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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (10)

30 Aprile 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Charlotte von Stein, severa e intransigente “compagna”

Con l’andare del tempo tuttavia il rapporto con la Charlottesi complica; la signora sembra bloccata e non riesce a risponde alle aspettative di Goethe, che comincerà a scriverle lettere nel contempo tenere e infuocate, nelle quali, senza mezzi termini, la prega di essere con lui più “generosa”. “Carissima, ieri sera mi son reso conto che non voglio vedere nient’altro al mondo se non i Vostri occhi, e che nulla più desidero di rimanere con Voi”. Frau von Stein sussulta, rabbrividisce, ma fa di tutto per controllare i bollenti spiriti del poeta; a frenarla soprattutto il fondato timore che la gente parlasse di quel rapporto ormai noto e quel “chiacchiericcio” mettesse in pericolo la sua consolidata reputazione. Il timore di essere oggetto di insinuazioni più o meno maliziose e di conseguenza sgradevoli per lei e soprattutto per il suo prestigio personale bloccava sul nascere ogni “tentazione”, ammesso che ci fosse… Nelle lettere si sforzava di essere refrattaria, razionale e soprattutto chiara: “Non posso vivere seguendo l’istinto, come fanno molti. Nell’oggetto che tanto mi attira, io cerco la completezza – più grande è, meglio è…”. La von Stein, cui Goethe non poteva risultare indifferente, si coccolava le sue lettere, sapeva senza ombra di dubbio di godere di una posizione particolare nel cuore del poeta, che oltre alle lettere, le dedicava tante poesie, rimaste tra l’altro inedite fino alla sua morte. La famosa “Warum gabst du uns die tiefen Blicke…” (Perché ci hai donato quegli sguardi profondi…), scritta nel 1776 e pubblicata solo nel 1848, si impone come una delle poesie più “platoniche” scritta da un poeta tedesco.

Perché ci hai donato quegli sguardi profondi,
in grado di vedere il nostro futuro impietosamente,
di non avere mai fiducia nei nostri felici presagi,
nel nostro amore, nella nostra felicità terrena?
Perché ci hai dato, Sorte, la possibilità,
di poterci guardare reciprocamente nel cuore,
in modo da intuire attraverso ogni strana sensazione
quello che era il nostro vero rapporto?

