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Caso Napolitano. E alla fine sotto processo ci finiscono i pm di Palermo

7 Agosto 2012

Giuseppe Lo Bianco e Antonella Mascali
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012)

Il fascicolo √® aperto, l’indagine disciplinare √® avviata: la Procura generale della Cassazione ha gi√† raccolto un sostanzioso carteggio in base al quale valuter√† se mettere sotto processo disciplinare il Procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo e il suo sostituto, Nino Di Matteo, titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra (con il Procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i pm Lia Sava e Francesco Del Bene). Secondo quanto risulta al Fatto il Procuratore generale Gianfranco Ciani ha ordinato al sostituto Pg Mario Fresa di verificare se Di Matteo abbia violato il principio della riservatezza delle indagini.

E se il procuratore Messineo abbia o non abbia autorizzato il suo sostituto (sulla base della legge Mastella) a rilasciare interviste. I magistrati coinvolti non vogliono n√© confermare la notizia n√© tantomeno rilasciare dichiarazioni. Il procuratore Messineo risponde che, se la notizia fosse vera, “si tratterebbe di un fatto riservato sul quale non posso dire nulla”. Il pm Di Matteo cade dalle nuvole, ma si dice “tranquillo”.

Il caso disciplinare ruota attorno a un’intervista del 22 giugno rilasciata da Di Matteo a Repubblica subito dopo che la vicenda Mancino-Quirinale finisce sui giornali. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari pubblica per primo alcuni spezzoni delle intercettazioni (depositate) tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, e Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del presidente Giorgio Napolitano. Il Fatto intervista D’Ambrosio, che conferma le conversazioni con Mancino.

Ma √® il settimanale Panorama, con un’ anticipazione alle agenzie, a rivelare che in mano alla Procura di Palermo ci sono anche conversazioni telefoniche tra l’ex ministro e Napolitano. E quando l’intervistatrice di Repubblica ne chiede conferma a Di Matteo, il pm risponde prudente: “Negli atti depositati (sono le conclusioni dell’inchiesta trattativa, ndr) non c’√® traccia di conversazioni con il capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”.

Alla domanda in merito alla distruzione delle telefonate non depositate (non solo quelle con la voce del Presidente, ma tutte le altre), Di Matteo risponde: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”. Ecco, sono questi i passaggi dell’intervista che vengono vagliati con la lente di ingrandimento dalla Procura generale della Cassazione guidata da Ciani. Lo stesso che, su input del Quirinale, chiese invano un intervento del procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, sui magistrati di Palermo , su richiesta e a favore di Mancino.

L’intervista di Di Matteo, secondo indiscrezioni, sarebbe uno dei motivi che hanno portato il Presidente della Repubblica a sollevare il conflitto contro la Procura di Palermo davanti alla Corte costituzionale. Sarebbe stata letta quasi come una sfida, una mancanza di rispetto istituzionale. Per le dichiarazioni di giugno a Repubblica, Di Matteo, senza essere citato per nome, aveva ricevuto una sorta di preavviso di azione disciplinare a mezzo stampa sulla prima pagina dello stesso quotidiano nell’editoriale domenicale, di Scalfari del 29 luglio.

Che, a proposito della morte per infarto di D’Ambrosio, aveva scritto: “I procuratori di Palermo non possono essere tacciati d’aver fatto campagna contro D’Ambrosio. L’hanno interrogato, ma questo entrava nei loro diritti-doveri di titolari dell’azione penale. I loro uffici tuttavia hanno provvisto di munizioni alcuni dei giornali che si sono distinti in questa campagna. Dico i loro uffici. Pu√≤ esser stato un addetto alla polizia giudiziaria, un cancelliere, un usciere dedito a frugar nei cassetti e nelle casseforti (in realt√† si trattava di atti depositati alle parti, dunque non pi√Ļ segreti, ndr).

Oppure uno di quei procuratori che comunque avrebbero avuto il dovere di aprire immediatamente un’inchiesta sulla fuga di notizie secretate. Ricordo che la notizia dell’intercettazione indiretta del presidente della Repubblica √® stata data addirittura da uno di quei quattro procuratori (leggi Nino Di Matteo, ndr) in un’intervista al nostro giornale”. Dunque il fondatore di Repubblica accusava Di Matteo di essere venuto meno ai suoi doveri d’ufficio con un’inesistente fuga di notizie su Napolitano: eppure, nell’intervista incriminata, era la giornalista di Repubblica a domandargli delle telefonate del Colle, dopo le rivelazioni del berlusconiano Panorama.

Ora il Pg della Cassazione deve decidere, in base alla documentazione acquisita, se formulare un capo di incolpazione davanti alla Sezione disciplinare del Csm, o archiviare. Un pericolo che Messineo e Di Matteo condividono con il Pg di Caltanissetta, Roberto Scarpinato. Sul tavolo del Pg della Cassazione, cos√¨ come su quello della Prima commissione del Csm, √® finito il discorso di Scarpinato del 19 luglio in via D’Amelio a Palermo, per i 20 anni dalla strage. In quell’occasione il magistrato, leggendo una lettera ideale a Paolo Borsellino, spieg√≤ perch√© da tempo diserta le cerimonie ufficiali: per non incontrare autorit√† “la cui condotta di vita sembra essere la negazione dei valori di giustizia e di legalit√† per i quali tu ti sei fatto uccidere”.

Proprio Messineo e Scarpinato hanno fatto domanda per il posto vacante di procuratore generale di Palermo. La Quinta commissione del Csm ha votato 3 a 2 per Messineo. Ma i giochi a settembre, in vista del voto definitivo del Plenum, sono destinati a riaprirsi proprio per i procedimenti sui due magistrati. Colpevoli, entrambi, di indagare su stragi e trattative.


Persecuzione
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012)

√ą bene dirlo con la massima chiarezza che le notizie sull’azione disciplinare avviata dal Pg della Cassazione contro i vertici della Procura di Palermo ci parlano ormai di una vera e propria strategia persecutoria scatenata da alcuni organi dello Stato contro altri organi dello Stato preposti alla ricerca della verit√† nella lotta ai poteri criminali. Che poi questa strategia finisca per scardinare e delegittimare gli uffici giudiziari siciliani √® pura constatazione che nasce dall’osservazione dei fatti.

Prima la campagna forsennata condotta (con l’ausilio di giornaloni e giornalacci compiacenti) contro il pm Antonio Ingroia, colpevole di avere sfidato chi tenta dall’alto di imbavagliare l’indagine sulla trattativa fra pezzi delle istituzioni e mafia a rivendicare la ‚Äúragion di Stato‚ÄĚ e festosamente accompagnato in Guatemala dopo essere stato lasciato solo ‚Äúin una stanza buia‚ÄĚ.

Poi la pratica aperta presso il Csm per il trasferimento d’ufficio di Roberto Scarpinato, Pg a Caltanissetta, reo di aver ricordato, pochi giorni fa, nel ventennale della strage di via D’Amelio, l’impegno di Paolo Borsellino per ripristinare la credibilit√† dello Stato minata da quanti, pur ricoprendo cariche pubbliche, conducevano (e magari ancora conducono) vite improntate a quello che egli defin√¨ ‚Äúil puzzo del compromesso morale che si contrappone al fresco profumo della libert√†‚ÄĚ.

Tocca ora al pur prudentissimo capo della Procura palermitana Francesco Messineo e al sostituto Nino Di Matteo assaggiare la frusta del sinedrio degli scribi e dei farisei, posti a guardia di una inesistente sacralit√† del Quirinale e del suo inquilino. Sembra infatti che a Di Matteo venga rimproverata l’intervista a Repubblica in cui parlava delle intercettazioni indirette di Giorgio Napolitano a colloquio con Nicola Mancino (notizia peraltro gi√† rivelata da Panorama); Messineo invece dovrebbe discolparsi per una sorta di omessa vigilanza sul suo pm.

Un clima cupo, insomma, a cui hanno gi√† dato una vigorosa risposta i 320 magistrati firmatari dell’appello in favore di Scarpinato. E a cui sicuramente, con la Procura di Palermo sotto attacco trasversale, si uniranno altre voci. A cominciare dalla nostra.


Le telefonate del Colle ¬† e le stragi del ’92/’93
di Giovanna Maggiani Chelli – Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012)

II caso “telefonate intercorse fra il Presidente della Repubblica e Bertolaso capo della Protezione civile ai tempi del terremoto de L’Aquila e mai prese in consi ¬≠derazione da parte di nessuno”, riaprono quella dolorosissima piaga che da mesi ormai si √® riat ¬≠tivata in noi, le vittime della stra ¬≠ge di Via dei Georgofili. Vera ¬≠mente, la circostanza nella quale nessuno abbia avuto a che ridire sul fatto che il Presidente della Repubblica sia stato intercetta ¬≠to all’epoca del terremoto e non abbia prodotto ricorsi a or ¬≠gani di consulta vari, ci lascia esterrefatti. Considerando che sia nel caso Stato-mafia (telefo ¬≠nate di Mancino) che in quello del terremoto (telefonate di Bertolaso), l’autorit√† contattata sia stata quella massima: il Colle, non possiamo non domandarci cosa si possono essere mai detti nel primo caso gli interlocutori, che tanto fa agitare , fino a far tuonare , il ministro della Giu ¬≠stizia verso le intercettazioni confluite nell’indagine trattativa Stato-mafia. Noi siamo convinti che le stragi di questo Paese possono essere uguali solo nel modus operandi, ovvero nell’u ¬≠tilizzo di tritolo a buon mercato, ma che quelle del 1993 nulla hanno a che fare nel movente con quelle degli anni 60-70-80 tempi in cui il movente politico, almeno a livello esecutivo, pare quello che prevale. Infatti la strage di via dei Georgofili del 1993 ha avuto, secondo noi, un movente totalmente economico e i soldi non hanno colore, anzi nel 1993 i soldi che potrem ¬≠mo chiamare “rossi” erano or ¬≠mai ampiamente presenti sui ta ¬≠voli dei grandi traffici a fianco di tanto altro denaro non del tutto trasparente. Quindi , non resta da parte nostra, che ribadire il concetto di strage che nel 1993 non st√† certo solo a destra: il cerino in mano purtroppo in via dei Georgofili lo avevano in mol ¬≠ti, e invocare quel sostegno alla magistratura terza che possa portare al pi√Ļ presto ad un pro ¬≠cesso per strage per chiunque, credendo di fare il “nostro be ¬≠ne”, abbia contribuito alla mor ¬≠te dei nostri figli, abbonando alla mafia il 41bis. Dopo di che sar√† la legge nei suoi tre gradi di giu ¬≠dizio a fare giustizia.


Il caso Bertolaso. Ma ‚ÄúRepubblica‚ÄĚ nasconde le intercettazioni?
di Maurizio Belpietro
(da ‚ÄúLibero‚ÄĚ, 7 agosto 2012)

Diavolo di un Travaglio, chi l’avrebbe mai detto che dietro a quella sua aria da ma ¬≠nettaro incallito si nascondesse un vero garantista? Certo, noi no. Eppure sul Fatto di domenica abbiamo scoperto che il giornalista caro alle procure √® un ostinato innocentista e nei suoi articoli si preoccu ¬≠pa di tutelare i diritti degli imputati. Sotto al titolo ¬ęA.A.A. garantista cercasi ¬Ľ, Marco due giorni fa spiegava che le intercetta ¬≠zioni non sono uno strumento utile solo per l’accusa, ma anche per la difesa, la quale vi pu√≤ trovare elementi utili per di ¬≠mostrare la non colpevolezza del proprio assistito. Ecco perch√©, puntualizzava, ¬ęil Codice dice che per distruggere le telefo ¬≠nate irrilevanti non basta il parere del Gip, e nemmeno del pm: occorre che anche gli avvocati di tutte le partile ascoltino ¬Ľ.

Vero. E a dimostrazione di come l’ascolto delle conversazioni possa cam ¬≠biare la prospettiva di un processo, sulla prima pagina de il Fatto, Travaglio e com ¬≠pagni pubblicavano un’intervista a Gui ¬≠do Bertolaso, ex capo della protezione ci ¬≠vile. Come √® noto, l’uomo di pronto inter ¬≠vento nelle catastrofi √® nei guai da un paio d’anni. La procura di Firenze lo accusa di essere stato in combutta con la ¬ęCricca ¬Ľ degli appalti pubblici e da santo che era √® finito all’inferno, sospettato di aver chiuso gli occhi sulle grandi opere in cambio di qualche massaggio a luci rosse. La storia √® finita su tutti i giornali e le sue tele ¬≠fonate anche. Ma adesso che √® fuori dai giochi e lavora in un pic ¬≠colo ospedale in Africa, Bertolaso ha deciso di levarsi qualche sasso – lino, in particolare con Repubbli ¬≠ca, che contro di lui fece una dura campagna. E per farlo ha approfit ¬≠tato proprio della tribuna trava ¬≠gliesca, oggi la pi√Ļ impegnata nel ¬≠la guerra contro Giorgio Napolita ¬≠no e il suo avvocato d’ufficio Euge ¬≠nio Scalfari.

Che dice Bertolaso nell’intervi ¬≠sta? Che il quotidiano diretto da Ezio Mauro si sarebbe prestato a un lavoro sporco, anzi, per la pre ¬≠cisione, a uno strano disegno, ¬ęnon mettendo in pagina le inter ¬≠cettazioni che mi scagionano ma solo quelle due o tre che orientano l’opinione pubblica ¬Ľ. E quali sa ¬≠rebbero queste telefonate che sal ¬≠verebbero l’ex capo della prote ¬≠zione civile? Secondo il diretto in ¬≠teressato ne esisterebbe una in cui i fratelli Anemone (cio√® i compo ¬≠nenti pi√Ļ autorevoli della Cricca) discutono fra loro e uno dice all’al ¬≠tro: ¬ęBertolaso ci ha rovinato. Ci ha tolto 50 milioni di euro dal con ¬≠tratto ¬Ľ. E l’altro fratello cosa ri ¬≠sponde? gli chiede l’intervistatore ¬ęQuesta √® una porcata, adesso an ¬≠diamo noi da Santoro a fare casino contro Bertolaso ¬Ľ. Il quale, nel colloquio con il giornalista de il Fatto, riferisce anche di un’altra telefonata, questa volta non sua ma del magistrato Achille Toro, uno degli amici della Cricca, che senza sapere di essere intercettato direbbe che ¬ęBertolaso non c’en ¬≠tra un cazzo, eppure lo hanno messo in mezzo lo stesso ¬Ľ.

Conclusione dello stesso Berto ¬≠laso: la libert√† di stampa √® sacra e i giornali non vanno imbavagliati se pubblicano le intercettazioni, ma se ne pubblicano solo alcune, cio√® quelle a danno dell’imputato, lasciando intendere delle cose che altre conversazioni smentiscono, allora c’√® un problema. Gi√†. Se √® vero quello che dice il santo patro ¬≠no dei terremotati e degli sfollati, in effetti un problema esiste, per ¬≠ch√© vorrebbe dire che o c’√® una manina che seleziona le intercet ¬≠tazioni e poi le passa alle redazioni in modo da colpire quelli che ritie ¬≠ne avversari, oppure ci sono dei giornalisti che presi i brogliacci dagli investigatori invece di man ¬≠dare in stampa tutto, prendono i brandelli di frase che servono e poi danno il via alle rotative.

Nell’uno e nell’altro caso, es ¬≠sendoci un’accusa di essere vitti ¬≠ma o artefice di distorsioni dell’in ¬≠formazione, anzi, di prestarsi a lo ¬≠sche operazioni per far fuori que ¬≠sto o quell’uomo politico o delle istituzioni, noi ci saremmo aspet ¬≠tati ieri una presa di posizione di Repubblica e del suo direttore, per allontanare da s√© e dal giornale le ombre proiettate da Bertolaso. Per questo ieri abbiamo compul ¬≠sato le pagine del quotidiano romano con attenzione alla ricerca di una replica o, per lo meno, di una spiegazione. Ma tra i com ¬≠menti dedicati alle primavere ara ¬≠be, ai partiti che vivono in un mondo sparito e ai social network che chiedono i documenti ai navi ¬≠ganti del web, non siamo riusciti a vedere nulla, nemmeno uno straccio di risposta. Eppure Re ¬≠pubblica aveva trovato spazio an ¬≠che per la sconvolgente confes ¬≠sione di una poetessa, Patrizia Ca ¬≠valli, la quale ha scoperto che gli innamorati sono tutti uguali e questa √® la vera democrazia. Inve ¬≠ce per Bertolaso e le sue accuse nemmeno una riga. Forse, abbia ¬≠mo pensato, il direttore √® in va ¬≠canza e gli √® sfuggita l’intervista de il Fatto. Oppure la redazione √® a ranghi dimezzati e il caporedatto ¬≠re si √® distratto. Cos√¨ abbiamo de ¬≠ciso di porre a Repubblica alcune domande, nel caso non avessero letto quanto dichiarato dall’ex ca ¬≠po della protezione civile.

1. √ą vero quel che dice Bertolaso e cio√® che a Repubblica tenete nel cassetto le intercettazioni che lo scagionano?

2. √ą possibile che la fonte che ha passato al vostro giornale la tra ¬≠scrizione delle telefonate di Berto ¬≠laso abbia omesso quelle che sca ¬≠gionano il supercommissario alle emergenze?

3. √ą vero, come dice Bertolaso, che Repubblica √® in possesso di telefonate tra lui e Giorgio Napolita ¬≠no ¬ęma non le pubblica ¬Ľ?

4. √ą vero che Repubblica ¬ępos ¬≠siede tutti i nastri ¬Ľ, ma come dice Bertolaso li usa ¬ęperiodicamente per bastonarmi invece di infor ¬≠mare ¬Ľ?

5. √ą vero che, dopo lo scontro tra il capo dello stato e la Procura di Palermo, Eugenio Scalfari e i suoi seguaci hanno scoperto che non tutte le intercettazioni vanno pubblicate, ma solo quelle che servono alla causa?

6. √ą vero, infine, che dopo aver promosso la campagna ¬ęImbava ¬≠gliateci tutti ¬Ľ, contro la legge Alfano sulle intercettazioni, Scalfari, Mauro e Repubblica si preparano ora a lanciare un’altra campagna al grido di ¬ęImbavagliateli tutti ¬Ľ a favore della legge Severino sulle intercettazioni e contro il Fatto, Libero e pochi altri?

Attendiamo risposte.


“Noi colleghi la pensiamo come Scarpinato”
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012)

Pubblichiamo ampi stralci della lettera di solidariet√† a Roberto Scarpinato che sar√† inviata a tutte le commissioni del Csm . Gi√† oltre 320 le firme di adesione, tra le quali quelle di Calogero Gaetano Paci (Procura Palermo), Gioacchino Natali (Presidente Tribunale Marsala), Domenico Gozzo (Procura Caltanissetta), Fabio De Pasquale Procura (Milano), Vito D’Ambrosio (Procura Generale Cassazione), Paolo lelo (Procura Roma), Gian Carlo Caselli (Procuratore Torino), Francesco Greco (Procura Milano), Teresa Principato e Antonio Ingroia (Proc. Agg. DDA Palermo), Alfredo Robledo (Procura Milano), Sergio Lari (Procuratore di Caltanissetta), Cuno Tarfusser (Vice Presidente della Corte Penale Internazionale)

Chi ha memoria storica e consa ­pevolezza culturale sa che la storia del nostro paese è anche la storia di poteri criminali che ne han ­no condizionato lo sviluppo sociale, politico ed economico.

Chi ha una coscienza morale e pro ­fessionale e il coraggio di non ras ­segnarsi a quello che è accaduto e accade nel nostro Paese, ha il do ­vere civico di associare il proprio im ­pegno professionale e culturale alla difesa intransigente dei valori costi ­tuzionali e di opporsi al rischio di un progressivo svuotamento dello sta ­tuto della cittadinanza che, lascian ­do spazio al crescere di una rasse ­gnata cultura della sudditanza, de ­termina il degrado del vivere comu ­ne a causa del proliferare di furbe ­rie, sopra ffazioni, arroganze, servi ­lismi e cortigianerie interessate.

(…)

Il 9 luglio 2012 Roberto Scarpina ¬≠to ci ha ricordato la coscienza, il co ¬≠raggio, l’impegno perla giustizia e la verit√† di Paolo Borsellino, il quale, esponendosi in prima persona, de ¬≠nunzi√≤ pubblicamente pi√Ļ volte co ¬≠me per mobilitare tutte le migliori risorse della societ√† civile nel con ¬≠trasto alla mafia, fosse indispensa ¬≠bile ripristinare la credibilit√† dello Stato minata da quanti, pur rico ¬≠prendo cariche pubbliche, condu ¬≠cevano tuttavia vite improntate a quello che egli defin√¨ il “puzzo del compromesso morale che si con ¬≠trappone al fresco profumo della li ¬≠bert√†”.

A venti anni dalla strage di via D’A ¬≠melio restano, purtroppo, attuali le sofferte parole che Paolo Borsellino, esempio illuminante di uomo di Sta ¬≠to, dedic√≤ a questo tema e ricordate da Roberto Scarpinato: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si √® fatto per dare allo Sta ¬≠to… una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinch√© lo Stato diventi pi√Ļ credibile, perch√© noi ci dobbiamo identificare di pi√Ļ in queste istituzio ¬≠ni”. “No, io non mi sento protetto dallo Stato perch√© quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle Forze dell’Ordi ¬≠ne, non si incide sulle cause di que ¬≠sto fenomeno criminale”.

Lo scritto di Roberto Scarpinato, nella forma di una lettera ideale, co ¬≠s√¨ come gli era stato richiesto dai fa ¬≠miliari di Borsellino, √® stato un omaggio alla verit√† e alla giustizia, un ringraziamento a Paolo Borsel ¬≠lino, un corrispondere a un debito di riconoscenza che mai salderemo del tutto. (…) Abbiamo appreso dalla stampa che, a seguito della lettera dedicata da Roberto Scarpi ¬≠nato a Paolo Borsellino, √® stata aperta presso la Prima Commissio ¬≠ne del CSM una pratica per il suo trasferimento di ufficio e che la ri ¬≠chiesta di apertura della pratica √® stata trasmessa dal Comitato di presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassa ¬≠zione per eventuali iniziative disci ¬≠plinari.

