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E’ tornato D’Avanzo: si ricomincia?

17 Dicembre 2009

Che il quotidiano la Repubblica non ci stesse a trattenere il fiato, lo si capiva dagli editoriali di Ezio Mauro. Tutti pieni di rimandi a tempi migliori.  Che sono arrivati anche troppo presto. Il primo ad essere liberato dallo sgabuzzino della redazione in cui era stato provvisoriamente rinchiuso  è stato il moschettiere Giuseppe D’Avanzo. A lui sono stati affidati i primi assalti,  in attesa  che la spada passi a D’Artagnan, ossia a Eugenio Scalfari. Lui ancora è sdraiato sulla brandina   messagli a disposizione da Mauro e guarda il soffitto, meditando. Vedrete che non starà ancora per molto.   D’Avanzo è stato incaricato di fare due o tre affondi, di spianare la strada, poi arriverà lui, a cavallo e spada in pugno.

L’occasione a D’Avanzo gliela   offre l’intervento che Fabrizio Cicchitto ha pronunciato con toni aspri e decisi alla Camera, facendo nomi e cognomi di coloro che egli considera i mandanti dell’agguato al premier.

La sera stessa qualcuno, riferendosi a Cicchitto, non lo ha più chiamato onorevole Cicchitto, ma il piduista Cicchitto. Era il segnale, la parola d’ordine. Che è arrivata puntualmente a Ezio Mauro, il quale  ha preso la chiave dello sgabuzzino, ha svegliato D’Avanzo, cercando di non far rumore per non svegliare l’altro, la mosca cocchiera, e in punta di piedi sono andati davanti al pc e, dandogli una pacca sulle spalle, Mauro lo ha esortato a darsi da fare: Dài Beppe che si ricomincia!

E Beppe si è sfregato le mani, quasi a riscaldarsele, si è seduto e via di lama al piduista Cicchitto. Nemmeno gli ha rivolto un ringraziamento per averlo liberato dal buio e dalle scomodità dello sgabuzzino. Manco un’analisi di ciò che è accaduto, come dovrebbe fare un giornalista serio (si guardino Angelo Panebianco qui,   e Marcello Veneziani qui), ma il suo pezzo è risultato un inno  in difesa di Marco Travaglio, il teorizzatore dell’odio.  

Scrive D’Avanzo:

“Il metodo e il giornalismo di Marco Travaglio sono discutibili come quelli di chiunque altro – e qui sono stati discussi con severità – , ma egli è soltanto un giornalista. Non ha alle spalle un partito o un’organizzazione qualsiasi. Non è protetto da una scorta. Può contare soltanto sulla credibilità del suo lavoro, sul consenso che ne ricava tra chi lo legge e lo ascolta. Abbandonarlo così indifeso e solitario al conflitto che divide il Paese, è un’irresponsabilità tanto più grave perché matura da una tribuna che dovrebbe mostrare equilibrio e moderazione, essere l’interprete migliore del monito pacificatorio del presidente della Repubblica.”

Dubito che D’Avanzo abbia ascoltato o letto ciò che ha detto e scritto, Marco Travaglio (qui), perché se lo avesse ascoltato o  letto non  vi sarebbe  alcun dubbio sul fatto che egli, Giuseppe D’Avanzo, non  sia un buon giornalista.

Le parole di Marco Travaglio sono assai più terribili di quelle pronunciate da Cicchitto in Parlamento. Sono più terribili perché teorizzano la legittimità dell’odio verso il prossimo. Duemila anni di cristianesimo, ma non solo, vengono buttati al macero. L’insegnamento di un uomo che ha fatto dell’amore verso il prossimo la sua ragione di vita e di morte, rispettato proprio per ciò, da tutto il mondo, perfino quello ateo, viene stracciato da un predicatore dell’odio, come Travaglio.

Come si può non isolare un uomo simile? Solo una resipiscenza, un rendersi conto della gravità delle sue parole,  che sono sovversive più di una rivoluzione, potrebbero  renderlo umano come noi. Oggi Travaglio, ne sono convinto, sta vivendo una battaglia con se stesso. La sua rabbia, accumulata per chi sa quali motivi intimi a noi oscuri,  si è tramutata in odio spregiudicato e selvaggio, e non posso pensare che non se ne renda conto.

Dovrebbe sapere, infatti, che non si può costruire una società teorizzandovi l’odio, e infiltrandolo tra le maglie del vivere quotidiano. Travaglio dovrebbe capire che dobbiamo lavorare per sconfiggerlo e non per teorizzarlo. Altrimenti la società non sarà mai orgogliosa di se stessa. Non avrà più la forza di andare avanti. Non c’è politica di uno Stato che possa reggersi sull’odio.  I cittadini non l’accetterebbero mai.

Se D’Avanzo e il suo giornale intendessero aprire un nuovo fronte in questa direzione, dovranno sapere che, consapevoli o no, si affiancherebbero a coloro che in questi giorni, sia in internet che sulle piazze, o sui media sono i fomentatori dell’odio e della violenza.   La paura non è ancora passata. I movimenti pericolosi non si sono ancora arrestati. Non è a caso che Gianni Vattimo oggi si allinea a Di Pietro e alla   Bindi (qui).

Vogliamo che la massa degli odiatiori e degli imbecilli si ingrossi?  O vogliamo dare ascolto alle parole di Bagnasco (qui):

«L’aria di odio personale avvelena la politica, fomenta la rissa, e sfocia in gravi e inaccettabili episodi di violenza », ha incalzato. «La gente – ha scandito – è stanca e non merita questo. Senza un’ evidente, onesta e concreta svolta si alimenta il senso di insicurezza, diminuisce la fiducia nelle istituzioni, scoraggia la partecipazione alla vita del Paese, indebolisce la coesione sociale sempre doverosa e tanto più necessaria nei momenti di particolare difficoltà ».

L’agguato a Berlusconi può rappresentare una svolta. Che nessuno si tiri indietro, da una parte e dall’altra.


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1 commento

  1. Commento by Ambra Biagioni — 17 Dicembre 2009 @ 20:47

    Sul Legno il mio commento

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Bart