Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Dice Ostellino che zitti zitti i tecnici al governo hanno fatto un colpo di Stato

1 Dicembre 2012

lettera di Piero Ostellino al Direttore de “il Foglio”, 1 dicembre 2012)

Al direttore – Il governo tecnico non √® una ‚Äúsospensione della democrazia‚ÄĚ, come l’avevi definito tu e io negato che fosse. E’ un colpo di Stato. Non lo si dice, e nessu ¬≠no pare accorgersene, perch√© siamo fermi ai colpi di Stato del passato. Ma gli italia ¬≠ni non stanno perdendo libert√† e diritti tut ¬≠to d’un. colpo, come avveniva una volta, bens√¨, passo dopo passo, in una condizio ¬≠ne di ‚Äúgenerale anestesia‚ÄĚ. I fatti mostrano che la nostra (pasticciata) Costituzione le ¬≠gittima sia la democrazia liberale, sia il to ¬≠talitarismo. Se non si deve decidere su un caso che tocca un nervo scoperto della cul ¬≠tura politica nazionale e le cose vanno eco ¬≠nomicamente bene, la Carta legittima la democratico-liberale e consente una pras ¬≠si finanziariamente generosa. Legittima il totalitarismo e una prassi sociale restritti ¬≠va se le condizioni sono controverse. Non c’√® mai certezza del diritto, n√© alcuna coe ¬≠renza politica.

Primo: l’Italia ha votato per l’ingresso dei palestinesi all’Onu senza che il gover ¬≠no abbia posto il problema al Parlamento.
Che si approvi o si critichi la decisione per ragioni (sostanziali) di politica internazio ¬≠nale (pro o contro Israele e i palestinesi), resta il fatto che essa √®, innanzi tutto, cen ¬≠surabile per ragioni (formali) democrati ¬≠che: l’esautoramento del Parlamento.

Secondo: il Consiglio di stato – un orga ¬≠no (di fatto) ‚Äúausiliario‚ÄĚ del governo e (for ¬≠malmente) giurisdizionale, cio√® di parte e sopra le parti – ha sentenziato che gli enti previdenziali privati saranno sottoposti a un controllo di spesa analogo a quelli pub ¬≠blici e i risparmi che ne derivassero an ¬≠dranno allo Stato. E’ come se la Finanza impedisse a un cittadino di comprarsi un paio di scarpe e gli imponesse di versare al fisco la somma risparmiata. ‚ÄúCose ‘e pazzi‚ÄĚ, aveva detto Vincenzo Cuoco della Costituzione della Repubblica (giacobina) napoletana del 1799… Lo dico io, adesso.

Terzo: per la vicenda dell’Uva, il gover ¬≠no ha nominato una authority. Che senso abbia – da parte di un governo nato per supplire alle carenze di competenza spe ¬≠cifica di governi di formazione politica e ridurre la spesa – √® difficile capire. Se i tecnici – oltre ad avere scarsa sensibilit√† persino morale – l’eliminazione dell’ade ¬≠guamento delle pensioni minime all’infla ¬≠zione √® una vergogna; i costi dell’authority li pagheranno i cittadini con le tasse – non sanno fare i tecnici, che ci stanno a fare al governo?

Caro Napolitano, non era meglio anda ¬≠re a elezioni ? Le avrebbe vinte la sinistra, ma – lo lasci dire a chi non avrebbe vota ¬≠to affatto – avremmo avuto un governo po ¬≠litico. Che avrebbe fatto, pi√Ļ o meno, le stesse cose che fa questo; di socialismo reale mascherato da tecnico. Ma che, al ¬≠meno, avrebbe dovuto fare i conti con una opposizione di centrodestra oggi dilania ¬≠ta dalla confusione mentale e politica di Berlusconi. Non la migliore delle demo ¬≠crazie possibili. Solo la sua caricatura, sempre costosa e spendacciona. Ma me ¬≠glio della solita eterogenesi dei fini. Buo ¬≠ne intenzioni che, da noi, finiscono im ¬≠mancabilmente a schifio perch√© i fatti hanno la testa dura.


Sallusti sfida i giudici: notte in redazione
di Redazione
(da “Libero”, 1 dicembre 2012)

Ha passato la notte al Giornale ¬†Alessandro Sallusti. ¬†D’altronde l’aveva detto in conferenza stampa che rifiutava la sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Milano, che non sarebbe andato ai domiciliari e che se voleva il procuratore capo di Milano ¬†Edmondo Bruti Liberati ¬†poteva mandargli i carabinieri in redazione per portarlo in carcere. ¬†“Notte al giornale, se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti”, ha twittato il direttore alla fine di una giornata in cui ha atteso l’arresto per l’esecuzione dell’ordine di carcerazione nei suoi confronti dopo che ha rifiutato gli arresti domiciliari. Ieri mattina ¬†si √® presentato come ogni giorno a lavoro nella redazione del quotidiano in via Negri 4 a Milano. Una volta arrivata la notifica, Sallusti dovr√† scontare la condanna ai domiciliari nella casa di Daniela Santanch√®, in via Soresina (zona corso Vercelli). Il direttore ha deciso dio non mollare la redazione e cos√¨ rischia anche una condanna per evasione. Lui ha aspettato tutta la notte che lo andassero a prendere, ma la notte √® passata tra pizza, birra la solidariet√† degli amici e dei lettori e la rabbia per una vicenda “vergognosa”. “Una mascalzonata, una grande porcata”, come ha detto Sallusti. ¬†Lui √® determinato. Non andr√† a casa, rester√† in redazione.

Sallusti:vengano a prenderemi in redazione, guarda il video su LiberoTv

Braccio di ferro ¬†Ormai √® ¬†braccio di ferro tra Alessandro Sallusti e la magistratura milanese. Con il giudice della sorveglianza che ha disposto per il direttore del Giornale la detenzione domiciliare, e ¬†lui che vuole scontare in carcere i 14 mesi di condanna definitiva per diffamazione. Si tratta di un braccio di ferro che, nonostante Sallusti abbia trascorso l’intera giornata in redazione in attesa di ricevere dalla Digos la notifica del decreto con tanto di motivazioni del giudice per essere, poi, accompagnato a casa, non √® ¬†ancora finito. I suoi legali, infatti, dovrebbero depositare un’istanza con cui chiedere la revoca della misura dei domiciliari per ottenere quella in carcere.


VERGOGNA. Arrestato Alessandro Sallusti
di Francesco Maria Del Vigo
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2012)

L’attesa √® finita e la vergogna √® avvenuta. Come nelle dittature, come nei paesi illiberali: la polizia √® entrata al Giornale durante la riunione dei capi redattori. Le forze dell’ordine sono arrivate a mezzogiorno hanno notificato gli arresti domiciliari al direttore del Giornale Alessandro Sallusti e lo hanno portato nella sua abitazione.

“Violare la redazione di un giornale – aveva detto il direttore del Giornale pochi minuti prima dell’arrivo della Digos – √® viloare la libert√† di stampa”.
Così è avvenuto.
Un’eventualit√†, quella dell’arresto nella sede del Giornale, contro la quale in mattinata aveva parlato anche Vittorio Feltri: “da vecchio giornalista rivolgo un appello alle autorit√† giudiziarie di Milano affinch√© ci sia risparmiata l’umiliazione di assistere all’arresto di Alessandro Sallusti in redazione. Anche il nostro Giornale, come qualsiasi giornale, √® simbolo della libert√† di stampa e di ogni libert√†: non sia trasformato in un luogo di inizio pena”. Appello che non √® stato ascoltato: il Giornale √® stato violato.

Una lunga mattinata da attesa che arriva dopo un mese estenuante, appeso alle decisioni dei giudici e alla burocrazia delle procure. Dopo una notte passata all’interno della redazione il direttore Alessandro Sallusti, stanco ma determinato, ha continuato a ribadire la sua linea: vengano a prendermi qui, ne abbiano il coraggio. “Notte al giornale.
Se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti”, ha twittato poco dopo la mezzanotte. “Devono avere il coraggio venire a prendermi qui – ha spiegato questa mattina davanti ai microfoni delle molte telvisioni che sono arrivate in via Negri -. Mi dispiace che per prendere me violino un luogo come un giornale. Sono il primo giornalista che viene arrestato in redazione”. Poi, il direttore ha puntato il dito contro la categoria: “Oggi qui dovrebbe esserci il presidente dell’Ordine dei giornalisti, invece non c’√® nessuno”.

Poco prima dell’arrivo delle forze dell’ordine l’ultimo tweet: “Propongo uno scambio alla procura – ha scritto – voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete”. Lo scambio non √® stato accettato e la polizia √® entrata in redazione. Uno schiaffo alla libert√†. Di tutti.


Arrestato Sallusti
(da “Libero”, 1 dicembre 2012)

Alle 12 40 un tweet del vicedirettore del Giornale avvisa: “Sallusti √® uscito di casa. Ora la Digos lo porta in prigione”. Poco dopo fonti giudiziarie confermano: Sallusti arrestato per evasione. Intorno a mezzogiorno la Digos arriva nel suo ufficio di via Negri, il direttore √® appena uscito dalla riunione di redazione, dice: ¬†“Ci siamo, sono degli incoscienti”. Lui legge la notifica dell’arresto a 14 mesi per diffamazione, la firma, prende il cappotto blu dall’attaccapanni e va ¬†a casa tra gli applausi dei suoi colleghi, ma annuncia: “Io torno qui a lavorare. ¬†Questo Giornale √® stato abituato ad essere ferito, Montanelli era stato gambizzato”. ¬†Andr√† agli arresti domiciliari nell’abitazione della sua compagna ¬†Daniela Santanch√® ¬†ma i suoi legali hanno gi√† presentato un’istanza per chiedere che sia ¬† annullato il provvedimento e sia deciso che Sallusti vada in carcere. ¬† ¬†Il direttore, pochi minuti prima dell’arresto aveva ¬† ¬†proposto uno ”scambio” alle forze dell’ordine che devono eseguire l’ordine di carcerazione. Su Twitter ha postato: ”Voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete”. L’arresto √® stato documentato dalle telecamere di ¬†Tgcom 24 : ¬†La mia prossima riunione la far√≤ da evaso” ha poi aggiunto Sallusti: “I miei lettori – ha aggiunto – hanno capito cosa √® successo e spero siano orgogliosi del giornale. Non ho comunque preparato il titolo per domani”. ¬†Il direttore e’ uscito dalla sede di via Negri, a Milano, scortato da un funzionario della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Milano e da uno della Digos. E’ stato caricato su un’auto scura seguita dalla sua scorta. All’esterno c’erano altri agenti. Dopo circa 15 minuti e’ uscita Daniela Santanche’, che non ha rilasciato dichiarazioni

Ha passato la notte al Giornale ¬†Alessandro Sallusti. ¬†D’altronde l’aveva detto in conferenza stampa che rifiutava la sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Milano, che non sarebbe andato ai domiciliari e che se voleva il procuratore capo di Milano ¬†Edmondo Bruti Liberati ¬†poteva mandargli i carabinieri in redazione per portarlo in carcere. ¬†“Notte al giornale, se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti”, ha twittato il direttoredopo mezzanotte, ¬†alla fine di una giornata in cui ha atteso l’arresto per l’esecuzione dell’ordine di carcerazione nei suoi confronti dopo che ha rifiutato gli arresti domiciliari. IIl direttore ha deciso di non mollare la redazione, di non andare ai domiciliari “per non essere considerato “un priveligato” ma ¬†rischia anche una condanna per evasione. Lui ha aspettato tutta la notte che la Digos andassero a prendere, ma la notte √® passata tra pizza, birra la solidariet√† degli amici e dei lettori e la rabbia per una vicenda “vergognosa”. “Una mascalzonata, una grande porcata”, come ha detto Sallusti. ¬†Lui √® determinato. Non andr√† a casa, rester√† in redazione. Intervistato daTgcom ¬†a met√† mattina ha detto: “So che la Digos sta per arrivare, ma sono curioso di vedere il primo arresto di un giornalista dentro la redazione. La sede di un giornale non rappresenta solo le libert√† dei lettori di quel giornale, ma di tutti i giornali. Mai avrei creduto, quarant’anni fa, quando ho cominciato a fare questo mestiere, di essere io la causa per cui viene violata questa libert√†. Mi chiedo come sia possibile che un magistrato dia l’ordine di violare la sede di un giornale. Evidentemente sentono tutta la vergogna, l’imbarazzo di entrare in una redazione ad arrestare un direttore. Credo che anche loro ci stiano riflettendo. Cade uno dei baluardi simbolici”.

Sallusti :vengano a prendermi in redazione, guarda il video su LiberoTv


Gli alibi miopi e le misure necessarie
di Walter Passerini
(dal “Corriere della Sera”, 1 dicembre 2012)

Il sincronismo perfetto tra i dati Istat sulla catastrofe occupazionale italiana, quelli Eurostat per l’Eurozona e il richiamo di Mario Draghi a innestare la marcia della triade virtuosa competitivit√†,
crescita e lavoro non √® una coincidenza fortuita e ci deve fare riflettere. La notizia bomba √® che abbiamo perso 100 mila posti in un mese. Le altre due, ampiamente previste, rivelano che stiamo rotolando verso i tre milioni di disoccupati (2 milioni 870 mila) e oltre l’11% di senza lavoro, con un 36,5% per i giovani tra i 15 e i 24 anni, che si avvicina a quota 40: tutti record storici negativi da vent’anni a questa parte.
Il governatore della Banca centrale europea ricorda a noi e ai nostri compagni di merende che √® ora di finirla di giocare con deficit e debiti e di raccontare favole, e intima di costruire nuove politiche del lavoro e dello sviluppo. In Europa i disoccupati sono 18,7 milioni, l’11,7%, ma questo non ci autorizza a farci belli con il nostro 11,1%. La palla √® nella nostra met√† campo, ma sembriamo paralizzati dalla sfiducia e dalla paura di non farcela. Vista all’indietro la crisi ha allontanato il fantasma dello spread, lasciando sulla strada macerie, costi sociali e numerose vittime del fuoco amico.

Ma se guardiamo avanti sembriamo accecati e impotenti, abbagliati dallo specchio ustorio del futuro. Non serve implorare il ritorno del partito della spesa pubblica, che sopravvive sempre sotto traccia e sogna di allentare prima o poi i cordoni della borsa, ma √® ora di dare una benefica scossa, uno scrollone, per uscire dal torpore, dall’accidia e dalla abulia. Serve, qui e ora, subito, una politica per l’emergenza. Governo, sindacati, imprese e partiti, gi√Ļ la maschera. E’ meglio diventare strabici, ma non ciechi: con un occhio bisogna guardare vicino, per un’agenda del breve periodo, sulle cose da fare subito; con l’altro occhio bisogna guardare lontano, per costruire un’agenda del prossimo futuro. E’ dannosa una campagna elettorale lunga cinque mesi. Servono decisioni e responsabilit√†, bisturi intelligenti e poderosi ricostituenti. Un’attenta lettura dei dati riporta a un pianeta lavoro in caduta libera, con le relative conseguenze su domanda e consumi.

Se lo stock dei posti perduti in un anno indica una media di 45 mila disoccupati al mese, il flusso segnala un’emorragia di 100 mila posti mensili; √® quasi matematico, se non si inverte la rotta, che tra gennaio e febbraio rischiamo di battere il record dei tre milioni di senza lavoro ufficiali. La malattia inaccettabile √® la rassegnazione. Si pu√≤ recriminare con il gioco delle colpe degli ultimi vent’anni, ma questo non ci porta fuori n√© dalle sabbie mobili n√© dal pantano. N√© aiuta additare la recente riforma del lavoro a capro espiatorio del disastro occupazionale. Cinque mesi sono pochi per rovesciare la sorte e costruire un diverso destino, anche se ormai quasi tutti riconoscono, soprattutto le imprese, che non sta creando lavoro e che, anzi, sta ostacolando le assunzioni, assegnando all’osmosi entrate-uscite un saldo pesantemente negativo. Nell’agenda sociale di breve periodo vanno adottate misure rapide e incisive, all’insegna del blocco della emorragia di posti e in aiuto alle imprese che assumono.

Ci sono settori che nonostante la crisi funzionano e possono lavorare, ma si astengono, in una sospensione decisionale che crea un effetto domino. Non bastano gli incentivi sin qui previsti di 270 milioni: dare briciole a molti non √® una politica efficace, non crea controtendenza, un benefico effetto valanga. Per farlo occorre avere una guida e una volont√†. Anche perch√© in Italia l’area del disagio occupazionale, al di l√† dei 2 milioni 870 mila disoccupati ufficiali, √® composta da un esercito ben pi√Ļ corposo: se si aggiungono contratti a tempo, collaboratori, part time involontario, addetti di aziende in crisi e in cassa integrazione, inattivi disponibili a lavorare, arriviamo a otto milioni di persone, per le quali il lavoro non c’√® o sta svanendo. Un’agenda sociale e per il lavoro √® la priorit√†. Ma le politiche lavoristiche non bastano, se non sono accompagnate da un’agenda per la crescita e lo sviluppo. L’alibi del mal comune mezzo gaudio √® una strategia miope e autolesionistica. Guardiamoci dentro, e salviamo il salvabile.


Rispettate gli elettori
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 1 dicembre 2012)

Finisce con le torte in faccia, come nei film di Buster Keaton, ma le primarie sono un film divertente e interessante. Matteo Renzi ha rotto la liturgia, i giochi preordinati, la lotteria predestinata, la slot machine truccata a prescindere, del vecchio Pd. Bersani le primarie le ha accettate, una parte del partito le ha subite, un’altra le ha letteralmente alterate. Ma restano una grande prova di democrazia che manca completamente al centrodestra. Renzi ha trivellato il corpo granitico del soviet supremo, ha frantumato ogni certezza: 130mila nuovi iscritti al voto di domani sono una marea e non sono come li dipinge l’apparato bersaniano degli agenti infiltrati di Berlusconi, ma italiani che vogliono esprimere il proprio voto e non √® neppure detto che siano renziani. Voglio proprio vedere con quale faccia di bronzo le guardie del popolo della segreteria del Pd provano a respingere un elettore che vuole esprimersi ai seggi delle primarie. Cosa fanno? Lo cacciano a pedate? Lo mandano a casa in ambulanza perch√© impazzito? Trovo francamente incredibile che un partito come il Pd sia talmente miope da non scorgere il pericolo del pensiero unico che s’annida in questo comportamento: Renzi √® una risorsa non un avversario, allarga il consenso e non lo restringe, cattura i delusi e quelli che non vogliono andare a votare, rimette in gioco la democrazia invece di consegnarla nelle mani dei demagoghi dell’ultim’ora, dei pifferai della crisi, dei comici con la mazza ferrata in mano. Mi appello a Bersani, da liberale, affinch√© dimostri di essere la persona seria che conosco: dia una calmata alla sua guardia repubblicana, faccia votare gli italiani e la smetta con questa farsa da cremlinologi. Il Pd se non commette errori ha gi√† vinto le elezioni, in parte per merito e in gran parte per mancanza dell’avversario, ma le primarie – anche e soprattutto per me – sono un patrimonio da difendere e da rendere operativo il sistema politico italiano che ne ha bisogno come l’aria. Vanno regolate per legge, bisogna passare dal fai da te alla norma certa e uguale per tutti. Deve vincere il migliore, non quello che chiude il recinto perch√© ha gi√† marchiato tutti i suoi capi. Chi vota Renzi non √® di destra, chi vota Bersani non √® di sinistra. Sono italiani, rispettateli.


La sinistra italiana è irriformabile
di Federico Punzi
(da “L’Opinione”, 1 dicembre 2012)

Con ogni probabilit√† sar√† Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perch√© l’elettorato tradizionale della sinistra √® molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo ‚Äúmoderno‚ÄĚ di comunicare (solo perch√© brillante si merita l’accusa di ‚Äúcripto√Ę‚ā¨‚Äúberlusconiano‚ÄĚ); e perch√© regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si √® registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare ‚Äúl’Apparatchik‚ÄĚ. Certo, ci si pu√≤ accontentare della percezione di vitalit√† trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realt√† √® che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l’ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernit√†.

L’amara realt√† √® che la sinistra in Italia √® irriformabile: il popolo ‚Äúde sinistra‚ÄĚ √Ę‚ā¨‚Äú vertici e gran parte della base elettorale √Ę‚ā¨‚Äú √® terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l’elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell’epurazione. Preferisce restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee. √ą pi√Ļ forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perch√© cos√¨ richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente n√© alle logiche della democrazia n√© a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro.

Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si pu√≤ in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, o che √® ancora convinto che spetti al governo ¬ędare ¬Ľ lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.La ¬ępaura della sconfitta ¬Ľ, ha scritto ieri Massimo Franco sul Corriere, spinge Renzi al ¬ętutto per tutto ¬Ľ. E’ vero al contrario: di Bersani e non di Renzi. Il ¬ętutto per tutto ¬Ľ, la ¬ęforzatura ¬Ľ di quest’ultimo sarebbe cercare fino all’ultimo di convincere i cittadini ad andare a votare, per qualunque dei candidati rimasti in gara; il ¬ętutto per tutto ¬Ľ di Bersani e dei suoi uomini consiste nel piegare le regole a competizione in corso per cercare di impedirglielo. Chi dei due finge di giocare alla democrazia e ha ¬ępaura della sconfitta ¬Ľ? La spregiudicatezza con cui Bersani da una parte, in tv, si atteggia a leader serio, pacato e bonario, con tanto di lacrimuccia, ma dall’altra si avvale del 98% dei membri dei comitati provinciali e del Comitato dei garanti per garantirsi la vittoria, √® degna di quella dei leader comunisti dell’Est europeo nel prendere il potere nel secondo dopoguerra.

Le regole sono un pasticcio, scritte cos√¨ appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma √® abbastanza chiara: l’art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che ¬ędichiarino ¬Ľ di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volont√†, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che ¬ędimostrino ¬Ľ o che ¬ęrisultino ¬Ľ. Un’autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Cos√¨ sembrava pensarla anche Berlinguer in un’intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it √® perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governer√† il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrariet√† nell’interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.


Letto 2863 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart