azione sindacale, al ricorso ai tribunali amministrativi. I dirigenti della Pubblica amministrazione spesso non sono soggetti ammirevoli per dedizione e capacità, ma fondamentalmente sono figure erose da una ininterrotta esperienza di impotenza, o meglio di potere negativo: possono bloccare quasi tutto, ma non sono in condizione di riorganizzare quasi niente.

Ci sarebbe, per finire, da dire qualcosa sui tempi della manovra, anche per rassicurare i sindacati. Se si guardano attentamente le cifre, non sembra che – almeno per quest’anno – la spesa pubblica sia destinata a diminuire sensibilmente come conseguenza della spending review: i tagli sono inferiori ai 4 miliardi (3.7 secondo i calcoli del Sole – 24 ore). Quanto al 2013, accanto a tagli per 10.5 miliardi, sono previsti quasi altrettanti miliardi per una miriade di nuove spese: gratuità libri di testo, università private, diritto allo studio, 5 per mille, emergenza Nordafrica, strade sicure, missioni di pace, autotrasporto, esodati, terremotati. Alla fine, la riduzione della spesa pubblica per l’intero 2013 potrebbe essere ancora minore di quella, già modesta, prevista per i 6 mesi scarsi che mancano alla fine del 2012. Del 2014 è inutile parlare: tutte le manovre tagliano poco subito, e promettono che i tagli li faranno in futuro, ma di fatto nessun governo ha mai mantenuto tutti gli impegni di riduzione della spesa che aveva messo a bilancio per tre anni dopo. Il governo attuale non farà eccezione, se non altro perché nel 2014 ci sarà un altro governo.

Insomma, tranquillizziamoci un po’. La realtà è che, ogni anno, per un’infinità di motivi (compresi i terremoti e gli errori di calcolo dei ministri), nascono nuove spese. La “revisione della spesa” serve, innanzitutto, a trovare i soldi per finanziare le nuove spese. Quanto alla riduzione delle tasse sui produttori, agli stimoli all’economia, e a tutta la retorica del “rilancio della crescita”, non facciamoci illusioni: i governi fanno quello che possono (cioè quasi niente) perché se facessero quello che devono, ossia aggredire gli sprechi e la disorganizzazione dei servizi pubblici, non resisterebbero un giorno di più, travolti dalle reazioni delle lobby, dei partiti, dei sindacati, degli enti locali, dei cittadini più o meno organizzati e più o meno indignati.


La tirannia delle minoranze è nella spesa pubblica
di Antonio Martino
(da “Il Tempo”, 8 luglio 2012)

Angelo Panebianco, in un editoriale del «Corriere della Sera », analizza una delle asimmetrie che favoriscono il «partito della spesa »: i beneficiari delle pubbliche spese sono relativamente pochi e, quindi, facilmente organizzabili, coloro i quali ne subiscono il costo sono molto più numerosi e inevitabilmente disorganizzati. Questo spiega perché è relativamente facile accrescere le pubbliche spese (i potenziali beneficiari, essendo organizzati, esercitano una convincente ed efficace pressione a favore dell’aumento, mentre i contribuenti che ne sopporteranno il costo, essendo numerosi, non sono organizzati e non riescono a compiere un’efficace azione di contrasto all’aumento della spesa). Spiega anche perché sia così difficile ridurre le spese, una volta che siano cresciute: i beneficiari, organizzati, riescono a esercitare un freno efficace, mentre le vittime (i contribuenti) non riescono ad avere voce in capitolo. Sono d’accordo con Angelo ma aggiungerei altre due importanti asimmetrie. Se i beneficiari della spesa pubblica sono pochi, ognuno di loro ha relativamente molto da guadagnare dall’aumento. Una crescita di sessanta milioni di euro che vada a vantaggio di sessantamila persone rappresenta un utile di mille euro a persona. Se il costo della decisione viene «spalmato » sull’intera collettività nazionale, ogni italiano subirà un danno di un solo euro. Nessuno fa le barricate per una perdita di un euro, ma molti sono disposti a battersi per ottenere mille euro in più. Lo stesso vale per la riduzione: le vittime otterrebbero solo un euro di vantaggio, i beneficiari subirebbero un costo di mille euro. Come sosteneva Vilfredo Pareto: «In queste condizioni, l’esito è indubbio, gli sfruttati subiranno uno smacco totale ». Un’altra asimmetria riguarda l’informazione. George J. Stigler, nei suoi pionieristici studi sull’informazione, ci ha insegnato che l’ignoranza può essere razionale: se il valore dell’informazione è superiore al costo necessario ad assumerla, è razionale essere ignoranti. Il contribuente ha da perdere un solo euro dalla decisione di spesa, per saperlo dovrebbe dedicare molto tempo a leggere atti parlamentari, Gazzetta Ufficiale e altro: per un euro non ne vale la pena! Quasi certamente, quindi, le vittime saranno all’oscuro dell’entità del loro sfruttamento. I beneficiari, invece, avendo da guadagnare mille euro dalla decisione, avranno un poderoso incentivo a essere correttamente informati. È quasi certo che le vittime saranno all’oscuro di tutto, mentre i beneficiari saranno perfettamente al corrente della posta in gioco. La collettività, in altri termini, disorganizzata, non informata e priva d’incentivi all’azione si troverà a doversi scontrare con piccoli gruppi di potere organizzati, informati e consapevoli e ne uscirà inevitabilmente sconfitta. Per questo l’idea che la politica democratica realizzi l’«interesse generale » è semplicemente grottesca; la politica, democratica o meno, realizza solo l’interesse particolare, gretto e meschino, delle piccole minoranze organizzate, delle cosiddette «lobby ». Se a questo aggiungiamo che le minoranze possono sommarsi in base al criterio «Tu appoggi i miei interessi e, in cambio, io appoggio i tuoi », ci rendiamo facilmente conto che non è necessario scomodare l’autorità di Mancur Olson, uno dei più grandi studiosi di questi problemi del secolo scorso, per renderci conto che la democrazia è spesso solo un velo pietoso steso a coprire la tirannia delle minoranze. Dovremmo concluderne che sarebbe preferibile un assetto non democratico? Non direi proprio perché, mentre sappiamo abbastanza sul funzionamento dei sistemi democratici, sappiamo relativamente poco sulle dittature che, oltretutto, non sono mai uguali alle altre. Né sarei disposto ad affidarmi alla saggezza di un «uomo della Provvidenza », quasi certamente convinto di essere lui la Provvidenza. Tuttavia, da queste riflessioni traggo una conclusione che apparirà assai poco corretta politicamente: i sistemi politici sono tutti imperfetti; per piacere, quindi, smettiamola di criminalizzare i sistemi non democratici e sostenere dogmaticamente che le democrazie realizzano il bene comune.


Tassa sulla casa troppo pesante, da paese incivile
di Corrado Sforza Fogliani*
(dal “Giornale”, 8 luglio 2012)

Per le tasse sulla casa ̬ ora di fare chiarezza. Non ̬ tollerabile che continuino a correre dati incontrollati, che Рpur lontani dal vero Рfanno opinione, influenzano la classe politica (o fanno da pretesto a questa per continui aggravi).

Il governatore di Bankitalia in un’audizione in Parlamento del 30 agosto 2011 dichiarava: «Tra i Paesi europei, l’Italia è caratterizzata da un’imposizione sulla proprietà immobiliare relativamente bassa ». Nel discorso del premier al Senato, quell’imposizione diventava «particolarmente bassa » (che non è la stessa cosa). Poco tempo fa il ministro Passera faceva presente che la fiscalità immobiliare era, sempre prima della manovra Monti di dicembre, «enormemente più leggera » rispetto a «qualsiasi altro Paese ».

Ora, sul Giornale Francesco Forte, ha scritto: «Non è vero che l’Italia prima del passaggio dall’Ici all’Imu in versione Monti-Pd, avesse una tassazione patrimoniale degli immobili “troppo bassa” rispetto alla media dei Paesi industriali: nel 2010 la pressione era al 2,4% del Pil contro la media Ocse dell’1,9%. Grilli dice che il 2010 è falsato da imposte straordinarie. Ma anche nel 2009 la tassazione patrimoniale era al 2,7% del Pil e negli anni precedenti al 2% (Ocse 1,9%). La Germania ha una pressione patrimoniale solo dello 0,8-0,9% e non tassa il reddito presunto della prima e seconda (o terza) casa. Francia e Usa alzano la media Ocse, con una pressione maggiore al 3% perché colpiscono anche i patrimoni non immobiliari con un tributo generale sulle proprietà ». Secondo Eurostat il nostro Paese aveva – prima dell’insediamento del governo Monti – un livello di tassazione sugli immobili in linea con gli altri Paesi europei: l’esatto opposto di quel che s’è detto, e che la classe politica crede.

È passato un messaggio assolutamente non corrispondente alla realtà che ha determinato nel settore immobiliare una situazione dagli effetti dirompenti, basata com’essa è anche sul ripudio del civile principio che un bene non può essere tassato oltre il reddito che produce. Con i «messaggi » addomesticati alla gente, con il disordine fiscale, con una tassazione incivile prima ancora che basata su falsi presupposti, in una democrazia non si va lontano. Urge provvedere e tornare all’equilibrio fiscale.

*Presidente di Confedilizia


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Bart