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È morto Giulio Andreotti, aveva 94 anni

6 Maggio 2013

di Nino Luca
(dal “Corriere della Sera”, 6 maggio 2013)

Giulio Andreotti è morto alle 12 e 25 nella sua abitazione romana. Lo hanno reso noto i suoi familiari. Aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso. L’ex senatore a vita era stato ricoverato il 3 maggio dell’anno scorso al Policlinico Gemelli di Roma per una crisi respiratoria. Da allora, dimesso dall’ospedale, le sue condizioni erano migliorate ma non si era mai ripreso completamente.

CASA – Davanti al portone del civico 326 di Corso Vittorio Emanuele, la casa di Andreotti dove è stata allestita la camera ardente, si è riunita una folla di giornalisti, cameramen e fotografi oltre a qualche curioso che riprende la scena con il cellulare o la videocamera. A portare il cordoglio alla famiglia è giunto l’ex ministro e sottosegretario, amico da sempre, Vincenzo Scotti e Giulia Bongiorno, storico avvocato del senatore a vita, visibilmente commossa all’uscita.

I FUNERALI – Per Andreotti niente camera ardente al Senato ma nella sua amatissima casa-studio di Corso Vittorio e funerali privati presso la Chiesa di san Giovanni dei Fiorentini a Roma, a pochi passi dalla propria abitazione, dove ogni mattina era solito andare per sentir messa. Le esequie saranno celebrate domani alle 14. Niente funerali di Stato dunque, come anticipato da Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989: «Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari. Era un grande uomo che mi ha insegnato tanto. Solo chi gli è stato davvero a fianco ha potuto capire l’uomo, non solo il politico ». Numerose le reazioni dopo la diffusione della notizia. La prima dichiarazione è dell’ex sodale dc, Cirino Pomicino: «Lo stato d’animo è quello di chi ha perduto un amico e un maestro di vita e di politica, nei prossimi anni si vedrà cosa Giulio Andreotti ha dato al Paese ».

LA CARRIERA POLITICA – Nato a Roma il 14 gennaio 1919, sposato con la signora Livia, padre di 4 figli, Andreotti è stato tra gli uomini più importanti della Democrazia Cristiana. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: 8 volte ministro della Difesa, 5 volte ministro degli Esteri, 3 volte ministro delle Partecipazioni statali, 2 volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana), ministro dei Beni culturali e ministro delle Politiche comunitarie. Figura controversa, secondo i giudici ebbe rapporti molto ravvicinati (concreta collaborazione) con la mafia almeno fino al 1980.

ALL’ESTERO – Dalla Gran Bretagna alla Spagna scomparsa di Andreotti irrompe come «breaking news » sui media internazionali, rimbalzando nella fascia dedicata alle «urgentissime » sui siti della britannica Bbc, dei quotidiani spagnoli El Mundo e El Pais e, oltralpe, della France tv che lo descrive come «figura emblematica della Democrazia cristiana ». In Francia la notizia è in evidenza anche su Le Figaro mentre in Germania irrompe sulla prima pagina del tabloid Bild.


Andreotti, l’amico dei Pontefici
di Paolo Rodari
(da “la Repubblica”, 6 maggio 2013)

Giulio Andreotti e il Vaticano. Più che una lunga amicizia, un feeling strutturale. “Per anni ha vissuto come fosse un segretario di Stato Vaticano permanente”, disse di lui Francesco Cossiga, volendo significare che tutto si può dire di Andreotti ma non che si muovesse senza cercare sempre e costantemente il confronto con il Vaticano, la Chiesa, i suoi governanti. Non solo, negli anni della grande Ostpolitik verso i regimi del blocco comunista, Andreotti faceva sul fronte laico ciò che i cardinali Casaroli e Silvestrini facevano sul fronte ecclesiale.

“Andreotti ascoltava la Santa Sede e la Santa Sede ascoltava lui”, disse in occasione dei suoi novant’anni il cardinale Ersilio Tonini, che raccontò delle tante amicizie che Andreotti poteva vantare oltre il Tevere. “Il suo più grande amico in Vaticano fu il cardinale Fiorenzo Angelini. Nacque a campo Marzio, nel cuore della vecchia Roma. Forse per questo Andreotti lo sentiva particolarmente amico”.

Già, la vecchia Roma. È qui che Andreotti tesse i primi rapporti coi monsignori d’oltre il Tevere. Impara a conoscerli, a stimarli, a capire che per lui, per il suo modo d’essere, la loro amicizia era importante. Conobbe il futuro Pio XII, allora monsignor Pacelli, in casa della sorella di quest’ultimo, Elisabetta sposata Rossignani. Disse Andreotti: “Abitavamo vicini in via dei Prefetti. Pacelli vi portava del cioccolato per le nipoti. E me lo offriva pure a me sul loro terrazzo. Per la verità, l’allora monsignor
Eugenio mi diceva poco. Nella zona di via dei Prefetti ero molto più interessato ai giocatori della Roma che mangiavano da sora Emma”.

L’amicizia con Pacelli continuò per anni. Per lui Pacelli, al di là delle accuse di non aver fatto abbastanza per gli ebrei nel corso della seconda guerra mondiale, “era un sant’uomo”. Disse: “Metteva un po’ soggezione. Era ieratico. Trasmetteva austerità ma anche regalità. Era insieme sacerdote e sovrano. Non credo che amasse molto i preamboli nelle conversazioni. E poi voleva sempre risposte molto precise. Era un Papa innovatore, seppure attaccato alla tradizione. Per lui la tradizione era una forza a cui aggrapparsi. Insieme non amava le devianze. Una devianza che combatté con forza fu quella dei comunisti cattolici di Franco Rodano. Un giorno la polizia fascista arrestò Rodano perché anti-fascista. Poco tempo dopo Pio XII dovette fare un discorso rivolto agli operai. Gli scrissi: “Per favore, non parli di Rodano. È in prigione e la considererebbe una pugnalata alle spalle”. E, infatti, Pio XII, non ne parlò. Qualche giorno dopo andai col consiglio superiore della Fuci dal Papa. Mi guardò con occhi severi e mi chiese: “Andava bene il discorso?””.

Ricordi appesi al filo della memoria. Parole che dicono quanto stretto fosse, per Andreotti, il legame con il Vaticano. Ma più che con il Vaticano, coi Papi. Disse di lui ancora Tonini: “Assieme a Giorgio La Pira, Aldo Moro, Luigi Gedda e altri fu tra i primi a rispondere all’appello di Pio XII rivolto ai politici: “Fatevi valere”. E quella classe di nuovi dirigenti politici si fece davvero valere nell’immediato dopo guerra”.

Prima di Pacelli, Andreotti conobbe Pio XI. A dodici anni si trovò in un’udienza nell’aula concistoriale. Raccontò: “Quando lo vidi rimasi di stucco. Gridava e si mise pure a piangere. Ero atterrito tanto che svenni e finii dietro una tenda bianca. Piangeva perché tutti lo accusavano di aver sbagliato a fare il concordato con Mussolini tanto che, nonostante l’accordo, i circoli cattolici erano ancora perseguitati”.

Dopo Pacelli invece, Giovanni XXIII. I due s’incontrarono un giorno a Venezia. “Mi trattenne a colazione e mi disse: “Riposati un po’. Ti faccio fare la pennichella nel letto di Pio X”. E così fu”, raccontò ancora lo stesso Andreotti.

Montini, futuro Paolo VI, fu invece assistente alla Fuci, l’associazione dei giovani cattolici della quale Andreotti fu presidente. Con Montini, dunque, egli aveva una certa familiarità. Disse: “Ricordo un discorso al Campidoglio in cui disse che fu una provvidenza per la Chiesa la caduta dello Stato Pontificio: piovvero critiche inverosimili”.

Poi Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Il primo Andreotti non fece a tempo a conoscerlo. Wojtyla invece lo conobbe bene. Disse: “Quando compii ottant’anni mi chiamò. Pensai fosse lo scherzo di qualcuno e invece era lui. Mi disse: “Non dica ottanta ma dica che è entrato nel nono decennio di vita””.

Poi Joseph Ratzinger. Quando era cardinale andò al Senato, in quel momento presieduto da Marcello Pera. Andreotti ricordava sempre quel giorno: “Alla fine tutti dissero: “Abbiamo ascoltato il cardinale Pera e il presidente Ratzinger”. Fece, infatti, un discorso di alta politica”. Dopo l’elezione i due s’incontrarono e Ratzinger gli disse: “Lei non invecchia mai”.

E con Bergoglio. Un’amicizia “filtrata” da don Giacomo Tantardini. Andreotti per anni ha diretto 30Giorni, il mensile che Tantardini ispirava e sul quale Bergoglio è stato più volte intervistato. Ma il legame fu anche precedente l’esperienza di 30Giorni, riconducibile agli anni in cui Pio Laghi, amico di Casaroli e Silvestrini (e dunque indirettamente di Andreotti) era nunzio in Argentina.

Certo, non sempre i rapporti col Vaticano furono idilliaci. Nel 1978 fu Andreotti a firmare la legge sull’aborto. Disse in merito Tonini:”Non lo critico per questo. Credo non avesse altra scelta. E così molti hanno pensato in Vaticano. Abdicare come probabilmente avrebbe voluto fare, avrebbe voluto dire consegnare il paese non si sa a chi. Ne eravamo tutti consapevoli. E la cosa andava evitata. Fu un grande dolore consumato in anni difficilissimi. Ma quella firma non intaccò la stima vaticana nei suoi confronti”. E ancora: “Insomma, ha sempre saputo come muoversi oltre il Tevere. Diciamo che sapeva come tenere i rapporti senza compromettere nessuno. In tanti anni non ha mai compromesso nessuno della Santa Sede. Cosa non da poco e non da tutti. Non è stato con la Santa Sede un “furbetto”, uno che faceva i propri interessi alle spalle altrui. Tutt’altro. Consigliava e si lasciava consigliare”.


Andreotti, l’antologia delle frasi celebri
di (I.S.)
(da “Libero”, 6 maggio 2013)

Giulio Andreotti se n’è andato. Di lui resterà l’immensa eredità politica, qualche zona grigia e un interminabile patrimonio di aforismi. Il Divo Giulio faceva notizia per ogni sua dichiarazione. Il suo gioco al parossismo e alla lettura della realtà controcorrente e’ diventato per anni pane quotidiano per politica e stampa. Una serie di parole che hanno scritto il nostro tempo colpendo come frecce l’opinione pubblica.

La cattiveria – Lui diffidava dai moralismi e dai perbenisti: “La cattiveria dei buoni è pericolosissima”, diceva spesso. Quando lui, sette volte premier, portava avanti le sue idee in Consiglio dei ministri amava mettere a tacere i propositi di qualche ministro testa calda con questa frase:”Non basta avere ragione: bisogna avere qualcuno che te la dia”. Amava la sua gente e soprattutto il suo Paese. Lo turbavano però le critiche affrettate su gli altri e soprattutto sulle etichettature facili per i popoli vicini. Quando scoppiò negli anni ottanta la crisi libanese disse: “Se fossi nato in Libano sarei un terrorista anch’io”

L’ironia – Anche Andreotti, come tutti gli uomini, aveva pensato alla morte. Ma a modo suo: “Non sono pronto. Spero di morire il più tardi possibile. Ma se dovessi morire tra un minuto, so che non sarei chiamato a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì, ma su questo ho le carte in regola”. Ci sono poi altre esternazioni celebri. Una su tutte: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Gli storici, però, sentenziano: questa frase è del politico e diplomatico francese Charles Maurize de Tayllerand, che visse nel ‘700. Tant’è. Lo statista più longevo della storia repubblicana si è di diritto intestato anche altre frasi come: “A parlare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. Dopo il lungo calvario procesuale per mafia, da cui uscì assolto, Andreotti disse: “A parte le guerre puniche mi viene attribuito veramente di tutto. Molte delle sue frasi divenute celebri, sono state condite da abbondanti dosi di ironia, come quella sull’umiltà, che è “una virtù stupenda, ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi”. O quella sulla ragione: “Non basta averla, bisogna avere anche qualcuno che te la dà”.

Aborto e divorzio – Ha attraversato i tempi duri della politica. Tra referendum sull’aborto e divorzio lui diceva sempre: “Sì in tanti hanno uno spiccatissimo senso della famiglia. Infatti sono bigami e oltre”. Quando però si trattava di fermare qualche imbonitore che da ministro prometteva mari e monti diceva: “Ci sono pazzi che si credono Napoleone e pazzi che credono di risanare le ferrovie dello Stato”. Ovviamente a tutto pensava lui. Recentemente, prima di andarsene ha detto: “Ho visto nascere la prima repubblica, e forse la seconda. Mi auguro di vedere la terza”. L’ha vista per poco. Ma non ha avuto il tempo di lasciarci un commento. Gelido come sempre.


Come il cardinal Andreotti, in arte Giulio, ha reso immortale la chiesa
di Maurizio Crippa
(da “Il Foglio”, 6 maggio 2013)

“Io mi rifaccio spesso agli anni della mia infanzia con le passeggiate che mi faceva fare la zia Mariannina di cui eravamo ospiti, in via dei Prefetti (dove io sono nato). Erano quotidiane rievocazioni di memorie personali della zia, che aveva vissuto da sedicenne il grande cambiamento del 20 settembre 1870. Con una punta di ironia ripeteva che alcuni romani, che fino a quel giorno erano stati ostili al Papa, quando venne meno il potere temporale ne divennero apertamente nostalgici”. L’episodio della zia, nostalgica del quotidiano baciamano del popolino a Pio IX in via Giulia, deve essere tornato di recente a galla nell’infinito archivio mnemonico di Giulio Andreotti, perché oltre a essere citato da Massimo Franco nel suo ricchissimo “Andreotti – La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca” (Mondadori, 384 pp., 20 euro) è anche lo spunto del suo ultimo editoriale su 30Giorni, la rivista internazionale sulla chiesa che dirige dal 1993 (e che Franco definisce addirittura “la bibbia di vescovi, cardinali, missionari, associazioni religiose”).

“L’inguaribilmente papalina” zia Mariannina, evocata dal celebre nipote a proposito delle polemiche sulla laicità dello stato, è utile anche come punto di partenza per rintracciare un particolare filo rosso nella storia di Andreotti, diverso dai più frequentati – la politica, il potere, i guai giudiziari – che anche Massimo Franco sceglie come un punto d’osservazione privilegiato: il “cattolicesimo di Andreotti”, che poi è tutt’uno con il suo rapporto di uomo politico con la chiesa. Anzi, il notista politico del Corriere della Sera eccede addirittura, in certi momenti, nel rimarcare il “vaticanismo” del più longevo politico cattolico. Rapporto specialissimo e sempre evocato, ma spesso non capito. Come spiegò Francesco Cossiga a Daniele Vimercati, in un’intervista al Giorno opportunamente citata da Franco. Cossiga vi infilò la geniale definizione di Andreotti come “il popolo del Papa dentro la Dc”. E spiegò: “Prima che grande leader democristiano, Giulio è stato un grande esponente del cattolicesimo politico. Chi non ha capito questo, non ha capito nulla della sua importanza e della sua funzione storica per la società civile e la chiesa”.

Fra i pochi che invece l’hanno sempre capito c’è don Gianni Baget Bozzo, da Franco presentato come “antico avversario di Andreotti e di Evangelisti nei movimenti giovanili democristiani”. Il quale scrisse su Repubblica: “Andreotti rappresenta la Dc come grosso assemblaggio di cattolici e affini… La chiesa è il supporto elettorale della Dc; il nesso fondamentale, per Andreotti, è quello che lega il partito ai suoi elettori. Per lui la Dc è un partito di notabili cattolici. La Dc si definisce per riferimento all’eterno, non al temporale: la sua identità è dogmatica, e per questo la sua politica può essere spregiudicata. Per questo egli ha sempre tenuto stretto contatto con tutte le componenti del mondo cattolico, anche quelle meno ben disposte verso la Dc: con Gedda negli anni Quaranta, con Giussani (fondatore di Cl) negli anni Ottanta”. Due giudizi che colgono in profondità l’essenza della diversità andreottiana dal resto della (demo)cristianità, e spiegano bene anche una certa lontananza che ha sempre contraddistinto l’approccio alla politica dei tre illustri cattolici.

La diversità in Andreotti è sempre sfumata, ma per così dire ontologica. Massimo Franco (pag. 286) intuisce che la famosa “amicizia coi preti”, in realtà “più che amicizia era osmosi”. E con questo Franco va forse più vicino di quanto non sospetti alla radice del problema: “Il suo universo mentale ha sempre racchiuso il Vaticano come una fonte di ispirazione, valori, potere, identificazione”. Cattolico, prima che “politico cattolico”. Determinato da un’osmosi, laddove per la maggior parte dei suoi compagni di partito il problema era marcare “l’autonomia della politica”. Problema teorico, che come tutti i problemi teorici non ha mai appassionato l’ineffabile ciociaro. Così, nota Franco, “quando cominciò il processo, accadde banalmente che il ‘suo’ mondo gli rimase vicino: molto più della Dc, che era il suo partito e non lo amava”. Non l’ha mai amato, in fondo, perché la diversità di Andreotti è sempre stata di natura, si può azzardare, antropologica più che politica. Forse, a costo di contraddire Cossiga, Giulio Andreotti non è mai stato un esponente del “cattolicesimo politico”, nel senso comune del termine. Cioè come l’elaborazione teorica della generazione dei cattolici cresciuti sotto il fascismo e diventati padri della Repubblica, e proseguita a cascata (alla fine a rotoli) nelle generazioni successive. Una teoria della fede che si trasforma in progetto sociale, pensiero politico nel mito della “mediazione”, variamente propendendo verso il cattolicesimo liberale piuttosto che verso visioni progressiste.

Andreotti non appartiene fino in fondo a questa cultura. In questo ha ragione Baget Bozzo, la sua è un’idea “dogmatica”, nel senso di assai lontana da ogni pretesa di funzione salvifica della politica. Se ne è sempre tenuto lontano, ha seguito la dottrina sociale con un pragmatismo perfino ostentato (il famoso buonsenso romanesco, che nei casi migliori coincide col semplice Credo del popolo cristiano). E lo ha fatto non per semplice propensione alla gestione del potere, ma per diffidenza verso la “teoria” della politica, pure se cattolica. Del resto la sua visione di “terza posizione”, aderente alla dottrina sociale e senza pretese di “perfezionare” il mondo, era già esplicita quando scriveva, nel 1942, gli editoriali di Azione Fucina: “Accanto a un socialismo ateo c’è, senza dubbio, anche un ateismo – non meno accentuato – del capitalismo egoista, di fronte al quale la condanna è parimenti severa”.

Un rapporto complicato, quello tra il Divo Giulio e il cattolicesimo politico ideologico. Ma lo spartiacque è già chiaro quando, ancora sotto il fascismo, Andreotti tentava di tenere i rapporti tra Pio XII e i giovani della “Sinistra cristiana” e soccorreva di persona Adriano Ossicini, incarcerato a Regina Coeli per una manifestazione in piazza San Pietro, ma di lì a poco si sarebbe rassegnato a rompere i rapporti con Franco Rodano, già allora a rischio di deriva cattocomunista. In pratica, lo stesso schema che animerà dieci anni dopo lo scontro con Giuseppe Dossetti e la sua idea cripto-leninista di un “partito guida” cristiano, e poi con la sinistra interna dei “professorini”. Anche lì lo scontro era, alla radice, tra una concezione tradizionale e “papalina” della politica e una tecnocratica, da partito etico. E si riproporrà negli anni Ottanta nella lotta con Ciriaco De Mita, e poi ancora nel momento della resa dei conti, quando Pierluigi Castagnetti aveva fretta di “mandare a casa Andreotti e Gava idem”.

Non erano semplici divergenze politiche: Andreotti non direbbe mai, come ancora di recente ha fatto Rosy Bindi, che “il compito dell’evangelizzazione da parte della chiesa è anche una forma di pedagogia alla cittadinanza, all’impegno civile e politico”. Senza questo, è difficile anche inquadrare la sua lunga navigazione in politica estera. Dai tempi in cui cercava di collegare la linea del governo italiano con la Ostpolitik di Paolo VI, e soprattutto, fino in anni recenti post 11 settembre, nella sua visione “vaticana” del problema mediorientale. Illuminante la definizione di Andrea Riccardi, storico e fondatore di Sant’Egidio: “Un cardinale esterno”. Secondo Riccardi, Andreotti “è un cattolico romano, prima di essere un italiano. Ed è un politico che ha usato l’internazionale della chiesa cattolica come una risorsa; e ne è stato usato”.

Una lunga consuetudine che giustifica il paradosso coniato da Giuliano Ferrara, in base al quale Andreotti ha agito “come una sorta di cittadino vaticano naturalizzato, o come un oriundo italiano con specchiata carriera ecclesiastica”. Ci sono anche deliziosi episodi, a illustrare la peculiarità del cattolicesimo andreottiano. Come il tavolino in pietra che il suo amico cardinale americano Francis Spellman voleva farsi realizzare dall’Opificio delle Pietre dure di Firenze, con il suo stemma cardinalizio, ma venne ultimato quando ormai il committente era defunto, e finì a casa dell’amico politico romano. Ci sono le insegne vescovili che l’amico d’infanzia e cardinale Angelo Felici fece destinare a lui dopo la morte. C’è tutta una trina di merletti di zie, ma anche di pie suore, vescovi e semplici preti di chiese sofferenti in giro per il mondo. Ricevuti, visitati, tenuti in contatto con una solerzia che ha dell’incredibile, per un politico professionista.

Nel 2000 Andreotti scrisse come divertissement per un libro-strenna fuori commercio il raccontino “1 ° gennaio 2015”. In cui, incredibilmente, azzeccava il nome del futuro pontefice, Benedetto XVI, nonché alcune idee che faranno davvero capolino nel pontificato: “Il latino tornerà ad essere lingua veicolare della chiesa”, o il richiamo all’uso dell’abito talare. Il che potrebbe indicare una preferenza per la chiesa preconciliare. Ma allo stesso tempo, negli anni nerissimi dei processi, scrive un altro dei suoi innumerevoli librini collaterali, accanto a quelli destinati al grande pubblico: “I quattro del Gesù”. E racconta, riabilitandola, la storia misconosciuta del modernismo, la corrente di rinnovamento teologico che tra fine dell’Ottocento e inizi Novecento fu condannata e scomunicata. E allora sembra emergere anche un Andreotti, se non dissenziente, almeno aperto al rinnovamento. E proprio in una fase in cui nella chiesa iniziava a prevalere una visione “restauratrice”, se non neo-conservatrice, destinata a mettere sotto scacco decenni di progressismo. Ma per Andreotti l’arte del contrappunto vale anche in campo ecclesiale, i libri servono per mandare messaggi.

Vale anche per “Un Gesuita in Cina”, il libro che dedica nel 2001 a Matteo Ricci, il gesuita che in modo tuttora giudicato mirabile, anche dai cinesi, impostò il rapporto tra due mondi e due religioni, anticipando anche qui uno degli interessi centrali del futuro Benedetto XVI. Né conservatore né progressista, papalino ma non teocratico, il cattolicesimo di Andreotti ha spiazzato anche i politici più smagati. Rino Formica una volta confessò: “Noi socialisti l’abbiamo sempre giudicato sulla base dei fatti: questo è bene, questo è male. Non avevamo colto la sua appartenenza a un filone culturale e di pensiero che ha reso immortale la chiesa. In cui ci sono duemila anni di storia. Ci sono il sacrificio di Cristo, la papessa Giovanna, i Borgia, l’Inquisizione, la diplomazia”.
Di recente, Benedetto XVI ha lanciato un monito sulla necessità di “una nuova generazione di politici cattolici”. Interpellato, Andreotti se l’è cavata come al solito nicchiando e ricordando che “allora era tutto diverso, c’erano il comunismo e la Guerra fredda”. Ci fosse stato ancora il Papa re della zia Mariannina, forse Andreotti si sarebbe dedicato alle preghiere e alle opere di bene.


Dal Parlamento ai film, da Palazzo Chigi alle canzoni. Così Andreotti è arrivato dappertutto
di Maurizio Stefanini
(da “Il Foglio”, 6 maggio 2013)

Nel 1963, in “Gli onorevoli”, famoso film di Sergio Corbucci, assieme a una candidata democristiana interpretata da Franca Valeri, a un comunista interpretato da Aroldo Tieri, a un liberale interpretato da Gino Cervi e a un missino interpretato da Peppino De Filippo, tra i bonariamente presi in giro c’è anche un monarchico interpretato da Totò, che diventerà memorabile per il suo martellante “Vota Antonio!”, e la cui moglie però vota Dc. Per la precisione “Giulio”: “Non c’è rosa senza spine, non c’è governo senza Andreotti!”, spiega. Nel 1973 il Canzoniere del Lazio, gruppo seminale nel panorama del folk revival italiano, fa uscire il suo primo lp, che si intitola “Quando nascesti tune”. Tra le canzoni, ce n’è una di protesta con una strofa che fa: “tre/ noi volessimo sapè/ se Andreotti s’è deciso/ de mannacce in paradiso”. Nel 1983 “Il tassinaro”, altro famoso film, mostra Alberto Sordi nel ruolo di un tassista che incrocia personaggi anonimi e famosi. Tra i famosi interpretati in camei da sé stessi, in particolare, accanto a Federico Fellini, Silvana Pampanini, Paolo Frajese e agli allora celebri “sposini di Omegna” Pia Bianca Curioni e Fulvio Cerutti, c’è Giulio Andreotti, che propone di risolvere il problema della disoccupazione dei laureati con il numero chiuso alle Università. Nel 1992 Francesco Baccini, autore ancora sulla breccia, pubblica l’album “Nomi e cognomi”, in cui una della canzoni è appunto dedicata a Giulio Andreotti. “Chi ha mangiato la torta/ Andreotti/ chi ha permesso il calo della borsa/ Andreotti/ ma lasciatelo stare, poverino/ questo dargli addosso è/ assurdo e cretino/ chi ha sbagliato manovra/ Andreotti/ chi c’è dietro la piovra/ Andreotti/ siamo tutti pieni di pregiudizi/ convinti di pulir l’Italia/ da tutti i vizi/ Giulio ti salverò/ sarò il tuo Don Chisciotte/ Giulio ti difenderò/ sarai la mia mascotte”. Nel 2000 Giulio Andreotti è il protagonista del cartone animato di Mario Verger. Sempre nel 2000, Giulio Andreotti fa la pubblicità alla Diners. Nel 2005, Giulio Andreotti fa pubblicità ai cellulari Tre, assieme a Valeria Marini e a Claudio Amendola. Nel 2008, a lui è dedicato il film “Il Divo” di Paolo Sorrentino che sarà premiato a Cannes, e che sarà definito dall’interessato “una mascalzonata”. Ma quasi subito ritirerà l’epiteto, ammettendo che “se uno fa politica pare che essere ignorato sia peggio che essere criticato”. Si parva licet, il 2008 è anche l’anno in cui Giulio Andreotti incrocia la vita dell’autore di queste note, firmando la prefazione al suo libro “Grandi Coalizioni”: e forse è questa la prova definitiva che Andreotti in Italia è arrivato veramente dappertutto.

Aveva 26 anni quando il 5 aprile del 1945 fu designato a quella Consulta Nazionale che fu il primo Parlamento, sebbene cooptato, della nuova Italia democratica. E poi è stato alla Costituente. E alla Camera. E, dal primo giugno 1991, Senatore a vita. Era rimasto l’ultimo a aver fatto parte del legislativo ininterrottamente non solo dall’inizio della Repubblica, ma addirittura attraverso la Consulta anche dalla fine della monarchia. Sette volte Presidente del Consiglio: col quadripartito centrista tra 1972 e 1973; con la solidarietà nazionale appoggiato dal Pci tra 1976 e 1979; col pentapartito tra 1989 e 1992. E poi otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni Statali; due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno, ministro dei beni culturali, e ministro delle Politiche Comunitarie. Come ministro dell’Interno fu anche il più giovane nella storia dell’Italia repubblicana: 34enne. Ma la prima volta al governo era entrato a 28 anni: sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Alcide De Gasperi. Altro suo record: il primo presidente del Consiglio ad avere una ministro donna, con Tina Anselmi. Né la sua carriera politica si è in realtà conclusa con la fine della Prima Repubblica e della Dc, se si pensa al modo in cui nel 2001 provò a tenere a battesimo il forse ancora prematuro esperimento neo-centrista di Democrazia Europea, nel 2006 fu candidato contro Franco Marini alla presidenza del Senato e nel 2008 ne presiedette comunque la prima seduta come più anziano dei presenti.

Insomma, nessun altro uomo politico nel corso della Storia dell’Italia unita ha continuato a attraversare altrettanto a lungo la vicenda istituzionale del Paese: neanche ai tempi del Regno. Per questo, nell’immaginario collettivo era diventato un personaggio quasi immortale. Un personaggio che avrebbe dovuto esserci sempre: come il sole o come le stagioni. Nato a Roma da genitori originari di Segni e rimasto precocemente orfano del padre, oltretutto, raccontava di aver vissuto da ragazzo presso una vecchissima zia, classe 1854, “nella casa nella quale io sono nato”, e alcuni dei suoi primi aneddoti da politico in erba riguardano i contatti che tramite De Gasperi ebbe con i vecchi mostri sacri dell’Italia liberale: da Benedetto Croce a Francesco Saverio Nitti e a Vittorio Emanuele Orlando. Quest’ultimo in particolare, raccontava, lo impressionava, perché era stato il presidente del Consiglio di cui aveva studiato a scuola che aveva vinto la Grande Guerra: un personaggio nato a Palermo ancora Regno delle Due Sicilie, nove giorni prima dell’arrivo dei garibaldini. Insomma, veramente il contatto con Andreotti dà il senso del radicamento nella Storia. Eppure, da giovane era così malandato in salute che quando si presentò per fare il servizio di leva come ufficiale di complemento al Celio un medico lo riformò pronosticandogli “non più di sei mesi di vita”. A parte la sua straordinaria sopravvivenza: sarebbe appunto diventato, come già ricordato, ministro della Difesa. E dei più temuti: proprio alla sua permanenza in quell’incarico una leggenda avrebbe attribuito un armamentario di dossier tali da far tremare mezza Italia.

Ginnasio al Visconti, Liceo Classico al Tasso, andò a Giurisprudenza invece che a Medicina perché la frequenza non obbligatoria gli permetteva di aiutare il bilancio familiare, lavorando come avventizio all’Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo entra nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana, diventa nel 1939 direttore della rivista Azione Fucina, e poi nel 1942 presidente della Fuci al posto di Aldo Moro, richiamato alle armi. Intanto inizia anche una tesi in Diritto della Navigazione durante la quale finisce alla Biblioteca Vaticana a chiedere materiale sulla Marina Pontificia. “Ma lei non ha niente di meglio da fare?”, gli chiede sprezzante un impiegato. Poco dopo, regime fascista ormai agli sgoccioli, Andreotti va a una riunione convocata dall’ex-presidente della Fuci Spataro per preparare un nuovo partito cattolico, e ci ritrova “il signore dei libri”. Che poi non è altri che De Gasperi. “Vieni a lavorare con noi”, gli dice. Nel 1944 quando cessa di essere presidente della Fuci diventa responsabile dei giovani Dc. Ed è l’inizio della carriera che attraverserà tutto il resto del secolo, e l’inizio inoltrato del successivo. Subito in evidenza come braccio destro di De Gasperi, di lui Indro Montanelli racconterà la celebre battuta: “quando entravano in chiesa Ge Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete”. Da cui la altrettanto celebre controbattuta: “ma a me il prete rispondeva”. E qui andiamo in una delle particolarità di Andreotti. Dal coinvolgimento nel 1958 nello scandalo Giuffrè in seguito alle accuse di un memoriale giudicato falso fino all’accusa di rapporto con la mafia da dopo un’assoluzione in primo grado e una condanna in secondo fu infine scagionato dalla Cassazione nel 2004, Andreotti è stato un personaggio coinvolto in una quantità di vicende giudiziarie e accuse: dall’aeroporto di Fiumicino ai dossier del Sifar, al caso Giannettini, al golpe Borghese, all’omicidio Pecorelli, alle vicende di Sindona. Eppure, mai nessuno è riuscito non diciamo a incastrarlo, ma neanche a compromettere la sua carriera politica. E Andreotti è stato il primo a scherzarci sopra: “guerre puniche a parte, nella mia vita mi hanno accusato di tutto quello che è successo in Italia”.

