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Facciamola finita: Napolitano si dimetta

24 Agosto 2012

È giunto il momento che Napolitano rispetti i suoi cittadini e la funzione che la Costituzione gli ha assegnato.

Ormai gli stessi che hanno cercato di difenderlo lancia in resta sin dal principio, cominciano ad indietreggiare, temendo di esporsi troppo in una difesa che non ha né capo né coda e che finirà per ledere il loro prestigio. Ci sarà ossia chi li rimprovererà di aver letto la Costituzione in un modo sfacciatamente di parte per difendere un comportamento del capo dello Stato che desta più di una preoccupazione e più di un rammarico.

Travaglio, il leader, insieme con Padellaro, di questa scottante inchiesta, ieri ha mostrato un caso emblematico (qui), in cui Giuseppe Maria Berruti, giudice di Cassazione, interviene su Repubblica in difesa di Napolitano, ma è costretto a scrivere:

“È difficile applicare direttamente la norma costituzionale dell’art. 90 (irresponsabilità del Presidente per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni, salvo che per attentato alla Costituzione e alto tradimento, ndr) a un caso non previsto. Vi sono peraltro argomenti anche per escludere la distruzione immediata. E al momento mi pare difficile che il giudice possa disporla.”

Insomma, nel difendere Napolitano, Berruti dà ragione alla procura di Palermo.
Del resto la sentenza della Consulta del 2004 (qui) non dà adito a equivoche interpretazioni. Napolitano gode dell’irresponsabilità solo per quanto contemplato dall’art. 90 della Costituzione, ossia per tutti quegli atti e quei comportamenti che attengono alle sue funzioni istituzionali.

Non è possibile, dunque, che qualche azzeccagarbugli riesca ad imbambolare la Consulta e a far rientrare tra le funzioni protette dall’art. 90 anche la conversazione del capo dello Stato con un indagato per falsa testimonianza.

Già qualche difensore di Napolitano ha avanzato riserve sul fatto che Napolitano si sia reso disponibile all’ascolto dell’indagato Mancino, di cui già conosceva l’argomento che avrebbe trattato con lui grazie alle relazioni che via via gli comunicava il suo segretario giuridico Loris D’Ambrosio ogni volta che intratteneva una telefonata con Mancino. Queste telefonate, come noto, sono state rese di pubblico dominio dalla stampa, e il loro contenuto è inequivocabile, chiamando in ballo esplicitamente Napolitano quale interessato ad intervenire a favore di Mancino.

Il silenzio di Napolitano, inoltre, è più che eloquente. Rifiutando gli appelli pervenuti da più parti, e rimanendo ancorato alle sue posizioni di diniego alla pubblicazione delle sue due telefonate, egli in realtà conferma quanto anche il senatore Luigi Li Gotti ha scritto, ossia che il loro contenuto è “scottante”.

Un capo dello Stato che si consideri rispettoso della Costituzione e interessato a dare assoluta trasparenza ai suoi comportamenti per rassicurare i cittadini della sua assoluta integrità, visto l’allargarsi a macchia d’olio del caso che sta lambendo ormai la credibilità del Colle, ossia della carica più alta della Nazione, avrebbe immediatamente agito per interrompere la dilagante ondata di sospetti e di desolazione.

Non si sarebbe fatto difendere da balbettanti lacchè con la lingua penzoloni, ma avrebbe affrontato direttamente la questione facendo pubblicare il contenuto delle sue telefonate con Mancino, onde mostrare ai cittadini che la sua carica è immune da comportamenti “scottanti” e compromettenti.

Tentare di favorire un uomo della casta, come è l’indagato Mancino, sarebbe, infatti, un comportamento da impeachment, che richiederebbe immediatamente l’abbandono per disonore di una carica talmente rilevante da assorbire e testimoniare in sé tutti i valori della Nazione.

Dunque, o Napolitano autorizza subito la pubblicazione del contenuto delle sue due telefonate, a prescindere dalle decisioni della Consulta (non si possono mantenere sospetti sul capo dello Stato nemmeno per un giorno, figuriamoci fino a primavera prossima, tempo in cui si prevede che venga emessa la sentenza) oppure abbandoni subito l’incarico dimettendosi se e perché colpevole.


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Bart