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LETTERATURA: TEATRO: I MAESTRI: Thornton Wilder

29 Aprile 2008

di Edmund Wilson
[da Saggi letterari 1920-1950″, Garzanti, 1967]

Da quando ha vinto il Premio Pulitzer ed è diventato un best-seller, Thornton Wilder si trova in una situazione dif ­ficile. Da un lato i critici letterari lo riconoscono ormai come una celebrità e ne parlano con rispetto, ma senza compren ­derlo; dall’altro, negli ambienti letterari più raffinati, a cau ­sa dell’enorme popolarità e del pettegolezzo ossequioso di cui è circondato, si è portati a dare per scontato che si tratti un po’ di una montatura. Wilder, comunque, resta uno scrit ­tore di notevole interesse, sul quale ci sarebbero da dire mol ­te cose che, per quanto mi risulti, nessuno finora ha detto.
Una delle cose che, a mio avviso, non sono mai state dette di Wilder è questa: egli è il primo romanziere americano che abbia sentito profondamente l’influenza di Proust. Sot ­tolineando questo fatto non intendo tuttavia imputare a Wil ­der una mancanza di originalità : al contrario, è sorpren ­dente come un romanziere così giovane abbia potuto rive ­lare fin dalle prime pagine del suo primissimo libro una così assoluta padronanza della forma e una visione così perso ­nale. L’influenza di Proust sembra essere semplicemente quel ­la di un vecchio scrittore di prim’ordine su un giovane scrit ­tore di prim’ordine. Ciò che Wilder deriva da Proust non è soltanto un complesso impressionismo: anzi, quel che c’è di proustiano in All Summer in a Day di Sacheverell Sitwell in Wilder è del tutto assente. Questi si è accostato al cuore stes ­so di Proust ed ha messo il proprio battito all’unisono col suo. Wilder, benché la sua opera riecheggi talvolta lo stile di Proust, più che la formula stilistica ne ha adottato soprat ­tutto una sorta di emozione, di visione critica dell’esistenza. Se vogliamo apprezzare la sua opera, quindi, dobbiamo cer ­care di distinguere quale parte di essa rappresenti il Wilder poeta – e qui si potrebbero scoprire aspetti addirittura anti ­proustiani – e quale parte invece sia pura ripetizione di mo ­di ripresi dall’opera dell’asmatico maestro.
Uno dei temi preferiti da Proust – che si ritrova in quasi tutte le situazioni di í€ la recherche du temps perdu – è quello di un amore umiliato e angosciato da parte di un essere superiore verso uno inferiore o, perlomeno, quello di un animo nobile verso una persona che si comporti nei suoi confronti in modo crudele. Wilder sembra come infatuato per questo tipo di situazione, e in verità vi si abbandona forse un po’ troppo. Ciò è meno evidente in The Cabala che in The Bridge of San Luis Rey. Ma l’episodio di Alix nel pri ­mo libro, che a me sembra anche il meno convincente, è semplicemente il rovescio del rapporto proustiano, nel quale un uomo affascinante e sensibile si innamora di una donna indegna : in realtà Blair è rispetto ad Alix come Odette per Swann, Rachel per Saint-Loup e Albertine per il protagoni ­sta di Proust. In The Cabala inoltre si trovano dovunque modi di espressione inequivocabilmente proustiani. L’autore ha persino fatta sua una delle immagini preferite di Proust – una specie di proverbio francese, che io in inglese non ho mai sentito prima d’ora. Egli è solito parlare dell’uno o del ­l’altro personaggio « making the fair weather »(1) di qualcun altro, come Swann faceva « la pluie et le beau temps » della Duchessa di Guermantes. Anche in The Cabala troviamo un brano dove le note ipocondriache della melanconia prou ­stiana sfiorano i limiti del grottesco. Helen Darrell, famosa bellezza, entra improvvisamente nella vicenda come uno di quegli imprevedibili personaggi che Proust introduce in cer ­te situazioni mondane. Non sappiamo di preciso cosa vi sia di falso in lei, ma, come tanti personaggi della Recherche, Helen è malata e prossima a morire : nessuno dei suoi amici più cari osa baciarla; la sentono come contaminata e con ­dannata inesorabilmente. « Era come una statua solitaria. Scontava già la propria fine. » Pure, l’infelice Alix la invidia e sospira all’orecchio del protagonista : « Mi avrebbe ama ­ta se fossi stata così… È bella. È bella », ed egli ascolta quel sussurro. « II mondo è suo. Non dovrà mai soffrire quel che soffro io. » In punto di morte la bella Helen chiede di essere portata a salutare un vecchio e nobile poeta francese, anch’egli morente. « Che cosa si saranno mai detti quando lei stava in ginocchio accanto alla sua poltrona: come egli disse più tardi, si volevano bene perché erano entrambi ma ­lati. » Ho voluto citare per esteso questo brano perché ci mo ­stra un Thornton Wilder in piena imitazione proustiana e, a mio avviso, in uno dei suoi momenti meno felici. I personaggi di Proust sono sempre malati. Proust ritiene che una languida malattia sia quanto di più patetico possa esistere – ma a suo esclusivo vantaggio ha le parole che, in francese, sembrano coniate apposta per lui: malade e maladie, che egli introduce sapientemente in tono lugubre e luttuoso, vie ­tandoci così di perdere la pazienza di fronte ai suoi eterni malati inguaribili. Ora, le parole ill e sick difficilmente sug ­geriscono questo senso magico del dolore : quando in inglese sentiamo dire che qualcuno è ammalato, domandiamo im ­mediatamente quali cure stia facendo.

