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I confini del presidente del Consiglio

20 Novembre 2013

di   Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 20 novembre 2013)

Matteo Renzi gli aveva consigliato di non metterci la faccia. Enrico Letta ha risposto imponendo tutto il peso del suo ruolo a difesa di Annamaria Cancellieri. E ha portato il Pd sulle sue posizioni. Il sindaco di Firenze può vincere il congresso, ma il presidente del Consiglio ha prevalso nella prima sfida diretta: a conferma che le incursioni del «rottamatore » dovranno fermarsi al confine delle «larghe intese ».

Il «sistema palatino » sembra essersi chiuso di fronte al tentativo di destabilizzare la coalizione usando il pretesto del Guardasigilli. I vertici delle istituzioni hanno blindato la Cancellieri in bilico per le telefonate fatte alla famiglia del costruttore Salvatore Ligresti durante la detenzione di una figlia. E così, la prospettiva delle sue dimissioni, date per probabili fino a ieri mattina, forse si è allontanata: anche se non è chiaro se si tratti di un congelamento o di un capitolo chiuso. Il fatto che ieri sera, ai gruppi parlamentari del Pd, sia stato lo stesso premier Enrico Letta a parlare per difenderla, rivela la preoccupazione con la quale il governo segue la vicenda. L’appoggio offerto dal presidente del Consiglio e il sostegno del capo dello Stato nascono sia dall’inesistenza di un’inchiesta penale a carico della titolare della Giustizia, sia da ragioni politiche.

Il governo delle «larghe intese » è troppo debole per sopportare le dimissioni di un ministro- chiave proprio all’indomani della scissione del Pdl di Silvio Berlusconi e di Scelta civica di Mario Monti; e mentre i Democratici si avviano al congresso di dicembre con un Matteo Renzi deciso a incalzare la coalizione in ogni circostanza. Anche sul caso Cancellieri, il candidato favorito alla segreteria del Pd ha invocato le dimissioni. Ha sfidato per l’ennesima volta Enrico Letta, consigliandogli di «non mettere la faccia » nella difesa del Guardasigilli. Insomma, ha usato una vicenda imbarazzante come un altro frammento per costruirsi un’identità opposta a quella di chi sostiene le «larghe intese ». Più che ottenere le dimissioni del ministro, Renzi voleva incassare il dividendo di una critica frontale a quello che definisce con una punta di sarcasmo «politicamente corretto »; e mettere il premier e il Quirinale di fronte all’ennesimo bivio.

Sa che Napolitano è il garante di un assetto politico che lui invece contesta e punta a scardinare e comunque a logorare. La difesa della Cancellieri ribadita anche dal centrodestra in nome del garantismo rafforza, di rimbalzo, il profilo di Renzi. E gli offre un potenziale vantaggio in un Pd che vuole la decadenza di Berlusconi da senatore; e al congresso misurerà i suoi istinti antigovernativi non tanto nei confronti di Letta ma della maggioranza che presiede. Dopo quanto è successo, il sindaco di Firenze ha gioco facile nel teorizzare che, qualunque riforma il ministro farà, «sconterà un giudizio diffidente » dell’opinione pubblica. Ma Renzi sa che le diffidenze e i malumori sulla Cancellieri sono destinati a ripercuotersi su palazzo Chigi e Quirinale, presentati come difensori di uno status quo contro il quale chiama a raccolta il «suo » Pd: non quello degli eletti ma degli elettori.

La richiesta di un voto del gruppo parlamentare alla fine della riunione di ieri sera risponde alla logica di una conta che mostri un partito spaccato fra «buoni » e «cattivi »; e dunque riveli le crepe che il caso Cancellieri ha allargato. «Faremo staccare dalle poltrone i loschi personaggi del Pd », promette il sindaco con l’occhio al «popolo delle primarie ». C’è da chiedersi se questa strategia porti ad un ricompattamento su basi completamente nuove, o se possa diventare l’anticamera di una scissione. «Quando ho perso non sono scappato », ricorda correttamente Renzi, riferendosi alle primarie in cui vinse Pier Luigi Bersani. «E non credo che avverrà se vinco io ». Il modo in cui sta plasmando la propria candidatura, d’altronde, rivela per intero la debolezza della nomenklatura precedente.

Ma accentua anche l’idea di un potere verticale e personale. E soprattutto non nasconde una strategia tesa a delegittimare il presidente del Consiglio: in particolare ora che l’asse con il vicepremier Angelino Alfano è rafforzato dalla rottura con Silvio Berlusconi. Renzi teme il consolidamento della «nuova maggioranza » affiorata durante la fiducia del 2 ottobre, e ufficializzata dalla scissione del Pdl: ha paura che catalizzi tentazioni centriste e favorisca una riforma elettorale di tipo proporzionale. Ieri sera Letta ha chiesto ai deputati «una risposta politica » a quello che ritiene «un attacco politico » slegato dal merito. Insomma, un gesto di fiducia per arginare l’offensiva del sindaco, pronto ad attaccare «le larghe intese Cavaliere-Grillo » sul sistema di voto ma in piena sintonia col Movimento 5 Stelle sulle dimissioni della Cancellieri. Nonostante le sue rassicurazioni, cresce il dubbio che il «rottamatore » finisca per provocare una crisi. In quel caso, a dicembre non gli cadrebbe in mano solo un Pd frollato dalla sua terapia d’urto, ma anche un governo ammaccato da difficoltà oggettive e dalle sue continue spallate.


Cancellieri: “Non ho mai mentito, nessun favoritismo per Giulia Ligresti”
di Redazione
(da “Libero”, 20 novembre 2013)

Dopo aver incassato la “blindatura” di Giorgio Napolitano ed Enrico Letta, Annamaria Cancellieri rilancia, prende la parola alla Camera, e nel giorno in cui si vota la mozione di sfiducia sul suo conto, continua a difendersi, a sostenere le sue ragioni. L’interventismo del Colle (che è arrivato a sostenere che i giudici non possano fare e disfare i governi, come invece è accaduto negli ultimi vent’anni) e quello del premier (che ha “obbligato” il Pd a votare la fiducia nell’assemblea di lunedì sera) non hanno spinto il ministro a più miti consigli. Dopo il suo intervento, e dopo le dichiarazioni di voto, puntuale, è arrivata la fiducia. La mozione di sfiducia presentata dal M5S è stata bocciata con 405 “no”, 154 i “sì” e tre gli astenuti.

Incollata alla poltrona – In aula, prima del voto, mentre il M5S inscenava la protesta dei telefoni facendo squillare gli smartphone per ricordare al ministro le chiamate con la famiglia Ligresti, il Guardasigilli ha tuonato: “Non ho mai mentito né ai magistrati né al Parlamento”. Secondo la Cancellieri, “da parte mia non c’è mai stata alcuna omissione né reticenza. Per Giulia Ligresti non c’è stato alcun favoritismo”. Il titolare del dicastero di Via Arenula ha continuato spiegando che quella che la univa ad Antonino Ligresti è una lunga amicizia, e ha aggiunto che “non c’è nessuna giustizia di classe, né detenuto di serie A o di serie B”. Ha aggiunto di non aver mai delegittimato le toghe, e ha assicurato che “mi sarei dimessa se avessi avuto dubbi”. E invece sta là, blindata dal premier, che non ha perso occasione di ringraziare nella conclusione del suo intervento alla Camera.

L’omissioni – Nel suo lungo intervento, nel dettaglio, la Cancellieri ha detto che “sono stata io stessa a riferire il contenuto delle comunicazioni intervenute con Antonio Ligresti, spiegandone il senso. Se non lo avessi fatto, i contenuti di quelle comunicazioni, che non erano state intercettate mai sarebbero diventati noti”. Peccato però che ai pm il Guardasigilli disse di aver ricevuto la telefonata da Antonino Ligresti, ma i tabulati la hanno sbugiardata: fu lei, infatti, ad alzare la cornetta. Dunque, la Cancellieri, ha respinto con “assoluta fermezza che l’esito della vicenda confermi e dimostri l’esistenza di una giustizia di classe” poiché, sostiene, “non ho mai fatto differenze tra detenuti di serie A e serie B. So bene – ha chiosato – che il trattamento penitenziario può conoscere risposte differenti pure in presenza di domande uguali”.

I “ringraziamenti” – Entrando nel merito della vicenda, il ministro della Giustizia ha spiegato che “non vi è stato alcun favoritismo né interventi calati dall’alto, e questo è ciò che dicono i fatti. I miei doveri di ministro e la mia coscienza – ha assicurato – non mi avrebbero consentito di comportarmi diversamente da come mi sono comportata in tanti altri casi in cui è arrivata una segnalazione”. E ancora: “Non ho acquisito alcun debito di riconoscenza, ho agito in assoluta fedeltà e lealtà alle istituzioni. Se avessi avuto un dubbio su questo, non avrei avuto esitazioni a lasciare l’incarico”. Dunque, in conclusione, i “ringraziamenti”: “Confido nella fiducia del Parlamento”, rilevando di aver sempre avuto “sostegno in questi giorni dal presidente del Consiglio, Enrico Letta”.

Brunetta: “Azzoppata dal Pd” – Dopo l’intervento della Cancellieri, le dichiarazioni di voto. Per Forza Italia ha parlato Renato Brunetta: “Noi voteremo convintamente e sinceramente contro la sfiducia alla Cancellieri”. Quindi punta il dito: “E’ il Pd, invece, che sta fingendo: quella di oggi, presidente Letta, è una fiducia di Pirro. Renzi, che ormai è il capo del Pd – ha avvertito – vuole sfrattarla da Palazzo Chigi al più presto”. Quindi Guglielmo Epifani, segretario democratico, che ammette: “Da oggi il governo è più debole. Per questo serve uno scatto”. Poi la risposta a Brunetta: “Viene il dubbio che si parli della altre forze politiche per non parlare di sè”.

Cicchitto e grillini – Per il neonato Nuovo centrodestra ha parlato Fabrizio Cicchitto: “Il fatto che una magistratura così dura e rigorosa come quella di Torino abbia manifestato la testimonianza della regolarità di quel che avvenuto, dovrebbe costringere tutti i demagoghi in questa aula a una riflessione su questa indegna speculazione politica” sulla vicenda del ministro, che ha avuto “invece una posizione cristallina”. Poi il duro intervento del grillino Nicola Morra: “Evidentemente hanno fatto trionfare per l’ennesima volta la ragion di partito, la ragion di Stato, su questioni che stanno a cuore a tutti i cittadini. In questo caso, quella di restituire finalmente una prospettiva di giustizia in Italia”


Cancellieri, un ministro indegno
di Franco Cordero
(da “MicroMega”, 20 novembre 2013)

“Le dignità ministeriali implicano self-restraint, anche in un paese sbracato dal ventennio berlusconiano; «amicizia » è parola assente nel lessico ministeriale serio. Possibile che Qurinale, Palazzo Chigi, Camere non abbiano capito cosa sta succedendo?”. La rigorosa analisi di un maestro del diritto.

di Franco Cordero, da Repubblica, 19 novembre 2013

Abbiamo una guardasigilli alquanto vulnerabile. Era prefetto, chiamata agli Interni dal Quirinale nel governo cosiddetto tecnico: e interloquendo in materie che non le competono, versava sdegno sugli indaganti palermitani.

Colpevoli d’ascolto sacrilego perché nei nastri dell’intercettazione d’un ex ministro (trattativa Stato- mafia) s’era inopportunamente infilato Giorgio Napolitano; raccoglie voti nella corsa al Colle; e sbocciate le «larghe intese », riappare in via Arenula, custode dei sigilli; straripando dai quali, mercoledì 17 luglio telefona ex abundantia cordis a Gabriella Fragni, compagna del finanziere don Salvatore Ligresti, arrestato con le due figlie, Jonella e Giulia (Paolo latita). L’imputazione riguarda bilanci falsi Fonsai: era un’importante società; secondo gl’inquirenti, la spolpavano ab intra, roba d’un miliardo.

Madame ministro condanna la misura cautelare definendola ingiusta, quattro volte, anzi nemmeno pensabile (così intendiamo la frase esclamativa «non esiste »), come se tali questioni non competessero al tribunale della libertà; e qualcosa forse sa nel merito, visto che Piergiorgio Peluso, suo figliolo, occupava un posto eminente nella svaligiata, uscendone dopo un anno, liquidato con 3,6 milioni d’euro. Giulia Ligresti ne parla assai male; vi allude anche lei dolendosene: «maledetto quel giorno » in cui suo figlio scopriva l’abisso nei conti.

Non è contesto adatto a chi dipana le fila ministeriali della giustizia; e il peggio viene poi, quando offre aiuto: «qualsiasi cosa io possa fare ». Frase ambigua perché «potere » significa due stati talvolta dissonanti: l’essere forte (in tedesco, «können ») e l’agire lecito (dürfen »); tra i cultori del potere nel primo senso (ad esempio, i mafiosi) la forza diventa tanto più importante, quindi ammirevole, quanto meno lecito sia l’atto. L’equivoco s’aggrava nell’offerta ripetuta: «qualsiasi cosa adesso serva, non fare complimenti »; le parole pesano.

Era «solidarietà umana », racconta alle Camere, 5 novembre, e non trovando niente da obiettare, i parlamentari governativi l’applaudono. Scena trionfale. L’ovazione, condivisa dal Pd, vale in decoro quel famoso voto con cui Montecitorio negava la competenza del Tribunale milanese, presupponendo una Ruby dama egizia, nipote d’Osni Mubarack o almeno tale ritenuta da Silvius Magnus, così scaltro nel pesare gli animali umani. Dovunque restino barlumi d’etica, in casi simili il ministro scompare radendo i muri.

Nell’Italia attuale gli standard del lassismo sono larghi quanto le intese. L’affare pareva sepolto ma emergono fatti nuovi. Davanti alle Camere madame l’ex prefetto giustificava l’effusione 17 luglio come impulso umanitario. Resta sommerso un secondo colloquio, affiorante nel racconto 22 agosto al pubblico ministero torinese venuto ad ascoltarla: «effettivamente », il 19 agosto riceve una telefonata da Antonino Ligresti, in ansia per la nipote Giulia, e avverte i due vicecapi del dipartimento; atto «assolutamente doveroso »; non ha più parlato dell’argomento. Ma in fondo al verbale sopravviene una battuta reminiscente: ieri sera, 21 agosto, un sms dal predetto domandava se vi fossero novità; e lei ha risposto d’avere segnalato il caso; nient’altro. I tabulati danno una sequela diversa: lunedì 19 agosto è lei che telefona, 6 minuti; e così mercoledì 21, 7 minuti.

Nell’intervista del 14 novembre al «Corriere della Sera » parla d’un vuoto mnemonico, improbabile, rispetto ad atti importanti della sera precedente; non se ne ricordava, altrimenti perché nasconderlo? Incauta domanda retorica. Sono immaginabili vari motivi. Vengono ancora fuori sei telefonate dal marito Sebastiano Peluso ad Antonino Ligresti nelle tre settimane successive all’arresto, quando era in atto una complessa manovra liberatoria. Insomma, il racconto all’indagante risulta falso in un punto (il colloquio 17 agosto non era l’ultimo), vago dove ammette d’avere risposto al successivo sms (era una sua lunga telefonata), reticente sul fitto dialogo SP-AL.

L’interessata risponde nella flebile lettera aperta 15 novembre: sì, erano sue le telefonate 19 e 21 agosto; rispondeva a chiamate della vigilia. Plana nelle nuvole sui colloqui del marito: suvvia, è pura ipotesi che parlassero della detenuta; Antonino è medico e lo consultavano. Tra le rispettive famiglie esiste «lunghissima amicizia », con qualche annesso, visto il fulmineo transito milionario nella Fonsai del Peluso junior. Il clou della questione sta nel rapporto interno al clan. Possibile che Quirinale, Palazzo Chigi, Camere non l’abbiano capito? Le dignità ministeriali implicano self-restraint, anche in un paese sbracato dal ventennio berlusconiano; «amicizia » è parola assente nel lessico ministeriale serio. I dottori discutevano se fosse legittimo decidere «pro amico » i casi risolubili in entrambi i sensi: no, secondo l’opinione autorevole; qualcuno li chiama «casus pro diabolo » (vedi Leibniz nello scritto giovanile De casibus perplexis, IX).

Qui il ministro ha evidente interesse in causa: fosse giudice, sarebbe ricusabile d’emblée; ed è un goffo pugno sul tavolo la frase in cui «rifiuta ogni sospetto ». Qualunque cosa pensi de se ipsa (s’è definita «esemplare »), vigono ancora regole d’etica (lasciamo da parte la questione penalistica sul detto o taciuto al pubblico ministero). Il fronte indulgente annovera berluscones (pour cause) e quirinalisti: Massimo D’Alema salta fuori dalla scatola, rutilante in sorrisi, piccole smorfie, gioco d’occhi (Tg3, 15 novembre); uno ukase dal Colle benedice l’impenitente ordinando che «l’azione del governo prosegua »; Letta nipote scatta sull’attenti, «caso chiuso ». La nomofobia berlusconiana fa scuola sotto segno monarchico. L’esito del caso Cancellieri dirà molto sulla patologia politica italiana. Finché Dominus conservi gli spiriti animali, le colombe evase dalla voliera saranno comoda lobby: passano generazioni prima che una compagnia mercenaria diventi destra liberale; giaculatorie d’amore patrio suonano come monete false.


Alfano ruota di scorta del governo Pd
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 20 novembre 2013)

Se per il Conte Ugolino “più del dolor poté il digiuno”, per Angelino Alfano ed i suoi sostenitori più dell’amore e della riconoscenza per il Cavaliere “poté” l’esigenza di poter decidere sulle prossime liste elettorali senza dover spartire con le altre componenti i posti degli eletti sicuri. Il ragionamento vale sicuramente anche per i lealisti ormai diventati i rifondatori di Forza Italia.

È fin troppo evidente che la spinta degli alfaniani alla scissione è stata l’esigenza di garantire i fedelissimi, la scelta di Fitto e sostenitori di attestarsi sulla linea della massima intransigenza favorendo la manovra scissionista ha avuto la stessa motivazione. Anche i lealisti si sono posti il problema delle liste. Ed hanno preferito la separazione all’unità per avere mano libera anche loro nella scelta dei futuri parlamentari. Gli aderenti a Forza Italia ed al Nuovo Centrodestra hanno dunque un tratto in comune. Sia gli uni che gli altri dànno per scontato che le liste bloccate, Porcellum o non Porcellum, rimarranno tali. O se dovessero cambiare con il ritorno al Mattarellum, la questione delle candidature sicure sarà comunque decisa dai vertici dei partiti e non dagli elettori.

Di elementi in comune, poi, i due tronconi del vecchio Popolo della Libertà, ne hanno anche molti altri. In fondo sono vent’anni che marciano insieme e sarebbe impossibile separare con un tratto di penna valori, storie, esperienze così intrecciate. La spaccatura vera, profonda, non rimarginabile, riguarda, a ben guardare, una sola questione. Non è l’appoggio ad un governo che, come il caso Cencellieri insegna, perde pezzi ed è destinato ad essere spazzato via dalle conseguenze delle prossime primarie del Partito Democratico. La questione riguarda il rapporto con Silvio Berlusconi.

Che per i lealisti di Forza Italia deve comunque rimanere il massimo riferimento politico del partito e dell’intero centrodestra. Ma a cui i fondatori del Nuovo Centrodestra, nella convinzione che la sua parabola sia ormai conclusa, hanno invece deciso di togliere la principale prerogativa politica esercitata nei venti anni passati, cioè il ruolo storico di leader del fronte dei moderati ed il ruolo mantenuto negli ultimi due anni con il governo Monti ed il governo Letta di fattore determinante per la stabilità governativa nazionale. Non è un caso che i dirigenti del Pd manifestino grande soddisfazione per la mossa di Alfano che ha tolto a Berlusconi il ruolo di “padrone” della sorte del governo ed ha trasformato l’Esecutivo delle larghe intese in un Esecutivo a guida Pd appoggiato da forze minori.

Ma è proprio questa soddisfazione dei dirigenti della sinistra che pone Alfano e gli alfaniani nella difficile condizione di spiegare ai propri elettori come si possa essere alternativi alla sinistra togliendo al centrodestra, fino ad ora rappresentato da Berlusconi, la golden share del governo, consegnando il Cavaliere ai propri carnefici prima ancora del voto del Senato ed accettando di passare da ruota motrice a ruota di scorta di un Esecutivo dove il Pd la fa da padrone. Alfano, per non fare la fine di Fini, furbescamente continua a comportarsi da diversamente berlusconiano. Ma agli occhi degli elettori sembra essere un perfetto Bruto. Anche lui si proclamava “diversamente cesarista”!


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Bart