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I punti oscuri del processo Mediaset

30 Luglio 2013

di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 30 luglio 2013)

È il parere «pro veritate » di uno specialista di diritto tributario l’ultima mossa di Franco Coppi e Niccolò Ghedini per convincere i giudici della Cassazione ad annullare la condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale. Nel ricorso depositato il 19 giugno scorso contro la sentenza della Corte d’Appello milanese per la vicenda dei diritti tv, i due legali di Berlusconi avevano preannunciato la loro intenzione di aggiungere altri motivi di ricorso ai 47 già contenuti nel documento depositato a Roma.

La brusca accelerazione dei tempi seguita alla decisione della Cassazione di anticipare l’udienza non ha permesso ai difensori dell’ex premier di aggiungere un nuovo ricorso.

Ma Coppi e Ghedini hanno deciso di ricorrere comunque a un parere illustre per attaccare quello che, secondo l’opinione prevalente, è il punto più debole della sentenza di condanna: la esistenza del reato di frode fiscale. Se cade questo, cade tutto, e Berlusconi esce assolto un’altra volta.

1) IL REATO FISCALE Se anche si ritenesse provato che negli anni Novanta il gruppo Mediaset abbia pagato i film da trasmettere in tv a prezzi gonfiati, e che il surplus sia stato retrocesso a Silvio Berlusconi attraverso il suo presunto socio occulto Frank Agrama, resta il fatto – secondo i legali – che Mediaset quei costi, giusti o esosi che fossero, li ha effettivamente sostenuti. Quindi quando l’ammortamento dei costi è stato spalmato sui bilanci degli anni successivi non c’è stata alterazione dei conti e nemmeno risparmio fiscale. Più complicata sarebbe la posizione processuale di Berlusconi se dovesse rispondere anche di appropriazione indebita ai danni di Mediaset, come aveva inizialmente chiesto e ottenuto il pubblico ministero Fabio De Pasquale. Ma questo capo d’accusa si è prescritto strada facendo.

2) LE SOCIETA’ DI MEDIAZIONE Prima di affidarsi alla battaglia sull’esistenza giuridica della frode fiscale, i difensori di Berlusconi intendono però convincere la Cassazione che il processo è errato fin dai suoi presupposti, anzi fin dalla fase delle indagini preliminari. Quando il giudice Enrico Scarlii, nella sentenza d’appello, scrive che «fin dalla seconda metà degli anni ’80 il gruppo Fininvest aveva organizzato un meccanismo fraudolento di evasione connesso al giro dei diritti televisivi », secondo i legali scrive il contrario di quanto emerge nel processo. È vero che la Cassazione non può entrare nella ricostruzione dei fatti, ma può cancellare una sentenza dalla motivazione illogica. E questo per Ghedini e Coppi è il caso di questa sentenza, che non tiene conto delle numerose testimonianze che hanno sostenuto che tutte le società estere di intermediazione che entravano nella catena dei diritti erano società operative a tutti gli effetti, che piazzavano anche a altri clienti (Rai compresa) i film americani.

3) IL CONSULENTE DEL PM Secondo la Procura, il caso più eclatante di intermediazione fittizia è quello di Frank Agrama, grossista di diritti tv, anche lui condannato in questo processo. E a dimostrarlo sarebbe una parte del prospetto informativo stilato dalla stessa Mediaset in occasione della quotazione in Borsa in cui Mediaset dichiarava di avere rapporti diretti con Paramount. La difesa obietta che i ricarichi di Agrama erano quelli di mercato e che comunque in aula la stessa consulente dell’accusa, Gabriella Chersicla di Kpmg, non ha trovato prove di bonifici da Agrama a Berlusconi per dividere la «cresta ». «Ha mai visto un suo versamento da parte del gruppo Wiltshire quindi dei conti bancari di queste società a favore del presidente Silvio Berlusconi e i suoi familiari? ». Risposta: «No ».

4) KOJAK E COLOMBO Tra gli elementi che dimostravano l’inconsistenza delle accuse, e che invece le sentenze di primo e secondo grado hanno glissato, brilla per i difensori la deposizione del dirigente Rai Sesto Cifola, che «confermava di conoscere dagli anni ’70 Agrama che aveva più volte venduto diritti alla Rai. Ricordava fra questi il tenente Colombo e Kojak ». E riferiva «che la presenza degli intermediari è una prassi assolutamente usuale nel settore e che Agrama operava abitualmente con un proprio stand nei mercati internazionali ».

5) IL RUOLO OPERATIVO In ogni caso, sostengono i legali di Berlusconi, la macchina da guerra dell’accusa si intoppa su un dettaglio insormontabile: il ruolo diretto di Berlusconi nel programmare e commissionare il sistema di pompaggio dei prezzi. A questo tema la sentenza della Corte d’appello dedica soprattutto un ragionamento logico: a gestire il sistema erano solo dirigenti chiave di Mediaset «vicini, tanto da frequentarlo tutti personalmente, al sostanziale proprietario, rimasto certamente tale in tutti quegli anni, l’odierno imputato, Silvio Berlusconi ». Ed è quindi inverosimile che Berlusconi non si rendesse conto di quanto accadeva. Ma per le difese questa prova deduttiva è contraddetta dalle testimonianze raccolte durante le indagini e le udienze. A venire indicato quasi unanimemente come il dominus del sistema di acquisto dei diritti tv è Carlo Bernasconi, morto nel 2001. Mentre non c’è un solo teste che parli di un intervento diretto di Berlusconi nella gestione di quest’area, soprattutto dopo l’ingresso in politica nel 1994. Altrettanto indimostrata, secondo Coppi e Ghedini, è rimasta la responsabilità di Berlusconi nella stesura delle dichiarazioni dei redditi del gruppo.


Berlusconi, la sentenza della Cassazione: le previsioni di Travaglio, Ferrara e Sallusti
di Redazione
(da “Libero”, 30 luglio 2013)

Berlusconi “criminale incallito”, comunque vada in Cassazione. Anche con l’assoluzione dall’accusa di frode fiscale nell’ultimo grado del processo Mediaset. Berlusconi “non superuomo, ma supereroe”. Berlusconi che “andrà avanti, più convinto e forte di prima”. Basta dare un’occhiata agli editoriali di firme tanto lontane da loro, da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano a Giuliano Ferrara sul Foglio, fino ad Alessandro Sallusti sul Giornale, per capire che quel che dirà la Suprema Corte, per dirla con le parole del direttore del quotidiano che fu di Indro Montanelli, “non sarà un fatto personale del Cavaliere, ma un grosso problema per l’Italia”. Ma siamo sicuri che il più danneggiato in caso di condanna sarà proprio il leader del Pdl, che rischia 4 anni di carcere (o domiciliari, o servizi sociali, anche se lui stesso ha confessato di preferire andare in galera) e soprattutto 5 anni di interdizione dalla politica? Su questo, Travaglio, Ferrara e Sallusti sono tutti d’accordo: il problema sarà del Pd, di Letta, di Napolitano. Perché, conclude Ferrara il suo editoriale, “Berlusconi ha già vinto e alla grande”.

Ferrara: “Silvio è un supereroe” – L’Elefantino parla senza mezzi termini di “happy ending”, di “trionfo del lieto fine”. Il Berlusconi “supereroe, non superuomo” “ne ha per tutti, compresi i più stupidi dei suoi nemici”. Non si illudano, dunque, gli anti-Cav di eleminarlo dalla scena politica con una sentenza. Se arriverà “l’espulsione dall’esercizio della sovranità politica, in proprio e per conto di milioni di persone” il Pdl si arrovella su come protestare: scendere in piazza, sbeffeggiare giudici e avversari politici? E il governo Letta? Sopravviverà? Ferrara lascia intendere che la chiave sarà la reazione del Quirinale, perché questo esecutivo è “a suo modo eversivo, costruito dall’alleanza segreta di un re del paradosso liberale (Berlusconi, ndr) e un ex comunista convertito (il presidente Giorgio Napolitano, ndr)”. Un accordo più forte dei facinorosi e dei fanatici. Se il governo cadrà, dunque, lo decideranno insieme Silvio e Giorgio, non Letta e nemmeno il Pd. Perché “la condanna del Cav non vale, è come barare al gioco”, conclude lapidario Ferrara.

Sallusti: “Silvio andrà avanti” – In fondo, la condanna è un dettaglio anche per Sallusti. Un dettaglio grave, gravissimo. Ma che non farà cambiare idea a Berlusconi, anzi. Il leader del Pdl “non segue umori di alte, medie e basse cariche dello Stato e del governo”. Lui “farà di testa sua, seguendo l’unica bussola che conosce, cioè fare rotta sull’umore di quel terzo di italiani che finora ha affidato a lui la speranza di non essere governato dalla sinistra o da un’Europa germano-centrica”. E la gente, confida il direttore del Giornale, gliel’ha già fatto capire qualche giorno fa incrociandolo in una corsia d’ospedale: Berlusconi deve andare avanti. “E lui andrà avanti, più convinto e forte di prima”. E allora “il problema sarà del Pd e di Napolitano, che in quanto arbitro dovrà trovare il modo di ripristinare una situazione di giustizia e agibilità politica gravemente compromesse”.

Travaglio: “Silvio è un criminale incallito” – Sul Fatto Travaglio è d’accordo con Sallusti e Ferrara almeno su questo punto: la patata bollente sarà nelle mani della sinistra, perché comunque vada Berlusconi “ha costruito un sistema politico-mediatico perfetto: se lo assolveranno sarà la prova che era un innocente perseguitato; se lo condanneranno sarà la prova che è un innocente perseguitato”. Marco Manetta parte dal presupposto che il Cav è colpevole, al di là di ogni legittimo sospetto e, soprattutto, a priori. Parla di “vent’anni di malavita al potere”, snocciola P2 (falsa testimonianza amnistiata), le tangenti a Craxi (prescritte), falsi in bilancio (“reato depenalizzato da lui”), corruzione giudiziaria (“prescritta sia per lo scippo di Mondadori a De Benedetti sia per le mazzette a Mills”), i soldi alla Guardia di Finanza, Dell’Utri, Mangano, Cosa Nostra. Un “best of” che fa accogliere l’eventuale condanna per frode fiscale con amara ironia: “E’ il reato forse meno grave commesso dal Caimano, ma in fondo andò così anche per Al Capone”. E allora di che si stupiscono o su cosa si arrovellano quelli del Pd? Attendono la Cassazione per “sapere finalmente se B. è un delinquente matricolato o un innocente perseguitato per fini politici”?. O “per capire se B. è un giglio di campo o un criminale incallito”? Perché non tutti hanno le stesse certezze di Travaglio?


Piccole manovre
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 30 luglio 2013)

Al Castello drammatizzano la vigilia, ed è con una vocina esile che Daniela Santanchè, mentre Silvio Berlusconi attende l’aereo che deve portarlo a Roma, si abbandona a un “niente di buono, niente di buono”. La Cassazione si riunisce oggi, deciderà domani, o forse giovedì, e dunque i Palazzi della politica romana restano sospesi, in attesa del giudizio universale, si ferma tutto, anche la guerra di nervi interna al Pd conosce una pausa tattica, le fazioni si osservano, si studiano, gli occhi iniettati di politica: il congresso, le tessere, le primarie e la parola “scissione” che qualcuno comincia a maneggiare incautamente, perché i guai di Berlusconi possono diventare lo strumento d’una resa dei conti finale anche nel partito sfasciato. E dunque nel Pd, tra gli amici di Pier Luigi Bersani, nell’ala governativa, temono la sentenza del Cavaliere almeno quanto gli agitati uomini del Pdl, e ciascuno prepara una sua scialuppa di salvataggio, si fanno ipotesi, si costruiscono scenari e strategie. Ma sul nulla. Ognuno sostiene di avere informazioni privilegiate, di aver sentito dire che…, di essere certo di…, ma la domanda è una sola: che succede se Berlusconi viene condannato? “Il Parlamento ne prenderebbe atto dichiarandolo decaduto”, allarga le braccia con fatalismo Vannino Chiti, il senatore del Pd. E poi?

Nessuno lo sa. Giorgio Napolitano è ancora in Trentino Alto Adige, e dalla sua villeggiatura di Bolzano arrivano messaggi tranquillizzanti, eppure ammonitori. “Nessuna conseguenza sul governo”, non fa che ripetere anche Enrico Letta in visita di stato ad Atene, e pure gli uomini più vicini al presidente della Repubblica si sbilanciano persino sulle inclinazioni della Cassazione, “sarà come la sentenza Andreotti”, dicono al Foglio, “un po’ così e un po’ cosà, i giudici sono sempre uguali, da Ponzio Pilato in avanti. Ci sarà un rinvio, vedrete”. Ma ancora ieri sera non era arrivata nessuna richiesta di rinvio dell’udienza da parte dei legali del Cavaliere, e dunque, salvo sorprese di questa mattina, tutto dovrebbe restare così come previsto. L’unica cosa sicura è che Napolitano intende tenere in piedi questa maggioranza e questo governo qualsiasi cosa accada, al Quirinale escludono che se le cose dovessero andare male, anzi malissimo, il capo dello stato possa favorire la nascita di una maggioranza diversa da quella Pd-Pdl-Scelta civica.

Ma Letta e Napolitano si preparano al botto, il governo presenterà un disegno di legge per la riforma elettorale, un testo che darà la prospettiva di un ritorno alle urne per il 2014 ma che pure potrebbe essere un paracadute nell’eventualità di un inciampo che preceda la data di scadenza preventivata sia dal Quirinale sia da Palazzo Chigi. A vigilare resterebbe sempre Napolitano, qualsiasi cosa accada. Nel Palazzo presidenziale si sorride dei sussurri e delle voci, che si diffondono dai corridoi del Pd, quel mormorio che vorrebbe il capo dello stato pronto a dimettersi se maggioranza e governo dovessero avvitarsi in una crisi. Au contraire, tutto l’opposto, fanno sapere dal Quirinale. Il presidente resterebbe ben saldo lì dov’è, e se davvero qualcuno nel Pd in queste ore sta riflettendo sull’opportunità di far cadere il governo per rafforzare la leadership di Matteo Renzi, allora è bene che metta in conto di dover avere ancora a che fare con questo presidente della Repubblica, un Napolitano rabbuiato. Ma non ci sono soltanto le dinamiche politiche. “La condizione economica e finanziaria del paese non è per niente buona”, dice al Foglio un ministro del Pdl, “e la crisi temiamo si possa fare ancora più seria”. E insomma, se così fosse davvero, come ai tempi dell’emergenza sullo spread, sarebbe la tetra realtà, con le sue ombre paurose, a respingere le tentazioni esplosive della politica matta.


Un grande futuro per il Cavaliere
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 30 luglio 2013)

Non c’è alcuna contraddizione tra il rischio di decapitazione giudiziaria che grava su Silvio Berlusconi ed il fatto che il Pdl torna ad essere nei sondaggi, anche quelli abitualmente vicini alla sinistra, il primo partito italiano. Perché gli elettori dell’area del centro destra, anche una parte di quelli che alle ultime elezioni sono stati attratti dall’astensione o dalla protesta grillina, sono provvisti di un buon senso pratico, decisamente superiore rispetto alle convinzioni sballate di tanti politici ed osservatori di sinistra. Capiscono benissimo che qualsiasi condanna con interdizione dai pubblici uffici non solo non intaccherebbe ma addirittura aumenterebbe il ruolo di leader politico di un Cavaliere definitivamente insignito dell’aureola di perseguitato politico-giudiziario.

E, di fronte allo spettacolo delle profonde lacerazioni personalistiche offerto dal Partito Democratico e della incapacità del Movimento Cinque Stelle di andare oltre la becera interpretazione del “tanto peggio, tanto meglio”, intuiscono che la posizione moderata e responsabile assunta da Berlusconi nei confronti dell’unico governo possibile rappresenta il principale ostacolo alla corsa degli irresponsabili verso il caos. Neppure l’annuncio del Cavaliere di voler tornare a Forza Italia lasciando al Pdl il ruolo di federazione delle diverse componenti del centro destra modifica l’atteggiamento della maggioranza silenziosa. Perché i sondaggi non quotano la futura federazione ma i singoli partiti che ne faranno parte. Ed il Pdl attuale, inteso come partito ormai separato dagli altri alleati (Fratelli d’Italia, Destra e gli altri minori), rappresenta di fatto in termini numerici la prossima Forza Italia. Tutto bene, allora, per Berlusconi a dispetto della persecuzione giudiziaria e grazie all’annuncio di essere pronto ad andare in carcere senza far saltare il banco? In realtà il Cavaliere dovrebbe fare attenzione a due pericoli che gravano sulla sensazione della maggioranza degli italiani che il vecchio leone continua ad essere più affidabile delle giovani iene. Il primo è la tenuta del proprio partito.