Del tutto inconsueto per un politico tacciato di machiavellismo, è appunto un famoso senso dell’umorismo da cui non ha mai risparmiato neanche sé stesso. Del tutto inconsueto per la maggior parte dei politici tout court è pure un profilo da intellettuale autore di una cinquantina di libri: dalla memorialistica allo studio storico passando per esperimenti di narrativa. Famose le sue battute: “il potere logora chi non ce l’ha”. Famose le sue risposte fulminanti. Roberto Gervaso: “sulla lapide di chi scriverebbe fece più male che bene, ma il male lo fece bene e il bene lo fece male?”. Andreotti: “non mi occupo di pompe funebri!”. Un intellettuale dunque scettico ed elitario: “non credo che nessuno lo abbia mai sentito gridare, né visto in preda all’agitazione” scrisse di lui Enzo Biagi. “Non ho un temperamento avventuroso e giudico pericolose le improvvisazioni emotive. Lavorare molto m’è sempre piaciuto. È una utile deformazione”, diceva di sé. Eppure a suo modo popolarissimo e popolaresco: dall’ostentato tifo per la Roma alle preferenze a raffica che prendeva quando si candidava a deputato. Ancora Biagi così lo descrisse: “legge romanzi gialli, è tifoso della Roma, e si compera l’abbonamento, frequenta le corse dei cavalli, è capace di passare un pomeriggio giocando a carte, e l’attrice che preferiva, in gioventù, era la bionda Carole Lombard, colleziona campanelli e francobolli del 1870”. “Padre di quattro figli, ha la fortuna che la sua prole tende a non farsi notare. E neppure la signora Livia, la moglie, di cui non si celebrano né gli abiti né le iniziative. Non c’è aneddotica sulla signora Andreotti”. Ma i suoi stessi sostenitori consideravano la sua fama luciferina come parte del suo carisma, a partire dai soprannomi di cui ha fatto ideale collezione: “il divo Giulio”, “Belzebù”, “Zio Giulio”, “Talleyrand”, “Molok”, “la Sfinge”, “il Papa Nero”, “il Gobbo”, “la Volpe”, “la Vecchia Volpe”, “l’Indecifrabile”.

Al contempo, i suoi avversari erano i primi a sostenere la tesi della sua enorme capacità e intelligenza, sia pure attribuendole il servizio di cause sbagliate. O, più frequentemente ancora, la edizione a un potere fine a sé stesso “Mi faccio una colpa di provare simpatia per Andreotti”, diceva Montanelli. “È il più spiritoso di tutti. Mi diverte il suo cinismo, che è un cinismo vero, una particolare filosofia con la quale è nato. È distaccato, freddo, guardingo, ha sangue di ghiaccio. È autenticamente colto, cioè di quelli che non credono che la cultura sia cominciata con la sociologia e finisca lì”. Giorgio Galli, il politologo, attribuì una volta a Andreotti un’aura quasi taumaturgica per la sua capacità di essere “dappertutto”. Cioè, “a sinistra, al centro e a destra” contemporaneamente. Uomo dell’abbraccio a Graziani, e dei governi appoggiati dal Pci; dell’opposizione al centro-sinistra per il ritorno al centrismo, e del ritorno alla collaborazione col Psi; della lealtà atlantica, e di Sigonella; dell’antipatia con Craxi, e del Caf. D’altra parte, la querelle della sua vicinanza a Cosa Nostra andrebbe pure messa assieme al particolare che col suo governo il ministro della Giustizia Claudio Martelli promosse il giudice Falcone a protagonista della lotta anti-mafia. E anche la sua fama di personaggio alieno alle prove di forza andrebbe confrontata al particolare che comunque fu il suo governo quello a opporre il muro contro muro alle Brigate Rosse dopo il rapimento di Aldo Moro.


È morto Giulio Andreotti, il volto della Prima Repubblica
di Redazione
(da “l’Unità”, 6 maggio 2013)

E’ morto a Roma il senatore a vita Giulio Andreotti. Membro della Costituente, più volte presidente del Consiglio ed esponente storico della Democrazia Cristiana. Andreotti aveva compiuto 94 anni il 14 gennaio scorso.

Tra i protagonisti della vita politica italiana della seconda metà del XX secolo, è stato tra gli uomini più importanti della Dc. Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo. La sua carriera inizia già alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando al seguito di Alcide De Gasperi diventa membro della Costituente nel 1946.

Le esequie si terranno domani pomeriggio alla chiesa di San Giovanni dei fiorentini. Come riferiscono fonti della famiglia, sia il funerale che la camera artende allestita nello studio della sua casa in Corso Vittorio saranno in forma privata.

Così la sua vita cambiò la storia d’Italia
«Il potere logora chi non ce l’ha ». È tutta in questo motto la vita di Giulio Andreotti, iniziata il 14 gennaio del 1919 a Roma e nella sua città terminata oggi. Di lui, ‘il divo Giulio’ di potere ne ha avuto sempre tanto, per qualcuno fin troppo. Del resto l’icona della politica italiana nei vari governi che si sono succeduti dal 1946 al 1992 è stato tutto: sette volte presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, del Bilancio, della Difesa, dell’Industria, del Tesoro, delle Finanze e dell’Interno. Ha contribuito a scrivere la Costituzione, si è confrontato da imputato con i magistrati, è stato senatore a vita e ispirazione per un’intera classe politica.

Ripercorrere la vita di Giulio Andreotti è come rivivere la storia dell’Italia repubblicana, perché la prima volta che Andreotti fece politica c’erano ancora i Savoia. Poi, la guerra e dopo la Costituente, nella quale era il più giovane. Nasce lì, con il cardinal Montini il rapporto privilegiato di Andreotti con il Vaticano: fu infatti il futuro Papa a promuoverlo presso Alcide De Gasperi perché gli concedesse un incarico di governo. Fu così che Andreotti diventò per la prima volta sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Da quel momento, fu un crescendo e non ci fu governo cui Andreotti non prese parte.

Ma più che un elenco sterile di incarichi, per capire la vicenda personale e politica di Andreotti occorre sfogliare i libri di storia, attraversare il boom economico degli anni ’60, l’austerity e le rivendicazioni sindacali dei primi anni ’70, gli anni di piombo, il terrorismo palestinese e mediorientale, la rinascita degli anni ’80 e il crollo della prima Repubblica con Mani Pulite, da cui, comunque, Andreotti uscì colpito ma di striscio, come lui stesso soleva ricordare. Del resto, anche i suoi detrattori più accaniti, gli riconoscono quello che in politica è il dono più grande, la capacità di sopravvivere agli scandali, ai ribaltoni, alle accuse, ai processi, ai rivali e anche agli amici.

Per capire l’Andreotti politico non basta guardare la sua attività, ma investigare la natura dell’uomo, un tipo calmo, meticoloso, pignolo e con una capacità di ricordare quasi disumana. Fu proprio la sua calma che lasciò più volte tutti di stucco: Andreotti era infatti serafico quando assicurò che Arafat invitato a parlare al Parlamento italiano e presentatosi a Montecitorio con la pistola, «non avrebbe sparato a nessuno ». Lo disse con la stessa voce e la stessa faccia con cui baciò e abbracciò Cicciolina il primo giorno da deputata radicale. La stessa identica espressione con cui rispose alle domande dei magistrati di Palermo che lo rinviarono a giudizio per i suoi rapporti presunti con Salvatore Riina e con la cupola di Cosa Nostra. Andreotti passò indenne attraverso tutto compresi i giudizi durissimi che il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro diede di lui nelle lettere scritte durante la prigionia, prima di essere ucciso dalle Br.

Andreotti, però, non è solo politica italiana: di lui, infatti, va ricordato il peso a livello mondiale e il rapporto strettissimo con gli Stati Uniti d’America, un rapporto che non gli impedì, però, di coltivare altrettante buone relazioni con i palestinesi, ponendo in qualche misura l’Italia al riparo dalla violenta ondata di attentati che squassò l’Europa negli anni ’70. Anche qui un adagio aiuta più di mille episodi: gli italiani «hanno la moglie americana e l’amante araba ».

L’aneddotica è l’ultimo dei capitoli dedicati ad Andreotti ma, come tale, è forse il più ricco e il più completo. I soprannomi, innanzitutto: divo Giulio, la sfinge, Belzebù, la vecchia volpe, il papa nero, sono sono alcuni dei nomignoli che stampa, politica, cinema, letteratura e canzone gli hanno attribuito. Di racconti o frasi celebri a lui attribuite c’è di che riempire una enciclopedia, ma forse uno, il meno noto, inquadra più di tanti altri l’uomo più che il politico. Rimini, meeting di Cl, anno 2003: la platea tributò ad Andreotti ospite d’onore 20 minuti di standing ovation. Lui stette immobile a sentirli tutti. Non pianse e non rise. Alla fine, si alzò e se ne andò.


Giulio Andreotti, i segreti logorano chi non ce li ha
di Rita Di Giovacchino
(da “il Fatto Quotidiano”, 6 maggio 2013)

Non fu facile, la sera del 17 novembre 2002, scrivere che Giulio Andreotti era stato condannato a 24 anni. Non per mafia, addirittura per omicidio. Neppure per me che quasi 10 anni prima, non appena la Giunta, presieduta da Giovanni Pellegrino, aveva concesso l’autorizzazione a procedere per l’uccisione di Mino Pecorelli mi ero avventurata nella ricostruzione della “controstoria” di questo giornalista scomodo che conosceva troppi segreti. Scrissi “Scoop mortale” e fu uno scandalo, nessuno credeva ancora che una simile accusa avrebbe retto nelle aule giudiziarie. Invece il 4 novembre 1995, a Perugia, attorno a mezzanotte, mentre fuori nevicava e da Tel Aviv arrivava la notizia che Rabin era stato ammazzato, con i direttori dei giornali impazziti, tornammo a scrivere che Andreotti con il fedele Vitalone erano stati rinviati a giudizio e proprio per omicidio.

Non fu facile raccontare la storia di Andreotti imputato. Per altro imputato modello, che mai mise in dubbio la legittimità della magistratura. Non lo è neppure oggi, mentre i telegiornali preferiscono sorvolare e allargare lo sguardo sulla sua storia di leader Dc, statista, uomo ponte tra Est e Ovest. Tocca a noi, umili cronisti, ricordare dieci anni di processi tra Roma, Palermo e Perugia che qualcuno oggi, con improvvisa amnesia, riassume affermando che si sono risolti in un nulla di fatto. Due processi, sei gradi di giudizio, ricorsi, eccezioni. La verità è che alla fine il Divo Giulio, soprannome che proprio Pecorelli gli aveva affibbiato, fu per metà assolto e per metà prescritto. La Cassazione annullò il processo di Perugia e l’accusa di omicidio ma confermò che Andreotti aveva intrattenuto rapporti con la mafia fino alla primavera 1980, riconoscendo come avvenuti gli incontri con Stefano Bontade, giusto a tempo affinché il reato cadesse in prescrizione per limiti di tempo.

A Giulio la teoria del complotto non era mai piaciuta. In quei dieci anni vi fece ricorso con parsimonia e in pochissime occasioni. Qualche frase gettata qua e là comprensibile a pochi, quasi si trattasse di dicerie. Americani, asse franco tedesco, sinistra giudiziaria? “No, forse ce l’avevano con me perché ero un po’ troppo europeista”. Una di queste occasioni fu il salotto di Bruno Vespa, proprio la sera della sua assoluzione a metà, con me nelle vesti dell’agnello sacrificale, data in pasto a un Giuliano Ferrara più esorbitante e aggressivo che mai. Fu il Divo Giulio, con uno dei suoi sorrisetti allusivi, a lanciarmi la ciambella di salvataggio con quella frase che lasciò tutti a mezz’aria. Come quando citando una massima evangelica, di cui non si conosce fonte, sentenziò: “Quando a Gesù fu chiesto di dire la verità, lui non rispose”. La sua maggiore capacità consisteva nel minimizzare le accuse che gli venivano rivolte, con una battuta, un sorrisetto sarcastico, un’allusione.

C’era il sole e c’era l’ombra, la neve a Perugia e lo scirocco a Palermo, noi umili cronisti sudavamo e battevamo i denti. Possiamo testimoniare che non ha mai saltato un pasto o tradito un’emozione. In aula scriveva, scriveva. Appunti? “Ma no, sto facendo un altro libro per pagare gli avvocati”. Ma non perdeva una battuta del processo, ogni tanto alzava gli occhi dal quadernetto, suggeriva qualcosa all’avv. Coppi che poco dopo si alzava e interveniva. Il delitto Moro, Sindona, lo scandalo dei Fondi neri, i rapporti con Licio Gelli. I misteri d’Italia sfilavano nelle aule giudiziarie per dissolversi alla fine in un suo commento sarcastico. I segreti logorano chi non ce l’ha. Nelle aule giudiziarie il processo Andreotti si è trasformato in quello a un’intera epoca, che ci sembra già tanto lontana, ma a lui questo non dispiaceva affatto.

Fino a quando in un giorno di mezza estate del 1990 ha svelato l’esistenza di Gladio, mandando in tilt i piani e gli apparati di tutti i paesi Nato. Di tutti i suoi segreti, questo in definitiva è il meno comprensibile. Forse qualcuno voleva sbarrargli il passo, impedirgli di diventare Capo di Stato, lui preferì giocare di anticipo. Tutti i rischi che potevano venirgli dall’azzardo di rivelare il più protetto segreto di Stato, dovevano apparirgli di gran lunga inferiori a quello che si stava preparando. Poi vennero le stragi di mafia, Falcone e Borsellino, Roma, Firenze, Milano. Come al solito non si era sbagliato.


Mario Cervi lo ricorda qui (Video).


L’incertezza pesa più dell’imposta
di Franco Bruni
(da “La Stampa”, 6 maggio 2013)

Nell’editoriale di ieri Luca Ricolfi invita a «parlare di tasse senza ideologie ». E’ un invito da cogliere. Il dibattito sulle misure del nuovo governo dovrebbe riflettere le finalità del suo largo supporto parlamentare, sradicandosi da faziosità di parte.

A dibattere senza faziosità non dobbiamo esser solo noi commentatori senza potere, ma anche i membri del governo ai quali, diversamente da noi, si addice la riservatezza, il non sottolineare in pubblico inevitabili divergenze, giungere a buoni compromessi e difenderli con coerenza e unità.

Non giova al Paese, per esempio, che il viceministro Fassina sembri dissentire, in un’intervista sulla Repubblica di ieri, dalla posizione del suo ministro e del governo circa la strategia nei confronti del coordinamento fiscale dell’Ue. Smettano di rilasciare interviste, parlino con una sola voce, diano almeno l’impressione che mirano a governare, non a mettersi in luce per le prossime elezioni.

Ma torniamo a noi, a chi ha il compito di dire, disdire, dissentire, «senza pregiudizi », come suggerisce Ricolfi. Che rompe il ghiaccio con due «interrogativi provocatori »: se l’Imu sia scevra da effetti negativi sulla crescita e se, sempre ai fini della crescita, sia prioritario tener bassa l’Iva.
Sono domande importanti, urgenti e non facili da rispondere come molti sembrano pensare.

L’Imu può avere effetti depressivi sulla domanda aggregata, sia direttamente che attraverso il suo impatto sui valori immobiliari, che sono componenti importanti della ricchezza, da cui dipendono i consumi, e sono determinanti cruciali degli investimenti e della produzione nel settore edilizio, con il suo vastissimo indotto. Questi effetti si possono però contenere, rendendo l’imposta più progressiva di quanto è già e alzando le soglie per l’esenzione completa delle proprietà piccole e dei proprietari con redditi bassi. Insistere sulla difesa della prima casa sa di ideologia e propaganda mentre è evidente che sono soprattutto le piccole proprietà e i bassi redditi a veder traumatizzati i loro piani di consumo dal pagamento dell’imposta. In compenso si può calcare di più su chi è più ricco ma, proprio per questo, avendo un patrimonio e fonti di reddito più robusti e variegati, può ridurre meno le spese per pagare le imposte sugli immobili che possiede.

L’effetto depressivo dell’Imu è dipeso anche dall’incertezza delle modalità e dei tempi del suo pagamento nonché dalla confusione circa la destinazione del suo gettito fra Stato ed enti locali, confusione legata al più generale disordine di quel brutto aborto che è stato il cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre si tratta di un’imposta che colpisce un settore, quello edilizio-immobiliare, mal governato, spesso gonfiato dalla speculazione e distorto dalla corruzione: perciò un settore fragile anche quando prospera, facile a deprimersi per un subitaneo mutamento del trattamento fiscale. L’idea di sospendere la rata di giugno è dunque buona per poter riflettere, studiare, calcolare e deliberare bene; ma è poi opportuno far presto a decidere risolvendo l’incertezza dei contribuenti e degli enti percettori del gettito e, accanto alla riforma dell’Imu, ci vuole almeno l’impostazione di una politica industriale dell’edilizia, che sia di riferimento per i progetti degli operatori del settore e degli investimenti immobiliari ma che garantisca anche la difesa dell’integrità del territorio, senza la quale non c’è crescita decente e duratura.

Sull’Iva credo di essere d’accordo con Ricolfi e persino con me stesso, anche se lui invita a non aver scrupoli a contraddire quanto scritto in passato. L’enfasi sul danno di un’Iva più alta è eccessiva e converrebbe, fino a quando non si riusciranno a tagliare più massicciamente le spese inutili, finanziare con l’Iva la riduzione di imposte che sono più importanti per rilanciare l’occupazione e aiutare l’esportazione. La riduzione del cuneo fiscale, cioè della differenza fra costo del lavoro e busta paga, e del «total tax rate » del quale Ricolfi ricorda il livello stratosferico raggiunto in Italia, sono più benefici per la crescita del contenimento dell’Iva. Lo hanno detto in molti (su La Stampa lo scrissi fin dai tempi del governo Berlusconi) e non ho mai capito perché il governo Monti non abbia aggredito la questione con tempestività ed energia. Inoltre, anche se contabilmente l’Iva finisce sui prezzi al consumo, in un periodo di bassa domanda ha meno probabilità di avere effetti inflattivi a carico della larga massa dei consumatori finali, mentre potrebbe incidere su uno o più degli anelli, a volte superflui, della catena distributiva. Ridurre i costi dei produttori con fondi provenienti dall’imposizione indiretta sui consumi, dalla quale sono esenti le esportazioni, ha un nome anche nei libri di testo: si chiama svalutazione interna e favorisce la bilancia dei pagamenti.

Credo di aver evitato ideologie. Se però andassimo oltre l’urgenza dei provvedimenti a breve, diverrebbe più difficile sfuggire valutazioni politiche, rimanere su un tono tecnico-pragmatico. Infatti nel lungo periodo decidere sul fisco, sulla qualità e il livello dell’imposizione, implica due scelte controverse: in che misura si vuole influenzare durevolmente la distribuzione del reddito e in che misura alcuni beni e servizi vadano considerati «pubblici » e perciò prodotti o sussidiati dalla pubblica amministrazione. Sono cioè in gioco le finalità e le dimensioni dello Stato nell’economia. Il finanziamento strutturale delle politiche di welfare, soprattutto, richiede prese di posizione che, pur volendo evitare faziosità ideologiche, non possono non avere qualche sapore «di parte ».

Ma si possono cercare convergenze anche su questioni divisive di lungo periodo. E’ un bene che governi d’emergenza come quelli di Monti e di Letta siano spinti dalle urgenze di breve a esercizi tecnico-pragmatici che possono insegnare al Paese a raggiungere compromessi duraturi, politicamente più qualificanti.


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Bart