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I lager della giustizia

9 Gennaio 2010

Chi lo avrebbe mai detto che dopo più di quindici anni dall’operazione Mani Pulite, che all’inizio fu accolta come una liberazione dalla corruzione imperante nella politica, derivasse uno dei periodi più oscuri e tormentati della nostra giustizia.

A partire da quegli anni alla magistratura non si negò nulla, sulla spinta di alcuni magistrati che assaporarono, come Di Pietro, Davigo, D’Ambrogio, Colombo, e il loro capo Borrelli, l’ebbrezza della popolarità e del potere. Bastò chiedere e la politica concedeva.

D’altronde Mani Pulite aveva spazzato via i vecchi partiti, tranne il Pci, e i nuovi nacquero con uno spaurito sentimento di riverenza e di sottomissione nei confronti di un potere che era riuscito a mettersi sotto i piedi quasi cinquant’anni di democrazia.

Craxi fu la maggiore vittima tra i politici, ed Enzo Tortora tra i cittadini.

Di Craxi si sta parlando in questi giorni. Non solo a Milano, ma in altre città, come la mia Lucca, i consigli comunali hanno approvato e stanno approvando intitolazioni di strade e piazze a suo nome, segno di un’attenzione nuova e doverosa a quel periodo che vide Antonio Di Pietro come un novello Robespierre impegnato a mettere in carcere cittadini allo scopo, con il limitarne la libertà, di costringerli a parlare.

Fu una pratica feroce che diede vita (e continuerà a darla se non vi porremo riparo) a veri e propri lager della giustizia, in cui furono rinchiusi cittadini innocenti prima ancora che riscontri obiettivi emergessero a loro carico, con in più l’aggravante e la beffa che non rare volte tali riscontri non furono mai trovati e i cittadini innocenti, rimessi in libertà, ebbero la loro vita rovinata per sempre, e senza che alcuno rispondesse personalmente del nefasto errore.

Infatti, un pubblico ministero ancora oggi può trasformarsi in aguzzino, provocare dolore, sofferenza fisica e morale, cicatrici difficilmente rimarginabili, e poi essere praticamente assolto dalla società civile. Non c’è nessun Simon Wiesenthal che vada alla ricerca di costoro per condannarli ed esporli alla gogna.

Si deve ricordare che la Costituzione ha nella tutela della libertà personale e nel riconoscimento dell’innocenza del cittadino fino a sentenza di condanna definitiva alcuni dei cardini inviolabili.

Per capire di cosa si tratta e del valore che ciascuno di noi deve attribuire a questi principi basilari, basta dire che nel momento stesso della nascita la nostra Costituzione ci prende sotto la sua tutela e si erge a difesa della nostra libertà e della nostra innocenza.

Nessuno può togliere la libertà ad un innocente. Non sono ammissibili privazioni della libertà e violazioni dell’innocenza, anche se in via transitoria, se non in presenza di prove inconfutabili. Fino a quel momento tutti i cittadini sono innocenti, e quindi tutelati dalla Costituzione fino a che non intervenga una sentenza di condanna definitiva.

Come si può permettere, dunque, un magistrato di mettere in carcere un cittadino che la Costituzione considera innocente e rovinargli per sempre la vita?

In quel momento la carcerazione diventa un lager e il magistrato un aguzzino. Siamo alla pratica nuda e cruda della violenza fine a se stessa, come lo furono quelle delle dittature nazifasciste e sovietiche.

Per privare un cittadino della libertà personale si devono avere prove concrete, riscontri incontrovertibili di colpevolezza. Non è affatto lecito affidarsi ad interpretazioni cervellotiche o a congetture di puro pensiero. In materia di giustizia, non c’è intelligenza umana che possa sostituirsi alla prova concreta ed obiettiva di colpevolezza. La colpevolezza deve risultare inoppugnabile: ossia, qualunque altro cittadino deve essere in grado di considerarla tale.

Non si deve mai chiamare un cittadino a difendersi da accuse frutto di una elaborazione della mente.

La libertà personale e il diritto all’innocenza fino a prova contraria sono un’armatura inviolabile che la Costituzione ha cucito addosso al cittadino sin dal momento della sua nascita. Guai a dimenticarlo! Altrimenti dovremmo scrivere nelle aule di tribunale, anziché La legge è uguale per tutti, quella frase cinica e inumana che campeggiava all’ingresso dei lager nazisti: Arbeit macht frei.

La imminente riforma della giustizia dovrà garantire per sempre che tali lager infamanti non sorgano mai più.


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2 Comments

  1. Commento by Ambra Biagioni — 9 Gennaio 2010 @ 23:42

    Dal Legno Storto

    Qui, su questo Legno Storto, molti di noi hanno dibattuto e combattuto per infiniti thread su questo argomento, si superarono le 100 pagine, ma fino ad ora non abbiamo ottenuto alcunché.
    Speriamo che almeno ora si cominci a parlarne là dove si “puote ciò che si vuole” se si vuole davvero.

  2. Commento by Ambra Biagioni — 10 Gennaio 2010 @ 20:01

    Da leggere importanti commenti sul Legno

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