Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Giannelli. Enrico Slitta

1 Luglio 2013

giannelli_298


La bulimia del candidato
di Ernesto Galli Della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 1 luglio 2013)

Sei mesi fa l’Italia era completamente innamorata di Matteo Renzi: con lui il Pd avrebbe di sicuro vinto le elezioni alla grande. Ma pure oggi, e anche domani, egli rappresenterebbe un candidato di certo fortissimo in qualunque nuova elezione.
Le cause della popolarità del sindaco di Firenze sono notissime. All’Italia vecchia e immobile del sempre eguale, all’Italia dell’insipida chiacchiera politica per addetti ai lavori, dell’arabesco concettuale avvitato su se stesso, egli contrappone con la sua figura un Paese giovane, voglioso di muoversi e di mettere nuovamente alla prova le proprie energie, di tentare vie nuove. Che parla senza usare mezze parole.

Certo: egli è anche uno portato ad andare a volte oltre il segno, a mostrare un po’ troppa disinvoltura e ambizione, a strafare e magari anche un po’ a straparlare. Ma al quale tutto si può perdonare grazie a quanto di positivo e di nuovo rappresenta. Perché alla fine, per la maggioranza degli italiani Renzi è questo: la promessa di un cambio di passo, di una rottura, di una reale diversità; una ventata di aria fresca. Per un Paese in crisi non è davvero poco.

Proprio da questo punto di vista appare sostanzialmente incomprensibile quanto egli sta facendo da tre mesi, accettando – e anzi, si direbbe, addirittura sollecitando – di essere coinvolto nelle manovre di un partito, il Pd, che è sì il suo partito, ma che per tantissimi versi è il suo contrario. Un partito vecchio, conteso da anziani oligarchi e quarantenni ribelli ma dell’ultima ora, laddove Renzi è, come che sia, simbolo di una gioventù vera che non ha avuto paura di uscire allo scoperto; un partito campione di conformismo e di omologazione culturale laddove Renzi si fa forte (pure troppo!) della propria spregiudicatezza; il partito di quelli per antonomasia «politicamente corretti » mentre Renzi proprio da costoro è detestato.

È singolare che oggi egli si faccia tentare dall’idea di diventare il segretario di un partito del genere. E dunque s’infili in una trafila quotidiana di trattative e di manovre, di interviste e di dichiarazioni, che hanno il solo effetto di consumarne terribilmente l’immagine. Pur nell’ipotesi che riuscisse a fare il segretario e si andasse entro breve tempo – diciamo un anno – alle elezioni, Renzi, tra l’altro, si troverebbe davanti a un’alternativa comunque scomodissima: o fare la campagna elettorale alla testa di un partito ancora pieno di Rosy Bindi, di Finocchiaro, di Cuperlo e compagnia bella, e magari con un D’Alema passato inopinatamente dal ruolo di Grande Rottamato a quello di Lord Protettore, dunque un partito che sarebbe la smentita vivente di ciò che invece è il suo segretario; ovvero alla testa di un partito da lui appena epurato e rovesciato come un calzino, ma proprio per questo in una difficile fase di riassestamento, ancora né carne né pesce e presumibilmente pieno di rancori più o meno sotterranei. Certo uno strumento inadatto a uno scontro elettorale.

Ma se le cose stanno così non sarebbe assai più conveniente per il sindaco di Firenze stare ad aspettare sotto la tenda? Dopotutto il Pd sa bene che se vuole davvero vincere un’elezione politica altri candidati oltre lui non ci sono (essendo francamente incredibile che a Largo del Nazareno ci sia qualcuno che pensa di convincere gli italiani a farsi governare da Fassina o da Civati). È solo a Renzi che il Pd può ricorrere. E a quel punto egli sarebbe in grado di imporre agevolmente le sue condizioni: sia per il programma che per la composizione delle liste. Quelle condizioni di rottura e di novità che di fronte al deserto e al vecchiume della Destra egli ha saputo rappresentare e in cui il Paese non vuole cessare di sperare.


Ha stravinto la casta
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 30 giugno 2013)

A Roma, in queste sere di inizio estate i ristoranti alla moda sono accerchiati da schiere di auto di grossa cilindrata, perlopiù tedesche che di blu conservano il lampeggiante, minaccioso anche spento come le insegne dei signorotti medievali. Per ore dietro i vetri scuri sonnecchiano incazzati gli autisti, in attesa di scarrozzare verso casa vassalli, valvassori e valvassini, finalmente satolli.

A questo punto il lettore si chiederà dove sia la notizia: le macchine dei potenti, statiche o sgommanti non fanno da sempre parte integrante della scenografia della città eterna, come le antiche fontane e i cassonetti maleodoranti? Appunto: la notizia è che nulla cambia e che probabilmente mai nulla cambierà. La Casta che solo quattro mesi fa sembrava soccombere, sotto la valanga delle astensioni e dei nove milioni di vaffanculo raccolti da Beppe Grillo, ha ripreso tranquillamente a fare i propri comodi. Qualche limatura a stipendi e prebende c’è stata, come annunciarono in una commovente comparsata a Ballarò i due nuovi presidenti delle Camere. Così come nei bilanci dei vari Palazzi sono state abolite alcune voci di spesa, francamente oscene. E il resto? Solo chiacchiere e prese in giro.

Le famose province sopravvivono benone a tutti i governi che dal secolo scorso ne annunciano regolarmente l’immediata abolizione: 107 enti dichiarati inutili che continuano a succhiare 12 miliardi l’anno. Per non parlare dei soldi ai partiti di cui il governo Letta aveva strombazzato la drastica riduzione: bene che vada, i 91 miliardi attuali diventeranno un’ottantina ma chissà quando (“ascolteremo i tesorieri di tutto il mondo”, è la simpatica trovata dei partiti perditempo). La crisi si sta mangiando questo paese, ma continuiamo a foraggiare i parlamentari e i manager pubblici più pagati d’Europa. Nessuno sembra più scandalizzarsi. La rinuncia del M5S a 42 milioni di finanziamento statale viene praticamente ignorata (anche per colpa loro, impegnati come sono a litigare su diarie ed espulsioni). Mentre provocano meraviglia le foto del nuovo sindaco della Capitale pedalante in bici, come se usare i mezzi di locomozione dei comuni mortali (taxi, metro o semplicemente i piedi) rappresentasse uno straordinario prodigio. Perciò, a cena in allegra compagnia, i signorotti si sentono in una botte di ferro e se qualcuno prova a scriverlo si arrabbiano pure. Ammettiamolo, hanno vinto loro. Anzi, hanno stravinto.


Tra sentenze, rossetti e vecchi partiti, qualcuno salvi il soldato Boldrini
di Mario Sechi
(da “Il Foglio”, 1 luglio 2013)

Prima di tutto le agende presidenziali, Grasso-Boldrini. Seconda e terza carica dello stato, siamo al top. Il presidente del Senato ha trascorso una settimana sobria e cerimoniosa. Martedì (25 giugno) ha ricordato Emilio Colombo, giovedì ha celebrato l’anniversario di Ustica. Era di ritorno da Vienna, dove il giorno prima aveva tenuto un discorso in occasione del Rapporto mondiale sulla droga. Grasso, solo cose grosse. E lei? Quale agenda per la presidente Boldrini? Intanto sul taccuino del cronista è finito lo score delle sedute presiedute dal 15 marzo (giorno della sua elezione) a oggi: ventisei, in tre mesi e mezzo di vita della legislatura. I sette giorni istituzionali di Laura sono intensi, retorici e progressisti: ieri mattina (venerdì 28 giugno) ha incontrato una delegazione di metalmeccanici della Fiat accompagnati da Maurizio Landini, segretario della Fiom. Fabbrica. E cultura. Così oggi sarà alla trentacinquesima edizione del Premio Fregene (riceve lei, il premio, per il suo libro “Solo le montagne non si incontrano mai”, già presentato mercoledì sera su Rai3 a “Chi l’ha visto?”). Libri. E il femminismo in sala da tè. Se non ora quando? Lunedì scorso (24 giugno), per esempio, nella sala della Regina (e dove altro poteva essere?) a Montecitorio per presentare il libro di Luisa Lama “Nilde Iotti. Una storia politica al femminile”. Discorso compunto, passaggio emancipato sulla Nilde che difendeva “la relazione con Palmiro Togliatti, che all’epoca veniva considerata contraria alle convenzioni sociali anche dentro il suo stesso partito”. Ah, il boldrinianamente corretto. E che tempi: erano proprio bigotti e parrucconi, quelli del Pci allora. Meno di quelli del Pd oggi, però. Attività internazionali? Agenda ferma al 20 giugno scorso, Giornata mondiale del rifugiato. Comunicati stampa? Un giovedì (27 giugno) intenso: nota congiunta con Pietro Grasso per informare sul lavoro dei tagli ai costi di Camera e Senato (stanno studiando il da farsi), ancora strage di Ustica, annuncio di un convegno alla sala del Mappamondo sulle primavere arabe (martedì 2 luglio). Mercoledì il segnale istituzionale che si sta sempre dalla parte buona e giusta: incontro con l’Associazione nazionale magistrati. Una fatica, fare i presidenti delle Camere. Pietro e Laura, un esempio di Virtute, ma senza Armis perché pacifisti sono e dunque, onorevoli colleghi, datevi una regolata con gli F-35 perché per comprare quelle macchine volanti il giudizio universale delle Camere dovrete passare. Iustitia e Ars retorica. Ideologia e mascara. Così tanta cipria e nessun dibattito parlamentare sulla cassa che balla. Perché ci sono da fare i conti, eccome. Il Financial Times (è mercoledì) scodella sui mercati un report del Tesoro sui derivati sottoscritti negli anni Novanta. Sono serviti a entrare nell’euro? Tira aria di fritto, di maquillage contabile. Otto miliardi di perdite potenziali. Il Tesoro dice che è tutto a posto. Indaga la procura di Roma. Un’inchiesta da noi non si nega a niente e nessuno. Intanto Morgan Stanley ha già incassato il dovuto. Due miliardi e rotti. Altri seguiranno. In silenzio da caveau, mi raccomando.

Fatti rilevanti? Cribbio, c’è una condanna per Berlusconi. Il lunedì 24 giugno del 2013 verrà ricordato per questo episodio di straordinaria interpretazione della giustizia all’italiana. Il tribunale del non comune senso del pudore emette il verdetto sul caso Ruby: sette anni di carcere e interdizione a vita dai pubblici uffici. Primo grado. Ampio dibattito nel paese. Monocorde. Incipriato e imparruccato. Con l’eccezione di Giuliano Ferrara che va in piazza Farnese, brandisce il rossetto come una durlindana, usa l’ironia, e produce reazione che conferma il pensiero di Montanelli sui compagni telescriventi e non: non sanno ridere. Grande è la confusione sotto il cielo, ma il governo andrà avanti. Berlusconi in questo caso applica la regola del bravo giocatore di biliardo: calma e gesso. Manda alle agenzie una nota di difesa (“sono innocente”) e rilancio (leggere bene, il governo per ora non corre rischi). L’intendenza segue ed esegue l’ordine. Il premier Letta è sollevato. Incontra il Cavaliere martedì (25 giugno). Tre ore face to face e formula di rito sul vertice “cordiale e positivo”. Ci mancherebbe altro. Amarezza di Silvio e rinvio dell’aumento dell’Iva sul tavolo. La prima resta, la seconda funziona come a scuola: rimandata a settembre. Rinvio, cioè dell’arte lettiana di governo. Arriva mercoledì e Berlusconi sale al Quirinale. Stessa formula (“incontro cordiale e positivo”), stretta di mano con Napolitano e una promessa: “Sostegno suo e del Pdl al governo e all’azione che è impegnato a svolgere”. Falchi ancora fermi nell’hangar. Ah, i pennuti con gli artigli hanno comunque da gioire: si torna a Forza Italia. Lo rivela Angelino Alfano, ospite della Terza Camera (l’unica ancora funzionante) presieduta da Bruno Vespa, “Porta a Porta”. “Stiamo accelerando il ritorno a Forza Italia. Il progetto è in stato avanzato e pressoché irreversibile”, dice Alfano. E’ mercoledì 26 giugno e c’è la conferma che Berlusconi si è messo alla macchina da presa in versione Robert Zemeckis. Ritorno al futuro.


