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Tre articoli

4 Aprile 2012

Il Wall Street Journal critica l’Italia: “L’austerity frena l’economia europea”
(da “La Stampa”, 4 aprile 2012)

«Le misure di austerity in Italia stanno bloccando l’attività nella terza principale economia dell’eurozona, secondo quanto appare dai dati economici più recenti che dimostrano come queste misure sono controproducenti ».

Lo scrive oggi il “Wall Street Journal” Europe in un articolo di prima pagina dal titolo “L’austerità in Italia rappresenta una minaccia per l’economia”.

Citando i dati diffusi dal Mef lunedì scorso sul fabbisogno in calo nel primo trimestre, il Wsj afferma che «i recenti aumenti delle tasse stanno aiutando l’Italia a tagliare il suo deficit ma al contempo stanno spingendo l’attività economica a contrarsi ancora più velocemente ».

Secondo il Wsj Europe «lo scenario che si sta scoprendo ora in Italia, Grecia e Spagna lascerà i paesi problematici dell’eurozona con percentuali di debito pubblico ancora più alte anche se realizzano sforzi dolorosi per ridurlo ».


La quaresima della classe politica
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 4 aprile 2012)

Sarà perché a volte le cose si vedono meglio stando lontano dal campo di battaglia, oppure sarà per la circostanza che il passo indietro fatto in autunno non ha appannato un certo fiuto politico.
Fatto sta che ci ha dovuto pensare Silvio Berlusconi ieri – a raffreddare gli spiriti di rivalsa che vanno montando nel suo partito.

Il governo di Monti non si tocca fino a fine legislatura, ha ripetuto. E a chi considera questa scelta rinunciataria, ha spiegato: «La classe politica gode della fiducia del 4-5 per cento degli italiani. E una percentuale di elettori che sfiora il 60 per cento, oggi non saprebbe nemmeno per chi votare ». Quindi, nervi a posto, sostegno a Monti e avanti sulla via delle riforme.

Si tratta di una presa d’atto assai realistica circa il clima che si respira nel Paese, e che restituisce tutt’altro peso e valore alla pur importante tornata elettorale del 6 e 7 maggio. In entrambi gli schieramenti, infatti, fino ad ancora un paio di settimane fa c’era chi attribuiva al prossimo voto amministrativo addirittura il valore di un giudizio sull’operato del governo, da mandare eventualmente a casa per accorciare la penitenza cui sono obbligati i partiti. Non ci voleva molto, in verità, a capire che le cose stavano in tutt’altro modo: e che a rischiare l’osso del collo – nel voto di maggio – saranno certo più i partiti che l’esecutivo tecnico di Mario Monti.

Lo “scandalo dei tesorieri” (prima Lusi, Margherita, e ora Belsito, Lega) ha soltanto aggravato una situazione di difficoltà che era già sotto gli occhi di tutti. Difficoltà che, in parte, sono addirittura oggettive: se solo si pensa, per esempio, alla complessità di condurre una campagna elettorale contro partiti che sono avversari magari a Palermo o a Verona – per dire ma alleati (seppur di malavoglia) a Roma. O, ancora, al fatto che nessun candidato – né di centro, né di destra e nemmeno di sinistra – potrà stavolta esser sostenuto da ministri e sottosegretari col solito corteo di auto blu (con tutto quel che significa in termini di clientela, promesse e consenso). Non è forse mai accaduto, in Italia, nemmeno ai tempi del governo «tecnico » di Ciampi. Il fatto è che la «classe politica » – per usare un termine che andrebbe cancellato – è in piena Quaresima: ma con una Pasqua che appare ancora lontanissima…

A queste difficoltà oggettive si sono via via aggiunti, nelle ultime settimane, problemi che hanno fiaccato ancor di più lo stato di salute di tutte le forze politiche, praticamente nessuna esclusa. Scandali a catena – da Sud a nord – con sindaci sotto tiro per regali a base di ostriche e prelibatezze di mare, e tesorieri indagati per spaghettini al caviale a spese del partito. Poi, naturalmente, le difficoltà politiche legate all’incalzante (e discussa) azione del governo: dall’alta tensione nel triangolo Pd-CgilFiom ai malumori nel Pdl, che ha visto colpita dal governo anche parte (piccola parte…) del proprio insediamento elettorale.

I partiti, insomma, arrivano senza potere e senza quasi più onore all’appuntamento elettorale che avrebbe dovuto invece decidere della durata del governo Monti e che – al contrario – si va caratterizzando come un esame delicatissimo circa le loro possibilità di ripresa e di rilancio. Il proliferare di liste civiche e l’enorme numero di candidati in campo, forse riuscirà a mascherare le difficoltà di questo o quel partito rendendo praticamente quasi impossibile separare vinti e vincitori. Ma c’è un dato che sarà difficilmente aggirabile: il livello crescente di disaffezione elettorale.

In calo ormai da anni, la partecipazione al voto rischia di essere ulteriormente depressa dalla presenza a Roma di un governo che rappresenta – per la sua stessa e sola presenza – un muto atto d’accusa verso i partiti. A fronte di questa novità, ben altro – si era detto – avrebbe dovuto essere l’azione dei partiti. E invece, dagli scandali a raffica fino all’efficacia dell’azione politica (si pensi alla palude in cui sembrano finite le riforme) si è continuato l’andazzo di prima. Si poteva far senz’altro meglio: e il rischio, adesso, è raccogliere frutti amarissimi nelle prime vere elezioni al tempo dei tecnici…


Un pasticcio senza equità
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 4 aprile 2012)

La materia fiscale va maneggiata con cura, è nitroglicerina. Cinquemila anni di storia delle tasse dovrebbero essere una lezione da ricordare per chiunque, ma il governo Monti non sembra averne piena coscienza. Il varo dell’Imu, l’imposta sugli immobili che ha sostituito l’Ici, è un disastro sotto tutti i punti di vista: legislativo, giuridico e politico. L’ultima buona novella che giunge dal Parlamento è questa: sacrifici per tutti, ma non per gli azionisti delle banche. È uno schiaffo ai contribuenti. Pagano i pensionati, chi vive in ospizio, chi ha un deposito di attrezzi agricoli, ma chi governa l’alta finanza no. Perché? Il governo ha dato parere contrario, spiegando che sono associazioni benefiche. È così? Solo in parte. E il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Le fondazioni detengono quote determinanti di capitale nei principali gruppi bancari del Paese, nominano i consiglieri d’amministrazione, influenzano in maniera decisiva la gestione del credito e partecipano agli utili, di cui solo una quota viene redistribuita in opere di bene. Prima della grande crisi della finanza, nel 2008, le fondazioni bancarie hanno incassato quasi un miliardo e mezzo di euro di dividendi. Tre anni dopo, per effetto della crisi – e di una gestione allegra degli asset – i dividendi sono crollati a 333 milioni. La verità è che, al netto del crac dei mercati, la cronaca ci offre ogni giorno note illuminanti sulla qualità della loro gestione. Un solo esempio per tutti: la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena con la cessione delle quote di banca Mps (4,69 miliardi di euro di perdite) ha realizzato un miliardo di euro di minusvalenze. E le altre fondazioni non stanno tanto meglio. Tutto bene? La natura «spuria » delle fondazioni è sotto gli occhi di tutti, avrebbero dovuto uscire dal capitale delle banche, ma non l’hanno fatto, il Parlamento s’è ben guardato dal cambiare la legge in questo senso, e oggi il loro ambiguo vestito «double face » viene usato per giustificare l’esenzione dal pagamento dell’Imu. Possiedono un enorme patrimonio immobiliare, ma non verseranno un euro allo Stato. Dopo aver fatto una battaglia campale per far pagare l’Imu alla Chiesa – che comunque i poveri li aiuta davvero – il governo ha alzato uno scudo per proteggere chi controlla le banche. Sarebbe questa l’equità?


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart