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Gino Bartali “Giusto tra le nazioni”. Salvò quasi mille ebrei dai nazisti

23 Settembre 2013

di Redazione
(da “la Repubblica”, 23 settembre 2013)

TEL AVIV – Gino Bartali, il grande campione di ciclismo, è stato dichiarato ‘Giusto tra le nazioni’ dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953. La nomina di ‘Giusto tra le nazioni’ è un riconoscimento per i non-ebrei che hanno rischiato la vita per salvare quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.

Bartali, oltre ad essere un campione delle due ruote, si distinse in quegli anni per il coraggio con cui collaborò per salvare dalla deportazione alcune famiglie. Sul sito dell’organizzazzione vengono spiegate le motivazioni della nomina. Gino Bartali “un cattolico devoto, nel corso dell’occupazione tedesca in Italia ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l’arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa”. Quest’ultimo è stato già riconosciuto Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem.

“Questa rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell’occupazione tedesca e all’avvio della deportazione degli ebrei, ha salvato – prosegue Yad Vashem – centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati dai territori prima sotto controllo italiano, principalmente in Francia e Yugoslavia”.

Bartali, si legge ancora sul sito del memoriale ebreo, ha agito “come corriere della rete, nascondendo falsi documenti e carte nella sua bicicletta e trasportandoli attraverso le città, tutto con la scusa che si stava allenando. Pur a conoscenza dei rischi che la sua vita correva per aiutare gli ebrei, Bartali ha trasferito falsi documenti a vari contatti e tra questi il rabbino Cassuto”. ll periodo in cui lavorò più intensamente per mettere in salvo gli ebrei è tra il settembre 1943 e il giugno 1944. Yad Vashem ha infine annunciato che in onore del campione delle due ruote si terrà una cerimonia in Italia in una data ancora da stabilire.

Commozione e felicità, orgoglio e nostalgia. Questi i sentimenti della moglie del campione e del figlio Andrea. “E’ una cosa magnifica – afferma Andrea – Aspettavamo questa notizia già da qualche tempo, soprattutto dopo che un mese fa hanno fatto giusto tra le nazioni il cardinale Elia Dalla Costa”. E continua : “Saperlo proprio oggi quando qui a Firenze sono iniziati i Mondiali di ciclismo ha un significato enorme”. La famiglia di Bartali era stata invitata già nelle settimane scorse a Gerusalemme dal governo israeliano per il mese di ottobre quando si terrà una gran fondo di ciclismo intitolata a Gino Bartali.

Per il coraggio e l’umanità non comune, il ciclista toscano ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi “per aver salvato almeno 800 ebrei”.


I sospetti dei quarantenni: è una trama Bersani-Letta
di Carlo Bertini
(da “La Stampa”, 23 settembre 2013)

Se in quel di Firenze la convinzione prevalente è che dietro il tentativo di far slittare il congresso «c’è stato un chiaro intervento di Letta », a Roma, sul marciapiede della Conciliazione, si consumano i sospetti ed emerge una sola unità d’intenti: quella dell’asse generazionale delle truppe pro Renzi-Cuperlo contro la vecchia guardia. Un giovane delegato fa notare come «stranamente stavolta non sono arrivate tutte le telefonate di rito per le convocazioni a Roma » e i principali indiziati sono quelli che ancora hanno le leve del partito. «Eravamo solo la metà degli aventi diritto e questo la dice lunga », accusa il renziano Lorenzo Guerini. «La verità è che Bersani-Letta-Franceschini hanno provato a far saltare il congresso, evitando che oggi vi fosse una maggioranza sufficiente per approvare le modifiche allo Statuto », attacca il sostenitore di Cuperlo, Matteo Orfini. Il quale, non solo sentenzia che «Epifani e Zoggia dovrebbero dimettersi per non aver saputo garantire il numero legale », ma assolve Bindi e i veltroniani. «Hanno fatto la loro legittima battaglia di principio », contro la modifica dello statuto che elimina l’unicità dei ruoli tra segretario e premier.

A suffragare i sospetti sono i racconti di chi sotto il palco ha sentito i lettiani opporsi perché non fossero votate tutte le modifiche tranne quelle incriminate all’articolo 3 sul segretario-premier, usando un pretesto per rallentare il percorso congressuale. «Se qualcuno vuol far saltare il banco non dia la colpa a me! », si arrabbia la Bindi alludendo a Bersani, che nello stesso androne dell’auditorium faceva notare che «per fare le primarie l’8 dicembre bisognerebbe lavorare anche di notte ».
Renzi però è sereno, sa che il blitz sarà impresa ardua, «Epifani è stato chiaro, la data è stata votata e le regole pure, ora tocca solo cambiare un po’ il calendario », dicono i suoi uomini, rincuorati dal fatto che sul sito del Pd già campeggi la data, «Primarie l’8 dicembre ».

Il rottamatore è sconfortato dalla «ennesima figuraccia di un partito ai minimi termini », ma non demorde. Tra i suoi fedelissimi gira la voce che Epifani fosse molto irritato e che «i lettiani prima hanno tentato di chiedere l’impossibile con la norma ad personam per Letta e poi hanno fatto il blitz per stoppare il voto finale ». Insomma il caos e la ferita d’immagine di questo Pd che litiga malgrado l’accordo della vigilia sulle virgole ora produce uno stallo: di cui potrebbe beneficiare proprio Renzi, che a detta dei bersaniani ha ottenuto di accelerare e di fare il congresso con le regole del Pd di Veltroni. In verità nulla è scontato; e si rischia il paradosso che lasciando così le cose «se Berlusconi facesse cadere il governo, noi potremmo candidare a premier solo Epifani, perché Matteo ed Enrico dovrebbero candidarsi con un altro partito », scherza un lettiano. Di sicuro c’è il fastidio con cui i due candidati principali, vivono questo passaggio, «non vedono l’ora di liberarsi della morsa di Bersani e co. e purtroppo devono fare i conti con un premier in carica che non è certo loro alleato », spiegano i cuperliani. Il sospetto di una manovra ad arte dell’ala filo-governativa c’è tutto, «ma non gli consentiremo di non fare le primarie l’8 dicembre », avverte Roberto Gualtieri, estensore delle nuove regole votate a maggioranza dall’assemblea.

Che a questo punto potrebbero valere poco o nulla, perché se restassero così le cose l’8 dicembre Renzi potrebbe essere eletto non più solo segretario ma anche candidato premier, indebolendo ancor di più Letta; è quindi scontato che data e percorso siano rimessi in discussione dalla Direzione di venerdì prossimo. Bersani infatti le derubrica a mere «raccomandazioni che la Direzione dovrà rendere compatibili con lo statuto che resta quello in vigore ». Anche gli esponenti del giro più stretto del premier fanno notare che «queste regole non superano il dettato statutario e anche accelerando al massimo il rischio è che l’8 non sia possibile fare le primarie ».

Ma l’avvertimento a Renzi è duplice, perché «ora scatta una guerra, esponendo chi vuole a tutti i costi l’8 dicembre di spiegarne il motivo: che è solo quello di tenere aperta la finestra elettorale, tenendosi le mani libere di far cadere il governo tra dicembre a gennaio, per votare a marzo ». Quelli di Bersani respingono le accuse dicendo che «chi ha fatto saltare l’accordo sono quelli venuti allo scoperto in assemblea, cioè Bindi e i veltroniani. Quindi si assumano le loro responsabilità… ».


Il Cav non molla sulle tasse “Le coperture si trovano”
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 23 settembre 2013)

Quando gli portano il Corriere della Sera con in prima pagina la mica tanto velata minaccia di dimissioni del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, Berlusconi scuote la testa.
«No, su Imu e Iva non si cede ». La linea è data. Una linea dura, concordata con i suoi uomini di punta in materia economica: Renato Brunetta e Daniele Capezzone su tutti. Il ragionamento del Cavaliere è molto semplice: «Ora basta alibi. Le coperture per non alzare di un punto l’Iva ci sono e noi le abbiamo indicate da tempo. Tocca al governo ma soprattutto al Pd darci risposte chiare. Se non sono in grado di darcele, peggio per loro. Si assumeranno la responsabilità di aver mandato all’aria il governo delle larghe intese per aumentare le tasse ». Il Cavaliere è in una posizione di forza: su temi così sensibili come il fisco, sa che si sta giocando una partita che non farà altro che aumentare i consensi per la neonata Forza Italia. Quindi Berlusconi concorda con i suoi: «Il Pd è senza proposte, senza iniziative. Noi invece le abbiamo e non cambiamo rotta ».

Ovviamente ad Arcore non ha fatto piacere l’uscita del ministro dell’Economia, tutta tesa a demolire quelle che sono le bandiere degli azzurri: Imu e Iva in primis, da sacrificare in nome del rispetto dei conti pubblici. Ma l’equazione Berlusconi uguale sforamento dei parametri non va giù al Cavaliere. E con Brunetta concorda di ributtare sul tavolo le sette proposte del capogruppo pidiellino alla Camera nelle quali risulta che le coperture sono addirittura più abbondanti non solo dell’1,6 miliardi che il ministero dell’Economia sta cercando con il lumicino ma anche degli altri 4 e rotti per l’Imu, la Cig e le missioni all’estero. Le coperture, secondo Brunetta, ammonterebbero a più di dieci miliardi ma dal ministero dell’Economia, sulle proposte pidielline, non sarebbe che arrivato un fragoroso silenzio.

È chiaro che sullo sfondo si sta giocando un braccio di ferro pericolosissimo tra Pd e Pdl. Alla sinistra non va giù aver ceduto sull’Imu, cavallo di battaglia dei berlusconiani, ed è pronta a utilizzare Saccomanni per rivedere l’accordo sull’abolizione, così faticosamente raggiunto. Il Pdl, dal canto suo, ha buon gioco a tenere duro e ribadire i propri «niet » sul fronte imposta sulla casa. Altrimenti, è il ragionamento del Cavaliere e del suo entourage, sarà «la sinistra ad affossare Letta perché vuol rimettere la tassa più odiata dagli italiani ». Insomma, il classico gioco del cerino teso a ributtare nel campo avverso la mina della colpa di aver fatto saltare il banco. Con Berlusconi che ha un vantaggio in più: se casca tutto, casca sul fisco; con la sinistra a rappresentare il partito della spesa e delle tasse.

Naturalmente l’uscita di Saccomanni non fa bene al governo che sarà anche delle larghe intese ma che è di strette soddisfazioni sia per il centrodestra sia per il centrosinistra. Non è chiaro quanto Letta possa andare avanti ma ormai, tra gli uomini del Cavaliere, non si scommette molto sulla sua durata. Raccontano di un Berlusconi «molto deciso »: non si cede e non si cederà mai di un millimetro nemmeno in futuro sulle tasse. «Tenersi pronti per ogni evenienza » è il messaggio che manda da Arcore ai suoi. Non una novità visto che l’operazione Forza Italia prosegue spedita; con poche novità e qualche conferma: non ci sarà alcun nuovo segretario nella neorinata Fi ma si cercherà di tenere assieme tutti, sia falchi sia colombe. I quali, sul fisco, parlano in coro: non molleremo mai.


Offensiva Pdl: “Se il ministro non ce la fa, lasci”
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 23 settembre 2013)

Roma – All’attacco. All’attacco di Fabrizio Saccomanni, all’attacco del Pd, all’attacco del governo Letta. Il Pdl non vuole il danno della caduta del governo e la beffa di vedersene attribuire la colpa.
E se la prende in particolare con il ministro dell’Economia, che in un’intervista al Corriere minaccia le dimissioni se non si tornerà al rigore finanziario. E se qualcuno come Renato Brunetta crede che la sparata di Saccomanni sia un ballon d’essai, molti altri nel centrodestra quasi non vedono l’ora.
Tra le più dure naturalmente c’è Daniela Santanchè. «Il modello del governo Monti che si basava sul ricatto prosegue con il governo Letta, e Saccomanni ne è la dimostrazione con le sue minacce di dimettersi. Le dimissioni non si minacciano ma si danno ». E la «pitonessa » del Pdl non è affatto contraria all’ipotesi: «Saccomanni vuole dimettersi? Lo faccia immediatamente, nella certezza che Forza Italia non cambia e non cambierà idea: non parteciperemo più a una coalizione il cui governo vuole aumentare le tasse agli italiani ». Appena più soft Altero Matteoli: «Se Saccomanni non condivide, come sembra, la scelta di non aumentare di un punto l’Iva e forse anche di cancellare l’Imu sulla prima casa, ha il diritto di lasciare ma non di minacciare le dimissioni per far passare la sua idea ». Quindi l’invito: «Il presidente Letta prenda in mano con energia il timone della politica economica ».

Tutto il Pdl freme. Fabrizio Cicchitto accusa Saccomanni di voler «diventare da ministro tecnico dell’Economia il vero presidente del Consiglio, surrogando Letta ».
Maurizio Gasparri gli dà praticamente il benservito: «Saccomanni fa fatica a gestire una situazione economica complessa che richiede ben altro spirito di iniziativa e maggiore capacità di visione. Penso da tempo che altre scelte per il ministero sarebbero migliori. A partire da una diretta responsabilità di Letta in materia economica ». Maurizio Bianconi addirittura esulta: «Saccomanni è pronto a lasciare? Ottima notizia. Che se ne vada e alla svelta. Chiunque tenti di trattenerlo è nemico dell’Italia e amico della Merkel ». Per la verità un po’ ci prova, come detto, Renato Brunetta, che parla delle minacce di Saccomanni come di «un artificio retorico » e taglia corto: «Siamo tutti con Letta, con il governo e con Saccomanni per far sì che l’Iva non aumenti e per cancellare anche la seconda rata dell’Imu ». C’è profumo di tanto peggio tanto meglio. E il Pdl scalpita. Sandro Bondi la vede così: «In questo paese in cui domina l’ipocrisia nessuno ha il coraggio di dire apertamente che il governo Letta è considerato da tutti, in primo luogo dal Pd, un governo provvisorio » e quindi inefficace e inutile. Anche per Cicchitto la crisi è vicina, ma è il Pd «che sta letteralmente esplodendo e da Renzi a Fassina si punta quasi esplicitamente alla crisi ».

C’è però anche qualcuno che vuole ancora provarci. Brunetta rassicura gli italiani ospite a In 1/2 ora di Lucia Annunziata su Rai3: «L’Iva non aumenterà, per tutto l’anno non ci sarà nessun aumento dell’Iva così come non ci sarà la seconda rata dell’Imu ». Poi un messaggio a Fassina, che aveva accusato il Pdl di fare «chiacchiere » senza proposte concrete: «Al viceministro comunista del Pd rispondiamo con le proposte di copertura per un totale di 10,5 miliardi, che abbiamo già consegnato a Letta mercoledì ». Mantiene la barra a dritta anche Mariastella Gelmini: «Anche noi vogliamo rispettare i parametri europei e siamo convinti che si possa e si debba rimanere entro il 3 per cento », ma con «una discussione pacata per trovare insieme soluzioni alternative » all’aumento dell’Iva. Una buona volontà che è sempre più una voce nel deserto.


Letta al capolinea
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 23 settembre 2013)

Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha detto ieri al Corriere di essere pronto a lasciare. Se dovesse accadere, poco male. Visto che l’uomo, già alto papavero di Bankitalia, non ha certo brillato in quanto a capacità di proporre soluzioni decisive per raddrizzare i conti.
Ma più che un preannuncio di dimissioni, quello del ministro è sembrato un ricatto.

È inutile cercare i soldi per non alzare l’Iva – ha infatti detto – se i partiti hanno voglia di andare presto a votare. Traduco: italiani, o vi tenete il mio governo e noi forse non vi tartassiamo più di quanto già abbiamo fatto, oppure si va a votare ma con annessa nuova stangata. Ci risiamo con i tecnici che pretendono di tenere in ostaggio la democrazia e il Paese. Un film già visto all’epoca di Monti con i risultati che ben conosciamo. Le parole di Saccomanni sono comunque il segnale chiaro che il governo Letta è entrato ufficialmente in stato di crisi. A giorni dovrà decidere se alzare o no l’Iva e il fronte è spaccato. Forza Italia non transige: nessuna nuova tassa o addio maggioranza. Mezzo Pd (quello disposto ad andare a votare subito) si è già accodato alla linea di Berlusconi, l’altra metà (quella che difende questo governo) è al fianco di Saccomanni e disposta ad aumentare le tasse pur di sopravvivere.

Il povero Letta, e i soloni che hanno teorizzato fino ad oggi che alla fine a calare le braghe sarebbe stato Berlusconi, se ne deve fare una ragione. È possibile che a ore salga al Quirinale per ricevere ordini dal suo padrone Napolitano. Crisi pilotata? Sfida alle Camere chiedendo una nuova fiducia su un programma diverso da quello presentato pochi mesi fa? Vedremo che cosa si inventeranno per tentare di salvare una maggioranza da loro stessi pugnalata col voto sulla decadenza di Berlusconi e con le parole sferzanti pronunciate subito dopo.
Ora Forza Italia non deve sbagliare mosse e tempi. Non è difficile: basta stare fermi sulla posizione di sempre: niente nuove tasse con noi al governo, e aspettare sulla riva che passi il cadavere di una sinistra arrogante, violenta e pure pasticciona come sempre. Napolitano proverà a salvare i compagni di sempre lanciando loro un nuovo salvagente. Ma credo che questa volta non ne abbia a sufficienza.


Sopravvive solo chi non si arrende
di Francesco Alberoni
(da “il Giornale”, 23 settembre 2013)

Vi sono delle persone che hanno una straordinaria capacità di resistere nelle situazioni più disperate, di sperare quando tutto sembra perduto. Nei campi di sterminio hitleriani e dei gulag sovietici, accanto a coloro che venivano presi dallo sconforto e morivano, ve ne erano altri che resistevano. Come i Testimoni di Geova che interpretavano le paurose tribolazioni del presente come il segno dell’avvicinarsi del giudizio divino. Nelson Mandela ha resistito ventisette anni in prigione e, alla fine, ha condotto alla vittoria il suo popolo. Ma perché credeva nel suo popolo e il suo popolo in lui. È l’individuo isolato che perde la speranza.

Nella battaglia antica i due eserciti si fronteggiavano finché uno dei due cedeva e i suoi soldati si mettevano a scappare. Era in quel momento che avveniva il massacro, la strage dei vinti. Nelle guerre civili sudamericane c’era un apposito boia, il degolador, che armato di coltellaccio tagliava la gola a chi si arrendeva. Perché allora si arrendevano? Perché non combattevano con le armi in pugno fino alla fine? Perché lo sconfitto si sente nulla davanti al vincitore, gli si inchina davanti come ad una divinità. I comunisti nei processi staliniani si incolpavano di delitti non commessi e si consegnavano al boia. In Italia all’epoca di Mani pulite i parlamentari socialisti, democristiani, repubblicani e socialdemocratici si sono tolti l’immunità parlamentare.

Sopravvive perciò solo chi non si arrende, chi non perde la fede, chi resta unito e si riorganizza per resistere, per vendicarsi. È quello che hanno fatto nel corso di tutto il XIX e il XX secolo i musulmani e i cinesi di fronte alla colonizzazione occidentale. Sempre sconfitti, si sono sempre ribellati ed hanno conservato la loro identità. Le persone dotate di grande capacità di sperare e di resistere hanno una importante funzione umana e sociale. Sono loro che, nei momenti di pericolo, di difficoltà, nelle catastrofi, tengono uniti gli altri, li rincuorano, li guidano, li conducono alla meta. Non ricordiamo tutti Mosè che ha portato il suo popolo fuori dall’Egitto?


Montanelli contro il protagonismo dei giudici
di Francesco Maria Del Vigo
(da “il Giornale”, 23 settembre 2013)

Correva l’anno 1985 e Indro Montanelli, a quel tempo direttore del Giornale, era ospite di Giovanni Minoli a Mixer.
Un pezzo di modernariato, direte voi. Invece è una perfetta, precisa, lucida ma soprattutto attuale, fotografia della giustizia italiana. Sono passati ventotto anni. Si vede dai colori delle riprese, dagli abiti e anche dal format stesso della trasmissione. Ma solo da questo. In tutto il resto, il breve spezzone che vi riproponiamo, sembra una registrazione di poche ore fa. Attuale. Più che mai. Una prova della lungimiranza di Montanelli, ma anche la testimonianza dell’immobilità di un Paese che sembra correre su un tapis roulant: sempre in movimento, ma sempre nello stesso posto, allo stesso punto di partenza. Montanelli parla di giustizia e ci va giù pesante.

Minoli lo interpella su un articolo in cui aveva attaccato i giudici che avevano condannato Vincenzo Muccioli, fondatore ed allora patron di San Patrigano. Una presa di posizione che gli costò una querela. “Quello di Muccioli è uno dei più clamorosi casi in cui la giustizia si è messa contro la coscienza popolare”, spiega Montanelli. Poi torna sulla sua querela: “Ne avrò delle altre. Non sono affatto disposto a tollerare una magistratura come quella che abbiamo in Italia”.

Montanelli continua attaccando il protagonismo delle toghe, puntando il dito in particolare contro il magistrato Carlo Palermo, e denunciando le degenerazioni di una stampa sempre più sensazionalistica e di una magistratura sempre più arrogante. Ma non solo. Il giornalista mette alla berlina i giudici che cavalcano le indagini per farsi vedere e poi, dopo aver rovinato uomini e aziende, non pagano per i loro errori. Parole profetiche. Sembra storia di oggi, invece è storia e basta. Insomma, una lezione attualissima. Una pagina sempreverde dell’infinita cronaca del Paese Italia. Purtroppo.

Qui il video.


La “rivoluzione” di Francesco è dura da digerire
Marco Politi per Il Fatto Quotidiano
(da “Dagospia”, 23 settembre 2013)

L’intervista-terremoto di Francesco è destinata a lasciare tracce profonde. Muri di pregiudizi abbattuti. Crepe in vecchie strutture. Macerie tra i fautori dell'”ingerenza spirituale” nella vita delle persone, che Francesco esclude. Lucidamente, seppure a malincuore, il Foglio – organo ufficiale degli atei devoti – registra il tramonto dei “principi non negoziabili” di Benedetto XVI. “Lettera morta”, commenta sconsolato: l’intervento di Bergoglio “ribalta il paradigma cattolico ratzingeriano”.

Sono avvisaglie di malumori, già esplosi sui siti cattolici tradizionalisti, e che arriveranno a manifestarsi anche tra quei prelati che sempre hanno giudicato il Concilio una falla pericolosa nella cattolicità costantiniana e controriformista. Imbarazzato sul da farsi, il Giornale relega l’evento nelle ultime pagine. Puzza troppo di rivoluzione.

Al fondo hanno ragione i falchi della retroguardia. Il manifesto programmatico di Francesco segna una rottura con il pontificato precedente e l’intransigenza dottrinale di Giovanni Paolo II. La Chiesa, che pontifica ex cathedra, non è quella del papa argentino. La sua Chiesa va incontro agli uomini e alle donne contemporanei senza l’impaccio di una visione angusta dei precetti.

In questo senso risulta persino riduttivo riassumere il nerbo dell’intervista nelle frasi su gay, divorziati e aborto. La riforma cui tende Bergoglio è molto più ampia. Stamane salta il cardinale Piacenza, potente prefetto della Congregazione per il Clero, ratzingeriano di ferro. Il primo effetto della vicenda è di risvegliare chi, nella Chiesa, su certe questioni, si era imposto il silenzio o era troppo timido. Il clima mutato si riflette nelle parole di Lucetta Scaraffia, editorialista dell’Osservatore Romano, che attacca le “parole sbagliate, vecchie, rigide, sterili” usate spesso dalla Chiesa in tema di matrimonio.

Ora tocca agli episcopati far fruttare i semi gettati dal papa. La Cei, nel suo linguaggio e nella sua ‘politica’, appare completamente disorientata. Di colpo le barricate del passato sono obsolete. Rigenerarsi è l’imperativo. Ma è molto faticoso.

2. LE CONFESSIONI IO, FRANCESCO IL PECCATORE
La Chiesa secondo Jorge Bergoglio in un’intervista a “Civiltà Cattolica”: l’infanzia, gli errori, i divorziati, gli omosessuali, la musica e il cinema

TRE INCONTRI ad agosto per sei ore totali e poi, nell’ultimo numero di “Civiltà Cattolica”, una rivista dei gesuiti, padre Antonio Spadaro ha riportato il lungo colloquio con il gesuita eletto Papa. Jorge Bergoglio non si è sottratto alle domande più insidiose sulla fede, sui precetti e neppure sul dialogo con gli omosessuali e i divorziati o le donne che hanno abortito. In un percorso fatto di citazioni colte e commossi ricordi, Francesco ha raccontato il suo arrivo a Roma, da uomo che non si dice ottimista, ma buon coltivatore di speranze. Di seguito vi proponiamo gran parte del testo integrale pubblicato dalla rivista cattolica.

È lunedì19 agosto.Papa Francesco mi ha dato appuntamento alle 10:00 in Santa Marta. Io però eredito da mio padre la necessità di arrivare sempre in anticipo. Le persone che mi accolgono mi fanno accomodare in una saletta. L’attesa dura poco, e dopo un paio di minuti vengo accompagnato a prendere l’ascensore. Nei due minuti ho avuto il tempo di ricordare quando a Lisbona, in una riunione di direttori di alcune riviste della Compagnia di Gesù, era emersa la proposta di pubblicare tutti insieme un’intervista al Papa.

Avevo discusso con gli altri direttori, ipotizzando alcune domande che esprimessero gli interessi di tutti. Esco dall’ascensore e vedo il Papa già sulla porta ad attendermi. Anzi, in realtà, ho avuto la piacevole impressione di non aver varcato porte. Entro nella sua stanza e il Papa mi fa accomodare su una poltrona. Lui si siede su una sedia più alta e rigida a causa dei suoi problemi alla schiena. L’ambiente è semplice, austero. Lo spazio di lavoro della scrivania è piccolo.

Sono colpito dalla essenzialità non solamente degli arredi, ma anche delle cose. Ci sono pochi libri, poche carte, pochi oggetti. Tra questi un’icona di San Francesco, una statua di Nostra Signora di Luján, Patrona dell’Argentina, un crocifisso e una statua di san Giuseppe dormiente, molto simile a quella che avevo visto nella sua camera di rettore e superiore provinciale presso il Colegio Máximo di San Miguel. La spiritualità di Bergoglio non è fatta di “energie armonizzate” , come le chiamerebbe lui, ma di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria.

Il Papa mi accoglie col sorriso che ormai ha fatto più volte il giro del mondo e che apre i cuori. Cominciamo a parlare di tante cose, ma soprattutto del suo viaggio in Brasile. Il Papa lo considera una vera grazia. Gli chiedo se si è riposato. Lui mi dice di sì, che sta bene, ma soprattutto che la Giornata Mondiale della Gioventù è stata per lui un “mistero”. Mi dice che non è mai stato abituato a parlare a tanta gente: “Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse”.

Gli dico che è vero, e che si vede, e che questo colpisce tutti. Si vede che, quando lui è in mezzo alla gente, i suoi occhi in realtà si posano sui singoli. Poi le telecamere proiettano le immagini e tutti possono vederle, ma così lui può sentirsi libero di restare in contatto diretto, almeno oculare, con chi ha davanti a sé. Mi sembra contento di questo, cioè di poter essere quel che è, di non dover alterare il suo modo ordinario di comunicare con gli altri, anche quando ha davanti a sé milioni di persone, come è accaduto sulla spiaggia di Copacabana. Prima che io accenda il registratore parliamo anche d’altro.

Commentando una mia pubblicazione, mi ha detto che i due pensatori francesi contemporanei che predilige sono Henri de Lubac e Michel de Certeau. Gli dico anche qualcosa di più personale. Anche lui mi parla di sé e in particolare della sua elezione al Pontificato.

Mi dice che quando ha cominciato a rendersi conto che rischiava di essere eletto, il mercoledì 13 marzo a pranzo, ha sentito scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore insieme a un buio totale, a una oscurità profonda su tutto il resto. E questi sentimenti lo hanno accompagnato fino all’elezione. (…) Poco prima dell’udienza che ha concesso ai gesuiti della Civiltà Cattolica il 14 giugno scorso, il Papa mi aveva parlato della sua grande difficoltà a rilasciare interviste.

Mi aveva detto che preferisce pensare più che dare risposte di getto in interviste sul momento. Sente che le risposte giuste gli vengono dopo aver dato la prima risposta: “Non ho riconosciuto me stesso quando sul volo di ritorno da Rio de Janeiro ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande”, mi dice. Ma è vero: in questa intervista più volte il Papa si è sentito libero di interrompere quel che stava dicendo rispondendo a una domanda, per aggiungere qualcosa sulla precedente. (…) È chiaro che Papa Francesco è abituato più alla conversazione che alla lezione.

PERCHÉ I CARDINALI HANNO SCELTO BERGOGLIO
Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: “Chi è Jorge Mario Bergoglio?”. Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli… Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: “Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore”. Il Papa continua a riflettere, compreso, come se non si aspettasse quella domanda, come se fosse costretto a una riflessione ulteriore.

“Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: ‘Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato'”. E ripete: “Io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo (guardò con misericordia e lo scelse, ndr) l’ho sentito sempre come molto vero per me”.

Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: “Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi”. E aggiunge: “Il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.

Papa Francesco continua nella sua riflessione e mi dice, facendo un salto di cui sul momento non comprendo il senso: “Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre”. Rido e gli dico: “Lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!”.

“Ecco, sì – prosegue il Papa -, conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro… ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio”. Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi. “Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo”.

E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: “È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: ‘No, non me! No, questi soldi sono miei!’. Ecco, questo sono io: ‘Un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi’. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice”. Quindi sussurra: “Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto”.

LE ORIGINI DI UN GESUITA
Comprendo che questa formula di accettazione è per Papa Francesco anche una carta di identità. Non c’era più altro da aggiungere. Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: “Santo Padre, che cosa l’ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l’ha colpita dell’Ordine dei gesuiti?”. “Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani.

Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto”.

“E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità. Cercavo sempre una comunità. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”.

L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri”.

Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di “comunità per la missione” e li ritrovo nelle sue parole. Che cosa significa per un gesuita essere Papa? Voglio proseguire su questa linea e pongo al Papa una domanda a partire dal fatto che lui è il primo gesuita a essere eletto Vescovo di Roma: “Come legge il servizio alla Chiesa universale che lei è stato chiamato a svolgere alla luce della spiritualità ignaziana? Che cosa significa per un gesuita essere eletto Papa? Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il suo ministero?”.

“Il discernimento”, risponde Papa Francesco. “Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto.

Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio”. “Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo “punto di vista”. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone.

A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi”.

GLI INSEGNAMENTI E LA CRESCITA
“Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento.

E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri.

Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare”.

“Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte”.

Il discernimento è dunque un pilastro della spiritualità del Papa. In questo si esprime in maniera peculiare la sua identità gesuitica. Gli chiedo quindi come pensa che la Compagnia di Gesù possa servire la Chiesa oggi, quale sia la sua peculiarità, ma anche gli eventuali rischi che corre. “La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è un decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa.

Dunque: se la Compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben ‘armata’, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente. La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati. Questa tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi. Lo strumento che rende veramente forte la Compagnia decentrata è poi quello, insieme paterno e fraterno, del ‘rendiconto di coscienza’, proprio perché la aiuta a uscire meglio in missione”.

Qui il Papa si riferisce a un punto specifico delle Costituzioni della Compagnia di Gesù nel quale si legge che il gesuita deve “manifestare la sua coscienza”, cioè la situazione interiore che vive, in modo che il superiore possa essere più consapevole e accorto nell’inviare una persona alla sua missione. “Ma è difficile parlare della Compagnia – prosegue Papa Francesco -. Quando si esplicita troppo, si corre il rischio di equivocare.

La Compagnia si può dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere. Lo stile della Compagnia non è quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo. L’aura mistica non definisce mai i suoi bordi, non completa il pensiero. Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto.

Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico: questa deformazione ha generato l’Epitome Instituti”. (…) Per il Papa, durante questo periodo nella Compagnia le regole hanno rischiato di sopraffare lo spirito, e ha vinto la tentazione di esplicitare e dichiarare troppo il carisma.

Prosegue: “No, il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia ad essere in ricerca, creativa, generosa. Dunque, oggi più che mai, deve essere contemplativa nell’azione; deve vivere una vicinanza profonda a tutta la Chiesa, intesa come ‘popolo di Dio’ e ‘santa madre Chiesa gerarchica’.

Questo richiede molta umiltà, sacrificio, coraggio, specialmente quando si vivono incomprensioni o si è oggetto di equivoci e calunnie, ma è l’atteggiamento più fecondo. Pensiamo alle tensioni del passato sui riti cinesi, sui riti malabarici, nelle riduzioni in Paraguay”. “Io stesso sono testimone di incomprensioni e problemi che la Compagnia ha vissuto anche di recente.

Tra queste vi furono i tempi difficili di quando si trattò della questione di estendere il ‘quarto voto’ di obbedienza al Papa a tutti i gesuiti. Quello che a me dava sicurezza al tempo di padre Arrupe era il fatto che lui fosse un uomo di preghiera, un uomo che passava molto tempo in preghiera. Lo ricordo quando pregava seduto per terra, come fanno i giapponesi.

Per questo lui aveva l’atteggiamento giusto e prese le decisioni corrette”. Il modello: Pietro Favre, “prete riformato”. A questo punto mi chiedo se tra i gesuiti ci siano figure, dalle origini della Compagnia ad oggi, che lo abbiano colpito in maniera particolare. E così chiedo al Pontefice se ci sono, quali sono e perché. Il Papa comincia a citarmi Ignazio e Francesco Saverio, ma poi si sofferma su una figura che i gesuiti conoscono, ma che certo non è molto nota in generale: il beato Pietro Favre (1506- 1546), savoiardo.

È uno dei primi compagni di sant’Ignazio, anzi il primo, con il quale egli condivideva la stanza quando i due erano studenti alla Sorbona. Il terzo nella stessa stanza era Francesco Saverio. Pio IX lo dichiarò beato il 5 settembre 1872, ed è in corso il processo di canonizzazione. Mi cita una edizione del suo Memoriale che lui fece curare da due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo, quando era superiore provinciale.

Una edizione che al Papa piace particolarmente è quella a cura di Michel de Certeau. Gli chiedo quindi perché è colpito proprio dal Favre, quali tratti della sua figura lo impressionano. “Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…”. (…)

QUANDO SI È GIOVANI SI SBAGLIA PER IRRUENZA
Quale tipo di esperienza di governo può far maturare la formazione avuta da padre Bergoglio, che è stato prima superiore e poi superiore provinciale nella Compagnia di Gesù? Lo stile di governo della Compagnia implica la decisione da parte del superiore, ma anche il confronto con i suoi “consultori”. E così chiedo al Papa: “Pensa che la sua esperienza di governo del passato possa servire alla sua attuale azione di governo della Chiesa universale?”.

Papa Francesco dopo una breve pausa di riflessione si fa serio, ma molto sereno. “Nella mia esperienza di superiore in Compagnia, a dire il vero, io non mi sono sempre comportato così, cioè facendo le necessarie consultazioni. E questa non è stata una cosa buona. Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane.

Avevo 36 anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili, e io prendevo le mie decisioni in maniera brusca e personalista. Sì, devo aggiungere però una cosa: quando affido una cosa a una persona, mi fido totalmente di quella persona. Deve fare un errore davvero grande perché io la riprenda. Ma, nonostante questo, alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo. Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e a essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova.

Ecco, no, non sono stato certo come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi”. “Dico queste cose come una esperienza di vita e per far capire quali sono i pericoli. Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati.

Così da arcivescovo di Buenos Aires ogni quindici giorni facevo una riunione con i sei vescovi ausiliari, varie volte l’anno col Consiglio presbiterale. Si ponevano domande e si apriva lo spazio alla discussione. Questo mi ha molto aiutato a prendere le decisioni migliori. E adesso sento alcune persone che mi dicono: ‘non si consulti troppo, e decida’. Credo invece che la consultazione sia molto importante. I Concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione.
Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. E voglio che sia una Consulta reale, non formale”. Rimango sul tema della Chiesa e provo a capire che cosa significhi esattamente per Papa Francesco il “sentire con la Chiesa” di cui scrive sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali.

Il Papa risponde senza esitazione partendo da un’immagine. “L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare”. “Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina. Ecco, questo io intendo oggi come il “sentire con la Chiesa” di cui parla sant’Ignazio. Quando il dialogo tra la gente e i Vescovi e il Papa va su questa strada ed è leale, allora è assistito dallo Spirito Santo. Non è dunque un sentire riferito ai teologi”.

