[da: La Fiera Letteraria, giovedì 19 gennaio 1967]
Meno di tre anni fa, in America, ebbi un guaio di salute. Mi stavo crogiolando nel letto del Phelps Memorial Hospital di North Terrytown, N. Y., quando rice vetti la telefonata di un caro amico collega giornalista, che mi disse: « Ungaretti è qui, sa che sei all’ospedale e vuol ve nirti a trovare ».
« Ma è freddo e lontano e c’è la neve », obiet tai. « Non fraintendere, la sua visita mi sarà graditissima; ma temo sia uno strapazzo per lui! ». L’amico rise: « Ma, chi lo ferma Ungaretti? », rispose.
Non vedevo Ungaretti da moltissimi anni e arrivò in un giorno in cui ero particolarmente depresso, per via di un vicino di letto, prima, e, più tardi, di camera, che mi ave va fatto il torto di morire la sera innanzi. Sono pessimi scherzi, questi, dei vicini di camera o di letto che muoiono quando si è all’ospedale: la lo ro fatica di morire è lunghis sima ed è sempre la testimo nianza più conturbante del no stro animale attaccamento alle apparenze, della nostra appren sione di trascenderle e, finalmente, del nostro interiore de siderio di distaccarcene; che non è più rassegnazione, ma visione di altro, e confortata speranza. Tutto ciò, se si è ma lati, all’ospedale, ci lascia di sfatti e, più che presaghi, le gati anche noi da sottili fili in visibili energie e richiami al morboso desiderio di anticipa re quell’esperienza, di prepa rarci ad essa.
Carico d’anni
Ma Ungaretti, quando arriva e comunque arrivi, anche ades so che appare più curvo e ca rico d’anni (ne ha settantotto) è un tempestoso patriarca. È uno di quei rarissimi esseri che sanno combinare insieme, e far convivere fino a età pa triarcali, la grazia della vec chiaia benedetta e fertile e quella di un’inalterabile illiba ta fanciullezza. È soprattutto un vivente e perciò un uomo sempre radicato nella realtà del « presente ». Per lui, ogni passato non è mai presenza nostalgica, ma – semmai – pre senza attiva, operante. È, in apparenza, un inquieto, sempre in moto, curioso, attivo, avido di esperienze, spregiudi cato, generoso e impetuoso; sempre intollerante di ciò che è o gli sembra stupido, sem pre rumoroso nel battersi con il prorompere dei sentimenti. Ma, qui sta il punto, ci si avvede che la sua inquietudine è tutta epidermica e che, invece, dentro di sé, è sicuro, distaccato dalle cose stesse che gode e ama, nel momento in cui le gode e le ama. Ne conosce e ne spreme la fragilità e la gusta tutta; ma non ha rimpianti o pentimenti, o son fugacissimi, come l’ombra dell’ala di un uccello che vola alto. Infatti, di tanto in tanto, si appisola in un alto silenzio, in una sua inviolabile solitudine. Questo l’ho notato fin dal mio primo incontro con lui, che avvenne a Cervia, nel lontanissimo 1934, se non erro. E mi accadde di riscontrarlo nei rari (al punto che potrei, forse, contarli sulle dita) ulteriori incontri che ebbi con lui, prima e dopo il suo ritorno dal Sud-America, dove visse a lungo e gli morì il figlietto, cui dedicò le supreme pagine del Dolore.
Se non che, come gli antichi naviganti lungo il perimetro d’Africa si sentivano abbastanza sicuri non appena avevano superato il capo di Buona Spe ranza; così, ora, avvicinando Ungaretti, si ha l’impressione che egli abbia superato il gran de capo della sapienza e navighi appunto sicuro di una pro pria luce e visione interiore, che rende immune la sua na vicella dal flagello delle onde e dallo scompiglio del caos.
Anche quel giorno in ospe dale, pertanto, quando mi ac cadde rivederlo, il suo arrivo, non solo mi commosse e con fortò come quello di un bene volo e paterno amico e di un maestro incomparabile per la mia stessa esperienza di poeta; ma perché era un mago che trasudava vitalità, giovinezza e sapienza di longevità e un vi gore che – andando al di là delle sue stesse esuberanze esteriori e dei suoi clamorosi atteggiamenti – mi offriva un esempio di gioia vera di esiste re, non corrotta, non corrompibile, sana, onesta, rugosa e forte e compatta come le corteccie e il legno di una impa vida quercia. Capivo che il do no di queste sue ricchezze interiori, l’alone da cui l’uomo le esprimeva con naturalezza, forse senza saperlo e forse sapendolo fin troppo bene (i ma ghi hanno una istintiva coscienza di quel che fanno), po tevano essere puri e reali per ché il colore e l’esperienza li avevano filtrati e l’uomo li aveva consumati e risolti in sé; acquisiti con coraggio ed effu sione e bevuti dalla viva fonte dell’emozione e del senti mento. Li aveva elevati, fusi, centellinati come un nettare e un’ambrosia alla schietta luce di un’intelligenza casta e ver gine, che tocca sempre la fre schezza delle cose alla loro origine; e tale la coglie, la rende, la fissa negli atti e più ancora nelle parole.
Questo è Ungaretti, uomo e poeta.
Quel giorno, in quell’ospeda le d’esilio, certo, mi dette tan ta vita che mi aiutò a guarire e, per questo, ora, tornato in patria, non posso non render gli grata testimonianza di que sta carità di uomo a uomo, di vecchio a un più giovane, di poeta a uno che si è sforzato di esserlo e spera di esserlo.
Stagione acerba
Qualche settimana dopo quella visita, tornato io a casa (era tutta di legno sul monte, aperta sul fiume, e la stagio ne era ancora molto acerba, sul marzo, il freddo marzo di New York), mi venne di nuo vo a trovare. Volli che salisse con me sulla vetta della colli na che allora possedevo, per fargli vedere il panorama del la valle dell’Hudson che, di lassù, si apre. È uno dei pa norami più belli e riposanti del mondo, anche se, come tut ti i panorami troppo vasti, può riflettere sempre un desiderio di satanico potere: « Ti darò tutte le terre che vedi sotto di te, se mi adorerai ». Il mò nito e il pericolo di questa fra se evangelica mi ricorrono sempre alla mente, tutte le volte che vedo un panorama di terre troppo vasto e troppo bel lo e rifletto che Hitler, a Berchtesgaden, divenne ancor più pazzo di potere, proprio perché dalla sua finestra vedeva un popolo di montagne e si sentiva soprattutto re di quel groviglio di pietre. Ma i pos sessi dei poeti sono di ben al tra natura, e il fascino della bellezza li incanta per ben altre ragioni e con ben altra co scienza del valore della terra e dei segreti d’amore che pos siede.
Poiché il viottolo era ripido e si slittava per le piogge re centi, una delle mie bambine pescò per Ungaretti un basto ne, bitorzoluto e curvo come un arco (non avevamo proprio altro) e Ungaretti salì il mon te, arrancando su quel legno, ma con alacre gioia. Poi sospirò, e parlò del Nord-America. Ne era entusiasta. Nei pochi me si trascorsi a New York, aveva capito tutto di quel difficile e paradossale Paese; in fondo, gli era congeniale. È e re sta un Paese di emigranti e di avventura, e Ungaretti rimane un emigrante e un uomo av venturoso; non mai ottusamen te ottimista, ma coscientemen te fiducioso; non mai pigra mente sensuale (e, probabil mente, non lo fu nemmeno nel la lontana giovinezza, anche se gli piaceva e gli piace, a vol te, parlar di donne favolose) ma con tutta l’attiva, umana intelligenza della dolce veste tattile delle cose in cui la no stra vita mortale si esprime e si illude.
Male in arnese
Così, mentre parlava, al soli to, focosamente gridando sulla vetta della mia collina di Shady Lane, io, male in arnese per la malattia recente benché tanto più giovane di lui, lo guardavo. Pensavo ai volti pa triarcali e biblici di Abramo e di Mosé. E che, sul Sinai, finché Mosé teneva alte le ma ni i figli d’Israele vincevano la guerra in cui erano impegnati; ma la perdevano se abbassava le mani…
Da allora, lo ritrovai in Italia.
Un giorno, m’invitò a cola zione. Era un Ungaretti inti mo, sobrio, che confida, allora, con amore, l’arte della sua sa pienza, non dell’acquiescenza; e rivela una generosità e un interesse cristallini, liberi per fino da quel tanto di teatrale e di grandioso con cui, a volte, gli piace mascherarli. I suoi occhi son sempre lucidi e sfa villanti, trapassati da bagliori come il fiorire delle parole, an che sommesse, sul lungo e ar ticolato taglio delle labbra sot tili e dal nobile volto pieno di rughe. Confida ciò che sa: uo mo di pena e di gioia, di disin ganni e di esperienza, di illu sioni e di sapienza, tutte im brigliate ormai in una sua ve rità; di invettive che poi son sempre atti d’amore e finisco no con l’essere sempre offerta d’amore.
Incontrarlo, oggi, è quasi più difficile di ieri perché, più in vecchia più gli piace volare lontano. I suoi fiumi non sono più quattro (l’Isonzo, il Serchio, il Nilo e la Senna) ma i fiumi del mondo: a tutti ha do nato qualcosa di sé, della sua fatica e della sua gagliardia di vecchio pellegrino delle parole, sempre antiche e sempre nuo ve, come le parole dei patriar chi, dei profeti e dei libri san ti. Dopo l’America del Nord è già tornato a visitare quella del Sud e lì tornerà in prima vera: col suo bastone, col suo riso, la sua voce grossa, la sua robusta carcassa di vecchio.
« Mi diverto, mi piace! », mi gridava, sere fa, davanti a una libreria di via Veneto. Aveva fame e voleva mangiare e io, invece, avevo freddo e mi ac cingevo ad andare a dormire. Tornandomene a casa, pensa vo al suo infaticabile peregri nare di grande vecchio e di sa piente, apostolo della parola e della vita (buttata, lanciata al di là della vita stessa che si vede e si tocca) e mi rimugi navo le sillabe di una sua me morabile lirica del 1916: « In agguato / in queste budella / di macerie / ore e ore / ho strascicato / la mia carcassa / usata dal fango / come una suo la / o come un seme di spinalba / Ungaretti uomo di pena / ti basta un’illusione / per far ti coraggio… ».
Quando scriveva questi ver si, egli certo non sapeva di dettare in essi la profezia e la segreta formula della sua mi rabile vita e, insieme, un do cumento nuovo, fondamentale e inderogabile, per chiunque cerca in ogni poeta una testi monianza irripetibile e universale.
Commenti
2 risposte a “Ungaretti pellegrino della parola”
In questa deliziosa e ricca pagina, scaturisce un’immagine di Ungaretti limpida e reale. Un Ungaretti quale lo troviamo perfettamente nelle sue composizioni. Un Ungaretti che vuol essere uomo tra gli uomini e vuol riconoscersi “una dolce fribra / dell’universo”, anche se scrive: “In nessuna parte di terra mi posso accasare”.
Io sono personalmente “innamorato” della poesia ungarettiana. Poesia che, a mio avviso, e non solo, ha portato in modo deciso una libertà nuova nella lirica italiana, attraverso anche l’uso di una parola, lieve, rarefatta, mossa spesso da un’esigenza etica.
Grazie all’autore, per averci presentato questa immagine del grande poeta così vera, così umana, così vicina, da sentirla ancora qui con noi.
Gian Gabriele Benedetti
Anche a me piace molto la poesia di Ungaretti. Non per niente era nato da genitori lucchesi…
Chi ricorda più Enrico Falqui?