In The Bridge of San Luis Rey lo spirito proustiano pervade il libro. Il personaggio della Marchesa di Montemayor è fatto apposta per distillare virtuosismi letterari dal suo amore per l’egocentrica figlia, così come in Proust Vinteuil è fatto per distillare virtuosismi musicali dal suo vilipeso amo ­re paterno. La Marchesa inoltre è una evidente trasposizio ­ne da Madame de Sévigné, che in Proust ha un peso così determinante. Il guaio è tuttavia che Wilder ha seguito la falsariga proustiana nell’esagerare la crudeltà di chi è amato verso chi ama: ciò è talvolta difficilmente accettabile nello stesso Proust, che tuttavia rivela un’amarezza derivatagli evi ­dentemente da una dura esperienza: mentre in Wilder tale violenza è avvertita come semplice finzione letteraria. Non trovo affatto credibile, per esempio, il tormentoso episodio nel quale Manuel copre Esteban di aspre ingiurie, mentre questi gli sta fasciando la ferita. Né mi convince assoluta ­mente il punto in cui La Périchole, dopo vent’anni, si rifiuta di farsi chiamare per nome dallo Zio Pio. E non vi è forse qualcosa di forzato nell’attaccamento del capitano Alvarados per la figlia? Non è forse un caso di troppo di amore senza speranza? A un certo punto Wilder si lascia perfino tentare da una vera e propria trascrizione della morte di Bergotte (per un’attrazione naturale, s’intende: è fuori di dubbio infatti che questo episodio, come la morte di Victoria di Strachey, sia destinato ad avere innumerevoli imi ­tazioni) : « Veniamo da un mondo dove abbiamo conosciuto livelli incredibili di perfezione, e ricordiamo confusamen ­te le bellezze che non abbiamo più còlto, perciò ritorniamo a quel mondo. » (« Toutes ces obligations qui n’ont pas leur sanction dans la vie présente semblent appartenir à un mon ­de différent, fondé sur la bonté, le scrupule, le sacrifice, un monde entièrement différent de celui-ci, et dont nous sortons pour naître à cette terre, avant peut-íªtre d’y retourner… »)(2)
Ciò non significa, ripeto, che Proust sia stato qualcosa di più per Wilder del maestro a cui inevitabilmente ogni gio ­vane scrittore è portato ad appoggiarsi, prima di sapersi reg ­gere sulle proprie gambe. Dal momento che ho riportato tanti esempi di reminiscenze proustiane in Wilder, sento il dovere di citarne almeno uno, in una chiave simile, che Proust non avrebbe mai scritto e che nell’opera di Wilder ha un chiaro timbro di autenticità artistica : « Considerava l’amore come una specie di malattia crudele attraverso la quale gli eletti sono costretti a passare nell’estrema gioventù e dalla quale emergono, stremati ed esausti, ma pronti alle cose pratiche della vita. Molti errori (egli riteneva) erano resi fortunatamente impossibili a coloro che uscivano gua ­riti da tale malattia. Sfortunatamente non sarebbero rimasti privi di debolezze ma, perlomeno, (dopo tante esperienze) non avrebbero mai scambiato un sentimento di tenerezza per regola di vita, non avrebbero mai guardato agli esseri umani, principi o schiavi che fossero, come ad oggetti sen ­z’anima. »
In ogni caso gli effetti a cui perviene Thornton Wilder non sono assolutamente simili a quelli di Proust, né di chiunque altro che si ricordi. Da quel che sentiamo dire di lui, si po ­trebbe ricavare l’impressione che egli sia uno di quegli scrit ­tori contemporanei tuttora ancorati alle mode di fine secolo – che ci si trovi cioè di fronte all’ennesimo « stilista », lega ­to ad ideali di « bellezza » – lo si potrebbe insomma consi ­derare semplicemente uno scrittore piacevole e raffinato. Ma Wilder, quando lo si legge, risulta poi essere qualcosa di ben diverso. Egli possiede quella capacità di « divertire » che, secondo George Saintsbury, a Balzac faceva difetto e vice ­versa non mancava a Gerard de Nerval, dimostrando inoltre una coerenza, un’acutezza di pensiero che lo pongono al di sopra dei vari Cabell, Dunsany, Van Vechten e George Moore. Wilder possiede un suo taglio peculiare, una capacità di penetrazione che non è mai incompatibile col raggiungi ­mento di una perfetta felicità espressiva. Questa felicità espressiva, che non è affatto un atteggiamento, uno sforzo cosciente di « scriver bene », proprio dello stilista di profes ­sione, si avverte in tutta la sua opera, sia nella concezione dei personaggi e nello sviluppo delle situazioni, che nella struttura stessa delle frasi. È la felicità espressiva di un au ­tentico poeta – non soltanto lo « stile » elaborato del let ­terato che rimpiange le vecchie cose amate e perdute – e consente a Wilder di realizzare parecchi notevoli ed anche inattesi risultati. Wilder, per esempio, a quanto mi consta, non è mai stato in Perù e, di solito, ben poche cose sono mortifere come le descrizioni di paesaggi immaginali di cer ­ti romanzieri contemporanei. Invece l’autore di The Bridge of San Luis Rey è riuscito a darci un’immagine concreta, vi ­va, nitida del Perù. Ecco il pellegrinaggio della Marchesa a Cluxambuqua: « Una città tranquilla, pigra nel movi ­mento e nel sorriso; una città dall’aria di cristallo, fredda come le sorgenti che alimentano le sue molte fontane; una città di campane, dolce e musicale, nei cui accordi si risol ­vono vicendevolmente quei felicissimi battibecchi. Se capi ­tava qualcosa di spiacevole nella città di Cluxambuqua, il dispiacere veniva in qualche modo assorbito dalla presenza maestosa delle Ande e dalla brezza lieve che percorreva i vi ­coli. Appena la Marchesa intravvide i bianchi muri di que ­sta città, appollaiata sulle falde di quelle altissime cime, le sue dita cessarono di tormentare i grani del rosario e le con ­citate preghiere della sua paura le si smorzarono sulle lab ­bra… » Poi la chiesa, i falchi, il lama… Questa è una città fantastica, d’accordo, ma ha quasi le stesse caratteristiche di Kubla Khan. Non manca di un certo preziosismo, ma il preziosismo di Wilder ha perlomeno lo stesso vigore di quello di Vathek.

Wilder possiede inoltre una forma che è personalissima e che mi sembra promettere assai di più di quanto egli sia riuscito a darci finora. In The Cabala gli innumerevoli perso ­naggi delle molte vicende in un primo momento sembrano non aver niente in comune, se non il fatto di essere tutti os ­servati dall’americano che ne racconta la storia; poi sco ­priamo che essi sono le antiche divinità decadute in un tem ­po funesto ed avvertiamo che i loro rapporti col giovane americano hanno un qualche significato. In The Bridge of San Luis Rey i diversi personaggi sembrano avere in comune soltanto il fatto di aver perso la vita nel crollo del ponte ; poi, per gradi, arriviamo a capire che la loro morte, in quel preciso istante, ha un suo significato, come ha significato il rapporto esistente tra i morti ed i sopravvissuti. The Bridge of San Luis Rey è certamente un’opera più geniale e più compiuta rispetto a The Cabala, ma io non la trovo del tut ­to convincente. Dio vi agisce in modi troppo banali. È diffi ­cile pensare che l’autore creda nel Dio del suo libro. Il po ­tere superiore che qui veramente agisce è l’ideale estetico dell’autore che cerca di concretarsi nell’opera.
Qualcosa di più bisognerebbe dire su The Cabala che ha destato assai meno attenzione di The Bridge of San Luis Rey ma che, a mio avviso, è per certi aspetti più interessante. I più brillanti e intelligenti personaggi romani risultano essere altrettanti dèi pagani invecchiati ai quali il cristianesimo e la moderna civiltà hanno finalmente aperto gli occhi. Il puri ­tanesimo del giovane americano infonde al dio Fan (o a Priapo?) un tale senso di colpa da indurlo al suicidio. Afro-dite si innamora di un Adone americano che non la degna di uno sguardo. Un cardinale rustico ma intelligente, che ha trascorso quasi tutta la sua vita come missionario in Cina, toglie ad Artemide – se, come suppongo, Astrée-Luce è Artemide – la sua fede pagana. Queste sono le divinità euro ­pee continuamente in lotta con le influenze di altre razze. Alla fine il giovane americano va in udienza dal cardinale che tiene sul tavolo libri come Appearance and Reality, Spengler, The Golden Bough, Ulysses, Proust e Freud. Nel corso della conversazione egli li getta tutti per terra e dice: « Sì, io potrei scrivere un libro molto migliore delle volgarità che la vostra epoca ci propone. Ma non sarò mai né un Montaigne, né un Machiavelli, né… uno… Swift. » Un momento dopo, mentre l’ospite si sta congedando, il cardinale dice che, per il suo compleanno, gli piacerebbe avere un piccolo tappeto cinese. Il giovane americano parte per gli Stati Uniti e si domanda : « Perché non ero più restio a lasciare l’Europa? Come avrei potuto rimanervi recitando l’Eneide e rimpian ­gendo al tempo stesso Manhattan? » L’ombra di Virgilio gli appare : « Sappi, barbaro importuno, » dice il poeta, « che io ho speso una vita intera nella grande illusione che Roma e la dinastia di Augusto fossero eterne. Nulla vi è di eterno se non il Ciclo. Roma esisteva prima di Roma stessa e, quando Roma sarà distrutta, altre ne sorgeranno. Trovia ­mo una città che sia giovane. IL segreto sta nel creare una città non nell’adagiarvisi. » … « II pallido fantasma scompar ­ve prima delle stelle, mentre i motori sotto di me pulsavano freneticamente protesi al nuovo mondo, all’ultima, la più grande di tutte le città. »
Wilder stesso, comunque, arriverà subito dopo nel Perù. Ho già fatto l’elogio di questo paese fiabesco che, mi dicono, deve gran parte della sua nitida bellezza all’influenza spa ­gnola. La sensibilità di Thornton Wilder per i vari tempera ­menti nazionali – francese, italiano o americano – si era già rivelata in The Cabala e costituisce una delle sue doti più sorprendenti. Ma io vorrei che nel nostro, e forse anche nel suo, interesse, egli non seguisse il consiglio di Virgilio e tornasse per qualche tempo a New York. Vorrei che appro ­fondisse i diversi elementi che costituiscono gli Stati Uniti e ci desse di ognuno il ritratto etnico. Wilder conosce già l’Eu ­ropa, e conosce anche qualcosa dell’Oriente: adesso abbia ­mo bisogno di lui in patria. Io credo fermamente che questo interprete di tante dolenti note abbia più di una corda nel suo strumento.

 

8 agosto 1928

(1)« Che fa il bello e il cattivo tempo. »
(2) « Tutte le leggi morali che non sono sancite dall’attuale esistenza sembrano appartenere ad un mondo diverso, fondato sulla bontà, la giustizia, il sacrificio, un mondo totalmente diverso dal nostro e dal quale usciamo per nascere a questa terra, forse prima di ritornarvi… »

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Bart