L’Associazione Nazionale Magi ¬≠strati, il 26 luglio 2012, ha espresso sorpresa e preoccupazione per tale iniziativa ritenendo che quel discor ¬≠so non possa essere inteso che co ¬≠me “manifestazione di libero pen ¬≠siero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo del ¬≠le idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza di compor ¬≠tamenti ed al rifiuto di ogni compra messo, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”. Il di ¬≠scorso di Roberto Scarpinato, a nostro parere, merita di essere diffuso, nelle istituzioni e nelle scuole, tra i concittadini onesti e impegnati. A ti ¬≠tolo di merito per chi ha ricordato un pezzo della nostra storia con la credibilit√† del proprio passato. Co ¬≠me monito alle tante persone che si stanno formando una coscienza ci ¬≠vile o a quelle che possono cedere alla tentazione della disillusione, e come esortazione a tener sempre un comportamento esemplare e onesto nell’interesse Stato demo ¬≠cratico e costituzionale. (..) C√® necessit√† di parlare con quella che i greci chiamarono “parresia”, ovve ¬≠ro con la libert√† e il dovere morale di chi non teme di urtare la suscetti ¬≠bilit√† di alcuno perch√© non prevede di aver benefici o debiti nei confronti del Potere. Per questi motivi faccia ¬≠mo nostre le nobilissime parole del ¬≠la lettera di Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino.


Intercettazioni, norma ad personam per il Colle
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 7 agosto 2012)

E’ come se, in termini cal ¬≠cistici, un giocatore com ¬≠mettesse un fallo in area di rigore e poi subito do ¬≠po chiedesse l’espulsione del ¬≠l’attaccante per simulazione. Ma l’arbitro non potesse inter ¬≠venire perch√© quel fallo non √® punibile in quanto non “codi ¬≠ficato” nelle regole. Al ministe ¬≠ro della Giustizia a calcio ci gio ¬≠cano poco, ma la similitudine √® servita ad un alto funzionario per chiarire quello che il mini ¬≠stro Severino sta studiando in questi giorni; una norma ad hoc per coprire un vulnus con ¬≠tenuto nella legge n. 219/1989 che regola la possibilit√† di uti ¬≠lizzo delle intercettazioni in cui √® stato registrato il Capo dello Stato. Per mettere al ripa ¬≠ro Napolitano dalla possibilit√† che la Consulta possa dargli torto. Gi√†, perch√© subito dopo la richiesta del Quirinale di sol ¬≠levare il conflitto d’attribuzio ¬≠ne, a via Arenula si sono letti bene la legge che disciplina la materia. E si sono accorti che l’articolato parla chiaro. Anzi, poco chiaro: all’art. 7 della legge n. 219/1989 si stabilisce che i provvedimenti che di ¬≠spongono intercettazioni tele ¬≠foniche non possono essere adottati nei confronti del Pre ¬≠sidente della Repubblica “se non dopo che la Corte costitu ¬≠zionale ne abbia disposto la so- ” spensione dalla carica”.

E FIN QUI, tutto bene. Solo che, nella mente dei legislatori dell’epoca, questa previsione veniva considerata valida uni ¬≠camente per i reati previsti dal ¬≠l’art. 90 della Costituzione (“Il Capo dello Stato non √® respon ¬≠sabile degli atti compiuti nell’e ¬≠sercizio delle sue funzioni”, ndr) e quindi applicabile solo in caso di tradimento o atten ¬≠tato alla Costituzione. Inoltre la norma rinvia unicamente alle intercettazioni dirette. Insom ¬≠ma, nell’unica legge che la Con ¬≠sulta potrebbe invocare per chiarire chi ha ragione e chi ha torto tra Napolitano e i pm di Palermo, manca clamorosa ¬≠mente la fattispecie delle inter ¬≠cettazioni indirette. √ą vero che, fino ad oggi, l’espressione “esercizio delle funzioni” rife ¬≠rita al Presidente della Repub ¬≠blica √® stata interpretata in senso estensivo, ma in questo caso sarebbe praticamente impossi ¬≠bile considerare le intercetta ¬≠zioni palermitane come qual ¬≠cosa di strettamente attinente all’articolo 90. Insomma, biso ¬≠gna correre ai ripari, si son detti al ministero. Come? Semplice: proponendo una integrazione alla legge dell’89 che copra il vulnus esistente prima che la Consulta arrivi a sentenza, ov ¬≠vero- ragionevolmente – prima del marzo 2013. La Severino sta dunque stMtiando una norma che renda chiaro che qualsiasi intercettazione, indiretta o di ¬≠retta, riferita al Presidente della Repubblica non deve essere utilizzata e deve essere distrut ¬≠ta. Comunque. In un primo momento il Guardasigilli aveva pensato di inserire questa nor ¬≠ma – che √® in pratica l’evoluzio ¬≠ne del “lodo Vietti” – diretta ¬≠mente all’interno delle modifi ¬≠che del governo al ddl intercet ¬≠tazioni. Poi, per√≤, grazie anche alle resistenze del Pdl, √® appar ¬≠so chiaro al ministro che la que ¬≠stione meritava un binario pa ¬≠rallelo e pi√Ļ veloce: si dovreb ¬≠be arrivare ai primi di settem ¬≠bre alla presentazione, in com ¬≠missione Giustizia del Senato, ¬†di una leggina “integrativa” di pochi articoli, da farpassare ra ¬≠pidamente e con il consenso di quasi tutte le forze politiche.

QUELLE CHE ieri si sono schierate a difesa del Colle dopo l’intervista a Oggi di Di Pie ¬≠tro. “Nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont – ha sostenuto l’ex pm – Craxi descriveva Napoli ¬≠tano, esponente di spicco del Pci nonch√® presidente della Camera, come un uomo molto attento al sistema della Prima repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca. Cre ¬≠do che √≠¬≠n quell’interrogatorio formale, Craxi stesse rivelando fatti veri perch√® accus√≤ pure se stesso e poi gli altri di finanzia ¬≠mento illecito dei partiti”. Per Di Pietro il Presidente “ha cer ¬≠cato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un’ac ¬≠quiescenza nei suoi confronti”. In serata la risposta di fonti del Quirinale, che denunciano “as ¬≠surdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un’ag ¬≠gressiva polemica personale contro il Presidente della Re ¬≠pubblica”. A tutto Di Pietro ha replicato: “C’√® un filmato su in ¬≠ternet che lo testimonia”.


Eco, cattivo maestro dai testi di piombo
di Marcello Veneziani
(dal “Giornale”, 6 agosto 2012)

L’Eco di quarant’anni fa torna a bussare in libreria. Lo ristampa Bompiani e viene riproposto col suo titolo anodino, Il costume di casa, e un sottotitolo allusivo: ¬ęEvidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni Sessanta ¬Ľ (pagg. 484, euro 10,90). Il libro √® assai istruttivo, coincide con un’epoca cruciale che culmina nel ’68 e poi si intristisce nei cupi anni seguenti. √ą un libro coevo, per capire il clima, alla firma di Umberto Eco apposta al manifesto di Lotta Continua contro il commissario Calabresi, poco dopo ucciso su mandato dei medesimi lottacontinuai.Pagine interessanti, non c’√® dubbio, a tratti acute, da cui traggo quattro o cinque spunti utili per capire il presente. Parto da quel tempo. Negli anni Sessanta c’era in Italia una vera borghesia, dignitosa e ipocrita, come √® poi la borghesia, che aveva senso del decoro e della morale, un discreto amor patrio, un reverenziale rispetto per le tradizioni culturali e religiose, anche se talvolta fariseo o filisteo. Le sue basi erano i costumi di vita ereditati, la buona educazione e le lezioni impartite dalla scuola del tempo. Eco demolisce quei santuari a uno a uno: il senso della tradizione e dei buoni costumi, il senso religioso e il legame con la morale comune, la meritocrazia e ¬ęl’illusione della verit√† ¬Ľ. Auspica una ¬ęguerriglia semiologica ¬Ľ (in quegli anni erano parole di piombo), nega il rispetto del latino – ¬ęL’ossessione del latino √® una manifestazione di pigrizia culturale, o forse di forsennata invidia: voglio che anche i miei figli abbiano gli orizzonti ristretti che ho avuto io, altrimenti non potranno ubbidirmi quando comando ¬Ľ – distrugge i buoni sentimenti e il suo alone retorico che promanavano dal libro Cuore, libro di formazione di pi√Ļ generazioni che serv√¨ a edificare un sentire comune dell’Italia postunitaria e che per Eco √® invece ¬ęturpe esempio di pedagogia piccolo borghese, paternalistica e sadicamente umbertina ¬Ľ; elogia Franti il cattivo e vede in lui il modello positivo dei contestatori, anzi di pi√Ļ, lo vede come ispiratore di Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise all’alba del ‘900 Re Umberto a Monza.Capite che benzina Umberto Eco abbia gettato sul fuoco di quegli anni feroci. Il cattivo maestro Eco poi contesta il filosofo Abbagnano che elogia la selezione e il merito, sostenendo che la selezione sia solo una legge di natura da correggere con la cultura e la solidariet√† e auspica ¬ęche non ci sia pi√Ļ una societ√† dove predomina la competitivit√† ¬Ľ. Declassa la religione a fiaba e suggerisce non di avversarla come facevano gli atei dichiarati ma pi√Ļ subdolamente di relativizzarla presentandola come fiaba tra le fiabe. Giudica impossibile un Picasso che dipinga l’Alcazar fascista come dipinse Guernica antifascista; dimenticando il filone futurista e fior d’artisti fascisti (a