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Fumetti: Little Annie Fanny of Playboy

27 Ottobre 2010

[da:”Enciclopedia dei fumetti” a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970]

LITTLE ANNIE FANNY – Per inquadrare il per ­sonaggio è indispensabile agganciare tutti gli elementi cui esso è legato: da quello insospet ­tabile (ma solo all’apparenza) di Little Orphan Annie, cui Harvey Kurtzman si è ispirato per ribaltarne i significati, alla testata che ha ac ­colto la più esplosiva delle Annie nelle sue pagine per soli uomini, e della quale la pin-up ha rappresentato uno dei più simbolici apporti.

Chi è Little Orphan Annie? Apparsa a mezzo degli anni venti sul quotidiano Chicago Tribune, la piccola odiosa velleitaria ragazzina dagli oc ­chi senza pupilla di Harold Gray, per metà vi ­ziata epigone delle eroine pionieristiche yankee e per metà irritante portabandiera del pate ­tico, è capace ancor oggi di farsi leggere dalla sua congelata schiera di fans, che le chiedono ulteriore refrigerio da altre realtà inconfutabili quanto scomode. La sua spregiudicata e super ­dotata « sorella », invece, ha fatto parte, con in ­negabile successo, di quel cast sempre in evo ­luzione che corrobora e affolla le pagine di Playboy dirette da Hugh Hefner, uno dei più strepitosi e abili press-agents (di se stesso) che gli States abbiano sfornato nel secondo dopoguerra.

Playboy è nato nel 1953, da un’idea di Hefner e del suo allora collaboratore unico Arthur Paul. Il progetto del mensile era basato su un concetto assolutamente rivoluzionario (sia sul piano figurativo, sia su quello dei contenuti) e sulla falsariga di un rapporto lucidamente pre ­ciso: novelle, aneddoti, reportages, interviste, biografie avrebbero avuto il supporto visuale di illustrazioni « realistiche ». Non si sarebbe trat ­tato, cioè, di un qualcosa aderente alle scom ­plessate sperimentazioni artistiche di élite esplo ­se in quegli anni, ma di forme espressive, al ­trettanto valide, con limiti inderogabili di « co ­municazione », sempre comunque affidate ad artisti di rilievo.

La sua prima « ragione sociale » doveva essere il sesso: il sesso proibito dal puritanesimo uf ­ficiale, il sesso senza inibizioni, il sesso a tutta pagina, il sesso imposto da un esercito del quale le graduate erano femmine laureate dal ­l’approvazione maschile, ossia modelle pagatis-sime e attrici cui si tendeva a strappare per l’occasione l’ultimo ambitissimo « velo dipinto ». Le truppe erano formate da « conigliette » ve ­stite soltanto di orecchie di peluche, paziente ­mente reperite nelle improsciugabili riserve del volontarismo femminile.

Negli uffici della rivista sono sfilati, da allora, artisti come George Segal, Salvator Dalì, Boy Schnackenberg, Roland Ginzel, Frank Gallo, Harry Bouras, Miyo Endo e moltissimi altri (lo stesso Arthur Paul è un disegnatore versatilis-simo). Ad essi venne affidata l’illustrazione di copertine e inserti, oltre che la visualizzazione di testi firmati da Vladimir Nabokov, Henry Mil-ler, Bay Bradbury e Frederik Pohl (per la fan ­tascienza), Schlesinger e King (per la politica). A Playboy hanno collaborato i più iconoclasti columnists americani, giudici e psicologi della « nuova frontiera », oltre, naturalmente, a umo ­risti, commentatori, economisti, giornalisti fa ­mosi, uomini di punta dell’arte e dello spet ­tacolo.

Dalle rovine del sesso, frantumato nei suoi tabù ormai mostranti la corda, venne dato l’assalto all’establishment e a tutte le sue affermazioni più retrive, affrontando di petto ogni argomento per scottante che fosse. Nel 1953 l‘underground americano non vantava certo l’attuale forza ever ­siva e Playboy â— dal suo start di sole quaran-tadue pagine â— puntava diritto al traguardo dell’anticonformismo e dello shock, rispondendo all’esigenza di « una America più umana ». An ­che se un articolo di Art Buchwald (How Playboy Changed America), dividendo gordianamente la storia del costume stellato in due ère, ante e post Playboy, fa immaginare ironicamente la prima come un girone di braccia puritane in ­vocanti un definitivo affrancamento da codici e censure e in spasmodica attesa dei « liberatori », indubbiamente il mensile di Hefner è entrato nella storia dell’editoria statunitense come un valido Strumento per scuotere il contraffatto vaso di Pandora della great society. Quando, nella già consolidata redazione della rivista, si avvertì la necessità di affidare un certo preciso messaggio a un personaggio fisso, che potesse, per conto proprio, mantenere un rapporto costante con i lettori (e per mezzo dei fumetti), nacque Little Annie Fanny. Vari sono stati gli artisti che si sono scambiati la matita con Harvey Kurtzman: Will Elder, Jack Davis, Larry Siegel, Russ Heath, Al Jaffe, Frank Frazetta, Werner Roth. Tuttavia, anche un occhio esercitato riesce a fatica a distinguere i suc ­cessivi passaggi, che l’idea base è stata quella di mantenere lo stile d’origine, quello della prima comparsa della our little friend (la nostra piccola amica): una sorta di pre-pop o di con ­ferma del Mad prima maniera, di cui Kurtzman era stato appunto una delle colonne. La « piccola » Annie Fanny ha fatto il suo spe ­ricolato ingresso nelle coloratissime pagine che le erano state riservate con tutti gli attributi in ­dispensabili alle conigliette, ma con in più quel ­la « mobilità » e quel potenziale cinetico che le veniva dal fumetto. Anche se la sorpresa dello spogliarello â— o, addirittura, dell’aggirarsi e agitarsi nature come Kurtzman l’aveva fatta e voluta â— veniva forzosamente attenuata dal ­l’iterazione, a ogni puntata si rinnovavano partners e comparse e variavano le situazioni. La « piccola » Annie Fanny appartiene al cento per cento alla caratterizzazione di quell’esem ­plare femminile da calendario che si è subli ­mato in Marilyn Monroe: non longilinea ma cur ­vilinea, ossa sottili, capelli biondi abbondanti. Massimo bersaglio dello sguardo, il suo seno, incurante dei moderni canoni estetici, risulta gagliardamente consapevole delle sue funzioni erotogene.

Del resto, anche sotto il profilo delle sfumature fisionomiche, la strapotente ragazzotta non guarda tanto per il sottile: in questo feuilleton sui generis, emulo americano e ammodernato delle saghe popolari interpretate da maschere e burattini, il personaggio deve rispondere a esigenze mimiche che si contano sulle dita di una mano: piacere, meraviglia, spavento, do ­lore, allegria. Ben altre, e più complesse, sono però le morali della favola. L’essenziale è che Annie Fanny entri in scena al momento giusto, piena di vitalità e di verve, di carica erotica e di scanzonato dinamismo. Le sue avventure si svolgono sempre a livello dell’accidentato suolo USA, senza vertiginosi voli stratosferici e planate con serici mantelli, senza superpoteri negromantici, senza interventi extraplanetari. L’affastellarsi dei protagonisti e dei comprimari, stipati nello spazio dei qua ­dretti, che assumono le più diverse forme dila ­tandosi a volte fino a riempire tutta la pagina, assegna alle vicende un ritmo sempre esagitato e convulso (l’equivalente italiano è soltanto ri ­trovabile nel formicolante concentrazionismo di Jacovitti), offrendo un metaforico ritratto del ­l’America metropolitana. Lo scorrere delle pun ­tate è, in definitiva, una sorta di viaggio attra ­verso una società dove alle necessità quoti ­diane i contemporanei hanno voluto e dovuto aggiungere ingredienti e sovrappiù ormai di ­venuti indispensabili, all’insegna di una irri-nunciabile frenesia.

Annie Fanny è via via in lizza in concorsi di bellezza per il titolo di Miss Universo, con le loro immancabili isterie collettive, modella di un barbuto pittore tradizionalista del Greenwich Village messo in crisi dalle mode, comparsa in una « riunione » del K.K.K., interprete di un film fantapolitico (ma non troppo) ad Hollywood, vit ­tima dell’improvvisa oscurità calata su New York in un certo giorno del 1965, guida del movi ­mento femminile contro i reggiseni e affini (in ­venzioni virili per vessare il sesso debole) e pa-ladina ufficiale dell’ironico Christmas Card (for ­mato pagina) inviato dalla rivista ai suoi ghiotti e affezionati abbonati. Nonché polemica parte ­cipante a una crociera di lusso, navigante ber ­lina dell’eterna ingordigia maschile e spettatrice di un memorabile incontro di baseball, « se ­condo sport nazionale dopo il sesso ». Attraverso un comic gustosamente erotico (da non confondere, sia ben chiaro, con l’attuale paccottiglia di fumetti osceni « made in Italy »), gli autori di questo prototipo della sensualità più sfrenata hanno avuto modo di mettere in giusto risalto i punti deboli, i contrasti e i vizi presenti nella società americana dei giorni no ­stri. Si tratta di un character prorompente, volu-tamente posto al di fuori del tradizionale ri ­spetto ufficiale.

Gli infiniti pretesti delle sue avventure offrono al lettore l’occasione per fare la conoscenza di personalità famose dello spettacolo e dello sport, dell’arte e della politica americani. Le battute sono salaci e dirette; i riferimenti pun ­tuali e cattivi. La mediazione, se c’è, si avvale dell’humour, quindi si annulla da sola. Il fumetto, inframmezzato da zigzaganti didascalie e in ­trodotto da una singolare segnaletica a frecce, è esplosivo, tutto basato su esclamazioni in neretto e sottolineature (a volte a metà della parola, come per la improvvisa scoperta di un suo nuovo significato, ancor più ilare e caustico di quello tradizionale di base). Indubbiamente, sotto il profilo della compren ­sione, le vicende che coinvolgono â— volente o nolente â— l’appetitosa protagonista non met ­tono a disagio soltanto quei lettori che pun ­tano tutto sul loro inglese scolastico, ma anche altri â— e sono ovviamente i più â— i quali non possono vantare un’affinata dimestichezza con gli avvenimenti d’oltre oceano. Molti riferimenti possono perciò sfuggire al lettore straniero e, con essi, altrettanti giochi in cifra e buona parte delle occasioni umoristiche. Restano, comun ­que, la scelta degli argomenti e il genere del ­l’impatto, chiarimenti rivolti in direzione di una terapia d’urto per il mal d’America e ancorati a una posizione inequivocabilmente parodistica nei confronti di un modo di vivere grottesco, ormai svuotato di dimensioni umane.


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Bart