La libertà come punto di partenza

di G. Barbiellini Amidei
[dal “Corriere della Sera”, martedì 6 gennaio 1970]

Scusi: lei è marxista? oppure liberale? oppure cristiano? Se uno andasse bussando a tutte le porte della cultura italiana, agli scienziati, ai filosofi, agli scrittori, quali risposte annote ­rebbe, oggi?

Dopo venticinque anni di li ­bertà, con quali lineamenti ideologici l’Italia intellettuale si affaccia all’ottavo decennio del secolo?

Il cronista si affida al mestie ­re, che è fatto di sopralluoghi e di interviste, di documenti e di impressioni, e di fatti. Scon ­ta l’inevitabile porzione di ar ­bitrio delle proprie conclusioni, togliendo ad esse ogni catego ­rica certezza, cercando di co ­gliere in ciascuna risposta una parte di ragione dalla risposta contraria.

TRE VECCHIE DEFINIZIO ­NI. â— I nomi non bastano più, perché ciascuno di essi ha vis ­suto una, due, cento rivoluzioni che lo hanno fatto esplodere, mutare di senso e di dimen ­sione: il marxismo dopo Lenin, ma anche dopo Freud, dopo Stalin ma anche dopo Tito, do ­po Mao ma anche dopo Lukàcs, e Schaff e Gilas e il documento cecoslovacco delle « Duemila parole », può voler dire molto o nulla, comunque esprime sche ­mi di giudizio e di azione di ­versi, talvolta antitetici; cosi il cristianesimo dopo Maritain e dopo Mounier, dopo il Con ­cilio ma anche dopo la contestazione ecclesiastica, dopo la crisi della Chiesa ma anche dopo le persecuzioni all’Est, do ­po l’epidemia dell’ateismo ma anche dopo la nuova sete di religione che arde nella gola della protesta giovanile; così il liberalismo dopo l’armistizio con la tecnocrazia illiberale e reazionaria, ma anche dopo le vittoriose rivoluzioni liberali della non-violenza, dopo il de ­clino di un idealismo da élites, ma anche dopo la nascita di una nuova pretesa di libertà fra i reietti, fra gli underpowered, fra gli unorganized del ­la società di massa, fra i gio ­vani, fra gli hippies, fra i la ­voratori insoddisfatti dell’Euro ­pa orientale, dopo la sconfitta sulla falsa trincea del liberismo economico, ma anche dopo il successo sul terreno di una scienza della libertà cui è affi ­dato il futuro delle istituzioni sociali e dei rapporti umani.

Queste tre vecchie definizioni non chiudono più tutto il pen ­siero occidentale e nemmeno quello italiano: si integrano e si incontrano, e chiedono aiuto a modi nuovi, più dinamici dì inquadrare le idee. Ma, fonda ­mentalmente, sopravvivono, e sono ancora al centro delle di ­visioni e del dibattito.

MOLTE GIOVANI PASSIO ­NI. â— Il più grosso errore di valutazione politica e culturale del secolo è stato certamente compiuto in questi anni dai so ­stenitori del declino, addirittu ­ra della morte delle ideologie. Sepolto, anzi demitizzato il mi ­to, frantumati gli schemi ideo ­logici che non tenevano il passo con i tempi e con la rivoluzione scientifica e industriale, i teo ­rici della tecnocrazia e di altri piccoli positivismi nobilitati dal ­la sconfinata fiducia nei robot e nella strategia asettica dei managers, prevedevano un mon ­do in ordinato progresso, senza enfasi né divisioni. Unico cruc ­cio: la politica sarebbe rimasta esangue, senza partecipazione. E’ successo l’opposto: gli ulti ­mi libri sulla fine delle ideolo ­gie e sul pericolo di un letargo politico dell’umanità sono stati scritti in Italia mentre sotto le finestre già passavano, fra gli slogan di Marx e di Lenin, fra ritratti di Trotzki e di Mao, le nuove folle della passione ideologica. Tornano le divisioni, le classificazioni, gli entusia ­smi: non soltanto le ideologie, ma i miti, non soltanto i filo ­sofi, ma i profeti, Bakunin e Rosa Luxemburg, Cristo e Gan ­dhi. Non abbiamo mai avuto, anche per la spinta della con ­testazione giovanile, una cultu ­ra così densa di ideologie come oggi. Pure nella vetrina del li ­braio.

L’EREDITA’ DELL’INTOL ­LERANZA. â— Pesano sulla chiarezza della cultura italiana molti spiacevoli retaggi, tutti al loro cuore intolleranti: 1) la gerontocrazia accademica e quella editoriale, con uomini stanchi e svuotati, costretti a giostrare le proprie scelte ideo ­logiche per mantenere e giu ­stificare il potere; 2) il rifiuto delle posizioni di minoranza, considerate non soltanto scon ­venienti, ma obiettivamente meno attendibili, così che molti intellettuali sono continuamen ­te impegnati a provare a se stessi e al proprio pubblico di essere dalla parte dei più. Ne nacque perfino uno slogan fa ­moso e volgare: sette intellet ­tuali su dieci sono marxisti. Ma il vizio è comune anche a libe ­rali e cattolici. 3) La scarsa conoscenza dei progressi, dell’arricchimento delle ideologie antagoniste: ai neo-marxisti ri ­sulta comodo, sbrigativo, pole ­mizzare con i paleo-liberali, ai neo-liberali polemizzare con i paleo-marxisti. Ci si sofferma più sui vecchi errori, superati, degli avversari, che sui tenta ­tivi recenti che essi compiono per rendere più moderna e ac ­cettabile la loro dottrina.

L’ESCATOLOGIA. â— Buona parte della cultura risente di un’ansia vaga. Nel loro sforzo di avvicinarsi alla realizzazione dell’utopia, cioè di dare ai loro seguaci ciò che da tempo pro ­mettono senza mantenere, le ideologie, frastornate dalle sco ­perte scientifiche, dai miracoli spaziali, dal terrore atomico, dal brulichio demografico, vi ­vono talvolta un clima da fine dei tempi. Dietro si coglie, in molti scritti, in molte intervi ­ste, il desiderio di rafforzare con un linguaggio religioso la capacità di convinzione di una cultura che spesso mostra i suoi anni.

LE QUATTRO CULTURE. â— Negli Anni Cinquanta, (ricor ­date il famoso scritto dell’in ­glese Snow sulle « due cultu ­re »?) la cultura era dimezzata, peggio del visconte di Calvino, fra lettere e scienza. Accanto a quei vecchi tronconi, ne tro ­viamo ora altri due: gli scien ­ziati, chiusi nel quotidiano mi ­nuzioso lavoro delle loro mille specializzazioni, confidano nel ­le interviste il bisogno non sol ­tanto di una interdisciplinarità, ma di un riferimento costante alla cultura umanistica, il de ­siderio insomma di confrontare le grandi scoperte sperimentali di oggi con le ineguagliate sco ­perte filosofiche di ieri. Ecco quindi che dalla scienza sale la proposta di una nuova cul ­tura unificata. La stessa richie ­sta, ma rovesciata, di unificare tutto lo scibile sotto l’egemonia della scienza, viene invece da una filosofia in liquidazione: la rivoluzione scientifica avrebbe infatti mandato in aria tutta l’architettura del pensiero oc ­cidentale, così che oggi non si potrebbe più ragionare se non in termini di scienza. E’ strano: mentre gli scienziati, insisten ­do sui limiti delle loro ricerche e della loro logica, si richia ­mano alla morale e alla filo ­sofia, i moralisti e i filosofi, al ­meno alcuni di essi, vorrebbero passare banco alla scienza, as ­sicurando di non avere più nul ­la da dire.

In mezzo sono i letterati: co ­me api vanno e vengono da un fiore all’altro, accumulando e sperperando polline, un occhio a Freud e uno a Jung, uno a Planck e uno ad Einstein, e a Marx e a Lenin, e a San Paolo e a Lutero, e a Croce e a Keynes, con la volubilità, la passione e la voracità che sono alla radice del loro essere poeti.

Nuovo è il tono del discorsi. La declamazione e la propa ­ganda vanno finalmente in ar ­chivio: forse perché gli ascol ­tatori sono oggi più numerosi e più liberi. C’è una pacata consapevolezza di questa liber ­tà. Oggi le ideologie non pos ­sono più essere (per usare pa ­role di Ignazio Silone) « lenti colorate ». « Guardare il mondo ad occhio nudo » è una neces ­sità esistenziale prima che una scelta ragionata.

Dice, nei suo crepuscolo par ­co di parole, Carlo Emilio Gad ­da: « Mi sento sull’orlo del ­l’abisso: è difficile scrivere stan ­do sull’orlo dell’abisso ». Giova ­ne o anziano, ogni intellettuale vivo si sente sull’orlo di un abisso: se il mondo rinunciasse alla sua libertà, se tornasse al ­la violenza, all’irrazionale con ­flitto di ideologie armate, tutti cadrebbero giù da quell’orlo, nell’abisso.

Dice Montale: « Quando la li ­bertà da noi è stata raggiunta, alcuni hanno negato, tuttora negano, con ragioni sufficientemente attendibili, che questa fosse intiera la libertà. E ri ­prendono così la corsa per rag ­giungerla. E si corre ancora ».

Dice Mario Tobino: « Ogni giorno c’è chi la insegue la li ­bertà, chi la perseguita, chi la insulta ».

Dicono i grandi scienziati: senza la libertà, la scienza di ­viene vittima e strumento di oppressione. I filosofi segnalano che il tempo moderno ha co ­niato molti diversi significati per la libertà: c’è anche chi chiama così la tirannide.

Giudicheranno i lettori nei prossimi articoli quanta since ­rità o quanta reticenza corri ­spondano a questa consapevo ­lezza di libertà degli intellet ­tuali italiani, quando ad essi si chiede di disegnare una map ­pa ideologica del loro quotidia ­no lavoro.

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