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I tifosi di Monti

30 Aprile 2012

Stanno assottigliandosi. Sembra che la percentuale di italiani che sono soddisfatti del governo Monti sia ormai ridotta intorno al 40%. Una vera discesa in picchiata, alla Robic, il corridore francese (soprannominato Testa di vetro) forse più veloce nel discendere le montagne del Tour.

Napolitano ne è preoccupato, come dimostrano i suoi ultimi interventi tesi ad arginare l’onda di protesta che sta salendo dal Paese. Il fallimento di Monti, infatti, sarebbe anche il fallimento della sua presidenza, finita con una serie di atti messi in campo nonostante che la Costituzione non li consenta.

La paura è cattiva consigliera, come si sa, e gli errori che il capo dello Stato va commettendo sono ormai numerosi, e se non fosse un ex comunista, e quindi in odore di santità per i fanatici del Pd, la sinistra ne avrebbe reclamato a gran voce le dimissioni, come fece, vergognosamente, per Leone e Cossiga, colpevoli di nulla, ma molto scomodi.

Di contro, sale la quotazione di Monti nei confronti di due editorialisti che scrivono su due giornali di centrodestra, quali Giuliano Ferrara per il Giornale e Giampaolo Pansa per Libero. I loro articoli di ieri (qui e qui) si configurano come un vero e proprio bastione eretto a difesa di Monti e del suo programma.

Sembra che siano andati a lezione da Pierferdinando Casini, visto che tra le righe fa capolino il desiderio di vedere, dopo le elezioni del 2013, la continuazione dell’esperienza del governo tecnico e della grande coalizione.

Che cosa li induca a sostenere questo disegno è un mistero.
Eppure hanno davanti agli occhi un Monti che è costretto a fare ripetute marce indietro per i vistosi errori commessi, hanno davanti un Paese finito in piena recessione destinata ad aggravarsi per provvedimenti che ormai anche i maggiori quotidiani finanziari internazionali giudicano sbagliati, hanno davanti agli occhi un Monti che promette la crescita e non riesce a trovare la leva che ingrani la marcia; eppure, nonostante ciò, Ferrara e Pansa innalzano solenni peana affinché tutti gli italiani si convincano che Monti è l’uomo giusto per toglierci dai guai.

Probabilmente, anzi sicuramente, i due famosi editorialisti (dei quali ho condiviso spesso il pensiero) vivono un’opulenza tale (come accade ai nostri politici) che non consente loro di avvertire la pesantezza della crisi quando si scarica tutta sulle classi più deboli, tra le quali va considerata ormai anche quella che un tempo era chiamata la classe media, ossia la classe degli impiegati, degli artigiani, dei commercianti, dei piccoli imprenditori.

Se una persona guadagna, mettiamo, 20 mila euro al mese, che cosa volete che sia per lui guadagnarne 18, anziché 20? Lo farà a malincuore, ovviamente, ma nella sua vita non cambierà nulla. E inoltre avrà tempo per rifarsi.

Invece chi ha uno stipendio fisso o un’entrata appena sufficiente ad arrivare alla fine del mese, non solo è costretto a tirare la cinghia, ma, per pagare le nuove tasse, si trova nella triste condizione di vendere parte dei beni rifugio di cui si era dotato per affrontare la vecchiaia.

Chi, ad esempio, oltre alla propria casa, ne ha comprata una seconda per beneficiare di una rendita, o per sistemarci i figli, quando avrà consumato il piccolo gruzzoletto messo da parte, avrà l’acqua alla gola e dovrà scegliere se rifiutare di pagare le tasse andando contro la legge, oppure vendere la sua casa, sia essa l’unica che possiede, o sia quella che acquistò per i figli.

Pansa e Ferrara non hanno certo di questi problemi, come non li ha Monti che, stando alle cronache, avrebbe acquistato proprio in questi giorni una bella villa sulle rive di non so che lago del nord Italia.

È sbagliato adottare provvedimenti di questa portata, quando niente si è fatto per ridurre gli sprechi della politica e dello Stato.

Numerosi articoli sono apparsi da mesi per denunciare l’enorme quantità di denaro che alimenta la spesa inutile e la spesa per i privilegi.
Eppure nulla si è fatto, o quello che si è fatto è solo un contentino che a nulla serve.

Monti avrebbe dovuto agire prima sulla spesa e sulla vendita di parte del patrimonio immobiliare dello Stato per rientrare dal debito, e solo dopo, chiamare al sacrificio gli italiani.
Invece ci troviamo nella situazione che la politica e lo Stato restano come sono, con i loro benefit, con i loro elefantiaci apparati, e a vendere per riuscire a campare e a pagare le tasse sono i cittadini.

A Ferrara e a Pansa un tale modo di procedere non dovrebbe piacere. E se non hanno nulla da dire, significa che sono lontani dalla gente, come è lontano Monti e come sono lontani i politici.

L’altro giorno un articolo di Vittorio Feltri avvertiva il governo di stare attento a ciò che può scatenarela Rete e la stampa.

Ma, dopo che ho constatato che Ferrara e Pansa sono ormai convinti sostenitori di questo governo, come lo sono gli editorialisti dei più importanti quotidiani, tendo ad escludere la stampa, per confidare nella Rete, una Rete che aiuti il formarsi di quell’ampio movimento di protesta che già il premio Nobel per la letteratura, José Saramago, descrisse nel suo Saggio sulla lucidità del 2004, e che la mia amica Daniela Toschi mi ha recentemente ricordato.

Saramago mette in risalto quanto una massiccia protesta nell’urna (qui si tratta di schede bianche) non sia affatto inutile, e possa invece innestare un processo di profonda trasformazione.

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Bart