Filo diretto Bo-Pampaloni
[dal “Corriere della Sera” di domenica 17 dicembre 1967]
Caro Pampaloni,
hai sentito Dessì che co sa dice, nel « filo diretto » di domenica scorsa, dei critici letterari e del loro non assolvere il compito di illustrare la parte teatrale degli scrittori?
Pove ra critica. Chi da anni ne ha decretato la morte, chi ne limita continuamente i poteri, chi la taglieggia con le ragioni – le co siddette ragioni del pub blico. Dessì fa un altro discorso e ci mette sotto accusa per mancanza di obbiettività. Ma è vero? O non si deve cercare piuttosto una spiegazione a questa vacanza nel fatto che l’opera teatrale degli scrittori, per gran parte, non go de di una sua autonomia e altro non è che un’appendice dell’opera letteraria vera e propria? Penso che se questi lavori avessero una loro fisionomia, soprattutto se aggiungessero qualcosa di nuovo alla parte puramente letteraria, anche i critici ne prenderebbero atto, e nei limiti concessi dai di rettori dei quotidiani (la sciamo per ora da parte le riviste) li studierebbero.
Purtroppo – salvo pochi casi che tutti conoscono – il teatro resta per i nostri scrittori un momento diverso, una pausa. Non basta che si dica il contrario. Anche perché per molti il teatro è uno strattagemma per uscire da certe impasses, determinate da una crisi più o meno pro lungata dell’invenzione narrativa. Pasolini sceglie il cinema, Moravia opta per il teatro ma si tratta in tutt’e due i casi di soluzioni che non servono a bloc care la tensione del lettore di Pasolini e di Moravia in un’altra direzione. Per arrivare a questi risultati, sarebbe stato necessario un ben diverso intervento e che le componenti e le strutture ne fossero rimaste sconvolte. Ma c’è qualcosa da aggiungere a difesa dei critici d’oggi. Non è stato sempre così? La stessa cosa non si è verifìcata per un Balzac, tanto per fare un esempio in assoluto?
Non direi, dunque, che siano i critici a non amare e a disprezzare il teatro dei letterati ma piuttosto che esiste fra teatro e letteratura un vuoto che ben diffì cilmente potrà essere colmato o annullato, limitandosi a dei lavori di complemento o a delle soluzioni par ziali. Il discorso continuerebbe all’infinito, dovrei ri cordarti il caso Pirandello e forse in tal modo ci avvi cineremmo di più a un’impostazione più concreta del problema che esiste ma è generale e non va ristretto alla contrastata attività della critica. Tuo
Carlo Bo
Caro Bo, in teoria, come dar tor to al Dessì, e affermare che il teatro non è lette ratura? Ma il vuoto tra letteratura e teatro (di cui tu parli giustamente) non è certo stato creato dalla povera critica letteraria. E’ lo scrittore di oggi, il quale, quando scrive per il teatro, pretende che il suo linguaggio abbia una pregnanza diversa, inglobi una realtà di comunicazione che la semplice pa rola scritta non avrebbe più. Non sono i critici letterari che hanno inventato il « senso del teatro », come non sono stati loro a in ventare lo « specifico » fìlmico, televisivo, e così via. Al fondo della questione sta la sfiducia nella letteratura come espressione artistica universale, sta la prevarica zione dell’interesse intellettuale per la tecnica dei lin guaggi. Ma oggi, qui da noi, chi crede più alla lettera tura? Siamo rimasti in pochi, e abbastanza sospetti. C’è una sorta di superstiziosa passione che spinge gli scrittori a teorizzare ad ogni costo il rinnovamen to, e a non accorgersi di perseguirlo come un’evasione o una fuga. Il me stiere viene allora a prendere il posto della parola, la tecnica si sovrappone a quello che un tempo si chia mava il « mondo del poeta ». Di fronte all’uomo di teatro, all’interprete in senso lato, lo scrittore d’oggi è in perenne sentimento d’inferiorità, gli attribuisce poteri di comunicazione che egli teme, in proprio, di non avere più. Ecco allora lo scrittore che « pas sa » al teatro, o al cinema; ecco qualcuno teorizzare nel teatro la forma più attuale della narrativa, la for ma destinata a sostituirla.
Ti dirò che, se pure penso che il Dessì abbia sba gliato indirizzo prendendosela con la critica letteraria, il suo intervento mi ha fatto piacere, così come mi ha fatto piacere la risposta così semplice di Natalia Ginzburg, quando dice che scrive commedie perché è il suo modo oggi più spontaneo di narrare. Quell’inter vento e quella risposta possono infatti significare, e io vorrei che significassero, un ritorno all’imita dell’arte, alla continuità dell’ispirazione, fondate sulla priorità della personalità dello scrittore sulle sue tecniche e sulla loro presunta attualità come segno dei tempi. In questo caso non sarà la critica a porre dei « distin guo » che in realtà, per primi, alcuni scrittori hanno voluto, in un delirio di impotenza. Tuo
Geno Pampaloni