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Fumetti: Brick Bradford

19 Aprile 2009

[da: “Enciclopedia dei fumetti”, a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]

L’AUTORE
CLARENCE GRAY – Difficilmente c’è un crea ­tore di fumetti del quale si possano dire meno cose che su Gray. Al punto che, si racconta di un nostro connazionale « patito » come po ­chi del personaggio di Brick Bradford, il quale approdato a New York, una volta giunto nei sontuosi uffici del King Features Syndicate ed espresso il desiderio di conoscere Clarence Gray, si sentì chiedere seraficamente dal fun ­zionario che stava intrattenendolo: «E chi è? ». Ci vediamo costretti pertanto nella nostra trat ­tazione a considerare Gray al pari di un illu ­stre « anonimo » dei grandi secoli della pittura e a soffermarci più sulla sua opera che non sull’aneddotica riguardante la vita (ciò non di meno la spiccata personalità dell’artista filtra prepotentemente dalle maglie della sua opera). Innanzi tutto fu uno dei pochi a capire subito che quando un artista, per beneficiare dei non lievi vantaggi di indipendenza ed economia, si appresta a produrre tutto da solo un comic (intendendosi con questo, lo sceneggiare e il disegnare), il tour de torce finisce inevitabil ­mente per inaridire, forse in maniera irrepara ­bile, la vena creativa. Altra versione (sempre che l’approccio tra i due autori di Brick Bradford non sia avvenuto au contraire) potrebbe essere quella che, sentendosi Gray all’altezza di of ­frire ai lettori una visualizzazione ariosa densa di promesse fantastiche, ma non di impegnarsi al contempo nella preparazione di un testo, che secondo la sua modestia sarebbe risultato magari banale, capì che il comic avrebbe avuto vita più longeva e maggiore successo se fosse risultato frutto di una stretta collaborazione tra due artisti dalla comune concezione crea ­tiva: uno scrittore di fervida genialità (nella fattispecie William Ritt) e un disegnatore, egli stesso, che con estrema scioltezza’ avrebbe potuto rendere palpitante un ambiente esotico o avventuroso.
E prova che il duo Ritt-Gray fosse in possesso di tali mezzi è il prodotto stesso che essi riu ­scirono a manipolare: un fumetto dal linguaggio convincente, i cui elementi scenografici, di gu ­sto codificato, e purtuttavia personalissimi, resi da un disegno stereotipato, ma non privo di trovate, creavano un bell’effetto (uno dei tanti particolari dell’insistito gusto ironico, quasi ca ­ricaturale, bene in simbiosi con il racconto di fantascienza, quindi apparentemente serioso, fu la raffigurazione della « testa a lampadina » di Brick vista dal retro).
Difficile poter stabilire se le ambientazioni e i personaggi di alcuni episodi (gli « spaccati » delle civiltà maja, azteche, pellerossa) rispon ­dessero più a un vivo interesse etnologico degli autori che non, verosimilmente, a un funam-bolico mimetismo da parte dei due con le mode dei tempi (compreso l’interesse superficiale che la massa sembrò scoprire ,allo scorcio degli anni trenta, per gli studi sulle antiche civiltà). Resta il fatto che la rappresentazione dei cicli storici e soprattutto delle leggende di quei po ­poli antichi, trovò nelle illustrazioni e nei testi di Ritt e Gray uno strumento di immediata e rara comunicabilità.
Va dato atto a Clarence Gray (non a Ritt in questo caso) di aver, più di ogni altro autore di fumetti, anticipato con puntigliosa preveg ­genza la moda del nude-look, con le sue uber ­tose regine dai seni ornati soltanto di deli ­ziose coppette metalliche (croce e delizia dei nostri censori d’epoca preposti a vidimare quei fumetti per un pubblico adoscente) o quella dell’unisex, raffigurando, a volte in costume pressoché adamitico, ma senza morbosità al ­cuna, gli spensierati abitanti di mondi scom ­parsi.
La tavola che reca l’ultima firma di Clarence Gray è del febbraio 1957. Tenendo conto che un cartoonist preorganizza solitamente il suo lavoro con due mesi di anticipo, la morte di Gray può datarsi con verosimile approssimazione al dicembre 1956. Gli alti e bassi della sua cagionevole salute erano stati « telefonati » da ­gli interventi sempre più frequenti del suo ghost Paul Norris che già dal 1950 aveva rilevato dal boss le strisce giornaliere e ora si apprestava a realizzare Brick Bradford in toto). Gray chiude in bellezza, con stile (il suo è un pop pregno di niveo decò). In una futuribile città mozza ­fiato, mette in bocca al suo eroe una battuta ironica: « I problemi del traffico esisteranno an ­che nel futuro ». Nonostante i grattacieli pira ­midali, i fantastici ponti sparati attraverso gli spazi, il parcheggio resta l’impiccio di sempre.

IL PERSONAGGIO
BRICK BRADFORD – Creato da William Ritt, autore dei testi, e dal disegnatore Clarence Gray, apparve per la prima volta il 24 agosto 1933 sul New York American Journal. Le sue esotiche e suggestive imprese appartengono al filone del fumetto fantastico. Prima scese in profonde caverne, dove vivevano popoli sco ­nosciuti; più tardi fu capace non solo di viag ­giare nel tempo e nello spazio, alla ricerca di favolosi tesori nascosti o di civiltà scomparse, ma anche di rimpicciolirsi e di penetrare tra le molecole di una moneta di rame. Brick Bradford è senza dubbio uno dei più completi e riusciti personaggi di fumetti degli anni trenta, un eroe che in breve tempo riuscì a conquistare una vasta popolarità, non ancora sopita. Se prova occorreva per dimostrare la straordinaria validità dei fumetti dell’età d’oro, si è avuta qualche anno fa, nel constatare l’av ­vincente presa ottenuta sul pubblico da un emozionante film di fantascienza: il « viaggio allucinante » che una squadra di chirurghi, a bordo di una navicella miniaturizzata, compiva all’interno di un corpo umano (quello di un famoso scienziato, dalla cui vita, minacciata da un grave morbo, dipendevano le sorti de! mondo), sfacciatamente ispirato all’affascinante «viaggio nella moneta » che l’eroe Brick Brad ­ford, insieme a Dora (che nel film aveva per emula la procace Raquel Welch), intraprendeva nel misterioso mondo del microcosmo.
E l’accertare che il trio formato da Brick Bradford, il professore Southern (Kalla Kopak) e sua figlia April (Dora) costituisce la valida matrice di più o meno scoperte repliche, non necessita certo un gravoso scandaglio tra la produzione filmica o fumettistica: oltre alle affi ­nità che legano questo personaggio avventuroso al Flash Gordon di Alex Raymond, basta come esemplificazione un accostamento con il trio Ciro, Marcus e sua figlia Ivy dello zavattiniano ciclo di Saturno contro la Terra, per rivelare analogie di legami familiari oltre che scenici. Purtroppo i lettori delle odierne strisce di Brick Bradford difficilmente potranno condividere il nostro punto di vista, dovendo basare il loro giudizio sulla produzione corrente che vede un grifagno Brick (circondato da asessuate figure femminili) effigiato dal grezzo Paul Norris (il cartoonist, nella presunzione di continuare l’ope ­ra degli scomparsi creatori della saga, non ha fatto altro che scardinare l’assioma che vor ­rebbe l’eroe dei fumetti sopravvivere al suo autore).
Di altro piglio immaginifico furono le storie o cicli di Brick Bradford che dal 1933 al 1957 (data della scomparsa del disegnatore Clarence Gray) otttennero il favore di un pubblico di rinnovate generazioni (le quali in Italia, non hanno faticato a riconoscere l’eroe pur sotto i diversi nomi con cui, in conformità alla voghe dei tempi, è stato ribattezzato: Bruno Arceri, Guido e Giorgio Ventura, Marco Spada, Antares, Bat Star). Il personaggio era nato da una mera esigenza di mercato: il « bisogno » editoriale di contrastare a, semmai, porsi nella scia del successo del suo predecessore Buck Rogers (Bradford, per un tipico fenomeno consumi ­stico, è stato poi a sua volta « doppiato » dal proselite e favoloso Flash Gordon, di Raymond un autore con nessuna vocazione al risparmio). Invece dei ferrei programmi precostituiti che contraddistinguevano tutti gli altri personaggi del fumetto, con la scelta inderogabile del setting e dell’epoca, i due autori William Ritt e Clarence Gray decisero che, fermo restando il principio dell’avventura per l’avventura, tutto poteva venire accennato o sviluppato nelle loro storie, il campo d’azione del loro biondo eroe poteva spaziare dal genere « giallo » a quello avventuroso, con episodi anche legati a una quotidianità semplice e umorosa. Nel racconto potevano far capolino popoli e costumanze di ogni tempo e latitudine (gli aztechi e i maya piuttosto che i vikinghi).
La saga a strisce è caratterizzata dalla ine ­sausta lotta del singolo (animato da uno spirito libertario, che negli anni trenta opinabilmente definimmo come « americano ») contro forze scatenate alla conquista del nostro globo dal savant fou di turno (gli esempi riempirebbero diverse cartelle: Fuego, rapinatore e pirata, Temuchin, Gran Kahn di un’orda selvaggia bi ­sognosa di « un posto al sole », Hassan Ben Ali, capo di predoni drogati, Avil Blue, costruttore di un robot alto quanto un grattacielo e così via).
È soltanto alla produzione di Bradford desti ­nata ai rutilanti supplementi domenicali che può applicarsi la targhetta del fantascientifico a tutti gli effetti. Nelle storie che si snodavano con ritmo settimanale il simpatico Brick, per rag ­giungere le genti misteriose ormai estinte da secoli sulla crosta terrestre, era costretto a ri ­schiosi, elaborati – e poco plausibili – viaggi al centro della terra o tra inesplorate lande artiche. Fu sul punto dell’impasse, quando la corda del meccanismo cominciava a rivelare l’incipiente logorio, che gli autori dimostrarono quanto la loro faretra fosse ricca di frecce. Lo spunto fu suggerito dalla « macchina del tempo » wellsiana (un veicolo peraltro parecchio parecchio diffuso nella dimensione fumettistica) che plasmata con le teorie relativistiche di Einstein, opportunamente fantasticizzate, permise agli autori di fornire al loro eroe la « Crono-sfera », enorme trottola, accelerata o decelerata, che faceva scorrere sul cruscotto, con vorticosa successione, millenni e distanze in anni-luce.


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2 Comments

  1. Commento by Romano — 30 Gennaio 2010 @ 17:25

    Dopo la lettura vi consiglio il video di BRICK

    http://www.youtube.com/watch?v=5oBDmt_ptvk&feature=channel

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 30 Gennaio 2010 @ 21:12

    Grazie, molto bello. Complimenti.

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