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Fini e la retorica della prima Repubblica

6 Settembre 2010

Lo strappo si è consumato. Non è vero che Fini ha passato il cerino a Berlusconi. Quando si afferma che il Pdl non c’è più e che al suo posto è restato il partito del predellino, oppure è restata Forza Italia allargata ai colonnelli, e si dichiara che Futuro e Libertà andrà avanti, tutto ciò non può che significare la nascita di un nuovo partito, anche se Fini ha avuto paura a pronunciare chiaramente questa parola.

Non l’ha pronunciata, poiché ad essa sono legati incarichi e poltrone che andrebbero a ramengo. Ma anche se la parola partito non è venuta fuori, di nuovo partito si tratta. Credo che qualunque osservatore politico disinteressato non possa concludere diversamente. Una delle frasi chiave è stata questa: “Non si rientra in ciò che non c’è più”.

E dunque? E dunque questa nuova formazione si collochi nell’arena politica, scelga il suo schieramento e faccia la sua politica. Fini ha confermato fedeltà all’area di centrodestra? Lo vedremo nei fatti. Intanto, chi del Fli ha incarichi di governo sia coerente e si dimetta.

Ciò che importa, infatti, è che una formazione che ha obiettivi differenti non pretenda di restare dentro un partito per ostacolarne la governabilità.

“Governare non è comandare” ha detto Fini. Gli rispondo che governare è decidere. E ciò che ha fatto Fini in questi ultimi tempi è stato di impedire la governabilità, ossia l’assunzione di decisioni e di responsabilità da parte dell’esecutivo.

Quello a cui abbiamo assistito ieri sera a Mirabello è stato il classico comizio che si teneva nella prima Repubblica.

Soprattutto nella seconda parte, Fini ha parlato da infiascatore di fumo, come si diceva una volta. Infiascatore di fumo vuol dire parlare di grandi progetti a cui è difficile dire di no, ma per i quali, scendendo nei particolari, si potrebbero riscontrare profonde differenze.

Nella prima parte, invece, ha costellato il suo discorso di buchi neri, ricordando la sua cacciata del 29 luglio, ma dimenticando che non è stata affatto decisa in due ore di discussione. Essa è stata la conseguenza, invece, di una lunga contrapposizione di Fini alle politiche del governo, sulla quale non sono mancati di volta in volta i richiami del partito.

Abbiamo pure ascoltato delle frivolezze: ad esempio quando Fini ha parlato dell’importanza del Parlamento, dimenticando, anche qui, che egli è uno dei maggiori assenteisti, avendo collezionato in più di due anni meno di cinquanta presenze.

Come era prevedibile non ha chiarito niente delle faccenduole che lo riguardano. Si è limitato a dare dell’infame ai giornali che se ne occupano, rifugiandosi nei tempi lunghi della magistratura. Molto comodo, non c’è che dire.

Elisabetta Tulliani è stata presente al comizio. Una specie di sfida tracotante.

Avrei voluto vedere il suo viso quando Fini ha dichiarato, senza arrossire, che in politica è importante stilare un codice etico che valga per tutti.
Per tutti, o per tutti meno Fini? avrei voluto domandargli.

Ed anche quando ha pontificato che si deve rivalutare il concetto di servitore dello Stato, avrei voluto domandargli se intendesse portare ad esempio la sua persona. Oppure se si dovesse redigere il nuovo codice etico prendendo spunto dalle sue note faccenduole.

Un politicante vecchia maniera, dunque. Chi ha la mia età ne conosce la puzza.

Ma il discorso di ieri sera pone di nuovo con forza ciò che molti osservatori si chiedono da tempo (anche a prescindere dalle magagne in cui è coinvolto): Il ruolo di capopartito di Fini è compatibile con la sua carica istituzionale?

Ieri è stato evidente di no.


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1 commento

  1. Commento by Mario Di Monaco — 6 Settembre 2010 @ 10:31

    La sceneggiata è finalmente terminata. In questi due anni Fini ha sempre dimostrato di essersi pentito della scelta di far parte di un grande partito e  di rivolerne uno suo personale, piccolo o grande poco importa, che gli consenta di esserne il capo indiscusso e di tessere da protagonista le più opportune trame politiche. E ieri se lo è ripreso, alla faccia delle sue pretestuose motivazioni della mancanza di democrazia all’interno del Pdl e della diversità di vedute su taluni punti programmatici dell’accordo elettorale.

    La mossa di Fini sferra una picconata anche a quel sistema bipolare che si stava tentando di far affermare per facilitare la governabilità del paese.

    A questo punto, credo sia opportuno sottoporre quanto prima la nuova situazione politica al giudizio degli elettori, per evitare che la scelta della guida del governo torni in mano ai partiti, con buona pace dei cittadini che, anche ieri, sono stati raggirati dallo stesso Fini con la promessa di una nuova la legge elettorale che terrà in maggiore considerazione la loro volontà.

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