di Bartolomeo Di Monaco
Ho avuto difficoltà a scrivere quanto segue, ma poi mi sono deciso, convinto dal pensiero che non devo lasciare, per quanto possibile, nulla di sconosciuto di me; ciò che ho cercato di fare anche coi miei libri.
Dunque.
Scrivevo degli articoli, al tempo in cui lavoravo in banca, che inviavo a riviste minori, sempre letterarie. Una di queste è tuttora attiva e ancora sono un suo abbonato. Si chiama Silarus ed è stampata a Battipaglia. Ora la dirigono i figli, ma allora la gestiva il suo fondatore Italo Rocco, scrittore e fine poeta.
Un giorno arrivò a Lucca e suonò il campanello di casa mia. Abitavo in via San Tommaso, n. 15. Lo conoscevo in fotografia, e quindi rimasi sorpreso di quella visita improvvisa e inattesa. Mi disse che si trovava nei paraggi e voleva esaudire il suo desiderio di fare la mia conoscenza. Alloggiò per un paio di giorni all’Hotel Rex, vicino alla Stazione di Lucca. Fu un incontro felice. Lo condussi, oltre che in città, anche a vedere il Manicomio di Maggiano e le stanze occupate dallo scrittore Mario Tobino, nonché a Val di Castello, vicino a Pietrasanta, dove nacque Giosuè Carducci.
Fui felice dell’incontro e anche lui mi parve contento di avermi conosciuto.
Qualche anno dopo scrissi, pubblicandolo con Maria Pacini Fazzi, uno dei libri che più amo, “Mattia e Eleonora. Una storia lucchese”.
Tra le altre, frequentavo anche la libreria “Il Castoro”, situata in via San Paolino, e da tempo cessata. Un giorno la titolare mi disse che Romeo Giovannini e Giuseppe Ardinghi, due celebrità lucchesi, avevano letto il mio breve romanzo e volevano conoscermi. Li incontrai in libreria e fui felicissimo di ricevere i loro complimenti e i loro auguri.
Ed eccoci al punto. È nato negli anni giovanili, già fervidi, il mio segreto.
Chiesi a Dio di concedermi la notorietà in campo letterario, ma specificai che avrebbe dovuto concedermela nella tarda vecchiaia, così che in vita non mi montassi mai la testa.
Non so se questa preghiera sia stata accolta. Ne dubito, infatti. Ho 84 anni e la conoscenza che si ha di me, e soprattutto delle mie opere, è ai minimi termini. Si va appena oltre l’ambito familiare e la ristretta cerchia degli amici.
E allora, sempre più spesso, mi domando se io debba vivere ancora qualche anno e attendere fiducioso, oppure più ragionevolmente pensare, ahimé, che Dio mi abbia sì ascoltato ma abbia creduto bene di farmi intendere che dalla vita ho già ricevuto anche troppo, e che sia giunto il momento di fermarmi qui.
Vedremo…