“È come con Maria: se si vuol sapere chi è, si chiede ai teologi; se si vuol sapere come la si ama, bisogna chiederlo al popolo. A sua volta, Maria amò Gesù con cuore di popolo, come leggiamo nel Magnificat. Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del ‘sentire con la Chiesa’ sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica”.

LA CLASSE MEDIA DEL SIGNORE
Il Papa, dopo un momento di pausa, precisa in maniera secca, per evitare fraintendimenti: “E, ovviamente, bisogna star bene attenti a non pensare che questa infallibilitas di tutti i fedeli di cui sto parlando alla luce del Concilio sia una forma di populismo. No: è l’esperienza della “santa madre Chiesa gerarchica”, come la chiamava sant’Ignazio, della Chiesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme. La Chiesa è la totalità del popolo di Dio”. “Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana. C’è una classe media della santità di cui tutti possiamo far parte, quella di cui parla Malègue”.

Il Papa si sta riferendo a Joseph Malègue, uno scrittore francese a lui caro. In particolare alla sua trilogia incompiuta. Alcuni critici francesi lo definirono “il Proust cattolico”. “Io vedo la santità – prosegue il Papa – nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta.

Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio”.

“Questa Chiesa con la quale dobbiamo “sentire” è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre – prosegue -. La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: “ecco uno scapolone”, o “ecco una zitella”.

Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita. Invece, per esempio, quando leggo la vita dei missionari salesiani che sono andati in Patagonia, leggo una storia di vita, di fecondità”. Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell’anima.

Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: “Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa ‘sogna’?”. Papa Francesco, cogliendo l’incipit della mia domanda, comincia col dire: “Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio”, dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore.

“Io vedo con chiarezza – prosegue – che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso”. “La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: ‘Gesù Cristo ti ha salvato!’.
E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente ‘questo non è peccato’ o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate”.

“Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non
funzionari o chierici di Stato. (…)”.

“Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio”.

Raccolgo ciò che il Santo Padre sta dicendo e faccio riferimento al fatto che ci sono cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa o comunque in situazioni complesse, cristiani che, in un modo o nell’altro, vivono ferite aperte. Penso a divorziati risposati, coppie omosessuali, altre situazioni difficili. Come fare  una pastorale missionaria in questi casi? Su che cosa far leva?

Il Papa fa cenno di aver compreso che cosa intendo dire e risponde. “Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono ‘feriti sociali’ perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo.

Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile.

Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: ‘Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?’. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita, Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta”.

LE DONNE PIÙ IMPORTANTI DEI VESCOVI
“Questa è anche la grandezza della Confessione: il fatto di valutare caso per caso, e di poter discernere qual è la cosa migliore da fare per una persona che cerca Dio e la sua grazia. Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia” (…) Chiedo: “Quale deve essere il ruolo della donna nella Chiesa? Come fare per renderlo oggi più visibile?”.

“È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del ‘machismo in gonnella’, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo.

La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. (…) ‘Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa”. (…) “Che cosa ha realizzato il Concilio Vaticano II? Che cosa è stato?”, gli chiedo.

“Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta”. (…) “Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C’è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa.

Ma il Dio “concreto”, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo “barbaro” finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi”. “Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi.

Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa”. (…) “Perché Dio sta prima, Dio sta prima sempre, Dio primerea. Dio è un po’ come il fiore del mandorlo della tua Sicilia, Antonio, che fiorisce sempre per primo. Lo leggiamo nei Profeti. Dunque, Dio lo si incontra camminando, nel cammino.

E a questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo. È relativismo? Sì, se è inteso male, come una specie di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l’incontro. Per questo il discernimento è fondamentale” (…)

Dobbiamo essere ottimisti?
“A me non piace usare la parola ‘ottimismo’, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola ‘speranza’ secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Pensa invece al primo indovinello della Turandot di Puccini’, mi chiede il Papa. (…)

MOZART, CARAVAGGIO E GLI SPOSI DI MANZONI
Rimango colpito dalla citazione della Turandot per parlare del mistero della speranza. Vorrei capire meglio quali sono i riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Gli ricordo che nel 2006 aveva detto che i grandi artisti sanno presentare con bellezza le realtà tragiche e dolorose della vita. Chiedo dunque quali siano gli artisti e gli scrittori che preferisce; se c’è qualcosa che li accomuna…

“Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso. Mi ha colpito anche perché ho molto amato mia nonna Rosa, e lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l’amico della terra che non ha considerato straniero nessuno. Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto.

Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: ‘Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…’. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto”. “In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca…”. “In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et Incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven, mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler.

E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch”.

“Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema”.

“Comunque in generale io amo gli artisti tragici, specialmente i più classici. C’è una bella definizione che Cervantes pone sulla bocca del baccelliere Carrasco per fare l’elogio della storia di Don Chisciotte: “i fanciulli l’hanno tra le mani, i giovani la leggono, gli adulti la intendono, i vecchi ne fanno l’elogio”. Questa per me può essere una buona definizione per i classici”. (…)

Alla fine chiedo al Papa di raccontare la sua esperienza. “È stata una cosa un po’ rischiosa. Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere Garcí­a Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casa da infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas.

Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza.(…) Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta”.

(Per gentile concessione di “Civiltà Cattolica”)


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Bart