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I MAESTRI: LETTERATURA: Scrittori e lettori #29/29

22 Luglio 2010

di Giuseppe Prezzolini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 27 ottobre 1966]

(Con questa puntata si conclude la serie dedicata a Giuseppe Prezzolini.)

Salerno ha una bellissima passeggiata lungo il mare, lungo la quale passeggio quasi tutti i giorni, perché è all’incirca la sola superficie piana che mi sia accessibile in questo paese di gradinate.

L’altro giorno mi accadde di notare seduto sopra una panchina un ragazzetto che leggeva una rivista, e la rivista era una di quelle che direi quasi di aver fondato perché ne sono il più antico collaboratore. E’ una rivista assai avanzata o assai arretrata di idee, secondo l’idea che vi fate del progresso. È abbastanza conosciuta, ma questa è un’affermazione in sordina, perché qualchedun altro potrebbe anche dire con ragione che è una rivista famosa, oppure infame, secondo i punti di vista. Naturalmente siccome ci collaboro, capite anche qual è il mio punto di vista.

Non l’ho mai fatto in vita mia, ma questa volta non seppi trattenermi.
Sono abituato a guardare di sottecchi quello che leggono i frequentatori di quella bella passeggiata lungo il mare. Conosco i formati, i caratteri tipografici, il tipo d’illustrazioni che appaiono nei giornali e nei rotocalchi italiani. Mi ci vuol poco a capire che periodico leggono, come nella ferrovia sotterranea di New York mi ci voleva poco a capire che giornale stava aperto sotto gli occhi di un « pendolare », ed anche quale parte del giornale lo attirava di più. In Italia generalmente si tratta della pagina dello sport, in America era lo stesso ma seguito immediatamente dalla pagina della borsa. Io dico sempre ai colleghi dello sport che noi che ci occupiamo di idee dobbiamo la nostra associazione al giornale, alle loro pagine. Senza le narrazioni delle vicende del calcio (o di quel l’altro sport che è la canzone) non ci sarebbe posto nei giornali per la filosofia e per la letteratura. Questa è semplicemente la verità e non bisogna aversene per male. Sono il primo a riconoscere che l’uomo ha più bisogno di « divertimento » che di « pensiero ». E sono l’ultimo a lamentare che le signore del cinema e i signori del calcio siano affittati per somme infinitamente, incomparabilmente maggiori di quelle che toccano a chi cerca di rivelare ciò che sta sotto l’apparenza della vita Le scoperte che facciamo in questo campo non sono sempre belle, piacevoli, odorose, onorevoli.

Per ciò mi fece impressione quando vidi un ragazzo, dico un ragazzo, che con grande attenzione stava leggendo, assaporando, meditando le pagine d’una rivista che fa arrabbiare tante persone.

E feci quello che non avevo mai fatto in vita mia, sebbene qualche volta mi sia accaduto di osservare un lettore di libri miei o di miei articoli. Mi fermai, mi cavai il cappello di capo, e gli dissi che io ero un collaboratore della rivista che stava leggendo e, â— per favore, – aggiunsi: â— vorrebbe dirmi perché la legge? La risposta fu: Ah! Lei è Prezzolini. Il ragazzetto sapeva che abito da quelle parti e mi ritrovò subito in una casella della sua memoria. Non era risposta logica ma era una risposta pronta.

Non vi starò a dire quello che poi mi disse. Ma fu molto interessante e mi sorprese.
Fra le altre domande che gli feci fu quella che mi dicesse che cosa trovava da criticare in quella rivista. Lo faccio sempre quando mi capita, perché credo che sia meglio ascoltare le critiche che gli elogi. Ci si impara sempre, o almeno quasi sempre, anche se le critiche sono stupide. In ogni caso esistono, e l’esistenza è una realtà di cui si deve tener di conto. O almeno chi scrive per il pubblico dovrebbe tenerne conto. Non so quanti dei miei colleghi lo facciano, e mi pare alle volte di scoprirne la mancanza in alcuni di loro che continuano ad insistere in certi vezzi che io so che non piacciono al pubblico.

Non starò a dire quali critiche quel ragazzetto mi fece. Non erano nuove; ma faceva impressione sentirle uscir da quella bocca. Era la bocca d’un giovine che era arrivato alla quinta ginnasio. Fu la cosa che più mi colpì. Non potei fare a meno di ricordare che cos’ero stato io nella quinta ginnasio, a che cosa pensavo, a che cosa leggevo, a che cosa m’interessavo.

I miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei giudizi sulle persone e sulle cose d’Italia e del mondo erano stati allora molto più primitivi, e direi quasi infantili in paragone a quelli di questo ragazzetto, che aveva anche l’aria, per di più, di non esser nato in una famiglia di gente colta, con in casa scaffali pieni di libri di lettere classiche, italiane e straniere, di sociologia, di storia, di politica.

Un’altra cosa che mi sorprese fu la fede che sentivo in lui e che egli credeva che fosse anche in me, e quindi capii che non mi ero fatto capire bene, e che sarebbe stato difficile correggere con una conversazione l’effetto che avevo fatto con i miei scritti quasi settimanali.

Chi scrive spesso non si ricorda che le parole non sono che per metà nostre. L’altra metà è del pubblico che le legge, o di quello che le ascolta.

Quando parliamo con noi stessi per chiarir le nostre idee, per farci coraggio, per prepararci ad un incontro con altri, o semplicemente per esprimere con un sospiro (anche il sospiro è una parola!) o con un grido la nostra pena o i nostri desideri, il linguaggio ci forma, lo sforzo per trovarlo diventa un atto educativo, è un riconoscimento delle nostre trasformazioni. In questo caso sappiamo esattamente che cosa « abbiamo », che cosa « vogliamo » dove si sta, e, se non siamo troppo orgogliosi, conosciamo anche i nostri limiti. Siamo quello che sappiamo dire a noi stessi. La nostra internità è più vera e viva della nostra esteriorità.

Quando invece ci rivolgiamo ad altri la parola è sempre una avventura.Dobbiamo contentarci di supporre, di sperare, di credere di essere capiti. In ogni caso dobbiamo sempre contare sopra una percentuale di errori e di false interpretazioni, sia involontarie che volontarie o, nella maggior parte dei casi, miste di ingenuità e di frode. La parola che esce dalla nostra bocca e dalla nostra penna è una collaborazione con l’ignoto, e questa formula d’addizione esprime assai bene i pericoli e gli accidenti del linguaggio. Non si sa mai che cosa susciterà la parola che abbiamo formato e lanciato nel mondo, se produrrà una valanga, oppure se si poserà come una piuma per terra pronta a riprender il suo cammino aereo. Forse cadrà in orecchie che non possono o non vogliono più capire. E’ una avventura capitata a più di una divinità; immaginarsi che cosa accade a noi poveri mortali. Le parole comunicate sono sempre delle figlie adottive.

Sforzi tremendi furon fatti per stabilire un sistema di comunicazioni verbali perfette. Ci sono riusciti soltanto i logico-matematici con i simboli che formano il loro linguaggio. Esso però non può servire per quello che più importa agli uomini: gli affetti. Può segnare esattamente soltanto gli effetti.Anche per i poeti la parola è stata un tormento. Ne ho trovato tracce in un libro che ho riletto con molto piacere La semantica dell’Ullmann pubblicato di recente in traduzione italiana dal Mulino di Bologna. E’ la scienza o l’esame e la storia dei mutamenti di significato delle parole nelle varie lingue. E’ un libro scritto con chiarezza e con competenza. Mi ricordavo d’aver letto sessant’anni fa l’Essai de sémantique del Bréal che mi aprì un orizzonte. Da allora questo genere di studi si è molto allargato e complicato. Il volume dell’Ullmann rende conto di questo sviluppo.

Ma quello che vi manca è la cognizione che i grandi scrittori sono quelli che hanno dato origine ad un maggior numero di interpretazioni. I loro sforzi di comunicazione non li hanno serviti bene. Il « tradimento » è certamente un segno di popolarità e di efficacia verbale. I grandi spiriti sono quelli che hanno suscitato varianti e contraddizioni, non quelli che si fecero capire subito. Chi sa come si sarebbe arrabbiato Dante se avesse potuto sentire le comunicazioni, i discorsi e le commemorazioni dell’anno scorso.

Ma avrebbe avuto torto. Nessuno si farebbe ammazzare per sostenere che la formula dell’acido carbonico è la sola vera e indisputabile; mentre per parole come libertà, trinità, indipendenza, giustizia, che sono considerate come vaghe e imprecise, si sono fatte delle guerre.


Letto 1958 volte.


1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » I MAESTRI: LETTERATURA: Scrittori e lettori … — 23 Luglio 2010 @ 08:00

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart