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È applicabile o no? Giuristi divisi sulla decadenza

19 Agosto 2013

di Virginia Piccolillo
(dal “Corriere della Sera”, 19 agosto 2013)

ROMA – Se può essere retroattiva è superata dall’indulto. La tesi espressa ieri sul Corriere dal Pdl Francesco Paolo Sisto sulla norma dell’incandidabilità suscita pareri divergenti. A settembre il Senato dovrà decidere se applicarla alla condanna di Berlusconi e farlo decadere da parlamentare. Ma anche i giuristi si dividono. E si va dai presidenti emeriti della Consulta, il saggio Valerio Onida e Cesare Mirabelli che bocciano la tesi del presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, al costituzionalista Paolo Armaroli che la sposa appieno e al collega Giovanni Guzzetta che la condivide e va oltre: la norma è incostituzionale, ci procurerà una condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma non preclude a Berlusconi il rientro nella competizione elettorale. In caso di nuove elezioni, spiega, «potrà comunque mettere il suo nome sul simbolo elettorale ».

DECADENZA E VOTO – Spiega Guzzetta: «Ci sono in circolazione tutte le tesi possibili sulla natura dell’incandidabilità, se è penale, quindi irretroattiva, o amministrativa. Ma la Corte Europea guarda alla sostanza. Quella di non accedere ai pubblici uffici è decisamente una sanzione afflittiva e la norma è certamente retroattiva perché riguarda fatti precedenti alla sua entrata in vigore. Quindi viola la Convenzione europea della quale lo Stato deve tenere conto. E, secondo me, ci potrà essere un ricorso alla Corte Costituzionale ». E chi potrebbe sollevarlo se non c’è un giudizio in corso? «La Giunta per le elezioni che è un organo giurisdizionale. In caso Berlusconi decadesse, comunque – prosegue Guzzetta – potrà essere votato ». Come? «Sul simbolo i partiti possono richiamarsi al nome che vogliono. E sulla scheda potrebbe comparire il nome Silvio Berlusconi. In più, se la legge elettorale resta quella in vigore, lui potrebbe restare il capo della coalizione ».

LA LEGGE SEVERINO – Per Cesare Mirabelli invece non c’è un problema relativo al fatto che la frode fiscale di Berlusconi sia stata compiuta prima della cosiddetta legge Severino, norma attuativa della legge sulla corruzione Monti- Cancellieri-Patroni Griffi-Severino. «La Severino – spiega – non prevede una sanzione penale accessoria alla sentenza ma viaggia per conto suo, prevedendo alcuni requisiti per chi voglia candidarsi al Parlamento e che si applicano anche a chi già vi siede. Non l’applica un giudice in sede di condanna ma la legge disciplina autonomamente l’ineleggibilità a determinate cariche. In ogni caso, non si tratta di una sanzione penale retroattiva ma è una norma che determina l’incapacità momentanea a ricoprire determinate cariche e funzioni. Dunque, l’unico modo per non applicarla al caso Berlusconi è quello di modificarla ».

PENALE O AMMINISTRATIVO? – Per Onida invece la tesi di Sisto non tiene: «Non stiamo parlando di una sanzione aggiuntiva – spiega il costituzionalista – ma dei criteri su cui si fonda l’eleggibilità di un cittadino ». Non è d’accordo Paolo Armaroli: «Si discute se la norma sia di carattere penale o amministrativo. Il fatto che sia una sorta di appendice alla legge sulla corruzione ci fa dire che va assimilata al campo penale. E qui è inammissibile la retroattività della legge, salvo fattispecie del passato come i passaggi dal fascismo e il nazismo alla democrazia ».

LE DIMISSIONI – Per il giurista Stefano Passigli «il punto che Sisto dribbla è che la legge Severino è stata approvata prima della condanna definitiva di Berlusconi. E quindi va applicata. Le esigenze politiche non possono prevalere su logica giuridica ». Per Giuliano Cazzola, Scelta Civica, «Berlusconi ha solo un modo per uscire dal cul de sac: dimettersi ».

LA DECISIONE DELLA GIUNTA – Ma a decidere sarà la Giunta del Senato. Che farà il Pd? Felice Casson assicura: «Voteremo come è scritto nella legge, pacifica e lineare. Cioè a favore della decadenza di Silvio Berlusconi da senatore ». «Sulla non applicabilità della retroattività quelle di Sisto sono parole definitive. Guai a barare », avverte il Pdl Maurizio Gasparri. Ma la Pd Alessandra Moretti replica: «Non accetteremo ricatti ».


Silvio Berlusconi pronto a non chiedere la grazia. La strategia del Cavaliere per salvarsi
di Redazione
(da “L?Uffington Post”, 19 agosto 2013)

“Resisto”. È questa la promessa fatta in vivavoce da Silvio Berlusconi ai militanti della riviera riminese impegnati con un gazebo referendario. Un Cavaliere combattivo in vista della strategia da adottare dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale sancita il primo agosto dalla Cassazione.

No alla richiesta di grazia. Secondo il Corriere della Sera, l’idea di chiedere direttamente la grazia a Giorgio Napolitano sarebbe stata scartata.
La decisione è presa e l’ha comunicata ai suoi. «Non mi passa nemmeno per la testa di chiedere la grazia. Non lo farò io, non lo faranno i miei figli, non lo faranno i miei avvocati. E non chiederò nemmeno i servizi sociali, né i domiciliari. Io continuerò la mia battaglia a testa alta, anche dal carcere se servirà. Non l’avranno vinta ». Non è servito un lungo vertice venerdì con i suoi legali, con i familiari, con i collaboratori più stretti ad ammorbidire la posizione di Silvio Berlusconi. Non sono valse a nulla le obiezioni degli avvocati secondo i quali, se accedesse ai servizi sociali, se il clima si rasserenasse e il Pd si disponesse ad attendere almeno la fine dei nove mesi di pena prima di decidere sulla sua decadenza da senatore, magari si riuscirebbe a salvare il salvabile, a tutelarlo, a tenere in piedi il governo e assieme l’agibilità politica del leader del centrodestra.No, raccontano, Berlusconi non ci sta. Non crede più alle promesse. È talmente deluso e infuriato e amareggiato e ferito che adesso vuole vedere i fatti da chi, ne è convinto, glieli aveva promessi. Da quel Quirinale dal quale nel Pdl si aspettavano di più, magari un provvedimento di grazia motu proprio che avrebbe fermato le macchine, cambiato il clima. E dal Pd che non risponde e che, si sta convincendo Berlusconi, porterà il Paese al voto anticipato presto, forse entro l’anno.
Una strategia in tre tappe, pensando al voto. Una difesa-offesa, quella di Berlusconi secondo Repubblica, in tre tappe che si conclude con le elezioni anticipate dove è sicuro di vincere.

La prima mossa si gioca a fine mese. L’amico avvocato Niccolò Ghedini ha convinto il Cavaliere che la legge Severino non può essere sicuramente applicata a lui perché approvata a dicembre 2012 – è la sua tesi – non ha valenza retroattiva sia che venga interpretata come una sanzione penale, sia amministrativa. Se è penale incappa nel principio del favor rei, se è amministrativa nella legge 689 dell’81 che, all’articolo 1, esclude comunque la retroattività. (…)

I suoi consiglieri sono convinti che il Pd stia sbagliando tutto, perché potrebbe bloccare il voto sulla decadenza, aspettare comunque sia le motivazioni della sentenza che soprattutto la decisione sull’interdizione, lasciare che la Severino sia applicata semmai quando ci saranno le prossime elezioni. Allora toccherebbe all’ufficio elettorale bloccare la candidatura di Berlusconi e il Pd “non si sporcherebbe neppure le mani”. Ma si innesta proprio qui la convinzione dell’ex premier che quello della giunta “è un processo politico”, in cui non conterebbero affatto le regole , ma solo l’obiettivo da raggiungere. Berlusconi non fa che dire ai suoi: “Il Pd considera già morto il governo Letta,, guarda all’alleanza con M5S, usa la giunta del Senato come killer contro di me” Qui si innestano la seconda e la terza mossa di Silvio per sopravvivere.

Innanzitutto gli uomini del Cavaliere stanno facendo carte false per mettere le mani sul nastro dell’intervista al Mattino del giudice Antonio Esposito, il presidente del collegio Mediaset in Cassazione. Non c’è amico o avvocato di Berlusconi che non ripeta che quel nastro “è decisivo” perché dimostra come il processo sia “una farsa”, un “perfetto imbroglio”, una “truffa”. Un processo politico. La terza carta in serbo sono le elezioni anticipate. Lì punta Berlusconi, perché è sicuro di vincere, non gli importa nulla di poter essere candidato perché tanto farà campagna elettorale lo stesso.


Strategia di sopravvivenza
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 19 agosto 2013)

Ben coperto sotto l’ampio ombrello protettivo di Giorgio Napolitano e con un paio di avvertimenti a quelli che ha definito i «professionisti del conflitto », Enrico Letta ha tratteggiato ieri – dalla tribuna del Meeting di Rimini – quella che potremmo definire la sua strategia per la sopravvivenza. «Gli italiani – ha pronosticato – puniranno tutti quelli che anteporranno i loro interessi personali e di parte a quelli del Paese ».

Ma oltre tale avviso il premier non è potuto andare, essendo la situazione fuori da ogni controllo e le possibilità di intervento del governo sulla questione delle questioni (lo stato giudiziario di Silvio Berlusconi) praticamente nulle.

Ed è dunque affidandosi ad uno schema classico in politica (le cose buone fatte, e quelle che restano da fare) che Letta ha voluto avviare la ripresa delle attività dopo l’inesistente pausa estiva. I problemi che il governo ritrova sulla sua strada sono quelli – politici e programmatici – di due settimane fa: aggravati, naturalmente, dalla sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha di fatto messo Silvio Berlusconi in un angolo. Il premier non ha affrontato la questione nemmeno incidentalmente, limitandosi ad annotare (citando il calo dello spread) che il Paese ha alle spalle «due anni in cui un percorso doloroso si è compiuto » e che lui – Letta – non vuole «minimamente che qualcuno interrompa questo percorso di speranza ».

Che quel cammino possa però proseguire con Silvio Berlusconi fuori dal Parlamento (e per di più incandidabile alle prossime elezioni) pare, al momento, poco più che una flebile speranza: ma è su quella speranza che il Presidente del Consiglio intende lavorare. E’ per questo che Letta chiede ai «professionisti del conflitto » – i falchi di ogni latitudine, si suppone – di abbandonare facili rendite di posizione e accompagnare il Paese verso l’uscita dalla crisi: ma il tono, inevitabilmente, è più quello di una ragionevole richiesta, piuttosto che il fermo richiamo all’ordine da parte di un premier che sa di controllare la sua maggioranza.

Enrico Letta, dunque, si posiziona così in attesa degli eventi: sapendo che si tratta di eventi rispetto ai quali – per ragioni diverse e numerose – le sue possibilità di intervento restano ridotte. Provvedimenti-simbolo come la rimodulazione dell’Imu o l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, vengono rinviate o restano al palo di fronte agli espliciti disaccordi nella maggioranza: una situazione di sospensione che solo la soluzione della questione delle questioni è forse in grado di sbloccare. Ma dalla sentenza della Cassazione sono ormai passate quasi tre settimane, e la situazione – piuttosto che rasserenarsi – pare farsi peggiore ogni giorno di più.

In un quadro di tal genere – esposto a venti che col governo dovrebbero entrarci poco o nulla: dal Congresso pd ai guai del Cavaliere, dallo scalpitare di Renzi all’agitarsi dei «duri » del Pdl – in un quadro così, dicevamo, Enrico Letta chiede da Rimini alla sua maggioranza senso di responsabilità e la predisposizione, comunque, di una «rete protettiva » nel caso tutto crolli: e il riferimento, naturalmente, è a una nuova legge elettorale (invocata da tempo dal Presidente Napolitano) giudicata dal premier «il cambiamento più urgente che ci sia » ed evocata come primo impegno per il Parlamento alla ripresa di settembre.

Peccato che l’urgenza di tale riforma sia urlata ai quattro venti da anni, e che quattro diversi governi (Prodi, Berlusconi, Monti e ora Letta) e altrettante differenti maggioranze non vi abbiano mai messo mano. Ora, in acque ridiventate tempestose, si torna a invocare la riscrittura di una legge per la quale gli aggettivi negativi non si contano più. Il proposito annunciato dal premier è certamente lodevole e positivo: che esso trovi concreta realizzazione, è un altro discorso. Ma se in mezzo a tanti rinvii e a tante tensioni questa fosse davvero la volta buona, non si potrebbe che esserne estremamente soddisfatti…


Adesso Letta ha paura
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 19 agosto 2013)

Anche Enrico Letta, presidente del Consiglio, ha capito che per il suo governo marca male. Silvio Berlusconi ha deciso di non arrendersi a Napolitano e ai magistrati, nessun passo indietro e neppure di lato: piuttosto il carcere.

Quindi il cerino passa nelle mani del Pd che dovrà decidere: se voterà per la decadenza da senatore per il Cav, si assumerà la responsabilità di sciogliere di fatto il patto fondante di questa maggioranza; se non lo farà (cosa assai improbabile) esploderà in mille pezzi. Affari loro, nel senso di Napolitano, Pd e Letta che hanno permesso lo scempio e adesso fanno i santarellini. Ci dica, caro presidente del Consiglio, che cosa ne pensa di questa magistratura e di quel pezzo d’uomo che è il giudice Esposito, invece di parlare, come ha fatto ieri, di nuova legge elettorale come piace tanto al premier-ombra Giorgio Napolitano. Entrambi (Letta e Napolitano) sono stati ieri ospiti osannati del Meeting di Rimini, assise del popolo ciellino, padroni di casa i ministri Mauro e Lupi. Vuoi vedere che ci risiamo (era già accaduto ai tempi del governo Monti) col tentativo dell’area cattolica centrista di vendere Berlusconi al nemico in cambio di un posto al sole (e del sedere ben piantato su qualche poltrona)?

Per fortuna per governare servono i voti (Monti e Bersani ne sanno qualcosa), e quelli al momento li ha ancora solo Silvio Berlusconi, che in caso (molto probabile) di elezioni, in un modo o nell’altro sarà della partita (è una certezza). La verità è che non Berlusconi, ma tutti i signori di cui sopra pensano di farla franca, senza neppure pagare dazio per essere stati complici, diretti o indiretti, di una mutilazione della democrazia. Sanno solo dire: fate i bravi, fate i buoni. Ma che razza di gente siete? Fuori le palle, signori. Servono coraggio e chiarezza, bisogna scegliere da che parte stare, se da quella della democrazia o da quella del giudice Esposito (presidente del collegio che ha confermato la condanna a Berlusconi) ormai difeso solo da quel cretino di Marco Travaglio, ex giornalista ora suo capo ufficio stampa. «Qualcuno mi difenda », aveva dettato sabato alle agenzie il magistrato di fronte ai documentati racconti da noi pubblicati sui suoi non pochi guai giudiziari e disciplinari (che si siano conclusi bene per lui non lo abbiamo mai omesso). All’appello ha risposto il soldatino Travaglio con un pezzo d’urgenza. Nella foga gli è scappato, per eccesso di saliva, che se un magistrato va a caccia con un boss mafioso è da ingenui. Un bel passo in avanti: fino a ieri, e per altri casi, ci aveva spiegato che trattasi a prescindere di concorso esterno in associazione mafiosa. Vedi, caro Travaglio, che quando vai di fretta può pure capitare che una l’azzecchi?


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Bart