Che potrebbe seguire l’esempio del Psi di Bettino Craxi e sfaldarsi come neve al sole di fronte non tanto all’azzoppamento del proprio leader quanto alla perdita di tenuta nervosa dello stesso. Se dunque Berlusconi, come ha assicurato, tiene i nervi saldi di fronte a qualsiasi sentenza e mantiene il ruolo di unico leader responsabile può scongiurare il rischio di essere abbandonato dai dirigenti del proprio partito. Tanto più che costoro sanno benissimo di non avere alcun futuro politico senza il Cavaliere. Il secondo pericolo è forse più importante del primo. E riguarda la capacità di Berlusconi di non limitarsi a dimostrare al paese di essere l’unico ostacolo al caos degli irresponsabili. Ma di caricare questa responsabilità di un particolare significato politico. Quello di essere anche l’unico baluardo contro la trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia fiscale che altera le regole del mercato e contro quella deriva giustizialista ed autoritaria che pensa di risolvere i problemi con la semplice stretta penale o proibizionista della società conculcando i diritti individuali dei cittadini. Il Cavaliere, in altri termini, può ribaltare le previsioni che lo darebbero per liquidato giudiziariamente e può dare ancora più forza al proprio ruolo di garante della stabilità. Ma deve tenere unito il proprio partito e deve tornare a caratterizzarlo come la forza del cambiamento e delle libertà del cittadino, sull’esempio della prima Forza Italia.


Ecco cosa succede se arrestano Berlusconi
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 30 luglio 2013)

Nelle parole di Laura Boldrini, presidente della Camera, è racchiuso il grande imbroglio che si sta compiendo. Singoli casi giudiziari – ha detto ieri riferendosi alla sentenza definitiva sul caso Mediaset – non devono avere conseguenze sull’attività politica.

Come dire che quello di Silvio Berlusconi è un singolo, banale e personale caso giudiziario e non, come nella verità, un accanimento senza precedenti contro il leader del maggior partito italiano che come imprenditore, cioè prima della sua discesa in campo, guarda caso non fu mai oggetto di attenzioni da parte dei pm.

Ci spiace per la Boldrini, che usa per fini politici di parte uno scranno che fu prestigioso (cosa che non porta bene come dimostra la fine di Bertinotti, Casini e Fini, suoi predecessori), ma mandare agli arresti Silvio Berlusconi non sarà un fatto personale del Cavaliere di Arcore ma un grosso problema per l’Italia intera. E non potrebbe essere diversamente, indipendentemente dalle volontà dei suoi consiglieri (siano essi falchi o colombe), da ciò che dicono e pensano il capo dello Stato, il premier Letta e tutto il circo mediatico di ogni ordine e grado. Silvio Berlusconi in politica non è diventato ciò che è diventato grazie all’appoggio di tutte, dico tutte, le categorie sopracitate. Al contrario, quasi sempre si è mosso contro il parere e con l’ostilità dichiarata di costoro, in alcuni casi anche degli amici fidati. Quindi, in caso di condanna, dimentichiamoci che il Cavaliere di Arcore segua consigli e umori di alte, medie e basse cariche di Stato e governo, di potentati economici o finanziari. Farà di testa sua, seguendo l’unica bussola che conosce, cioè fare rotta sull’umore di quel terzo di italiani che ha fino a ora affidato a lui la speranza di non essere governato dalla sinistra o da una Europa germano-centrica.
E allora ecco che sarà decisivo ciò che gli verrà detto da comuni e anonimi cittadini. Come è accaduto, per esempio, nei giorni scorsi mentre attraversava il reparto di un ospedale dove si era recato per visite di controllo. E siccome la gente, la sua gente, gli ha detto e gli dirà di andare avanti, non ci saranno sentenza, magistrati, restrizioni fisiche e politiche o Boldrini che terranno. Lui andrà avanti, più convinto e forte di prima. Il problema non sarà suo, ma del Pd e di Napolitano che in quanto arbitro dovrà trovare il modo di ripristinare una situazione di giustizia e di agibilità politica gravemente compromesse. Si può tornare a votare, si può pretendere un provvedimento che annulli una sentenza assurda. Quello che noi liberali e moderati non possiamo fare è far sentire solo il presidente alle prese con i giochetti dei palazzi, gli intrighi dei partiti e le paure del Pdl. Ma sono certo che questo non accadrà. Il resto verrà da solo.


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