Caso Moro. I due che sapevano tutto, Cossiga e Andreotti, hanno mentito sempre
di Paolo Guzzanti
(da “il Gironale”, tratto da “Dagospia”, 1 luglio 2013)

Oggi proviamo soltanto rabbia perché è troppo tardi: i due che sapevano tutto se ne sono andati in silenzio e per sempre: Cossiga e Andreotti. Il primo era anche un mio amico, ma sapevo che su Moro mentiva.

Oggi ne abbiamo una prova. Lo avevo aggredito un paio di volte su questo tema, ma lui cambiava discorso. Andreotti era rimasto una sfinge. Sapeva di Moro, sapeva di Falcone. La vitiligine, diceva Cossiga: portava come prova del suo choc di fronte alla vista del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, il fatto che il suo corpo – viso e braccia in particolare – si fosse coperto di macchie biancastre.

Ho sempre pensato che quella reazione sproporzionata dimostrasse che lui, Cossiga, fosse sopraffatto più che dal dolore per una morte ampiamente annunciata, dalla traumatica sorpresa: non se l’aspettava, aveva informazioni sbagliate. Era sicuro (con Andreotti) di aver ottenuto la liberazione di Moro e invece si trovava di fronte il suo cadavere. Ma adesso ne impariamo una nuova e la impariamo da Vitantonio Raso che fu uno dei due antisabotatori che 35 anni fa, il 9 maggio del 1978, scoprirono il cadavere di Moro nella Renault rossa due ore prima di quanto la storia e i verbali abbiano tramandato.

Lo racconta nel libro “La bomba umana” scritto con il giornalista Paolo Cucchiarelli dell’ Ansa. Ora sappiamo che Cossiga arrivò subito dopo il ritrovamento e che ben lungi dall’essere sconvolto, fu impassibile, freddo. Venne subito per constatare il ritrovamento del cadavere, salvo due ore dopo ripetere l’intera scena, in seguito alla telefonata ufficiale di Moretti. Ma quando la telefonata fu fatta, Moro era già stato ritrovato.

E ancora sanguinava di ferite fresche. Dunque fu trovato pochi minuti dopo l’uccisione,o al massimo mezz’ora dopo. Eccoci dunque di fronte a una messa in scena: le ore non sono quelle e neanche le reazioni e i sentimenti sono quelli. C’è un prima sconosciuto e un dopo che fu creato soltanto per l’opinione pubblica e la stampa. Una messinscena. C’è dunque una controstoria, una storia vera che si sovrappone a quella di facciata e che si aggiunge alle tante false storie e depistaggi che accompagnano la vicenda, la madre di tutti i traumi della Repubblica, dei ricatti, delle falsità che inquinano la politica.

Cossiga dunque mentì. Oggi abbiamo anche – oltre all’annunciata uscita del libro La bomba umana dell’agente Raso – la testimonianza a sostegno di questa novità, dell’ex ministro socialista Claudio Signorile, allora titolare dei Trasporti nel governo Craxi, il quale per puro caso era al Viminale per prendere un caffè con Cossiga «e non un aperitivo » come ha voluto sottolineare per spostare indietro le lancette dell’orologio il quale ricorda oggi che udì con Cossiga via radio il messaggio in cui si diceva che due agenti anti sabotatori stavano forzando una R4 sospetta in via Caetani, e poi che nel portabagagli della macchina era stato rinvenuto il cadavere «della nota personalità », vale a dire di Moro.

Raso fornisce un’ulteriore informazione: le ferite mortali di Moro, ucciso con una mitraglietta Skorpion, sembravano recentissime. Raso se ne intendeva perché aveva visto le ferite mortali degli uomini della scorta di Moro in via Fani. Due ore dopo l’eccidio, il sangue era già secco. Nel caso di Moro, il sangue ancora sgorgava. E Cossiga, piombato sul posto con alcuni collaboratori del ministro degli Interni si comportava, ricorda Raso, come se fosse già al corrente di tutto e non fosse affatto sorpreso. E il trauma? E la vitiligine? La vitiligine era vera, intendiamoci.

E di sicuro quella malattia colpì la sua pelle quel giorno e non prima, né dopo, ma il trauma doveva esserci stato in un momento ancora precedente, quello del sopralluogo segreto. Ma quando Cossiga aveva saputo? Moro fu eliminato proprio mentre era in corso a pochi metri dal luogo del ritrovamento una riunione convocata da Amintore Fanfani per accettare la richiesta dei sedicenti brigatisti rossi che chiedevano uno scambio: un «prigioniero di Stato » contro Moro. Era fatta.

Così sembrava. Ma il regista vero dell’operazione Moro la pensava diversamente e prima che la Dc potesse annunciare la decisione di cedere alle richieste delle Br, fece condurre Moro probabilmente ancora vivo in via Caetani dove fu eliminato.

Queste rivelazioni riaprono, direi per fortuna, il caso Moro sul quale hanno indagato quattro processi e una Commissione parlamentare d’inchiesta, senza mai venire a capo della vera storia. Io presumo di aver capito un po’ di più attraverso i lavori della Commissione Mitrokhin di cui sono stato presidente e di cui fu un animatore l’onorevole Enzo Fragalà, che poi fu assassinato.

Si discuteva se le Br che rapirono e uccisero Moro fossero composte soltanto da pretesi rivoluzionari comunisti, o anche da altri elementi non italiani. La questione era se le Br fossero state «eterodirette ». Ebbene, la Commissione Mitrokhin fu in grado di provare che le Br contenevano al proprio interno certamente elementi che erano sotto il controllo del Kgb sovietico e della Stasi tedesca orientale.

Questa certezza fu raggiunta attraverso una rogatoria internazionale che si svolse presso la Procura generale di Budapest nel dicembre del 2005, quando durante una riunione cui parteciparono membri della Commissione il procuratore ci mostrò una grande valigia piena di documenti in cui,disse, c’erano tutte le prove dei legami fra terrorismo rosso e Kgb.

In particolare fu fatto il nome del brigatista Antonio Savasta che per quanto ne so è scomparso dalla circolazione. Il giorno dopo a queste rivelazioni la Procura di Budapest ci comunicò con rammarico di non poterci consegnare la documentazione a causa dei trattati diplomatici che legano i Paesi dell’ex Patto di Varsavia con la Federazione Russa. Ma quel che accadde a Budapest non ce lo siamo sognato. Cossiga, dopo il ritrovamento del corpo di Moro, passò molto tempo andando in pellegrinaggio in tutte le carceri in cui si trovavano i brigatisti con cui ebbe lunghissimi colloqui.

Da quel momento Cossiga impedì di fatto che qualcuno si azzardasse a negare il carattere puramente italiano dei «compagni che sbagliano » e i brigatisti uscirono quasi tutti di galera. Così Moro fu assassinato due volte.

Andreotti face parte della Commissione Mitrokhin e si comportò di fatto come un sabotatore di tutte le ipotesi che potessero ricondurre alle responsabilità sovietiche. La vera storia è ancora tutta da scrivere e la rivelazione di questo testimone riapre uno spazio sigillato per decenni. Perché Cossiga mentì? Perché già sapeva? Perché credeva di aver salvato Moro e invece fu beffato e addirittura si ammalò per il trauma?


Letto 3289 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart