di Stefania Nardini
(dal “Corriere Nazionale”)
Quella notte in via Quadronno, a Milano, una di quelle notti che restano nella memoria ma anche nello scrigno delle omissioni. Santiago Conte si era buttato giù dalla finestra del terzo piano della clinica. Era un noto regista. Aveva deciso così. Consapevole di mettere fine al suo calvario. Ottant’anni, una vita vissuta per il cinema, amori mai divenuti innamoramenti. Era così Santiago, anche trent’anni prima quando conobbe Antonio, giovane scrittore considerato astro nascente. Un’amicizia leale, vera, legata dalla delicatezza del rispetto. Santiago Conte quella sera lo aveva voluto vedere, parlargli da quel letto di dolore antitesi di una morte annunciata. Parole complici, storie di relazioni complicate.
Una donna, la donna legata al maestro, simbolo del tradimento di Antonio quando ne divenne l’amante. Le onde della vita, come quelle del mare, tornano, al di là dei gesti, quando hanno il sapore dell’eternità. Così andò per Santiago Conte quando decise che proprio con Antonio avrebbe vissuto le ultime ore della sua vita, chiedendogli di aiutarlo. Di aiutarlo a raggiungere il balcone per lasciarsi cadere nel vuoto. Il riferimento a Mario Monicelli è palese, la storia ripropone un argomento complesso, quello dell’eutanasia.
Eppure Antonio Steffenoni nel suo bellissimo romanzo “Il silenzio sulle donne” (ed. Barion) riesce a raccontarlo con una naturalezza straordinaria. Perché Antonio, dopo la morte di Santiago Conte, sarà sottoposto a un lunghissimo interrogatorio, e gli inquirenti faranno di tutto per strappargli una confessione. Ma lui non parlerà. Quelle domande estenuanti sono lontane dal senso di quell’amicizia le cui tracce profonde sopravvivranno alla vita. Il volto di un uomo ridotto malato terminale non è mai lo specchio di un vissuto. È un volto che implora pietà, provato dalla sofferenza.
Un gesto come quello di togliersi la vita quando il capolinea è prossimo desta, prima che dolore, disagio. Un disagio che si supera liberandoci dal sentimento di perdita che la morte provoca a chi resta. Si soffre, è verissimo, ma non si può ignorare il rispetto per chi quella scelta l’ha decisa. Quella notte in via Quadronno accadde proprio questo. E Antonio non si sottrasse a quell’ultimo gesto di amicizia.