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Fornero all’Independent: “Il governo Monti ha fallito? Le do ragione”

23 Febbraio 2013

di Daniele Guido Gessa
(da “il Fatto Quotidiano”, 23 febbraio 2013)

Il governo Monti non è stato abbastanza forte. Parola di un suo ministro, Elsa Fornero, che ha rilasciato un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano britannico The Independent. Fornero, chiamata dal giornale “il volto umano   del governo tecnico”, ha affermato al giornalista: “Se lei stesse dicendo che il governo Monti ha fallito nello sfruttare la propria forza, allora io dovrei darle ragione. All’inizio Mario Monti ha cercato di essere inclusivo. Ma sì, quello era il momento in cui dovevamo impuntarci. Penso che, guardando indietro, avremmo dovuto mostrare un po’ più di determinazione. Forse siamo stati un po’ naif”. Una vera e propria “ammissione” secondo l’Independent, la presa di coscienza del non essere riusciti, continua il quotidiano, “a fare riforme su vari fronti, dall’economia ai diritti dei gay”. A poche ore dall’appuntamento con le urne, quindi, anche la stampa britannica si occupa di politica italiana, ricordando che “in Italia ci sono 70mila auto blu, mentre nel Regno Unito ne abbiamo poco più di 300”.

Il quotidiano azzarda anche in una previsione: “Un governo di centrosinistra con un’influenza di Monti in Senato, un’influenza moderatrice, a favore dei mercati e dell’Unione europea”. E Fornero, interpellata su questa prospettiva, ha risposto al giornalista dell’Independent: “Non so se sarà una cosa buona, ma forse non sarà il peggior risultato possibile. Ma io vedo il rischio di una nuova instabilità, una maggioranza che potrebbe essere piuttosto debole perché è fatta di due gruppi piuttosto differenti”. Da parte del ministro, secondo l’Independent, anche un’etichetta affibbiata alla campagna elettorale: “Deprimente, perché dopo un anno di governo tecnico che ha cercato di spingere il Paese verso un modo più virtuoso di intendere la vita pubblica, ci ritroviamo ora nella stessa situazione di partenza”.

Secondo il giornale vicino alla sinistra ma che spesso bacchetta anche a sinistra, il problema principale del governo Monti è stato di non avere la forza necessaria a far passare le proprie riforme sotto la forma di decreti. Il commento di Fornero, così come riportato dall’Independent, non lascia spazio a dubbi: “Le persone non vogliono cambiare in Italia. Noi volevamo la liberalizzazione delle professioni, che nel nostro Paese hanno troppo potere. Le professioni sono presenti in parlamento in grande numero: avvocati, architetti, ingegneri e commercialisti. E tutti questi deputati non non hanno voluto il cambiamento”.   E le riforme del lavoro? “Le nostre riforme non stanno cercando di battere la recessione, ma di riaggiustare la debolezza strutturale del mercato del lavoro”. Infine, il fronte dei diritti, risultati definiti “magri” dal giornale.   “Un peccato che non si siano avuti grandi progressi. Ma ne sono convinta: il prossimo governo non potrà non legiferare a favore delle coppie di fatto e delle coppie omosessuali”.


Vendola. L’autunno del generale
di Giacomo Amadori
(da “Panorama”, 23 febbraio 2013)

La stella di Nichi Vendola, o Nikita il rosso come lo chiamano in Puglia, sembra essersi appannata.
Oggi i giornali nazionali dedicano articoli ai comizi degli altri politici, ignorando completamente la kermesse organizzata a Bari ieri sera dal centro-sinistra, dove l’ospite di punta era proprio Vendola. Con lui sul palco, allestito in piazza Castello, c’erano anche il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro e il sindaco Pd del capoluogo, Michele Emiliano. Il quale ha provato a rinfrancare le truppe invitando i presenti a tirarsi su di morale in questo modo: «A Piazza San Giovanni piove ». E sì, perché, il convitato di pietra degli ultimi comizi della sinistra italiana sono state le piazze stracolme di grillini che hanno fatto da contraltare a quelle semivuote di Pd e Sel (tanto da costringere Pierluigi Bersani a chiudersi, per l’ultimo appello al voto, in un teatro).

Ieri sera piazza Castello faceva malinconia. Ad applaudire i loro aspiranti rappresentanti c’erano non più di trecento persone, riuniti come si fa tra vecchi amici al bar: saluti, abbracci e confidenze.
Un dirigente, desolato dalle notizie che provenivano da Roma e che parlavano di centinaia di migliaia di persone allo Tsunami tour grillino, ha sibilato a un parlamentare appena sceso dall’auto blu: «A questi bisogna offrirgli la presidenza della Repubblica ». In attesa di vedere Grillo al Quirinale, per ora, l’unico risultato concreto è che, alla vigilia del voto, Vendola è scomparso dalle pagine dei giornali, superato alla vigilia delle urne, persino da Antonio Ingroia e il dimissionario Oscar Giannino.

Oggi l’unico pensiero al leader di Sel lo ha dedicato il vicedirettore del Fatto, Marco Travaglio, nel suo consueto editoriale. Un endorsement al contrario di cui Vendola, ne siamo certi, avrebbe fatto volentieri a meno. Il titolo eloquente è «La foto di Fasano », con chiaro riferimento all’immagine pubblicata da Panorama.it, in cui si vede Vendola a tavola con il giudice per l’udienza preliminare che il 31 ottobre scorso lo ha prosciolto da un’accusa di abuso di ufficio.

L’incipit di Travaglio è un calcio negli stinchi: «Non è un bello spettacolo quello immortalato dalla foto pubblicata da Panorama, che ritrae il già allora governatore della Puglia in compagnia di quattro pm pugliesi (Carofiglio, Pirrelli, Iodice, Bianchi) e due giudici (Manzionna e De Felice), oltre a una giornalista e al capo della Mobile di Foggia. Dopo la foto di Vasto, abbiamo la foto del pranzo. E francamente era molto meglio la prima ». Di fronte ai «non ricordo » autoassolutori di Vendola, Travaglio conciona in questo modo: «Siccome di quel pranzo si vocifera da mesi, Vendola avrebbe dovuto verificare presso la cugina (la festeggiata Paola Memola ndr) o gli altri commensali l’eventuale presenza della gip e poi ammetterla con le dovute spiegazioni. Il che avrebbe innescato il meccanismo previsto in questi casi dalla legge per dissipare ogni sospetto e dietrologia: l’astensione del gip ».

Infatti secondo il vicedirettore del Fatto il giudice non poteva non ricordare quell’incontro: «Sicuramente la dottoressa De Felice sapeva di aver pranzato con il governatore Vendola e avrebbe dovuto astenersi dal processo a suo carico ».

Per Travaglio un giudice che pranza con il suo futuro imputato è sospettabile, qualunque decisione prenda. «Ora che è uscita quella foto molti penseranno che Vendola fosse colpevole e abbia beneficiato di un trattamento di favore. Tanto più in quanto il governatore aveva posto la gip in una situazione imbarazzante, annunciando che in caso di rinvio a giudizio si sarebbe ritirato dalla vita politica ».

Infine Travaglio, ispirato dall’episodio ritratto nella foto pubblicata da Panorama.it, fa una riflessione sui rapporti tra politica e giudici: «Il magistrato politicizzato non è quello che lascia la toga e si candida in politica, ma quello che conserva la toga e frequenta i politici e poi magari li giudica ».

Forse per questo Vendola ha preferito in questi giorni non rispondere alle domande dei giornalisti su quel pranzo e su quella foto. Invece di dare spiegazioni, ha trovato più comodo insultare Panorama, dichiarando, per esempio, ieri sera: «Non rispondo al fango ». Chissà come avrà valutato questa mattina l’editoriale di Travaglio. Lo avrà liquidato come «fango amico »? O invece, zitto zitto, lo avrà mandato giù con il caffè, visto che non tutti i fanghi sono uguali? Bisognerebbe chiederlo al diretto interessato. Se rispondesse.


I tecnici e l’eredità rinnegata
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 23 febbraio 2013)

La campagna elettorale che s’è chiusa ieri in un clima apocalittico ha visto uno, e un solo, punto d’incontro tra partiti e coalizioni battutisi fino allo stremo: la cancellazione, anche a costo di rinnegare se stessi, di tutto ciò che di buono e di nuovo – oltre che di necessario – aveva portato l’esperienza del governo tecnico nell’ultimo anno. È stato come se un malato oppresso da una terapia pesante, ancorché inevitabile, vista la gravità del male, all’improvviso, con un gesto di rabbia o di disperazione, avesse gettato tra i rifiuti fiale, pillole e medicamenti. Un paziente così, superata la fase di euforia, sarebbe destinato a un sicuro peggioramento.

Eppure, alla presa di distanza dal governo voluta da Berlusconi il 6 dicembre, per anticipare la fine della legislatura e bruciare sui tempi i magistrati di Milano, che volevano infliggergli prima del voto una definitiva condanna sul caso Ruby, è seguita, a sorpresa, quella di Bersani. Il leader del Pd, già al suo primo comizio ha cominciato a rinnegare il sostegno dato a Monti nel duro lavoro di risanamento dei conti pubblici. Le riforme, difficili ma indispensabili, che lui stesso responsabilmente aveva contribuito a far approvare, in un Parlamento in cui spesso il centrodestra era latitante, le ha presentate ai suoi elettori come un percorso obbligato non scevro da errori.

E più d’una volta ha lasciato intendere che se il Pd lunedì sarà il vincitore delle elezioni, e potrà formare un governo di centrosinistra, tra i primi impegni da realizzare metterà la riforma delle riforme appena approvate.

Né più né meno come fece Prodi nel 2006, quando subito si dedicò a cancellare la nuova legge sulle pensioni approvata dal centrodestra, vanificandone i vantaggi già acquisiti sul bilancio dello Stato e costringendo i tecnici, sei anni dopo, a prescrivere la cura da cavallo della riforma Fornero, con il conseguente problema degli esodati. D’altra parte, è evidente, allora come oggi, che il centrosinistra, se davvero riuscirà a vincere, lo farà con l’appoggio degli iscritti alla Cgil e con l’ipoteca dei suoi programmi. Sarà già una fortuna che Bersani, una volta approdato a Palazzo Chigi, non sia costretto a mettere in pratica il piano-lavoro della Camusso, che prevede 175 mila assunzioni di pubblici dipendenti con un aggravio di spesa per lo Stato di dieci miliardi di euro.

Così a sorpresa, accanto a Berlusconi che non perdeva occasione per attaccare il governo, dopo averlo sostenuto, e per rivolgere al suo successore ogni genere di apprezzamenti negativi, in queste settimane di campagna è spuntato Bersani. Con tutt’altro stile, e con la bonomia da padre di famiglia con cui si presenta davanti alle telecamere, il leader del centrosinistra e candidato alla presidenza del consiglio ha ripetuto senza sosta in tv la versione del Pd costretto a votare decreti sbagliati per la testardaggine di un premier che non voleva sentire storie. Gliel’abbiamo detto in tutte le salse che sbagliava, ma lui niente: così Bersani ha ricostruito tante volte i rapporti con il Professore nell’ultimo anno di governo. Lasciando intendere che se adesso toccherà a lui, la musica cambierà.

Ma l’aspetto più sorprendente della campagna è stato che subito, quasi fin dall’inizio, al coro dei suoi critici s’é unito lo stesso Monti. Una cosa del tutto inattesa e per certi versi inspiegabile. Perché il presidente del consiglio ha, sì, attaccato quotidianamente i leader del Pdl e del Pd, accusandoli di resistenze simmetriche all’azione riformatrice del governo. E tuttavia, invece di contrapporre alla sorda opposizione interna dei partner della «strana » maggioranza, quel poco o tanto di buono che era riuscito a portare a casa, risalendo la corrente contraria di una politica riottosa, Monti è apparso sovente e immotivatamente un severo critico di se stesso, e s’é rassegnato, con visibile sofferenza, a fare anche qualche limitata concessione al metodo delle promesse elettorali.

Come dice chi gli è stato vicino in queste settimane durissime, in cui il Professore, abituato a muoversi nella rigida cornice dei consensi internazionali, ha dovuto imparare l’arte del talk-show, forse non poteva fare altrimenti, una volta fatta la scelta di «salire » in politica e prendere partito. O forse no: il dubbio è legittimo. Se Monti fosse rimasto il Monti che avevamo conosciuto, se avesse rivendicato, contro tutto e contro tutti, il rigore delle sue scelte e il senso dei sacrifici imposti ai cittadini, e di quello suo personale, anche questa campagna così inutile e ripetitiva sarebbe stata diversa. Invece di star qui a compulsare, fino all’ultimo, le tabelle segrete dei sondaggi, saremmo andati a votare più tranquilli. Sapendo che alla fine, con qualsiasi risultato, il tecnico che aveva rappresentato la speranza e la riserva della Repubblica era ancora lì al suo posto, pronto a ricominciare il suo lavoro.


Il fallimento del neo-centrismo
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 23 febbraio 2013)

I sondaggi elettorali, sconosciuti per legge agli italiani ma perfettamente noti agli operatori dei mercati finanziari, fanno scendere le borse e salire lo spread. Perché rivelano ciò che gli italiani più accorti sanno anche senza il supporto del lavoro dei sondaggisti. Cioè che il voto di domenica servirà solo a produrre l’ingovernabilità del paese. Di qui la sfiducia dei mercati e la preoccupazione dei cittadini per un futuro, non lontano ma fin troppo prossimo, che si presenta segnato dalla facile previsione che il peggio della crisi non è alla spalle ma è ancora tutto da scoprire. L’ipotesi di dare stabilità al paese attraverso un nuovo governo di centro sinistra che è stata la stella polare seguita con testarda tenacia da Giorgio Napolitano, da Mario Monti e da Pierluigi Bersani fin dal momento della caduta dell’esecutivo di Silvio Berlusconi e della nascita del governo tecnico, si è dissolta come neve al sole. Può essere che il Pd e Sel conquistino la maggioranza alla Camera ma è sicuro che non riusciranno ad ottenere un analogo successo al Senato.

Ed è sempre più probabile che la lista civica dell’attuale presidente del Consiglio non riuscirà ad ottenere il numero di seggi a Palazzo Madama necessario ad assicurare una maggioranza non precaria all’alleanza tra la Smacchiatore di giaguari ed il Professore imbalsamato. Colpa di Monti e della sua dilettantesca campagna elettorale? Colpa di Napolitano e della sua pretesta di imporre il ritorno allo schema politico della Prima Repubblica? Colpa di Casini e di D’Alema, che su questa pretesa del Quirinale hanno impostato la loro unica strategia politica? È troppo presto per la ricerca delle responsabilità. Per il momento basta prendere atto del fallimento del disegno teso a far saltare il bipolarismo della Prima Repubblica per realizzare il ritorno alle tradizionali alleanze della Prima Repubblica. E registrare, prima ancora della certificazione definitiva dei dati elettorali, che tutto il complesso lavoro fatto per mandare al macero il bipolarismo ha prodotto la nascita del fenomeno dell’antipolitica come primo fattore innovativo di una Terza Repubblica tutta ancora da inventare.

Chi ragiona sempre sulla base dei vecchi schemi prevede ora che, svanita l’ipotesi del centro sinistra Monti-Bersani, le uniche possibilità di dare un governo al paese passino attraverso la formula della grande coalizione o quella dell’alleanza di sinistra tra Bersani, Ingroia e Grillo. Ma, a parte le difficoltà fin troppo evidenti di dare vita alla prima come alla seconda formula, chi ragiona con questo schema non tiene conto che il nuovo Parlamento sarà caratterizzato da un lato dalla massima concentrazione dei tradizionali professionisti della politica (i beneficati del Porcellum) e dall’altro dalla più incredibile ed inaspettata rappresentanza dei dilettanti della vita pubblica. Il nuovo Parlamento, in altri termini, sarà segnato da una spaccatura di natura antropologica mai registrata nella storia repubblicana. Da una parte figureranno tutti quelli che fanno politica per professione da sempre e dall’altra quelli che come unica esperienza politica hanno alle spalle i comitati No-Tav , i centri sociali o qualche altra esperienza di sola e semplice protesta. Bersani ed i suoi dirigenti sono convinti di aver facile gioco nel dividere, frantumare ed in definitiva gestire questa massa di dilettanti allo sbaraglio mandati in Parlamento da Grillo e dalla rabbia popolare. Ma s’illudono se pensano che un paese in crisi profonda possa essere governato in maniera continua e stabile con qualche Scilipoti alla rovescia. Per cui è bene incominciare a pensare fin da ora alle prossime elezioni. Ed alla necessità di una grande riforma. Non solo della legge elettorale ma soprattutto dei partiti tradizionali.


II parassita Bersani fa la crociata contro i miliardari. Ma è votato dai ricchi
di Maria Giovanna Maglie
(da “Libero”, 23 febbraio 2013)

Miliardario, dawero volete vo ­tare il miliardario, e fassista, quello è un fassista. Ce lo ricor ­deremo così Pier Luigi Bersani, comunque vada a finire e per quanto possa durare, come uno che rispolvera i vecchi epi ­teti, le formule dell’odio di classe, il mantra infame del de ­naro sterco del demonio, e lo fa con chiunque sia l’oggetto del suo odio,  il miliardario Silvio Berlu ­sconi, uomo nero del Pd, l’av ­versario storico da demonizza ­re. 0 il miliardario Beppe Gril ­lo, uomo nero celebrato dalla piazza della protesta e terrore dell’ultima settimana, il quale ha avuto facile gioco nel ri ­spondergli, da piazza San Gio ­vanni, che lui i soldi se li è gua ­dagnati e Bersani è «un paras ­sita ». Una volta che ha finito di dare la caccia leninista al fassi ­sta o al miliardario, dimenti ­cando opportunamente la tes ­sera numero uno del Pd al mi ­liardario Carlo De Benedetti, il candidato premier del Pd dà a tutti del bugiardo, soprattutto al Cav che promette la restitu ­zione dell’Imu; salvo poi parti ­re con una raffica di promesse completamente irreali e irrea ­listiche, diciamo pure delle balle, come quella sull’aboli ­zione del ticket sulle viste spe ­cialistiche, che equivarrebbe a immediato collasso dell’eco ­nomia.

Non basta, ripristinerà d’in ­canto le pensioni anticipate tutti, i cosiddetti “esodati”, in ­vestirà miliardi nella sanità e nella scuola pubblica, assume ­rò tutti i precari e concederà la cittadinanza a chi è nato in ter ­ra italiana. Nei ritagli di tempo riformerà i partiti in modo da vincere per sempre, abolirà la corruzione ed estirperà il con ­flitto d’interessi chiudendo Mediaset e magari dandole fuoco. Dimenticavo i matrimo ­ni degli omosessuali e la rifor ­ma del lavoro, che tanto la Ca- musso è lì che non ha niente da obiettare.

Bersani avrà anche vinto, gli auguro onestamente, le prima ­rie contro Matteo Renzi, ma è il politico più stanco, vecchio, di apparato, che si sia visto in molti anni. Ed è pure bugiardo, uno che fa sembrare il Cav prudente nelle promesse, oltre che un fenomeno di simpatia.

Cacciato da piazza San Gio ­vanni, ripete meccanicamente le sue frasi con i verbi insop ­portabilmente tronchi: «Lasciam stare perbacco: son fi ­glio di un meccanico non sono un miliardario ». Si, lasciamo (con la o finale) stare il trito ri ­corso alle origini e alla pecu ­nia, quando si fa campagna con gli amici e i compagni del mondo dello spettacolo e sono tutti rigorosamente ricchi o ricchissimi: le Ferilli, i Castellitto, i Zingaretti, i e le Marchini, i Chini, le Sandrelli, le Wetmul- ler, i Jovanotti, e via ancora con Giorgio Faletti, Alessandro Baricco, fino al redivivo Nanni Moretti, che vuole liberare gli italiani. Li vuole liberare tutti e sessanta milioni, nella certezza che se hanno votato diversa- mente è perché non capivano, erano degli ostaggi, aspettava ­no il bene supremo.

È per il bene supremo, che dalle parti delle cooperative rosse si ciuccia con il latte, che Bersani è seriamente interes ­sato ai parlamentari che il M5S di Grillo porterà alla Camera e al Senato. «Quando dico scouting dei parlamentari eletti con Grillo non intendo compravendita di parlamentari come ha fatto Berlusconi – ha spiega ­to il leader Pd ai microfoni di Uno Mattina – voglio dire che verificheremo se discuteranno dei problemi del Paese o aspet ­teranno gli ordini da fuori ». Capito? Compravendita nobi ­le, mica Scilipoti, inizia prima ancora dei risultati. Venghino compagni venghino, nelle braccia dei Giusti, liberi da «un miliardario che vuole costruire sulle macerie del Paese », per ­ché: «non stiamo parlando dei miliardari, a noi non interessa ­no i miliardari. Stiamo parlan ­do del ceto popolare ». Noi, ov ­vero Bersani e il suo partito ot ­tocentesco «Non si può accet ­tare l’uomo solo al Comando. Né in un paese, né in un par ­tito. Su questo non si scherza, perché c’è morta della gente ». Quando non sono miliardari sono fascisti, pardon fassisti.

Alla fine di questa ossessio ­ne, un po’ dal Cav un po’ da Grillo, accomunati nell’essere fassisti, populisti e miliardari, oltre che dall’avergli imballato la gioiosa macchina da guerra, la chicca finale del Bersani pensiero: «Noi siamo credibili, non abbiamo bisogno del ne ­mico, Berlusconi ha bisogno del nemico ». Chiamate un’am ­bulanza.


Re Giorgio dalla Merkel appena chiuse le urne: va a prendere ordini?
di Redazione
(da “Libero”, 23 febbraio 2013)

Dopo il novembre del 2011, a più riprese Silvio Berlusconi ha adombrato il sospetto di una cospirazione europea – orchestrata a colpi di spread – dietro alla caduta del suo governo. I “grandi protagonisti” del piano o presunto tale sono ormai arcinoti: l’Unione europea e le sue istituzioni, ma soprattutto la Germania di Angela Merkel, spalleggiata dall’italico Quirinale abitato da Giorgio Napolitano. Sono stati spesi fiumi di inchiostro sulle presunte telefonate tra Roma e Berlino in cui si discuteva di come detronizzare il Cavaliere; Libero ha dato conto dei documenti taroccati del Fmi. L’obiettivo, sempre lo stesso: gettare discredito sul governo di Berlusconi e accompagnarlo a una fine che si è poi rivelata traumatica. Il fine di tutto ciò, l’ingresso in scena di Mario Monti e del suo governo tecnico, un esecutivo fedele alle linea (europea), incarnazione dell’ortodossia continentale e pronto ad accondiscendere qualsivoglia desiderata di Berlino. Il conto lo stiamo pagando sulla nostra pelle: Imu, tasse, recessione, disoccupazione, sfiducia, l’ascesa di Beppe Grillo in un Paese allo sfascio e via dicendo.

Dopo 12 mesi… – Oggi però la parentesi tecnica è terminata. I partiti politici stanno per riconquistare il loro spazio (sensibilmente ridotto dall’esplosione del Movimento 5 Stelle). Le elezioni sono alle porte: l’Italia va al voto domenica e lunedì. Giorgio Napolitano è ancora al Quirinale: si tratta delle ultime settimane del suo settennato. Ancora in gioco c’è anche Mario Monti, sempre fedele alla linea eurotedesca, ma non più rigorosamente sull’attenti al cospetto di Re Giorgio. Già, il Professore ha deluso il compagno Napolitano: si è candidato per la premiership nonostante tutte le rassicurazioni fornite in precedenza. “No, non lo farò mai”, disse Monti nel giorno dell’insediamento, per poi ripetere il concetto a tutta Italia, ai leader della “strana maggioranza” e al Quirinale. Tutte balle. Monti è sceso in campo e in un nanosecondo è diventato più vecchio della vecchia politica. I suoi “cavalli?”. Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. Il Prof, che per Napolitano appena un anno fa era la più solida delle garanzie, si è trasformato in una scheggia impazzita. O meglio, “scheggina”: c’è chi dubita del fatto che possa entrare in Parlamento. Insomma, politicamente è evaporato. Come è evaporata la possibilità che Monti succeda al Colle proprio a Napolitano, una circostanza che Re Giorgio caldeggiava con tutto l’animo che aveva in corpo.

“Ai suoi comandi” – Lo scenario è cambiato. I personaggi evolvono. La politica sta faticosamente cercando di riprendersi la scena. Il Pd è favorito, Silvio Berlusconi è meno morto che mai e Monti si è messo ko da solo. Chi invece negli ultimi 12 mesi è rimasta uguale a se stessa, intransigente nelle sue posizioni da ultrà dell’austerity, è la Germania di Angela Merkel. La Cancelliera continua ad avere un peso predominante in Europa. Le parole e i diktat della signora hanno un significativo peso specifico, e il primo a voler prendere nota del verbo di Angela è ancora Giorgio Napolitano, pronto ad ascoltare i consigli interessati della Germania. Insomma, l’asse Roma-Berlino negli ultimi 12 mesi non si è incrinato. Almeno per quello che concerne due componenti: Napolitano e Merkel, appunto. E’ un caso, dunque, che il presidente della Repubblica italiana sarà in visita di Stato in Germania dal 26 febbraio al primo di marzo? Nel momento in cui in Italia si chiudono le urne, Re Giorgio prende un aereo e va a Berlino. E non si tratta di un viaggio programmato da tempo: è stato comunicato solo giovedì 21 febbraio. Napolitano dalla capitale tedesca osserverà l’esito delle elezioni. Poi prenderà altro tempo, altri giorni al fianco della Cancelliera. Probabilmente è un caso. Difficile però non lasciarsi suggestionare da un più che legittimo sospetto: Napolitano è andato a prendere qualche nuovo ordine dalla Merkel? Forse i due studieranno con attenzione il verdetto delle urne, con tutta probabilità nebuloso, indecifrabile. L’Italia potrebbe dover tornare subito alle urne, o peggio piegarsi a un nuovo governo di grande coalizione. Giorgio e Angela, come accadde ai tempi dell’ingresso in scena di Monti, forse vorranno tracciare insieme il migliore degli scenari per l’Italia (migliore per la Merkel e per l’Europa, però, e non per noi).


Maurizio Belpietro sul fallimento di Monti, qui.

Denis Verdini sul MPSiena, qui.

Sulla trattativa Stao – mafia, qui.

Dagoreport sulle prospettive del dopo voto, qui.

Dagoreport sul successo di Grillo, con il video integrale del suo discorso, qui.


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Bart