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Cinque articoli

12 Luglio 2012

Trattativa, l’avvocatura dello Stato chiede le intercettazioni Mancino-Napolitano
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 luglio 2012)

Ma esistono davvero quelle registrazioni che hanno “pizzicato” la voce di Napolitano al telefono con Mancino? Quante sono? E cosa dice il Capo dello Stato in quei colloqui che hanno gettato nello scompiglio lo staff del Colle, provocando fibrillazioni ai piani più alti del giornalismo italiano? Ora dagli uffici giudiziari romani arriva a Palermo una richiesta ufficiale di informazioni sulle misteriose intercettazioni telefoniche, tuttora top secret, che avrebbero registrato la voce del Capo dello Stato, al telefono con Nicola Mancino, coinvolto nell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato e impegnato in un’azione di pressing sul Quirinale per evitare di finire nel registro degli indagati. Una lettera proveniente dall’Avvocatura dello Stato di Roma è stata recapitata nei giorni scorsi al Procuratore di Palermo Francesco Messineo con una richiesta formale di chiarimenti sulla presenza – nei brogliacci dell’indagine non ancora depositati – di alcune trascrizioni di conversazioni telefoniche che avrebbero captato la voce di Giorgio Napolitano.

“UNA LETTERA dell’avvocatura dello Stato? Si tratta di una cosa riservata, e sulle cose riservate non rispondo”, ha detto al Fatto Messineo, che adesso ha il compito di redigere una risposta, dopo avere ricevuto le controdeduzioni dal pm chiamato in causa nella missiva, Nino Di Matteo. Nel documento, redatto su input della segreteria generale del Quirinale, l’Avvocato dello Stato chiede a Messineo di confermare o smentire l’esistenza di quelle intercettazioni, facendo esplicito riferimento a un’intervista pubblicata il 22 giugno scorso dal quotidiano Repubblica, nella quale Di Matteo sosteneva che “negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del Capo dello Stato, e questo significa che non sono minimamente rilevanti”, ma poi, riferendosi alle intercettazioni non ancora depositate, aggiungeva: “Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip, saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Un’affermazione che evidentemente ha attivato l’interesse della segreteria generale del Colle che, adesso, su quelle bobine di Palermo vuole vederci più chiaro. Una curiosità condivisa da un altro inquilino temporaneo del Quirinale, il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio che, ai sensi dell’articolo 116 del cpp, chiede formalmente di accedere agli atti dell’inchiesta sulla trattativa e in particolare alle trascrizioni di tutte le telefonate che lo riguardano.

NELLA SUA lettera, in pratica, lo spin doctor del Quirinale fa sapere di voler acquisire per intero il voluminoso dossier delle intercettazioni che hanno registrato – dallo scorso novembre fino alla primavera di quest’anno – la nervosa escalation di telefonate da parte di Mancino, impegnato in una costante invocazione di aiuto e protezione nei confronti del Colle. Alla richiesta di D’Ambrosio fino a questo momento la procura non ha risposto, lo ha fatto invece Di Matteo che avrebbe già fornito per via gerarchica, al capo del suo ufficio, tutti i chiarimenti richiesti sui passaggi dell’intervista a Repubblica. E mentre da Viterbo, ospite della rassegna “Caffeina cultura”, il Procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso ribadisce che “le intercettazioni del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non possono essere distrutte, se non dopo l’autorizzazione da parte di un giudice, sentite le parti e i loro avvocati”, il procuratore Messineo è tornato ieri sulla nuova nota di Scalfari, che dalle colonne del quotidiano romano ha citato norme e codici, e persino una sentenza della Corte costituzionale in materia di uso giudiziario di attrezzature di sorveglianza. “Premesso che non ho lezioni da dare a nessuno – ha detto il Procuratore di Palermo – il fondatore di Repubblica è entrato ieri nelle specifico delle norme presuntamente violate; la risposta non può che attenere, dunque, a un contesto di carattere giuridico”. “Scalfari – esordisce Messineo – cita norme vigenti, operative ed efficaci nel caso dell’intercettazione diretta, ma non è questa la fattispecie che ci troviamo ad analizzare”. “In questo caso – prosegue il capo dell’ufficio – si tratta di un ascolto occasionale, e cioè dell’ascolto della voce di una persona coperta da immunità a colloquio con un’altra legittimamente sottoposta a intercettazione. In questo ambito le norme citate da Scalfari non possono trovare applicazione”. Ma non solo. A sostegno della sua tesi, il fondatore di Repubblica cita anche una sentenza della Corte costituzionale. “Mi è sembrata una citazione poco pertinente – replica Messineo – il riferimento ci ha incuriositi e siamo andati a leggere quella sentenza. Se non ricordo male prende in considerazione il caso della liceità di una ripresa video di un locale sospetto, sottoposto a controllo, ma non ha nulla a che vedere con personalità coperte da immunità”.


Anche Scalfari l’ha capito: i pm sbagliano
di Stefano Zurlo
(dal “Giornale”, 12 luglio 2012)

Non è mai troppo tardi. La sco ­perta dell’acqua calda può arriva ­re perfino sul crinale glorioso de ­gli ottantotto anni. E a quell’ età ve ­neranda, può capitare di entrare in rotta di collisione con magistra ­ti dilungo corso, come si va a sbat ­tere contro un iceberg, e si può es ­sere criticati, attaccati, strattonati come i modesti peones di marca berlusconiana che in questi lun ­ghi anni si sono messi di traverso agli eccessi di certa politica giudi ­ziaria. Eugenio Scalfari la sua li ­nea d’ombra, come direbbe Con ­rad, l’ha superata e risuperata fra domenica e mercoledì.

Intendiamoci: l’acqua che la sua penna di rabdomante ha fatto sgorgare porta direttamente al Quirinale, ma il solco della pole ­mica è quello già tracciato in tan ­tissimi duelli che dai tempi di Ma ­ni pulite hanno visto contrapposti politici e vip vari finiti nudi come vermi nei brogliacci di questa o quella indagine, e pm d’assalto, sempre pronti a rilanciare in no ­me della superiore esigenza di giu ­stizia.

La scintilla scocca a proposito delle telefonate, intercettate, fra il capo dello Stato e l’ex vicepresi ­dente del Csm Nicola Mancino, in ­dagato per falsa testimonianza per la presunta trattativa fra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra. Quel che nessuno immaginava è che Scalfari nel suo sermone do ­menicale si sarebbe schierato con ­tro il partito delle procure. Sorpre ­sa. Infatti quando i nastri, e con i nastri i tabulati, gli sms, perfino i video, raccontavano in tempo reale quel che avveniva a Palazzo Gra ­zioli, ad Arcore o a Palazzo Chigi, perché c’era solo l’imbarazzo del ­la scelta, Scalfari non si preoccu ­pava. Non lo turbava l’idea che ve ­nissero carpiti pure i gemiti e i so ­spiri e i respiri dentro la casa di un leader politico protetto, sulla car ­ta e solo sulla carta, dall’immuni ­tà. O forse riteneva eresia violare il sacro recinto delle procure. Oggi, oggi che al centro della querelle c’è Giorgio Napolitano e non più il Cavaliere, l’eresia non c’è più. E il fondatore di Repubblica ingaggia una battaglia muscolare senza se e senza ma. Domenica spara, dun ­que, la prima bordata: «Quando qualche settimana fa – scrive Scalfari – Nicola Mancino chiese al centralino del Quirinale di metterlo in comunicazione con il presidente, gli intercettatori avrebbero do ­vuto interrompere immediata ­mente il contatto. Non lo fecero ». E, infatti, quelle chiamate sono sta ­te ascoltate. Scalfari non ha dub ­bi: si tratta di «un illecito gravissi ­mo ». «Ancora più grave – prose ­gue l’articolo – quando il nastro fu consegnato ai sostituti procurato ­ri che lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversa ­zione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassa ­forte del loro ufficio dove tuttora si trova ».

Verrebbe da dire: dov’è la novi ­tà? È da molti anni che le intercet ­tazioni sono mangime speciale per i giornali e da molto tempo an ­che i politici coperti da immunità vengono catturati nei loro collo ­qui, utilizzando come un cavallo di Troia le utenze dei loro interlo ­cutori. Si tratta, naturalmente, di intercettazioni indirette e occasio ­nali, ma una consolidata giuri ­sprudenza le inserisce nel circui ­to processuale purché si abbia al ­meno il riguardo di chiederne l’utilizzabilità al Parlamento. Giu ­sto l’altro ieri, al processo Ruby, Il ­da Boccassini ha provato a fare do ­mande su tre telefonate, trascritte sfruttando l’interpretazione più li ­beral, ma è stata stoppata dal tribu ­nale proprio perché non aveva chiesto il permesso alle Camere.

Scalfari scopre, dunque, l’indi ­gnazione, ma la prima puntata non chiude la guerra. Ieri è il pro ­curatore di Palermo Francesco Messineo a rimettere sulla tavola la tovaglia macchiata della distin ­zione fra le intercettazioni dirette e quelle indirette. Insomma, per Messineo non si potevano carpire le parole di Napolitano piazzando le cimici al Quirinale, ma se ad es ­sere spiato era Mancino allora tut ­to va bene. Esattamente come è ca ­pitato e continua a capitare per Berlusconi e tanti altri parlamen ­tari, riparati dietro uno scudo che è peggio di un colabrodo. Barba-papà replica asserragliandosi sul ­le mura del Quirinale: «Esiste lo spirito dell’ordinamento che fa co ­munque divieto di violare le prero ­gative costituzionali del capo del ­lo Stato. Quindi: nessuna norma che autorizzi l’intercettazione in ­diretta e occasionale ». Certo, il Quirinale è il sancta sanctorum delle istituzioni, ma il principio dovrebbe valere anche al di là dei saloni del Colle. Solo che quando si prova a mettere mano alla legge e alle sue interpretazioni, allora buona parte della classe politica e giornalistica inizia a strillare con ­tro il pericolo delle leggi bavaglio. E tutto si blocca.

Antonio Ingroia ha scritto addi ­rittura un libro, C’era una volta l’in ­tercettazione, per denunciare lo snaturamento della norma che in realtà non è mai stata cambiata. Ed è proprio Ingroia a punzecchiare Scalfari, ai microfoni della Zanza ­ra: «Dispiace che una padre del giornalismo sia incorso in questo grave infortunio. Il Presidente del ­la Repubblica ha le stesse garanzie dei parlamentari per le intercetta ­zioni. Ma non è laureato in giuri ­sprudenza e glielo possiamo perdo ­nare ». «Mi sono laureato in giuri ­sprudenza nel 1946 – replica lui im ­mergendo tutta la barba nell’indi ­gnazione – con il voto di 110 e lode. Se la raccolta di notizie del dottor In ­groia porta a risultati così completa ­mente infondati, questo non è cer ­to un segnale rassicurante sulle ca ­pacità del sostituto procuratore ».


“Caro Silvio, non sei più credibile…” Firmato: i blog di centrodestra
di Marco Alfieri
(da “La Stampa”, 12 luglio 2012)

«Caro Silvio, grazie di tutto ma non è più il momento dell’ennesima discesa in campo. Il tuo nome ormai è inflazionato e, diciamolo, non più credibile. A quasi 20 anni dalla famosa “rivoluzione liberale” gli elettori di centrodestra vedono in te, a torto o a ragione, l’immagine simbolo di un cambiamento del Paese che non si è concretizzato… ».

A scriverlo sul web sono i principali blog di centrodestra: Daw blog, Il Fazioso, Maglia Nera, Edoardo Petiziol, Nicola Prochilo insieme all’ultimo nato in area centrodestra, La Retrovia.com, una nuova piattaforma digitale che punta a raccogliere idee e stimoli per superare il vecchio e usurato contenitore Pdl, parlando ambiziosamente a tutto il popolo giovane di area, deluso dall’attuale agonia politica. E’ stata proprio La Retrovia, tra una proposta anti casta, una sugli esodati e un dossier sulle promesse non mantenute del governo Berlusconi 2008, a rompere il tabù del Capo, chiedendo al fondatore deciso a ripresentarsi nel 2013, di andare in pensione. I ragazzi terribili del web targato centrodestra è da mesi che sferzano la classe dirigente del partito, evidenziando limiti e fallimenti di una lunga stagione.

Il mese scorso a Pavia, durante la manifestazione di #formattiamoilpdl, avevano già chiesto in diretta le dimissioni da segretario di Angelino Alfano: «doveva ribaltare il partito come un calzino eliminando burocrati e cortigiani e non l’ha fatto. E poi ha perso le elezioni amministrative », scrissero i blogger. Mettendo alla berlina il finto riformismo degli stessi giovani formattatori, partiti “incendiari” contro la casta di partito e finiti “pompieri” ad applaudire Alfano, dopo averlo criticato tre ore prima. Ieri sono tornati alla carica, chiedendo stavolta al Cavaliere di non provarci più. «Colpa dei giudici, colpa di una sinistra da terzo mondo, colpa di alleati che han bloccato le riforme, colpa di un sistema dove innovare è difficile se non addirittura impossibile. Presidente, permettici, però, una critica oggettiva: non è giusto attribuire colpe solo agli altri. Soprattutto l’ultimo tuo Governo ha disatteso le promesse elettorali e deluso chi sperava in un’ Italia diversa », si legge sempre nella lettera digitale.

L’obbiettivo de La Retrovia e dei blogger non è però distruggere per distruggere. Bensì cambiare per costruire un nuovo centrodestra. «Ci riconosciamo nei programmi elettorali che dal 1994 sono stati più o meno sempre gli stessi », è la loro filosofia. «Caro Cavaliere ci hai salvato dalla macchina da guerra della sinistra comunista tante volte, hai svelato a tutti i cancri della magistratura, dei sindacati, della pubblica amministrazione. Nonostante maggioranze bulgare, non sei mai riuscito a cambiare questo Paese, anche per colpa degli uomini di cui ti sei attorniato ». Morale: «Non è più il tempo di minestre riscaldate… ». Un pensiero condiviso da molti dentro al centrodestra ma che in pochi, per ora, hanno il coraggio di esplicitare.


Le incognite dell’operazione rivincita
di Michele Brambilla
(da “La Stampa”, 12 luglio 2012)

L’uscita di scena di Berlusconi dal mondo della politica pare dunque avviata a concludersi nel modo più scontato: con il ritorno di Berlusconi. C’è da stupirsi dello stupore generato ieri dalla notizia della ricandidatura, pubblicata dal Corriere della Sera. Che un uomo del genere si potesse accontentare di fare il «padre nobile » del partito, per giunta accettando l’idea che qualcun altro avrebbe potuto fare meglio di lui, non era credibile. Prima ancora che per calcolo politico, il Cavaliere è incompatibile per carattere alle seconde file.

La notizia dunque non dovrebbe sorprendere, esattamente come nella Prima Repubblica non sorprendevano i ritorni di Andreotti o quelli di Fanfani, che infatti fu ribattezzato «Rieccolo ». E per quanto possa apparire paradossale, la decisione di ricandidarsi ha anche una sua logica. Berlusconi dice che i sondaggi danno un Pdl senza di lui intorno al dieci per cento, e un Pdl con lui intorno al trenta. Può anche darsi che siano cifre esagerate, ma non c’è dubbio che la sostanza sia quella. Berlusconi per il Pdl – o per Forza Italia, se il partito tornerà a chiamarsi così, come pare – è più di un fondatore: è tutto.

Intanto perché ci ha messo l’idea, i soldi, la faccia e il carisma; e poi perché più o meno scientemente ha allevato la sua creatura guardandosi bene dal preparare una successione, ligio come molti uomini del suo stampo al principio dell’«après moi le déluge ».

È insomma più che verosimile che un partito con il suo nome nel simbolo possa prendere molti più voti di uno guidato, ad esempio, da un Alfano, incoronato come numero uno solo pochi mesi fa, e ora reintegrato fra le comparse. Da quando Berlusconi se n’è andato per lasciare spazio al governo tecnico, c’è nel centrodestra tutto un mondo di vedove e di orfani inconsolabili che non aspettano altro che l’occasione per una rivincita.

Ma proprio questo della rivincita è il tema cruciale. Il Pdl, con Berlusconi candidato, prenderà sicuramente più voti. Ma saranno voti sufficienti per vincere? Ne dubitiamo. Per tanti motivi.

Intanto, l’uomo è sembrato sinceramente stanco, negli ultimi mesi. È vero che ha dimostrato di avere più di sette vite, ma gli anni passano anche per lui e molte prove hanno lasciato il segno. E poi: che cosa potrebbe ancora promettere, in campagna elettorale, dopo vent’anni di promesse disattese? Come potrebbe far credere di non avere almeno qualche responsabilità nella disastrosa situazione lasciata in eredità al governo Monti?

Certo Berlusconi ripeterebbe che, durante i suoi tre mandati, non l’hanno lasciato governare. Non ha neppure tutti i torti, quando dice che in Italia c’è un diabolico sistema di veti e contro veti che rende difficili le riforme. Ma sarà difficile convincere ancora la maggioranza di chi vota centrodestra che è stata tutta colpa di un complotto ordito da giornali, magistratura e poteri forti.

È improbabile, per non dire impossibile, che Berlusconi non sappia tutto questo; e che non capisca che una stagione è finita per sempre. E allora cresce il sospetto che la sua ricandidatura non punti a palazzo Chigi, ma a una robusta presenza a Montecitorio che gli garantisca o di far parte di un governo di larghe intese, o quantomeno di essere una minoranza forte e rispettabile. Berlusconi non mirerebbe a vincere, dunque, ma a conquistare una condizione di maggior garanzia per le proprie aziende e per se stesso.

Ecco perché l’annuncio della sua sesta candidatura alla guida del Paese è forse una buona notizia per lui e per il Pdl, il quale, almeno per un po’, riprenderebbe ossigeno. Ma difficilmente è una buona notizia per il Paese, che rischia di risprofondare in uno psicodramma. E difficilmente è una buona notizia per lo stesso centrodestra, che perderebbe l’occasione di riorganizzarsi e di pensare a un futuro non più legato a un nome che appartiene al passato.

A pensarci bene, forse la notizia di ieri è buona soprattutto per il centrosinistra, che potrebbe riagitare il vecchio e sempre efficace spauracchio in campagna elettorale; e più in generale è buona per tutto quel fronte di antiberlusconiani un po’ a corto di argomenti da quando il Nemico si era ritirato, o aveva fatto finta di ritirarsi, a vita privata.


Berlusconi scende sul campo minato
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 12 luglio 2012)

Ha giurato di non ritornare a fare il candidato premier e in realtà ci sta lavorando. Silvio Berlusconi di professione continua a fare lo spiazzista. I suoi avversari se lo ritroveranno in mezzo al guado per Palazzo Chigi, ma stavolta anche il suo partito avrà il problema del leader che non vuol mollare la presa. Il tema ha precedenti storici illustri: il generale De Gaulle e i gollisti, la Thatcher e i tories, la saga dei Kennedy e i democratici, la famiglia Bush e i repubblicani. Con una differenza: in quei casi, il sistema democratico ha vinto le resistenze dei leader e prodotto la successione. Dalla nomina di Alfano ad oggi, si è sprecato un anno senza creare un’alternativa. I sondaggi del Pdl con Angelino candidato non sono buoni, per cui Berlusconi usa le vie brevi: ci riprova lui, nella speranza di mobilitare un blocco di elettori che sta alla finestra. Invece di scegliere la via logica e virtuosa delle elezioni primarie, invece di aprirsi all’imprevisto, cioè alla nascita di un nuovo leader «dal basso », il Cavaliere rilancia se stesso. Gli conviene? Ho i miei dubbi. E provo a spiegare perché. In realtà questa mossa moltiplica il fattore motivazione a sinistra: un Pd che non cresce nei sondaggi, ritroverà slancio perché riappare il suo avversario di sempre, la figura che fino a ieri ne aveva giustificato l’esistenza. Gli elettori di sinistra che si sentivano in libera uscita verso Grillo torneranno a casa per votare contro il «mostro ». Altre conseguenze : la macchina giudiziaria – ora in standby – si rimetterà in moto a pieno regime, mentre i mercati cominceranno ad assestare colpi di spread sull’incerta governance dell’Italia, danneggiando Monti. Con Berlusconi di nuovo nell’arena, inoltre, la tentazione di votare con l’attuale legge elettorale per Bersani e soci diventerà un’opzione concreta: con l’alleanza di Vasto, infatti, gli anti- resuscitati dal ritorno del Cav hanno i numeri per governare sia la Camera che il Senato. Dulcis in fundo, Casini, avrà una formidabile motivazione per allearsi anche con una forza politica culturalmente distante. Può darsi che Berlusconi abbia valutato questi fattori, ma resta la domanda chiave: si candida per fare cosa? Vuole tornare in pista nel 2013 pensando di giocare la partita del governo di larghe intese con Monti che fa il bis? Vuole contaminare il “montismo” con una politica pragmatica e seria come quella proposta da Giuliano Ferrara? O con le proteste fiscali (flop) di Daniela Santanchè? E la classe dirigente del Pdl che fa? Sta a guardare cosa decide il capo o mette qualche idea sul tavolo della politica? Senza risposte chiare, il Pdl nel 2013 rischia di confinarsi nell’ombra di un’opposizione senza idee, confusa e senza numeri.


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Bart