proposito dell’uso politicamente ambiguo della pittura, cito l’esempio di Renato Guttuso che riprodusse un suo manifesto fascista antiamericano degli anni Quaranta in un manifesto comunista antiamericano degli anni Sessanta in tema di Vietnam. Riciclaggio ideologico).Umberto Eco poi si allarma, come Pasolini e altri, perch√© cresceva agli inizi degli anni Settanta la cultura di destra in Italia, con nuovi autori ed editori (Il Borghese, Volpe, la Rusconi diretta da Cattabiani). E le dedica uno sprezzante articolo, confondendo volutamente pensatori e picchiatori, ¬ęmagistrati retrivi ¬Ľ (allora le toghe erano considerate protofasciste) e riviste culturali. Particolare l’acredine verso il suo concittadino alessandrino Armando Plebe, all’epoca approdato a destra ma di cui Eco nega perfino la provenienza marxista (Plebe fu invece l’unico filosofo italiano vivente a essere citato come marxista nell’Enciclopedia sovietica). Eco disprezza autori come Guareschi e Prezzolini, Evola e Zolla, Panfilo Gentile e ¬ęil risibile pensiero reazionario ¬Ľ. E fa una notazione volgare: ¬ęla nuova destra rinasce soltanto perch√© un certo capitale editoriale sta offrendo occasioni contrattuali convenienti a studiosi e scrittori, alcuni dei quali rimanevano isolati per vocazione, e altri non sono che arrampicatori frustrati ¬Ľ. Un’analisi cos√¨ rozza e faziosa non l’abbiamo letta neanche nei volantini delle Brigate rosse. Fa torto al suo acume. √ą come se spiegassimo la cultura di sinistra con i soldi venuti dall’Urss o le firme de l’Espresso-La Repubblica con i soldi di Carlo De Benedetti… Sarebbe volgare, falso o almeno riduttivo.Eco avverte i suoi lettori che ¬ęil capitalismo come entit√† metafisica e metastorica non esiste ¬Ľ. Al fascismo, invece, Eco attribuisce entit√† metafisica e metastorica elevandolo a Urfascismo: il fascismo come eterna dannazione. Sul rapporto tra cultura e capitalismo la considerazione becera fatta sugli autori di destra si inverte quando invece si tratta di un autore ¬ędi sinistra ¬Ľ: anche se ¬ęha un rapporto economico con i mezzi di produzione ¬Ľ lui non ne dipende, perch√© conta ¬ęil rapporto critico dialettico in cui egli si pone con il sistema ¬Ľ. Traduco: se la cultura di destra trova investitori √® asservita al Capitale e lo fa mossa solo dai soldi; se la cultura di sinistra √® finanziata dal Capitale, invece usa gli investitori ma non si fa usare e ha scopi nobili… Pu√≤ vivere ¬ędi prebende largite da chi detiene i mezzi di produzione ¬Ľ perch√© quel che conta √® ¬ęla presa di coscienza ¬Ľ (io direi ben altra presa…). Loro prezzolati, noi illuminati.Il testo √® utile perch√© rivela la matrice di Eco: prima che semiologo √® ideologo. Mascherato. Traspare quell’ideologia illuminista radical che traghetta la sinistra dal comunismo al neocapitalismo, spostando il Nemico dai padroni ai fascisti, dal Capitale ai reazionari, in cui Eco include cristiano-borghesi e maggioranze silenziose. L’antifascismo assurge a religione civile, a priori assoluto nella lotta tra Liberazione e Tradizione, che sostituisce la lotta di classe.Questo testo mostra le origini colte della barbarie odierna e della relativa intolleranza. Se viviamo in un’epoca che rigetta la cultura classica, l’amor patrio, le buone maniere, le buone letture, la meritocrazia, la scuola selettiva, forse non √® frutto semplicemente del berlusconismo… Infine il testo di Eco dimostra che la destra √® demonizzata anche quando non si riduce al rozzo clich√© dei picchiatori o dei prepotenti o, mutatis mutandis, dei leghisti o dei berluscones. Ma si accanisce sprezzante anche sulla destra colta, i suoi libri, i suoi editori, scrittori e filosofi, oggi da cancellare ieri da eliminare; come accadde a Giovanni Gentile, prototipo dell’intellettuale out. Un assassinio pensato in seno alla cultura e nutrito col fiele dell’ideologia. Il passato, a volte, echeggia.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart