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Gli untori della seconda Repubblica

1 Febbraio 2010

Non so dire se in pentola bolla tanta carne o tanta acqua soltanto. Insomma, se sia vero il detto popolare: tutto fumo e niente arrosto; oppure sia vero il suo contrario. Sta di fatto che in questo periodo che precede le elezioni regionali si stanno già muovendo alcune pedine che serviranno a creare i punti di partenza per  un ampio confronto  politico da  avviarsi subito dopo il 29 marzo.

Dopo aver accennato qui al grido disperato di Oscar Luigi Scalfaro  teso a  prolungare a tempo indeterminato l’agonia della prima Repubblica, ecco che sulla scena politica appare una novità, addirittura storica: la sinistra ha deciso di cavalcare la riduzione delle tasse, contro una tendenza che ha visto sempre ogni governo della sinistra agire proprio su questa leva per alimentare e fare fronte agli sprechi dell’amministrazione pubblica.

E’ evidente che siamo in presenza del tentativo della sinistra di recuperare la parte delusa del proprio elettorato. Il compito è stato affidato in questi giorni al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani (qui), il quale sollecita il governo ad intervenire al più presto e comunque entro il prossimo aprile, e non fra tre anni, come  vorrebbe il ministro Tremonti.

Un’altra pedina è quella che riguarda l’elettorato cattolico.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dal grido disperato di Scalfaro.
Nel grande romanzo italiano “I promessi sposi” (che tutti dovrebbero rileggersi da grandi) ricordiamo, per averle studiate, anche se  svogliatamente, a scuola, le belle pagine che il Manzoni dedica alla peste che colpì Milano dal 1629 al 1631.

A raccogliere i morti andavano in giro per la città, con le carrette ricolme di appestati, i monatti.  Avevano ai piedi un campanellino che avvertiva la popolazione della loro presenza, cosicché potessero allontanarsi.

Chi non rammenta l’episodio della madre che ha  in collo il corpicino della povera Cecilia?: “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa”. Sono immagini indelebili, come immagine indelebile è quella dell’untore che viene sorpreso a segnare la porta di una abitazione. Questo gesto era interpretato come il malaugurio che sulla casa infierisse il morbo mortale, cosicché quando si sorprendeva l’untore, lo si inseguiva per linciarlo.

Oggi, in Italia, assistiamo al ritorno degli untori, e i segni che spargono in qua e là sono quelli pestiferi della prima Repubblica. Costoro vorrebbero, ossia, che la peste della prima Repubblica colpisse di nuovo il nostro Paese impegnato nel faticoso cammino del cambiamento, alla fine del quale ambirebbe essere liberato una volta per tutte dalle mani dei pasticcioni e dei burocrati.
Resto convinto, infatti,  che i padri fondatori non avrebbero mai voluto vedere una Repubblica in cui i risultati elettorali fossero stravolti dalle camarille del potere. Sono certo che intendevano con quell’art. 1 della Costituzione che il popolo fosse davvero sovrano e il parlamento ne rispettasse la volontà. Ne scrissi qui.

Purtroppo arrivarono subito i maneggioni che vogliono tornare oggi a mettere sotto i tacchi la volontà del popolo. Il popolo è una massa di ignoranti e di incapaci – così hanno pensato allora e pensano oggi  – e se ha combattuto per la libertà, ora questa libertà ce la prendiamo noi, l’elite, gli intelligenti.

Temono che la nascita  della seconda Repubblica, seppellisca i loro sogni. Così hanno pensato bene di mandare in giro per il Paese gli untori a pro della prima Repubblica. I più conosciuti sono Scalfaro, Casini e Di Pietro. Poi ci sono quelli che hanno ancora paura a mostrare la faccia, e nascondono la mano: Fini, ad esempio.
Ancora per poco, però, e vedrete che dopo il 29 marzo, giorno prima giorno dopo, il tema esploderà e si potrà scoprire chi vuole un’Italia migliore e chi la vuole  tenere anchilosata nel passato.

Ma per acquisire consensi, utili  anche ad un’operazione di questo genere, torna  a proposito, come il cacio sui maccheroni,  rubare al Pdl il tema della riduzione delle tasse e farlo proprio. Vedrete che fra poco la sinistra vorrà darci ad intendere che questo tema è sempre stato il loro, e che è dai giorni del diluvio universale che si stanno battendo per la riduzione delle tasse. Ci faranno persino intendere che Prodi è stato il suo massimo e più illustre propugnatore.

Credo che qui la maggioranza non possa rimanere al palo. La riduzione delle tasse sta nel programma di governo. E’ pur vero che il momento è difficile, ma i drammi della disoccupazione stanno esplodendo e un governo non può più limitarsi a dire che non si tratta di una crisi interna ma mondiale e che per uscirne stiamo facendo meglio di altri Paesi. Se questo è vero, è vero anche che i tanti che sono colpiti dal dramma invocano l’intervento e l’aiuto (la solidarietà) dello Stato. Ne ha parlato anche il Papa invitandoci ad agire.

La globalizzazione è un fenomeno terribile. Tende a parificare il mondo al livello più basso. L’imprenditore, soprattutto in presenza di una crisi di questa gravità (peggiore di quella del 1929), cerca di sopravvivere. Lo esige il suo mestiere. Non esita a chiudere dove i costi sono maggiori per aprire là dove, in qualsiasi parte del mondo, vi è più convenienza. In questo modo i  Paesi poveri hanno un po’ di ossigeno e i Paesi più ricchi si trovano costretti ad espellere ciò che grava di più sul sistema. La mano d’opera è una delle voci più pesanti.

Fra qualche decina di anni, la globalizzazione porterà tutti i popoli della cosiddetta civiltà industriale ad un livellamento verso il basso. Mi pare di poter dire che questo processo al ribasso sarà inevitabile. Ma intanto? Si può fare qualcosa per solidarizzare con chi da un momento all’altro si trova a non avere più nulla per sfamare la famiglia? E badate: nessuno di costoro pretende più di mantenere il vecchio e privilegiato sistema di vita, ma si limita a chiedere il pane per la propria famiglia. Ossia, la sopravvivenza. Gliela si può negare? No. Questo periodo di transizione, che segnerà il passaggio ad una condizione di vita più asciutta, meno fantasiosa e meno capricciosa, deve trovare lo Stato  vicino a chi è  più colpito. Intanto: intervenendo sulle aziende perché si accollino una solidarietà generale.  Sostenere adeguatamente chi resta senza lavoro è  il minimo che devono fare. Poi intervenendo anche sulla riduzione delle tasse. Il governo deve recuperare con urgenza quello che è sempre stato il cavallo di battaglia della maggioranza, trovare il modo che almeno le fasce più deboli siano protette dallo sfascio della crisi.
Se non è arrivato ancora il tempo di portare la tassazione a solo due livelli: 23% e 33%, si intervenga subito, come richiede anche Epifani, per abbassare la prima aliquota dal 23% al 20%.

Inoltre,  i dati pubblicati dal Corriere della Sera mostrano quanto è ampia e scandalosa l’evasione fiscale. La si combatta prevedendo, per gli evasori superiori ad un certo livello, oltre  ad una sanzione salatissima, anche il carcere. Dobbiamo far passare l’idea che l’evasione fiscale è un reato gravissimo e che lo Stato non concede più sconti a nessuno.

La terza pedina che si sta muovendo è quella che riguarda i cattolici. E’ di oggi la notizia che, dopo Rutelli e compagni, anche la Binetti esce dal Pd.

Ormai è acclarato: ci sono alleanze del Pd che non vanno bene ai cattolici. L’altro giorno l’Avvenire (ossia i Vescovi italiani) ha tirato le orecchie a Casini e all’Udc. Non è concepibile che i valori cattolici possano stare insieme a quelli, ad esempio, sostenuti dalla candidata del Pd alle regionali del Piemonte Mercedes Bresso.   Ora non ci resta che vedere quanti cattolici dell’Udc, nell’alleanza con il Pd e compagni, atei e dichiaratamente sostenitori di valori anticattolici, seguiranno le indicazioni di voto del loro leader.

Ce n’è abbastanza, mi pare, per prevedere un dopo elezioni assai movimentato.

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“Di Pietro, Contrada e la cena del 1992” di Felice Cavallaro. Qui.

“Compagno di merende”. Qui.

Mi ha fatto piacere ascoltare Paolo Mieli, ex direttore del Corriera della Sera, intervistato da Serena Dandini nella trasmissione “Parla con me” andata in onda nella tarda serata del 2 febbraio 2010. Alla domanda se l’Italia fosse già nella seconda Repubblica o fosse ancora nella prima, ha risposto in modo perentorio che siamo nella seconda Repubblica. Il discrime, ha precisato, sta in questo: che nella prima Repubblica gli elettori votavano, poi erano i partiti ad accordarsi su chi doveva governare; oggi, invece, gli italiani devono scegliere una o l’altra delle coalizioni e dopo sei ore circa dalla chiusura delle urne, sanno subito che li governerà. Ha anche aggiunto, a precisa domanda, che la prima Repubblica è bene che sia andata a farsi benedire. Ovviamente, sono d’accordissimo. Proprio in questo, sta il discrimine; e la riforma costituzionale dovrà prevedere espressamente l’elezione diretta della maggioranza e del premier. Spero che Mieli, quando arriverà il momento, ci dia una mano a conseguire un tale importante risultato.


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1 commento

  1. Commento by Ambra Biagioni — 1 Febbraio 2010 @ 18:35

    Basterebbe riproporre questo :

    Prodi e le tasse

    e poi ricordare che durante l’ultimo Governo Prodi imposero ben 69(sessantanove) tasse nuove.

     

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