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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

GIALLO: L’usuraio #1/18

7 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio  #1

I

Don Saverio aspettò una settimana, dopo che il chiasso e la confusione furono passati, prima di recarsi in visita a Rupecava[1]. L’anno precedente vi era stato il giorno stesso della grande festa, l’8 settembre, rispettando un’abitudine che aveva presa da ragazzo, quando saliva lassù, all’antico Eremo, coi compagni, per uno stretto, irto sentiero. Non erano i soli. Da Cerasomma, Montuolo, Ripafratta, Nave, Fagnano, ed altri paesi ancora, partivano folte comitive, composte da persone di ogni età, e lungo il sentiero era un rincorrersi di voci.
Don Saverio era ancora giovane, avrebbe compiuto a novembre 35 anni, era pieno di energia, di idee, di progetti. Si era meravigliato di non avvertire il desiderio di salire all’Eremo nel giorno della festa. Il chiasso, l’allegria dei pellegrini, l’incontro coi paesani, che principiavano a salutarlo da lontano, gli avevano sempre messo addosso un fuoco di intimità che accresceva il suo entusiasmo. Si sentiva padre, fratello, figlio di quella gente. Aspettò qualche giorno. Dalla canonica guardava la collina, ogni tanto. L’Eremo era nascosto dal crinale di un’altra collina e dai boschi di castagno, ma lui sapeva il punto ed era come se lo vedesse. Era giunto al paese da qualche anno, dopo aver vagato per parrocchie cittadine, dove era stato mandato in aiuto e per fare esperienza. Superato il tirocinio, era stato reputato idoneo a tenere una comunità. Bisogna dire che erano tempi bui per la Chiesa, e vi era gran penuria di vocazioni. Avrebbero mandato anche uno meno capace di lui. Il paese sorgeva a due passi da Lucca: una volta composto di soli contadini, ora era misto di gente che lavorava in campagna e di altri che si recavano in città o nella immediata periferia a occuparsi nelle fabbriche e nei grandi centri commerciali. Tutto sommato, vi si trovava bene, anche se doveva fare i conti con la modernità, che è atea, e corrode quel poco di spirituale che è ancora nell’uomo.
Aveva deciso di partire dopo pranzo, nel primo pomeriggio. Dalla finestra intravide Olimpio che stava percorrendo il vialetto e veniva a casa sua. Olimpio gli faceva un po’ da sagrestano. Procedeva a passo lungo, marcato. Era alto e magro, robusto. Don Saverio teneva la porta d’ingresso aperta per abitudine. Olimpio la spinse, e si recò in cucina, dove stava il prete.
«Sono passato a vedere se ha bisogno di qualcosa. So che va a Rupecava. »
Aveva in mano un involto annodato, che andò a posare sulla tavola. Disfece il nodo e mostrò due panini ripieni e una lattina di birra.
«Li porti con sé. »
«Ti preoccupi troppo, Olimpio. Io non sono un ragazzino. » Olimpio liberò l’involto, piegò il fazzoletto e se lo mise in tasca.
«Se vuole, vengo con lei. Non è prudente andare da soli, lo sa che non sono più i tempi di una volta. »
Don Saverio fece di no con la testa, prese i due panini e la lattina e li depose in un sacchetto di plastica.
«Vedi, li porto con me. Sei contento? »
«Sa che le voglio bene, don Saverio, lei è come un figlio. » In realtà, Olimpio aveva superato da poco la cinquantina e aveva tre figli, due femmine e un maschio, e la più grande aveva compiuto ventiquattro anni. Ma il prete ci credeva che Olimpio lo sentisse come un figlio, perché era rimasto il contadino di una volta, che si attaccava alla chiesa, e nutriva deferenza ed affetto per il parroco. Quando, qualche anno prima, aveva fatto il suo solenne ingresso nella comunità, accolto sul sagrato da tutto il paese, subito il giorno dopo si era presentato alla porta Olimpio e si era offerto di aiutarlo.
«L’ho fatto anche con il suo predecessore. E l’ho fatto con quello prima di lui. » Disse che serviva in chiesa sin da bambino e non aveva smesso mai. Al tempo della scuola, si alzava presto per servire la Messa, andava con la cartella già pronta, che deponeva in sagrestia. Finita la Messa, salutava in fretta e correva a scuola, giusto in tempo.
Non era facile comportarsi come Olimpio, che pareva riportare le abitudini della gente indietro di molti anni. Suo padre lo rimproverava e gli diceva di stare attento, che continuando così sarebbe diventato un baciapile, e un rammollito, di cui la società poteva fare a meno, perché c’era bisogno di persone senza scrupoli, invece, e svelte, che pensassero solo a far soldi e a diventare importanti.
«Stai attento, coglione, che se continui così, va a finire che ti fai prete. » Il padre però, con tutta la sua furbizia, era rimasto a zappare la terra; lui questo glielo aveva anche rinfacciato certe volte che il rimprovero lo feriva.
«Ma ti ho messo al mondo per diventare migliore di me. »
«Allora mi dovevi fare diverso. »
Era ancora vivo, suo padre, che si chiamava Matteo, come l’Evangelista, ma non gli somigliava. Sua madre, invece, gli somigliava, e forse Olimpio aveva preso da lei. Era morta, poverina, e ne aveva dovuta ingollare di bile per tutta la vita. Olimpio era figlio unico, e quella sventurata aveva riversato su di lui tutto l’amore che non aveva potuto dare a quell’egoista e piantagrane del marito.
Matteo aveva più di ottant’anni, e a Olimpio occorreva tutta la pazienza di cui è capace un uomo per sopportare i suoi mugugni.
«Mamma è morta per colpa tua; » gli diceva a volte quando non ce la faceva a starlo a sentire «è stata una disgraziata, mamma, e l’ha passato quaggiù l’inferno. »
Don Saverio aspettò che Olimpio se ne andasse. Lo vide percorrere il vialetto con quel suo passo lungo, da spilungone, e quando ebbe varcato il cancello, si affrettò per uscire. Voleva essere di ritorno prima delle sette. A quell’ora aveva presa l’abitudine di mettersi all’ascolto dei telegiornali, li scorreva tutti, e cercava di capire la verità delle cose facendo una media ponderata di ciò che udiva. Non riusciva a stare senza ascoltarli. La televisione aveva avvelenato la società, accelerato i tempi della corruzione e delle nefandezze, ma aveva la stessa seduzione delle belle donne, che la Chiesa per secoli aveva considerate figlie del demonio. La canonica era antica come la chiesa, grande, con stanze enormi, a cominciare dall’ingresso, che   sul soffitto aveva anche delicati affreschi. Sopra c’era un altro piano, dove don Saverio teneva pronte due camere per ospitare all’occorrenza altri preti o amici che fossero venuti a trovarlo. Vi abitava da solo per quasi tutti i giorni dell’anno, però, e anche tra i preti c’era dell’egoismo, e così quella casa gli sembrava troppo grande, se pensava alla miseria diffusa nel mondo. Manteneva tuttavia della corrispondenza con alcuni preti che avevano studiato con lui, e con altri che aveva conosciuti; attraverso di loro, più che della televisione, aveva certezza di quanto si soffre nel mondo. Non riusciva a giustificarla, la sofferenza. Ci aveva pensato spesso. Aveva ripercorso i suoi studi in seminario, letto più di una volta San Paolo, Sant’Agostino, San Tommaso, e poi Charles de Foucauld, e gli altri che erano stati in mezzo alla tribolazione, ma non trovava mai la risposta che cercava. Stava per uscire, e si ricordò dei panini e della birra portati da Olimpio. Tornò in cucina, erano ancora sul tavolo.
Salì in macchina e accese il motore. Pensò ai suoi predecessori, non a quelli recenti, bensì ai numerosi di molti decenni addietro, anche di secoli.
«Io vado per penitenza, questa volta. »
Lo disse quasi soprappensiero, mentre oltrepassava a passo d’uomo il cancello.
Nessuno saliva all’Eremo. Trascorsa l’euforia della festa, la strada era tornata vuota, come nella maggior parte dell’anno. Incrociava rare auto che andavano o venivano dai piccoli paesi sparsi sulle colline. Non vedeva l’ora di arrivare al monumento ai caduti, vittime di una delle tante barbarie prodotte dalla guerra. Prima o poi ne sarebbe scoppiata un’altra ancora più terribile. Chissà questa volta che cosa l’avrebbe provocata. L’Europa sembrava aver acquisito l’idea della pace, ma era sufficiente? Le guerre nascono sempre da una follia. Fermò l’auto proprio davanti al sacrario. Sceso, si avvicinò, lesse i nomi, recitò una preghiera. Nel mondo c’erano tante piccole guerre, che nessuno riusciva o voleva fermare. Se si fossero alzati sacrari anche per queste vittime, si sarebbe potuto fare il periplo del mondo. Poteva essere un’idea. Per rammentare la crudeltà della guerra, renderla visibile in un percorso più doloroso della Via Crucis. Si voltò verso il sentiero, ancora folto di castagni. Poteva percorrerlo con la macchina. Sarebbe stato più sicuro. Erano tempi bui, quelli. La violenza non si era sedata; anzi, quanto più avanzava il progresso, tanto più essa s’incrudiva. Accadevano fatti che gettavano l’uomo indietro di millenni, cancellavano in lui la ragione. Era davvero figlio di Dio? Possibile che il progresso, nelle cose dell’anima, faceva camminare a ritroso l’uomo? Il quale era tornato a fare patti col diavolo. La notte si trovavano segni di riti satanici celebrati nelle grotte, nelle campagne, nei cimiteri, nelle case abbandonate. In costoro non c’era paura, ma sfida. Contro chi?
Voleva andare a piedi, e quindi lasciò la macchina davanti al monumento. Desiderava conquistarsi la libertà di accondiscendere ad uno stato d’animo che in quel momento anelava ad immergersi nella natura, riprendere un contatto che, anche nella sua vita di tutti i giorni, pur attenta alle cose dello spirito, era andato perduto. S’inoltrò. Il profumo del bosco subito lo avvolse, e avvertì sensazioni che si destavano dopo un lungo silenzio. Si rimescolava e risorgeva la sua intimità violentata. La mente si distese, fu libera. Era stato lì molte volte da ragazzo, coi compagni. Poi vi era tornato da adulto, anche da prete, nel giorno della festa. Ma ora si ridestava il ricordo di quando veniva coi compagni. Solo quello. Era l’immagine dominante. Portava i calzoni corti, aveva un ciuffo di capelli che gli cadeva sulla fronte. Perché quella, e non altre immagini in cui era diventato un uomo? Disfarsi dei ricordi, ed anche dominarli, è impossibile. Forse sono la nostra anima. Aveva già camminato molto. L’aria era buia per via della fitta boscaglia. Sentì dietro di sé il rombo di una moto. Il fracasso lo irritò. Piombava direttamente dentro la sua anima, vi infrangeva e deformava il silenzio. La sentì alle spalle e subito dopo se la vide sfrecciare davanti. Erano due giovanotti. Ne giunse di lì a poco un’altra. Sfrecciò allo stesso modo. Poi tornò il silenzio.
Rupecava era costituita ormai da pietosi ruderi, e di lì a qualche decennio forse non ne sarebbe rimasta più traccia. Poco prima di arrivare, si apre uno spiazzo a tutto cielo, luminoso. Qui si può parcheggiare l’auto, e fare a piedi gli ultimi cento metri. Un muretto davanti al cancello d’ingresso fa da parapetto sul pendio della collina; da lì si può vedere la vallata, con le case e le strade che punteggiano la campagna. Sulla destra, nascosto da un’altra collina, c’era il suo paese. Don Saverio vide parcheggiate più avanti le due moto. Andò per curiosare. Arrivò fino ad un nuovo spiazzo, in mezzo ai castagni, dove probabilmente gli eremiti sostavano in preghiera o in conversazione. Senza quelle moto, si poteva pensare di essere ritornati a quei tempi. Non scorse nessuno. Forse i giovanotti si erano inoltrati nel bosco. Pensò di non andare oltre. La gioventù era malata. Per via della disoccupazione, si era smarrita la misura delle cose. Dominavano la droga, il sesso, la sregolatezza. Tornò indietro e salì gli scalini dell’ingresso. Il cancello era accostato, lo spinse leggermente ed entrò.  

[1] Antico convento agostiniano. La tradizione vuole che in una delle sue spelonche sostasse, nel tornare da Milano diretto a Ippona, intorno all’anno 389, Sant’Agostino, e quivi scrivesse il “De Civitate Dei”. Si veda, fra i molti altri, Francesco Becucci: “Lupo – Cavo, storia e tradizioni del popolare Santuario” – Industrie Grafiche V. Lischi e Figli – Pisa, 1934.


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Bart