di Elda Bossi
(dal “Corriere della Sera”, mercoledì 24 settembre 1969)
Sono passati tre mesi e non ho bisogno del suo ritratto per averlo sempre davanti agli occhi. Ma ho sul mio scrittoio una serie dì fotografie: dall’alba al tramonto.
Ecco un bimbo, avrà tre an ni: immensi occhi chiari spa lancati e furbi, leggeri capelli ondulati fino alle spalle, un sorriso largo che mette in mo stra una schiera di dentini mi nutissimi e radi.
« Avevo due occhi azzurri grandi e limpidi; ed una folta corona di riccioli biondi. Ero molto bellino, e siccome avevo anche un bel vestitino scozzese a scacchi rossi e blu, così tut ti mi conoscevano e mi festeg giavano ». Questo è il ritratto che Giuseppe Maranini fa di se stesso bambino, in un pre zioso quadernetto che mi dedicava nel 1919 (aprile): il ritratto di un bambino felice.
« A Trento avevamo una bella casa, ampia e piena di sole su di un largo viale alberato di ippocastani. Sotto il viale scrosciavano le acque del torrente.
« Mio babbo e mia mamma mi volevano bene e si voleva no bene. Non posso ripensare a quei tempi senza tanta tene rezza. Mio babbo lavorava al Popolo, il giornale socialista di Trento. E c’era Battisti, e c’era un buon redattore che si chiamava Agostini, e c’erano tanti altri che mi volevano be ne, e che sono morti. Ricordo le stanze della redazione, ta vole ingombre di montagne di libri, uomini curvi che scrive vano. Io correvo fra le gambe delle tavole, facevo suonare i telefoni, ero la disperazione di tutti quanti. Ero molto energi co, da bambino, e anche un po’ prepotente. Ti ho racconta to che una volta misi a soqquadro mezza Trento con i miei strilli, perché volevo un orso e per aver l’orso pretendevo che mi si aprisse un ponte, sul torrente, che stava sempre chiuso. Ad ogni modo questo fatto mi procurò molta popolarità » Molto energico: il ritratto di un bambino e di un uomo che non poteva rassegnarsi davan ti a un ponte chiuso, non si fermava davanti a un ponte chiuso, passava, di là, chiusura o non chiusura, perché di là c’era qualcosa di straordinariamente bello e importante che bisognava conquistare, c’erano per esempio i suoi studenti che avevano bisogno di un bel palazzo, di aule vaste chiare pulite, di una biblioteca spe cializzata, di un’emeroteca che fosse la migliore del mondo, dell’aula per le conferenze, del giardinetto fiorito coi fiori che amava – le mimose -, perfi no del bar con ristoro; e tutto di prim’ordine, i libri, i mo bili, i quadri alle pareti, le piastrelle del bar, le piante del giardino (ci sarà ancora chi sorveglia con tanto amore che vengano curate?). Tutto que sto sebbene il ponte fosse chiu so e la chiave mancasse, man cassero i denari. E all’ispettore del ministero che si metteva le mani nei capelli: « Ma professo re, paga lei? » rispondeva con quel suo sorriso angelico che nascondeva la durezza del dia mante: « Mi farete una tratte nuta sullo stipendio ». Non si fermò davanti al ponte chiuso né davanti al suo povero cuore che gli gridava alt e che si ven dicò con un infarto dei più gra vi, quello che a distanza di quindici anni l’ha portato via.
« Ero anche molto patriota, anzi il mio patriottismo data da questo fatto: mio padre era andato a Rovereto, per fa re il resoconto di un processo, e mi aveva condotto con sé. Io ero molto soddisfatto di questa faccenda e ci tenevo a vede re un processo. Ma all’ingresso dell’aula c’era un uomo con una lancia che come mi vide impose a mio padre di ripor tarmi via subito, e per esser più convincente abbassò l’asta. Non l’avesse mai fatto! Una tale ingiuria a me! Incomin ciai a protestare in un modo così indiavolato che allarmai tutto il tribunale, e se mio pa dre volle evitare maggiori com plicazioni dovette prendermi per il collo e portarmi via di corsa. Il giorno dopo, tornato a Trento, fermai un ufficiale austriaco per la strada e, ri tenendolo responsabile dell’ac caduto, senza tanti complimen ti gli dissi: ” Brutto soldataccio! ” ».
Quando il piccolo patriota, il « popo del Popolo » fu espul so, esule minimo, con la sua famiglia da tutto il territorio dell’impero austriaco, amici gli consegnarono un cartoncino con le loro firme sotto queste pa role d’augurio: « Al piccolo Giuseppe Maranini – arrive derci liberi! ». Lasciò la bella casa sul torrente e per tutta la vita ne conservò la nostalgia.
Sfoglio ancora il quadernet to, ed ecco, poche pagine più in là: « Anche tu senti, ne sono certo, l’amore per la patria tua e mia, ma non può essere la stessa cosa folle ed esclusi va che è per me… ». Una co sa folle ed esclusiva: per me, sinceramente, non è mai sta to così; ma in lui, nei suoi te neri anni, si era formato lo spirito della « gente di frontiera »; era e fu sempre un in namorato della propria terra imbevuto ancora degli ideali di libertà e di unità del Risorgi mento: le sue lotte, le sue bat taglie, le sue polemiche, nasce vano tutte da quel suo puris simo disinteressato amore, dal suo sogno ostinato, resistente a ogni delusione, di uno stato efficiente, di un governo one sto, di una magistratura indi pendente, di un paese libero, sano, pulito. Le buone leggi, il magistero dell’insegnamento, erano i due cardini dell’edificio. Per sé non chiese mai nulla.
Pochi anni prima dell’infar to, con un cuore che zoppica va già, fece cinquanta comizi nella Toscana rossa per il par tito di Saragat, senza essere can didato; io che gli fui accanto in tutti i cinquanta, lo vedevo stremato prima e dopo; pieno di ardore battagliero, instanca bile, mentre parlava. Già mol to malato, per non lasciare i suoi ragazzi rinunciò alla più riposante posizione di giudice della corte costituzionale. I suoi ragazzi gli hanno voluto bene; lo ricordavano ancora con straordinario affetto perfi no quelli che lo ebbero giova nissimo professore all’istituto tecnico Paolo Sarpi di Venezia. Ma nella primavera calda del ’68 c’è anche stato chi gli ha inferto l’ultimo colpo. Un nuo vo peggioramento lo costrinse a letto per due settimane, i suoi giorni ormai erano con tati.
Ma io non faccio una com memorazione; guardo i suoi ri tratti, e quello che mi è più caro è quello che fu fatto per me quando aveva sedici anni. Un ragazzo dai grandi occhi chiari e pensosi (non portava ancora gli occhiali), dalla boc ca seria, senza sorriso, ma mor bida, quasi infantile, e una gran chioma, e il cravattone nero a fiocco degli anarchici. L’« anarchico » era occupatissi mo in quel tempo a scrivere una nuova Costituzione Italiana, dove era considerato delit to l’ingiuria al capo dello Sta to o al ministro di qualunque chiesa. Non ho perso la spe ranza di ritrovare quell’abbozzo fra le nostre vecchie carte.
Erano gli anni del liceo e dei nostri contemporanei « fughini » a scuola. Camminavamo ore e ore per le care colli ne bolognesi – tanto più care a quel tempo che le macchine non potevano arrivarci – ». Ci tenevamo per mano. Tutti e due sotto un unico impermea bile – il suo – quando pio veva. Pioveva anche il giorno del suo diciassettesimo com pleanno, in aprile; e io, che non avevo un soldo, gli com posi un mazzetto di stillanti pervinche. Così per mano ab biamo continuato a camminare -sereno o tempesta – per tutta una vita che non mi è sembrata più lunga di uno di quei « fughini ».
E poi le nostre due mani sono state staccate a forza, co me si staccano a forza le due valve d’una conchiglia viva. La parte migliore di noi non so dov’è, non certo sotto quelle poche palate di terra non an cora assestata nel cimiterino sul colle di Fiesole; e l’altra è qui, e non sa se vive e scrive. For se è un sogno.
(Notizie su Giuseppe Maranini qui)
Commenti
2 risposte a “Ricordo di Giuseppe Maranini”
Che bello scritto, Bartolomeo, sa di torrenti, platani fronzuti e pervinche.
Non conoscevo Maranini e non so nulla di Elda Bossi. Chi è?
Carlo
Di Elda Bossi trovi queste notizie in internet (il link è troppo lungo e ho fatto il copincolla):
“BOSSI, ELDA (1901 – 1996)
Nasce a Firenze il 2 dicembre 1901, laureata in lettere all’Università di Bologna e socia dell’Ateneo Veneto. Vive a Milano, Venezia, Perugia e infine a Firenze. Dopo la guerra viaggia per l’Europa come corrispondente di quotidiani. Scrive le sue prime poesie nel 1910 ma la prima raccolta di versi La gioia viene pubblicata nel 1923. Traduce la Chanson de Roland e scrive racconti per l’infanzia e dal tedesco le fiabe dei fratelli Grimm; dirige le collane “Il libro del ragazzo” e “Lucciole” per la Casa Editrice Nuova Italia, e per la Bietti “La bibliotechina”. Fonda una sua casa editrice, Ofiria. Riceve il Premio dell’Accademia d’Italia nel 1938 per le traduzioni, il Premio Carducci nel 1951 per la poesia, il Premio Venezia nel 1951 per la narrativa. Muore il 24 luglio 1996.
TITOLI:
La Gioia (volume di versi, 1923)
Giglietta e Fiordilino (novelle per ragazzi, 1926)
L’anellino comandovoglio (fiabe, 1929)
Maluli e le rondini (racconti, 1929)
L’Ora Bianca (raccolta di poesie, 1935)
Bimba con fiori in mano (1943)
Il giardino (racconti in cinque volumi per le classi elementari, 1947)
I poveri (racconti, 1951)
Vietato agli uomini (1965)
La parte di magri (1967)