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Due articoli

13 Luglio 2012

Una perfetta impudenza
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 13 luglio 2012)

Sosteneva Schopenhauer – un bilioso connazionale della signora Merkel vissuto circa un paio di secoli fa, al quale evidentemente non eravamo troppo simpatici – che tra tutti i popoli d’Europa gli Italiani rappresentavano l’esempio di «una perfetta impudenza ». Esagerava, certamente. Ma resta il fatto che da un po’ di tempo chi vive in questo Paese non può fare a meno di chiedersi dove mai erano negli ultimi trent’anni gli attuali protagonisti della scena pubblica italiana, che cosa allora essi dicevano e facevano, addirittura se abbiano mai detto o fatto qualcosa. O forse, invece, erano ancora in troppo tenera età? O magari tutti all’estero e si occupavano d’altro?
Oggi, infatti, nessuno sembra essere stato responsabile di nulla. Una «perfetta impudenza », appunto. Debito pubblico cresciuto a livelli vertiginosi? Spesa pubblica oggetto di sprechi di ogni tipo e misura? Un’amministrazione di inefficienza conclamata? Le professioni preda del più turgido spirito corporativo? La lottizzazione partitica dominante dappertutto? Un welfare costruito a tutela dei più forti? Reti e servizi organizzati in forma oligo-monopolistica e sempre in danno del consumatore? Banche inefficienti e abituate ad angariare la clientela? Un’industria privata spesso variamente foraggiata a fondo perduto dallo Stato? Una giustizia di cui i cittadini diffidano? Carceri in condizioni orripilanti?

Sì, questo è il panorama vero e angoscioso dell’Italia di oggi. Ma è un panorama orfano di padri: per la parte che ciascuno vi ha avuto nel generarlo nessuno se ne vuole fare carico. Tutti innocenti. A cominciare dai partiti che fino a novembre dell’anno scorso hanno governato in ambito locale e nazionale. Quei partiti, quegli uomini e quelle donne, che per decenni hanno preso tutte le decisioni che oggi sappiamo sbagliate, quasi sempre senza preoccuparsi del domani ma solo del consenso dell’oggi; che hanno deliberato spese sconsiderate e hanno approvato leggi sempre più rivelatesi mal pensate e peggio ancora applicate. Per non dire dei sindacati, propugnatori abituali di vincoli rivelatisi soffocanti e, specialmente nel pubblico impiego, sostenitori di ope legis rovinosi, di mansionari e organici fuori dalla realtà, portatori di abiti ideologici implacabilmente ostili al merito, alla gerarchia, all’efficienza. Quei sindacati che per bocca di Susanna Camusso ancora oggi rivendicano come un merito indiscusso la prassi della concertazione «tra le parti », senza neppure un dubbio sulle evidenti conseguenze che una tale prassi ha avuto per decenni ai danni dell’interesse, non «delle parti », ma di quello generale, di cui deve pur essere garante il governo.

Mettiamoci pure, come è giusto, il sistema dell’informazione. Sì, troppo a lungo l’informazione indipendente si è mostrata eccessivamente indulgente verso il potere politico ed economico e i suoi rappresentanti. Non solo: troppo rispetto a priori anche verso i tabù culturalmente consacrati, verso l’autorità delle grandi corporazioni, verso tante discutibili pretese dei corpi dello Stato. Esattamente come la medesima indulgenza, il medesimo conformismo, però, ha avuto l’informazione ideologicamente orientata, ogni qual volta si è trattato di coprire le contraddizioni, le inadeguatezze o le vere e proprie magagne della propria parte.

C’eravamo, ci siamo stati tutti, insomma, nell’Italia degli ultimi trent’anni, se non sbaglio. E ognuno con la sua piccola o meno piccola parte di colpa; anche se oggi in molti fingono di esserselo dimenticato. Soprattutto c’erano, ci sono stati, gli Italiani (ha fatto bene Giuseppe Bedeschi ieri a ricordarlo). Gli Italiani: nella loro maggioranza implicati in mille modi – contro una minoranza di veri poveri e di senza diritti – nei meccanismi perversi che ci hanno portato alla drammatica condizione attuale: come elettori, come evasori fiscali, come finti invalidi o finti intestatari di quote latte, come viaggiatori a sbafo, come fruitori della spesa pubblica, di condoni edilizi, di pensioni d’anzianità, come membri di qualche piccola o grande corporazione di privilegiati. Più o meno i medesimi, c’è da giurarci, intenti a recitare oggi la parte dei superindignati contro la «casta ».

È questo il massimo ostacolo che paralizza il Paese e gli impedisce di riprendere qualsiasi cammino, è la sua cattiva coscienza: l’oblio generalizzato e autoassolutorio della società nazionale in genere, e la mancanza della benché minima autocritica dei partiti maggiori, che di conseguenza li rende tutti non credibili nei loro propositi per il futuro, destinati quindi a suonare fastidiosamente patetici. L’Italia non potrà avere alcun futuro finché non riuscirà a disporre di una narrazione del passato che la renda consapevole degli sbagli trascorsi, delle loro cause e dei loro responsabili. Così come dopo la catastrofe della guerra potemmo risollevarci solo dopo esserci sforzati di capire gli aspetti oscuri della nostra storia che si riassumevano nell’errore del fascismo, allo stesso modo oggi andremo avanti solo se faremo i conti con la vicenda grigia e piena di difetti della nostra democrazia.


L’illusione dello scudo anti-spread
di Antonio Martino
(da “Il Tempo”, 13 luglio 2012)

È all’ordine del giorno la discussione sullo “scudo anti spread”, i titoli di quasi tutti i quotidiani sono a esso dedicati, i commentatori, televisivi e non, si occupano di lui a tutto spiano, sembrerebbe che senza occuparcene la vita sarebbe priva di senso. Varrà forse la pena di cercare di comprendere come stiano esattamente le cose. Cominciamo col problema che lo scudo dovrebbe risolvere: lo spread. Lo spread, termine inglese di cui abbiamo potuto fare a meno per quasi tutta la nostra vita, è semplicemente la differenza fra i tassi d’interesse sui titoli di debito pubblico di due Paesi. Tanto per fare un esempio concreto: se i buoni decennali tedeschi fruttano a chi li acquista il due per cento l’anno, mentre i Buoni poliennali del Tesoro italiano il sei per cento, la differenza, quattro per cento (o 400 punti base) è il famigerato spread. Perché esiste e quali ne sono le cause? I titoli tedeschi e quelli italiani sono entrambi in euro, la differenza non è quindi dovuta alla diversa solidità delle due monete: quando esistevano marco e lira, la differenza avrebbe potuto essere determinata dal timore che l’inflazione italiana erodesse il valore reale dei titoli pubblici più rapidamente di quella tedesca, ritenuta minore. Questo fattore oggi non c’è più: la moneta è la stessa, non esistono un euro tedesco e uno italiano. Qual è allora la causa del diverso rendimento? Chi acquista un’obbligazione pubblica ha due fattori da considerare: il rendimento e la possibilità che quanto lui impiega gli sia restituito. Se le obbligazioni dei due Paesi avessero lo stesso rendimento, il potenziale acquirente preferirebbe acquistare quelle del Paese che dà maggiori garanzie di onorare il suo impegno e restituire quanto gli è stato prestato, alla scadenza. Se, quindi, Italia e Germania fossero considerate egualmente affidabili i bund tedeschi e i Btp italiani frutterebbero lo stesso interesse. La differenza (il famoso spread) è dovuta, quindi, esclusivamente al fatto che gli acquirenti di titoli di Stato considerano la Germania più affidabile dell’Italia. Badate bene: non è per niente detto che le cose stiano effettivamente in questi termini; è perfettamente possibile che la percezione sull’affidabilità dei due Paesi che ne hanno gli operatori non abbia fondamento di sorta. Lo spread esiste perché si crede che la Germania sia più solvibile dell’Italia, non perché lo sia davvero. In realtà, ad avviso mio e non solo mio, la percezione degli “operatori” è del tutto infondata: l’Italia è solvibilissima, quanto e forse più della Germania, a dispetto dell’enorme debito pubblico e del malgoverno diffuso delle pubbliche amministrazioni. Anzitutto, mai un’asta di titoli pubblici italiani è andata deserta, anzi quasi sempre la richiesta di titoli è stata maggiore dell’offerta. In secondo luogo, la maggior parte dei titoli pubblici italiani è detenuta da italiani. Sono crediti privati italiani a fronte di debiti pubblici sempre italiani, nella contabilità dell’Italia si cancellano. Non basta: lo Stato italiano ha sì un enorme debito ma ha anche uno smisurato patrimonio sia mobiliare (partecipazioni azionarie) sia immobiliare (edifici pubblici e altro) e non è per niente certo che il passivo patrimoniale sia maggiore dell’attivo. Per saperlo dovremmo conoscere l’effettivo valore delle attività patrimoniali pubbliche e, per quanto strano possa apparire, non lo sappiamo. Il valore delle attività mobiliari varia a seconda della dell’andamento delle azioni in Borsa, quello delle attività immobiliari è di difficile quantificazione e dipende in ogni caso dall’andamento del mercato immobiliare. L’Italia è solvibile, gli acquirenti di titoli pubblici italiani non hanno nulla da temere. Ma, si dirà, e lo spread? Non è forse vero che il fatto che l’Italia debba pagare interessi maggiori della Germania aggrava i conti pubblici perché rende maggiore la spesa per interessi? Certamente, ma questo non significa per nulla che l’Italia sia sull’orlo della bancarotta: secondo uno studio della Banca d’Italia, persino se il tasso sui titoli pubblici arrivasse all’otto per cento, la situazione sarebbe sostenibile. Ma il punto non è questo. Il fatto è che lo scudo anti spread non è in grado di modificare l’opinione degli operatori, facendoli diventare meno ottimisti sulla Germania e meno pessimisti sull’Italia. Se, con i soldi dello scudo (che non piovono dal cielo) si acquistano titoli pubblici italiani con l’intento di far diminuire i tassi d’interesse, “calmierando” lo spread, è assai probabile che gli operatori ne ricaverebbero ulteriori motivi di preoccupazione sulla solvibilità del nostro Paese. La politica non è onnisciente né onnipotente, non può arrotondare pi-greco abolendo i decimali, col nobile proposito di agevolare i calcoli; non può far piovere verso l’alto anziché verso il basso, non riuscirebbe mai a imporre ai gatti ad abbaiare, e non può imporre a milioni di persone di cambiare opinione buttando a mare qualche miliardo di euro. Chi impiega il proprio denaro scommette e spera di vincere la scommessa, ha tutto l’interesse a non compiere impieghi privi di base razionale – i soldi in ballo sono suoi. Chi, invece, utilizza soldi altrui fa sempre una scommessa, ma ha un minore incentivo a essere oculato nella decisione. In genere il privato scommette per vincere, il pubblico finisce spesso per farlo per perdere. Lo “scudo” (che non ha nulla a che vedere col simbolo della Dc, che era crociato) è solo una delle tante manifestazioni di velleitario intervento contro i (non sui) mercati e farà la fine di tutti i suoi predecessori, con buona pace degli euro-illusi.


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Bart