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Fini. Avere rapporti con un latitante non lo tange

26 Ottobre 2012

Non è una novità che in Italia, quando si ricopra una carica pubblica ben remunerata, sia difficile che il fortunato lasci lo scranno, anzi ci si attacca e lo difende ancora di più, sapendo che l’abbandono significherebbe un’umiliazione da pagare fino alla fine dei proprio giorni alla società civile.
Figuriamoci se poi ad abbandonare lo scranno fosse la terza carica dello Stato. Per esempio l’attuale inquilino Gianfranco Fini.

Ieri, invitato al debutto della nuova trasmissione di Michele Santoro, Servizio Pubblico, ha confermato di appartenere a questa razza. Non avevo il minimo dubbio, ma ciò che mi ha sorpreso è l’imperturbabilità dimostrata da Fini, il quale se l’è cavata dicendo che nemmeno un centesimo di denaro pubblico è stato speso per la questione della casa di Montecarlo. Come se questo fosse il parametro più importante con cui misurare ciò che è accaduto.

Sulla opportunità delle sue dimissioni dall’importante carica, che rappresenta l’Italia nel mondo al pari di quella del capo dello Stato e del presidente del senato, scrive oggi su Libero Andrea Morigi:

“Sarebbe sufficiente a suggerirglielo an ­che soltanto l’ombra del sospetto su cui indagano i magistrati riguardo a un’ope ­razione di riciclaggio legata alle subcon ­cessioni che il gruppo di Corallo avrebbe dato ad aziende della criminalità orga ­nizzata appartenenti a Giulio Giuseppe Lampada, proprio il capo della cosca che sta travolgendo la classe politica in Lom ­bardia.”

Francesco Corallo è un latitante, sfuggito alla giustizia italiana. Sembra che lo stesso Fini intrattenesse rapporti con lui, essendo stato visto pranzare allo stesso tavolo, insieme con altri componenti dell’ex An (sui contatti con Corallo degli ex An leggere anche qui), ma soprattutto sono da poco emersi documenti pubblicati da L’Espresso dai quali emerge che suo cognato e la sua compagna avevano strani rapporti con lo stesso Corallo, essendo dall’ufficio di quest’ultimo partiti i documenti necessari a costituire nella famosa Saint Lucia una società off-shore.

Come faccia Fini a dichiarare che queste circostanze sono faccende di carattere personale di cui non deve rispondere pubblicamente con le sue dimissioni, è tutto un mistero. Come resta un mistero che nessun intervento di Napolitano ci sia stato per ricordare a Fini che nessuna ombra deve sfiorare la carica che ricopre. Forse, il fatto che anche sul capo di Napolitano volteggiano nuvolaglie pesanti circa il contenuto secretato delle sue telefonate con Mancino (che Napolitano vorrebbe fossero subito distrutte), ha reso indissolubile una alleanza che crea non pochi dubbi sulla trasparenza e sulla correttezza delle nostre istituzioni  verso i cittadini  (c’è da sperare che Antonio Ingroia sul punto ci aiuti a capire di più dal suo “esilio” panamense, come ha promesso).

Per Fini avere un cognato e soprattutto la madre dei propri figli che intrattengono misteriosi contatti e affari (si legga l’Espresso  qui) con un latitante, chiacchierato da molto tempo, dovrebbe, in un rappresentante dell’Italia di tale livello, suggerire una immediata uscita di scena per non compromettere e rendere ridicola la nostra democrazia.
Eppure Fini ha dichiarato a Santoro “di avere «la coscienza a posto » perché, nei suoi confronti, «condanne zero, rinvii a giudizio zero, avvisi di garanzia zero »”.

Dunque (faccio solo un esempio, s’intende) si potrebbe scoprire tra ai familiari di Fini che so, un assassino o un trafficone disonesto, e tuttavia per il solo fatto che non sia stato rubato un solo centesimo di denaro pubblico, Fini continuerebbe ad avere «la coscienza a posto ».

Quanto sia superficiale e grave un tale assunto dimostra inequivocabilmente che le nostre istituzioni sono finite nelle sabbie mobili e che i cittadini, e soprattutto i giovani, non ne potranno mai ricevere – continuando così le cose –  esempi e insegnamenti per costruire uno Stato migliore.

Leggo che anche la senatrice Anna Finocchiaro, a causa delle grane giudiziarie del marito, indagato per truffa, non è messa affatto bene (qui  e qui).


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