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LETTERATURA: Rovo protettore

7 Novembre 2008

di Paolo Veziano  

Nel caratteristico e terrazzato paesaggio dell’ulivo dell’estremo Ponente ligure il rovo ricopre parti importanti di un territorio ormai semi-abbandonato.
I contadini per secoli hanno cercato di arginare la moltiplicazione e la diffusione di questo arbusto, da loro ritenuto nocivo, a colpi di falce, di roncola o con pratiche ancestrali quali, ad esempio, quella di bastonare i rovi bagnati dalla rugiada   durante la luna calante di agosto.
I cantori e i narratori del paesaggio ligure hanno sempre – e forse non a torto – amato descrivere la solennità e la sacralità dell’ulivo dal tronco contorto e centenario, la capacità di assorbire la luce, la bellezza della sua chioma che mossa dal vento diventa argentea. In queste descrizioni, però, se si esclude qualche rarissima eccezione il rovo non ha trovato posto forse per il suo colore metallico e monotono o forse perché queste macchie che addolciscono e inverdiscono il paesaggio potrebbero com ­promettere – sottraendo efficacia e solennità alla narrazione – l’immagine ormai consolidata dell’aspra   e dura terra di Liguria.
Da anni chi si occupa di politica del territorio ha elevato il rovo a pianta simbolo del degrado ambientale attribuendogli, ingenuamente, la responsabilità dell’abbandono degli spazi coltivati. Risulta difficile credere che il rovo abbia acquisito dopo secoli il potere di scacciare l’uomo dalle terrazze; è noto, invece, come questa rosacea si riappropri dei terreni più freschi e fertili solo dopo l’abbandono del contadino.
Sulla base di queste brevi e negative considerazioni risulta assai arduo attribuire al rovo un qualche elemento di positività.
Qualche domanda sorge però spontanea: non siamo forse incorsi in un qualche difetto di prospettiva?
E non abbiamo forse osservato le macchie di rovi sempre in modo aereo e da lontano e senza mai provare seriamente ad addentrarci al loro interno?
Viste da dentro le plaghe di rovi offrono rifugio ad insetti e animali; gli uccelli vi riparano nelle giornate ventose e si cibano dei suoi dolci frutti, il cinghiale braccato dai cani dei cacciatori trova spesso, nei labirinti spinosi, la salvezza. Un aspetto quest’ultimo per molti versi già noto che conferma però il suo valore protettivo al punto che oggi si sostiene che l’aumento esponenziale del cinghiale sia direttamente pro ­porzionale all’espandersi incontrollato del rovo.
Sotto il profilo puramente botanico questa rosacea restituisce al terreno più sostanza organica di quanta ne assorba, una peculiarità e un pregio che non sono sfuggite al grande botanico Libereso Guglielmi che, sulla base della sua lunga e provata espe ­rienza e della sua frequentazione con Mario Calvino, sostiene che quella tra rovi e alberi da frutta sia una «convivenza possibile ». E’ stato anche osservato come, estirpando i rovi e dissodando il terreno attorno alle piante, questa   lunga e delicata convivenza si concluda spesso con la morte degli alberi.
Si tratta di piccoli ed inusuali laboratori, ma spesso anche un luoghi di «archeologia botanica », dove rinvenire piante da frutta autoctone quasi del tutto scomparse e pressoché  introvabili altrove.
Il valore protettivo e conservativo del rovo non è sfuggito al noto archeologo Nino Lamboglia il quale amava ripetere che se le rovine di antiche cappelle o di edifici   ci sono pervenute ciò è dovuto essenzialmente alla sua azione che, occultandone la presenza, ha impedito all’uomo di impadronirsi delle antiche pietre da utilizzare nella costruzione di muri a secco o di casolari.
Entrando in queste macchie non è in ­frequente imbattersi in veri e propri «luoghi di memoria » che conservano gelosamente i segni del lavoro dell’uomo o del suo passaggio e gli arnesi della civiltà contadina; luoghi che occultano anche oggetti di vita quotidiana che l’uomo vi ha abbandonato: flaconi, bottiglie, scatole di latta. Analizzando questi curiosi e ormai rari reperti non è impresa impossibile datare il momento in cui i rovi hanno iniziato a colonizzare quei terreni.
Ma, quasi certamente, l’elemento di maggior pregio del rovo risiede nel suo potere di «ringiovanire il paesaggio ». Questo arbusto, infatti, non ha radici così potenti e profonde da provocare il crollo dei muri a secco; ma al contrario ne garantisce la stabilità. La sua ombrosa protezione impedisce all’erba di crescere e ai raggi del sole di calcinare le pietre che la pioggia lentamente ripulisce e leviga.
E’ sorprendente notare come i muri a secco liberati dalla coltre di rovi presentino le tinte e tutte le «caratteristiche del nuovo ». Queste terrazze, che viste da lontano possono apparire come ferite profonde del paesaggio, ci restituiscono la profondità di una prospettiva verticale e ci ricordano con im ­pressionante realtà quanto sia realmente aspra la terra di Liguria.
Una sensazione di ferita non dissimile si prova di fronte alla creazione di nuove terrazze sulle quali coltivare la vite o l’ulivo; il senso del nuovo e dell’artificiale che si fa strada in noi è più che giustificato, soprattutto quando si tratta di ampie superfici. Ma quando agli inizi del 1800, con una colossale opera di colonizzazione, intere colline dell’entroterra furono rimodellate per creare spazi utili alla cultura dell’ulivo non sarebbero apparse anch’esse del tutto nuove? E allora per il principio opposto a quello del ringiovanimento queste nuove terrazze hanno forse bisogno solamente dell’azione del sole e dell’alternarsi delle stagioni per «invecchiare » e fondersi completamente con il paesaggio così come siamo abituati a vederlo oggi.
L’invadenza del rovo nel paesaggio dell’ulivo è  tema quanto mai attuale. Oggi che ci siamo lasciati alle spalle i tempi della roncola e del bastone, con quali mezzi lo si combatte? Ci troviamo di fronte a due sole alternative; adoperare le falciatrici a motore o combattere i rovi con il più comodo diserbo chimico. Quest’ultima – e già tristemente nota pratica – annienta le erbe infestanti e i rovi e provoca, di conseguenza, il crollo rovinoso delle terrazze; la terra non più trattenuta dalle radici  e dalle pietre viene dilavata dalle piogge e tende a scivolare lentamente, ma inesorabile a valle.
Non siamo per nulla certi che ancora una volta il rovo voglia assumersi il silenzioso  ed ingrato compito di cicatrizzare le ferite inferte con tanta colpevole leggerezza dall’uomo al fragile equilibrio del paesaggio dell’ulivo del Ponente ligure.
In questa sede non mi soffermo n̩ sulla significativa presenza di questa pianta nei testi Sacri Рdalla corona di spine al roveto ardente Рn̩ sulla sua simbologia o sul suo significato metaforico.
Con queste poche considerazioni spero di aver contribuito a ridare dignità ad una pianta da sempre considerata dannosa e del tutto inutile, ma che occupa spazi importanti del nostro   paesaggio e con la quale da secoli siamo abituati a convivere.


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4 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 8 Novembre 2008 @ 14:01

    Ed anch’io sto con il rovo! Pianta forte, utile, anche generosa e con una sua grazia particolare. È un po’ un emblema della riviera ligure, che la caratterizza al pari dell’olivo, della vite e dei limoni.
    Questo scritto spassionato e intenso di Paolo Veziano, che ci ha dato un quadro meraviglioso e caratteristico della costa ligure, mi ha ricordato una splendida poesia di Montale, descrittiva della sua terra, poesia che qui ripropongo, pensando di far piacere ai tanti visitatori di questa rivista
    I limoni
    Ascoltami, i poeti laureati
    si muovono soltanto fra le piante
    dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
    Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
    fossi dove in pozzanghere
    mezzo seccate agguantano i ragazzi
    qualche sparuta anguilla:
    Le viuzze che seguono i ciglioni,
    discendono tra i ciuffi di canne e mettono
    negli orti, tra gli alberi dei limoni.
    Eugenio Montale
    Il grande poeta genovese, a mio avviso, sicuramente amava ed apprezzava la bellezza selvatica e poetica del rovo
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by marino — 10 Novembre 2008 @ 22:08

    Paolo Veziano, oltre che raffinato saggista ( suo l’importante lavoro sugli ebrei a Sanremo, uscito per Diabasis e recensito qui dal professor Improta ) é un grande conoscitore della Liguria vera, non solo narrativa, ed é sempre un piacere passeggiare con lui sotto gli ulivi e farsi raccontare erbe e fiori.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 10 Novembre 2008 @ 22:26

    Ciao, Marino,
    come va nella tua bella Olanda?
    Un abbraccio.

  4. Commento by marino — 11 Novembre 2008 @ 13:47

    Meglio la tua Lucca, specie a conoscerla con una guida del tuo calibro.

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