di Clarissa Gigante
(da “il Giornale”, 25 ottobre 2012)
“Non ho intenzione di fare queste domande”. Michele Santoro non raccoglie del tutto l’invito de il Giornale a porre 11 domande precise a Gianfranco Fini.
Ma non rinuncia a parlare della questione e lo fa con la carica che lo caratterizza.
Incalza il presidente della Camera sulle annunciate (e mai messe in atto) dimissioni e sui documenti pubblicati negli ultimi giorni da L’Espresso. Il leader di Fli resiste, si attacca con le unghie alla poltrona, ma alla fine – quando Santoro gli fa notare che si sta giocando l’opinione dei cittadini – ammette, quasi amareggiato: “È una questione familiare”.
Nello studio di Servizio Pubblico, oltre a Fini, ci sono Matteo Renzi e Diego Della Valle. Dopo un monologo su Berlusconi iniziato con l’inno di Forza Italia, Santoro porta il dibattito sul ddl anticorruzione. Il presidente della Camera si lancia in un panegirico sull’opportunità di non candidare chi è stato rinviato a giudizio o condannato in primo grado per particolari reati e su come lui sia “pulito”: “Condanne, zero. Rinvii a giudizio, zero. Avvisi di garanzia, zero”, afferma.
Santoro coglie la palla al balzo e tira fuori la questione della casa di Montecarlo. “Non tutto si può risolvere sul piano penale”, afferma il giornalista, “Bisogna rapportarsi anche al piano morale”. E qui cita il video del 25 settembre 2010, quando il presidente della Camera prometteva dimettersi se si fosse dimostrata l’implicazione del cognato Giancarlo Tulliani nella vicenda. “L’ho detto con estrema chiarezza e non sono pentito di averlo detto”, dice oggi Fini, ribadendo che non si dimetterà affatto. “Non sono stati trovati profili rilevanti. Tuttavia l’opinione pubblica si è convinta che questa casa è oggetto di affari della sua famiglia. Lei a questo punto che fa?”, chiede diretto il conduttore.
Niente da fare. Nemmeno l’appello “alla sua coerenza morale” fa cedere il leader di Fli: “È stata archiviata la denuncia nei miei confronti perché il fatto non sussiste”, ribatte, “Aggiungo che non c’è in ballo un solo centesimo di denaro pubblico, non c’è un italiano che possa dire Fini mi hai fregato. C’è stata una campagna di stampa legittima, ma non posso essere chiamato a rispondere nè a livello penale, nè a livello politico dei comportamenti di altre persone”.
“Mi aspettavo qualcosa di più”, incalza Santoro, che lo invita a chiedere scusa. “Non ho nulla di cui vergognarmi davanti alla mia coscienza, davanti agli italiani, davanti al codice penale”, replica Fini. E quando il giornalista chiude la questione con un “è un problema suo con l’opinione pubblica”, il presidente della Camera scarica (di nuovo) le colpe sulla famiglia: “Semmai è un problema mio, personale e familiare e come tali non vanno trattate in tv”. E ammette: “Non voglio dare la minima idea che mi sono dovuto dimettere per uno scandalo”. Insomma, Fini quello scranno non lo molla.
Anche Santoro non si beve le balle di Fini su Montecarlo
di Redazione
(da “Libero”, 25 ottobre 2012)
Macchè scandalo, soltanto una questione privata. Così Gianfranco Fini definisce l’affaire della casa ereditata da Alleanza Nazionale a Montecarlo e ceduta misteriosamente al cognatino del leader di Fli, Giancarlo Tulliani. Un caso nato nell’estate 2010 ma che sta in queste settimane assumendo nuovi contorni (basti pensare ai documenti pubblicati da L’Espresso). Michele Santoro ha invitato il presidente della Camera a Servizio Pubblico, al debutto su La7 (con un gustoso monologo iniziale del Teletribuno) e gli ha porto l’opportunità di un’autodifesa. Chance fallita clamorosamente: “Ma quali scandali, gli scandali sono altri. Quella è una vicenda personale, privata – spiega Fini, accalorato -. Io ho fatto cadere Berlusconi sulla legalità, sono in politica da molti anni e la mia faccia ancora non è stata sfregiata. Io la faccia ce la metto sempre, non ho nulla da vergognarmi o pentirmi, lo scandalo non c’è”. Un dribbling piuttosto imbarazzante, visto che si parla soprattutto di questioni morali ma non solo (a livello penale non ci sono estremi, ma a livello civile sì eccome). Non a caso, Santoro lo stoppa: “Vabbè, se la vedrà lei con chi l’accusa. Di certo mi sarei aspetatto qualcosa in più da lei”. Per esempio qualche risposta sull’imprenditore chiacchierato (e latitante) Francesco Corallo, l’uomo che avrebbe gestito la compravendita con i Tulliani e assai vicino agli ex caporioni di Alleanza nazionale. Cose che Michele, a Fini, non ha chiesto: anche i Santoro, a volte, peccano d’ingenuità.
Stato-mafia, Ingroia: «Dal Guatemala denuncerò certe cose »
di Redazione
(da “Pubblico”, 25 ottobre 2012)
«Su certe cose non ho potuto dire tutto quello che pensavo e tutto quello che sapevo. Non è una minaccia ma dal Guatemala mi sentirò con le mani un po’ più libere ». Le “certe cose” dovrebbero riguardare la presunta trattativa Stato-Mafia e l’avvertimento è del procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia che ha rilasciato questa dichiarazione al Forum nazionale contro la mafia di Firenze.
Il magistrato conferma di aver accettato l’incarico Onu in America centrale aggiungendo che «se necessario utilizzerò anche la denuncia pubblica. Perché tutta la verità deve venire fuori. Dal Guatemala farò non di meno, ma di più, perché emerga tutta la verità. Non è un passo indietro, ma lo considero un passo in avanti ».
Secondo Ingroia, gli attacchi ricevuti hanno come obiettivo le indagini che ha svolto con il pool di Palermo: «Si vuole creare disorientamento nell’opinione pubblica e danneggiare così le indagini. Se io accetto l’incarico dell’Onu sono convinto che ci saranno meno attacchi a me e al pool di Palermo. Credo che saranno più i vantaggi che gli svantaggi. Sono sicuro che i colleghi faranno emergere la verità e continueranno il loro lavoro ». Il magistrato che lavorava con Paolo Borsellino non ha dubbi sulla connivenza di molti: «ci sono molti in Italia, dentro la mafia, dentro le istituzioni e tra gli ex delle istituzioni, che la verità la sanno e la sanno tutta: dobbiamo costringerli a dirla. Serve un impegno doppio affinché emerga la verità ».
E a depistare le indagini non sarebbero solo gli “uomini di mafia”: «Quando le reticenze e le omertà non sono solo degli uomini di mafia – accusa il magistrato – ma sono depistaggi e reticenze degli uomini dello Stato e delle istituzioni, e quando queste reticenze e depistaggi vengono da uomini dello Stato e delle istituzioni che ostacolano la verità, non ce la possono fare da soli, hanno bisogno di voi, della società civile che questa verità la vogliono: la verità è una conquista collettiva ». Il procuratore aggiunto ringrazia quindi “la società civile”: «sono convinto che queste indagini, questo processo non ci sarebbero stati se non ci fosse stato il Forum di Firenze, il movimento delle Agende rosse, i famigliari delle vittime delle stragi, un movimento della società civile che chiedeva e chiede la verità ».
Servizietto pubblico per Fini
di Alberto Custodero per “la Repubblica”
(da “dagospia”, 26 ottobre 2012)
«Non ho la faccia sfregiata neppure da un avviso di garanzia. È una vicenda personale, privata, da trattare in famiglia non certo in tv. Rispondo di ciò che ho fatto io, non di quello che fanno terze persone. Non accetterò mai di dovermi dimettere per uno scandalo che non c’è. Non ho nulla di cui vergognarmi di fronte alla coscienza, agli italiani e al codice penale ». Gianfranco Fini, incalzato dalle domande di Santoro durante Servizio Pubblico in onda su La7, è tornato ieri sera sull’argomento della casa di Montecarlo donata ad An.
E poi affittata al fratello della sua compagna. In difficoltà, ma sereno, ha ascoltato il conduttore che gli ricordava la promessa, fatta l’estate di due anni fa (quando il Giornale
lanciò lo scandalo), di dimettersi se fosse emersa la prova dell’acquisto dell’appartamento monegasco da parte di Giancarlo Tulliani. E che gli anticipava il contenuto di un’inchiesta dell’Espresso (in edicola oggi), sui rapporti tra i fratelli Tulliani e Francesco Corallo, padrone del colosso delle slot Atlantis-Betplus, latitante da maggio in quanto coinvolto in una storia di corruzione.
«Gli scandali veri sono altri – ha replicato Fini – La denuncia in procura mi è stata fatta da avversari politici. Non ho preso denaro pubblico, non sono stato corrotto, nessuno può dire “mi hai fregato” ». «Neanche gli iscritti An? », gli ha chiesto Santoro. «Tutt’al più si vedrà in sede civile », ha risposto Fini.
Una settimana fa l’Espresso aveva pubblicato dei fax – sequestrati nell’abitazione romana del latitante – che Corallo aveva spedito a James Walfenzao: una copia del passaporto di Giancarlo Tulliani, una copia di quello di Elisabetta e un modulo per l’apertura di un conto corrente a Saint Lucia intestato alla Jayden Holding. Walfenzao è sia fiduciario che figura come rappresentante legale della Printemps, la società di Saint Lucia che nel luglio 2008 acquistò da An l’appartamento di Montecarlo.
Sia rappresentante legale del trust a cui sono intestate le quote del gruppo Atlantis. L’Espresso oggi in edicola rivela un nuovo capitolo del giallo: un computer di proprietà di Corallo, sequestrato dalla guardia di finanza, contiene nuovi documenti che dimostrerebbero le relazioni d’affari del latitante coi familiari di Fini. Documenti la cui divulgazione spetta solo al proprietario del computer. Nessuno sa, però, se Corallo li renderà mai pubblici.
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Vi racconto perché Silvio resta unico
di Antonio Martino
(da “Il Tempo”, 26 ottobre 2012)
Quando, ieri pomeriggio, ho letto le dichiarazioni di Silvio Berlu sconi con le quali annunciava di non volersi più candidare a premier e che il candidato sarebbe sta to selezionato da primarie interne al Pdl, mi sono affrettato a chiamarlo. Ho avuto fortuna e ho potuto parlargli; gli ho chiesto: perché lasci? «Non lascio, mi ha assicurato, continueremo assie me tu ecj io ma ora bisogna lasciare spa zio ai più giovani e noi dobbiamo tirar ci indietro, aiutarli, consigliarli e mette re la nostra esperienza a loro disposi zione ».
Non un’uscita di scena, quindi, ma soltanto un arretramento, probabil mente ispirato dalla necessità di far cre scere e consolidare una nuova classe dirigente che possa, anche grazie al l’esperienza dei meno giovani, dare vi ta ad un’alternativa concreta e credibi le all’arcipelago delle sinistre e ai movi menti anti-politici. Un arretramento fatto con stile che, comunque vada, se gna la conclusione di un quasi venten nio caratterizzato dalla sua figura co me protagonista della nostra vita pub blica. Tutto e il suo contrario sono stati detti su Berlusconi, ma sono certo che anche i suoi acerrimi nemici conver rebbero sul fatto che non ce n’è un al tro; Silvio Berlusconi è quello che è, ma è anche l’unico Silvio Berlusconi che abbiamo. Molti miei amici mi chiedo no perché continui a «stare con lui »; la risposta è molto semplice: non sono mai «stato con lui ». Ho sempre detto quello che penso, anche quando sape vo che non era d’accordo. Specie dal 1994 al 2001, ma anche dopo, sono sta to sovente in disaccordo, non di rado da solo, e non mai tenuto nascosto il mio dissenso. Chi ne dubita guardi i giornali di quegli anni. Da ministro de gli Esteri prima e della Difesa poi ho sempre fatto quello che ritenevo giu sto e sempre senza consultarlo prima, ma ricevendone l’approvazione poi.
Capisco la delusione dei miei amici liberali: la rivoluzione liberale è rima sta largamente incompiuta e il «partito liberale di massa » non ha visto la luce. Mi permetterei, tuttavia, di chiedere lo ro sel’Italia oggi starebbe meglio o peg gio se, invece di essere stata governata alternativamente dalle sinistre e da Ber lusconi, avesse avuto sempre le sini stre al potere. Solo un fazioso potrebbe rispondere di sì. La delusione, però, è certamente motivata e cercherò di spie gare perché il sogno non si è materializ zato. Mi limiterò a quattro errori che spiegano in buona misura l’insucces so. Il primo è stata Irene Pivetti: Berlu sconi l’ha fatta eleggere presidente del – la Camera e il suo partito (insieme a Oscar Luigi Scalfaro) ha determinato il ribaltone prima, lasconfitta alle elezio ni del 1996 poi. Pierferdinando Casini è stato fatto eleggere presidente della Ca mera da Berlusconi nel 2001, il suo par tito ci ha impedito di governare dal 2001 al 2006 (imponendoci fral’altro la cosiddetta “discontinuità”) e ha co stretto Berlusconi a cambiare la legge elettorale, facendoci perdere le elezio ni del 2006. Gianfranco Fini è stato fat to eleggere presidente della Camera da Berlusconi nel 2008 e la sua defezione ha impedito al governo di sfruttare la largamaggioranzaotteinuta, col risulta to che alla fine Berlusconi halasciato la presidenzadel Consiglio.
Tremonti, in fine: nel 1994 fu un ministro delle Fi nanze creativo e capace ma, nel 2001 – 2006 contribuì, da ministro dell’Econo mia, alla mancata realizzazione delle riforme promesse; idem dal 2008 al 2011. Non dico che Berlusconi sia da assolvere con formula piena ma, pri ma di pronunziare una sentenza inap pellabile, bisognerebbe anche render si conto che con questo sistema istitu zionale neanche il più grande leader politico avrebbe potuto fare molto me glio. Quando, nel 1994, laThatcher, nel congratularsi per la mia elezione, mi esortò a fare “per l’Italia quanto io ho fatto per la Gran Bretagna”, le risposi: “Lei aveva molti vantaggi rispetto a noi: una maggioranza composta di un solo partito, una Costituzione non scritta sulla carta ma nella mente e nel cuore di quanti erano chiamati a rispet tarla, una burocrazia efficiente ed one sta e un sistema giudiziario autentica mente indipendente e funzionante. Noi non abbiamo nessuna di queste co se, ma abbiamo qualcosa che lei non aveva”. “Che cosa?” “Il suo esempio”, risposi.
Al posto della Thatcher, Berlusconi avrebbefatto lo stesso?Con tutta 1 ‘ami- cizia che mi lega a lui, devo dire che non lo vedo litigare per tre anni con i più potenti sindacati d’Europa né man dare la flotta dall ‘altra parte del mondo perfarerispettarela sovranità inglese a un dittatore avventuroso. Tuttavia, re sto convinto che sia unico e che il suo arretramento lascerà un vuoto difficil mente colmabile. E questo a prescinde re dal fatto che la nostra Costituzione non prevede la candidatura a presiden te del Consiglio.
Monti con l’aereo di Stato al compleanno di un amico
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 26 ottobre 2012)
Altro che austerity, altro che sobrietà, altro che sacrifici. Il 19 settembre il premier Mario Monti vola da Roma a Milano per fare gli auguri al “maestro” Luigi Guatri che spegneva 85 candeline al Principe di Savoia.
E, non solo lo fa con l’aereo di Stato, ma Palazzo Chigi prova anche a metterci una pezza sopra assicurando che “il presidente del Consiglio quel giorno aveva anche un incontro riservato in prefettura”. Peccato che in quel di corso Monforte smentiscono: l’appuntamento proprio non risulta.
Che fine ha fatto la crociata dei tecnici contro gli sprechi? A onor del vero, Monti aveva iniziato l’incarico a Palazzo Chigi all’insegna della spending review: quando il 22 novembre del 2011, a una settimana dall’insediamento alla presidenza del Consiglio, era arrivato all’aeroporto di Ciampino, aveva fatto cambiare l’aereo di Stato diretto a Bruxelles sostituendo il costoso Airbus A319 con il più piccolo (e, quindi, più economico) Falco. “Un aereo così grande per così pochi passeggeri?”, aveva domandato il Professore sulla pista. E ancora: qualche giorno dopo aveva preferito usare il Frecciarossa per tornare a Roma dopo aver trascorso il fine settimana a Milano. Una scelta che il premier aveva imposto a tutti i ministri dell’esecutivo. Tanto che, dopo soli cento giorni di governo tecnico, il sito di Palazzo Chigi sbandierava ai quattro venti che i voli di Stato erano già stati ridotti del 92% facendo, in questo modo, risparmiare all’erario pubblico ben 23,5 milioni di euro. Una mossa d’immagine che aveva fatto schizzare all’insù il livello di gradimento nei sondaggi: il sobrio Monti, paladino della spending review.
A trascorrere un po’ di tempo tra i corridoi dei palazzi romani, però, il Professore deve aver perso il pallino per i tagli agli sprechi. Tanto che lo scorso 19 settembre Monti ha preso l’aereo di Stato per andare a festeggiare l’85 ° compleanno di Luigi Guatri, il “maestro” che nel 1994 lo ha accompagnato alla presidenza della Bocconi. Lo stesso Guatri che nel novembre del 2011 ha preso il testimone da Monti, che si era insediato a Roma per guidare il governo tecnico, e ha assunto l’incarico di presidente reggente della Bocconi.
La destinazione: Hotel Principe di Savoia di Milano. Alla festa di compleanno sono invitati solo 200 persone. Tra queste anche il premier che a Ciampino è salito su un jet del 31 ° Stormo dell’aeronautica per volare nel capoluogo lombardo. Dopo una prima bufera di polemiche l’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha provato a giustificare il comportamento del Professore spiegando che “a Milano il presidente aveva anche impegni istituzionali, nella fattispecie un appuntamento riservato in Prefettura”. Purtroppo, come riportano i media oggi, l’incontro è stato smentito dalla stessa Prefettura.