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Napolitano e Esposito. Le telefonate che non conosceremo mai?

19 Agosto 2013

Nel giro di poco più di un anno il telefono è stato un protagonista inquietante per l’Italia. È vero che nel mondo, e specialmente a due passi da noi, accadono tragedie inenarrabili per atrocità e spargimenti di sangue, nelle quali la vita umana è considerata meno importante – come secoli fa: nulla è cambiato – della lotta per la conquista del potere, ma sta di fatto che due vicende accadute per via telefono, pur nella loro apparente normalità, possono aver leso le più delicate e importanti tessere di quel complesso mosaico che è la democrazia.

La prima vicenda è arcinota ed è legata alle telefonate intercorse tra il nostro attuale capo di Stato e l’ex presidente del senato Nicola Mancino, indagato a Palermo per falsa testimonianza nel processo in corso sulla trattativa tra lo Stato e la mafia.
Quelle telefonate sono state distrutte e, a meno che qualcuno non ne abbia conservato copia, il loro contenuto rimarrà un mistero e continuerà ad alimentare dubbi sulla correttezza istituzionale di Napolitano.
Si teme, per come i protagonisti si sono mossi ai vari livelli di responsabilità, che, a seguito di quelle telefonate, Napolitano abbia tentato una qualche intromissione nel processo palermitano. Fatto che, se fosse stato provato, lo avrebbe costretto alle dimissioni o all’impeachment.

Tutti sanno come sono andate le cose: a tarallucci e vino. Una consulta poco costituzionale (la costituzione avrebbe preteso altro giudizio) ha regalato a Napolitano, ma anche ai suoi successori, una immunità pressoché totale – salvo che per alto tradimento e per attentato alla costituzione – mai sognata dai padri costituenti, anzi sempre esclusa se non nei casi di esercizio della funzione istituzionale.
Napolitano, d’altronde, con la scusa assai posticcia di aver agito per salvaguardare i suoi successori, si è ben guardato dal dissipare presso i cittadini, motu proprio, i loro dubbi, cosicché ancora oggi noi non sappiamo se Napolitano abbia tentato o meno di intervenire nel processo in favore di Mancino.

L’altra vicenda è di attualità e riguarda il magistrato Antonio Esposito, il presidente che ha letto, davanti alle telecamere di tutto il mondo, la condanna definitiva di Silvio Berlusconi per una frode fiscale di cui l’accusa non è stata in grado di presentare uno straccio di prova.
Si dubita che la sentenza fosse già preconfezionata, a suggello di una azione giudiziaria partita   subito dopo la discesa in politica di Berlusconi, e che avrebbe intravisto finalmente per la prima volta la possibilità di raggiungere l’agognato e ventennale obiettivo.

Anche in questa vicenda il telefono è stato il veicolo di un’azione che potrebbe rivelarsi devastante per la nostra democrazia.
Infatti, il magistrato si è lasciato tentare da un giornalista del quotidiano il Mattino ed ha rilasciato, via telefono, una intervista molto discutibile, nella quale si potrebbe trovare materia per corroborare la tesi secondo la quale la condanna di Berlusconi fosse già stabilita a priori, a prescindere ossia dalle prove di innocenza avanzate dalla difesa.

Ebbene, si vorrebbe, anche in questo caso, come nel caso di Napolitano, che quella intervista fosse portata nella sua interezza a conoscenza dei cittadini, in modo da sciogliere i molti dubbi che da anni incombono sulla imparzialità della magistratura, in particolare nei confronti del leader del centrodestra.

L’intervista probabilmente è in mano al Csm, che sta valutando se assumere provvedimenti disciplinari nei confronti del magistrato, ma nessun altro è in grado di conoscerne il contenuto, salvo ovviamente i diretti interessati.
Perfino un articolo apparso stamani (qui) riconosce che nonostante il Pdl sia alla caccia del nastro, nessuno riesce a trovarlo. Queste le parole del giornale:

“Innanzitutto gli uomini del Cavaliere stanno facendo carte false per mettere le mani sul nastro dell’intervista al Mattino del giudice Antonio Esposito, il presidente del collegio Mediaset in Cassazione. Non c’è amico o avvocato di Berlusconi che non ripeta che quel nastro “è decisivo” perché dimostra come il processo sia “una farsa”, un “perfetto imbroglio”, una “truffa“.

Direte: due vicende fra le tante che inquinano la nostra democrazia. Attenzione però: esse vedono, ahimè, come protagonisti due tra i massimi livelli delle istituzioni, i quali si sono guardati bene, almeno finora, dal raccontare ai cittadini la verità.


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Bart