In questa poesia si parla dell’amore senza futuro. Nella prima delle cinque strofe c’è quasi un rimprovero alla “Sorte”, che, concedendo loro la possibilità di amarsi e comprendersi, li ha dotati di “sguardi profondi” capaci di penetrare nel futuro e di constatare amaramente che quello sarebbe stato un rapporto “infelice” perché destinato a rimanere incompiuto. C’è in essa un estremo, sofferto bisogno di purificazione e di chiarificazione, che è poi il bisogno di uscire dal “labirinto” in cui si era impantanato il suo cuore. Un invito quasi all’amore sororale, partendo dal presupposto che esisteva già con l’amata da tempo immemorabile un rapporto affettuoso e molto intimo come quello che di solito caratterizza i legami con “sorella o moglie”. Un rapporto puro e pieno, che era poi quello per certi versi voluto ed imposto dalla poco passionale Charlotte. Costretto ad accettare quei continui, ripetuti dinieghi, Goethe sembra ancora una volta piegarsi alla volontà del “destino”, pur non mancando di accennare anche ad una possibile rottura vista la netta chiusura della donna amata ad ogni tentativo di rendere il rapporto più “concreto”. Sempre nell’ottobre di quell’anno (1776) le invia una lettera in cui la paragona alla Madonna, ugualmente intoccabile, e conclude: “E dunque adieu, amore!”. Sul retro dello stesso foglio, Charlotte vergherà questi versi: “Se è sbagliato quel che provo / e se dovrò pagare per il desiderio che sì tanto covo, / la mia coscienza non me lo vuol rivelare; / o Cielo, distruggilo tu!, se di ciò mi si potrà accusare.” La dama di corte, con le sue antenne tipicamente femminili, sentiva che la sua stoica resistenza cominciava a vacillare e temeva soprattutto di “logorare” troppo il suo spasimante, col rischio concreto di perderlo. Tra l’altro, e questo era indubbio, Goethe, anche se le viene difficile ammetterlo apertamente, era riuscito a ridare un senso alle sue vuote giornate, nuovo impulso alla sua vita che minacciava di illanguidire… Nel marzo del 1781 il poeta fa recapitare alla von Stein una lettera in cui riassume i cinque anni della loro relazione e la esorta: “Continuate nella Vostra opera buona e lasciate pure a me ogni legacciolo d’amore: amicizia, necessità, passione e abitudine mi legano strettamente a Voi ogni giorno di più”. Poco prima aveva confessato a Lavater: “Anche il talismano di quel bell’amore con cui la St[ein] insaporisce la mia vita fa molto. Lei è diventata per me – via via – madre, sorella e amante, e il nostro legame è di quelli che si riscontrano nella natura”. Ma tante e inequivocabili sono le testimonianze che Goethe continua a dedicarle, di cui alcune veramente significative. Per esempio, quando viene accettato nella loggia massone “Anna Amalia” (1780) e gli vengono consegnati – secondo la procedura – due paia di guanti, uno per essere utilizzato durante i rituali e l’altro, come imponevano le rigide regole di quella società, da destinare alla donna “che più si ammirava”, Goethe pensa a Charlotte consegnandoglielo con la seguente dedica: “Questo è un piccolo, modesto regalo per Voi. Ma è un dono che ha un significato particolare, in quanto lo si può porgere a una sola donna e una volta sola nella vita.” A tratti si lamentava addirittura perché non ci fosse nessun “sacramento” fatto apposta per suggellare un legame del genere e attraverso cui poter pubblicamente dimostrare quanto fosse profondo il suo affetto per lei. Ma naturalmente la sua amica del cuore rimaneva vincolata al marito ed entrambi erano quindi costretti ad incontrarsi di nascosto, anche se Goethe non perdeva occasione di confermarle che era lei l’unica donna della sua vita. Ma spesso Charlotte era capricciosa, suscettibile, e, quando si sentiva offesa per qualche motivo, prendeva le distanze, scappava addirittura, costringendo il “povero” Wolfgang a rincorrerla, impegnando anche settimane per placarla, dopo averla subissata di lettere al limite dell’auto-umiliazione. Degna di nota la postilla con cui ha accompagnato la sua “Dedica”; la lettera è indirizzata alla Charlotte von Stein e porta la data dell’11 maggio 1784: “Tu ne prenderai quello che ti spetta; mi è stato assai caro dirti in questo modo quanto ti amo”. Dalla “Dedica”, portata a termine nell’agosto del 1784 durante un viaggio con il duca Carlo Augusto, estrapoliamo alcuni versi che testimoniano tra l’altro anche l’amore di Goethe per la natura:  

Dedica

“Venne il mattino; i suoi passi spaurirono
il lieve sonno che blando mi avvolgeva,
e mi svegliai. Dalla mia quieta baita
con nuova lena salii sulla montagna.
A ogni passo scoprivo con gioia
un fiore in boccio, colmo di rugiada;
meraviglioso il giorno si levava,
per ricrearmi tutto si ricreava.
…
Ed ecco che, trasportata da nuvole,
vidi librarsi una donna divina.
Immagine più bella mai m’apparve!
Sempre librata, si fermò a guardarmi.
Non mi conosci?
Chiese la sua bocca
con l’accento più fido e più amorevole.
Non riconosci chi nelle ferite
della vita ti versò puro balsamo?
Sì, mi conosci, a me il tuo cuore ardente
si legò sempre più, con patto eterno:
non ti vidi ragazzo, a me anelare
col più sofferto struggersi del cuore?

Si! Esclamai felice, prosternandomi a lei,
tu sei un antico sentimento.
Tu acquetasti le mie giovani membra
in preda alla passione furibonda;
nei giorni torridi, con penne celesti
soave rinfrescasti la mia fronte:
m’hai dato i più bei doni della terra;
voglio che tu sia sola a darmi gioia!
…
Mentre parlavo la celeste forma
mi guardava con pietosa indulgenza;
negli occhi suoi mi potevo rileggere
azioni giuste ed errori commessi.
Ella sorrise, e io mi sentii rinascere,
con l’animo proteso a nuove gioie:
con fervida fiducia potevo adesso
avvicinarmi e guardarla da presso.
Conosco te e le tue debolezze,
e il bene che in te vive, che in te arde!
– così disse, così l’udrò per sempre – Prendi ora quello che ti destinai da tempo!
All’eletto che placato nell’anima
lo riceve, nulla potrà mancare:
tessuto di vapori d’alba e solare chiarità,
il velo della Poesia per mano della Verità.

La poesia, collocata in origine come prologo al poemetto “Die Geheimnisse” (I misteri), rimasto come tanti incompiuto, venne poi utilizzata come introduzione alle opere complete. Già il titolo dà spazio a tutta una serie di interpretazioni e potrebbe anche alludere a quei misteri di cui è piena la vita stessa di Goethe. Una poesia dai toni tipicamente romantici con quello scoppio di primavera rigeneratrice che coinvolge tutto, stupendamente riepilogato da quel “fiore in boccio, colmo di rugiada”. Quell’immagine di donna “divina”- che sottintende la poesia e la verità – potrebbe anche riferirsi alla donna del cuore, una donna che ha lineamenti concreti, dato che sarebbe stata proprio lei a versare balsamo nelle ferite della sua vita. Allusioni queste che si fanno sempre più precise con quella dolente confessione di “un ragazzo che anela a lei col più sofferto struggersi del cuore”. La parola “ragazzo” (Knabe) in questo contesto potrebbe alludere ad una marcata differenza d’età, la qualcosa conforterebbe la tesi che la “Zueignung” (Dedica) stessa potrebbe essere stata dedicata sia alla Charlotte von Stein, che alla stessa Duchessa Anna Amalia, tesi avanzata recentemente da uno studioso di Weimar e su cui avremo modo di ritornare… Tra l’altro il riferimento preciso “tu sei un antico sentimento” sta lì a suggellare che si trattava di una relazione maturata nel tempo; una relazione a cui si doveva un’azione salvifica: “Tu acquetasti le mie giovani membra in preda alla passione furibonda”. Azione per così dire completata da un quotidiano, incessante prendersi cura della persona amata – “ nei giorni torridi, con penne celesti soave rinfrescasti la mia fronte” –. Piccoli atti d’amore che non potevano essere confutati e che troveranno la loro consacrazione in un’ammissione che non consentiva dubbi: “m’hai dato i più bei doni della terra; voglio che tu sia sola a darmi gioia!”. A rimarcare poi quell’intimità esistente ci sarà un’ulteriore testimonianza, che suffraga quella unione di anime, frutto di una profonda quanto unica affinità spirituale: “Conosco te e le tue debolezze, e il bene che in te vive, che in te arde!”. All’interlocutrice ideale un invito conclusivo e una promessa che ha il sapore della definitiva consacrazione:“ Prendi ora quello che ti destinai da tempo! All’eletto che placato nell’anima lo riceve, nulla potrà mancare: tessuto di vapori d’alba e solare chiarità, il velo della Poesia per mano della Verità”. Per alcuni critici questa poesia rappresenta l’ingresso in quella seconda fase della carriera poetica goethiana, che, messe le sue radici a Weimar, supererà di lì a poco in Italia la sua prova del fuoco e troverà subito dopo nel sodalizio con Schiller il suo coronamento. L’apparizione della “Verità” al poeta sperduto nella nebbia ribadisce per certi versi la sconfessione di quell’orgoglio intellettuale che aveva caratterizzato il Goethe “Titano” e “superuomo” del periodo stürmeriano. La poesia tra l’altro si colloca in un periodo in cui si manifestano i primi segnali di “crisi” nel rapporto molto travagliato con la Charlotte von Stein, che troverà una temporanea pausa di riflessione grazie all’improvviso quanto misterioso viaggio che Goethe intraprenderà di lì a poco e in gran segreto verso l’agognata Italia. Prende così corpo quella che può essere definita come una reazione di insofferenza ad un rapporto ormai di pubblico dominio nella quieta Weimar di fine Settecento. Per la piccola anche se elitaria società del Ducato i due costituivano una coppia di fatto, capace addirittura di attrarre i frequenti visitatori, che oltre al “poeta” volevano conoscere anche la sua compagna. Charlotte tuttavia con quella sensibilità tipica delle donne sentiva che continuare ad imporre ad oltranza la sua tenace resistenza ai tentativi di avere rapporti più “concreti”, avrebbe potuto diventare esiziale per lo stesso rapporto. Ormai erano chiari e inequivocabili i segni di insofferenza di cui era spesso preda Goethe “condannato” tra l’altro in una cittadina, Weimar, che cominciava a stargli sempre più stretta. Se a questo si aggiunge un certo raffreddamento nei rapporti personali con lo stesso Duca – in quindici anni anche le relazioni più consolidate possono conoscere periodi di stanchezza e di logoramento – il tutto aggravato da un senso di comprensibile avvilimento per un uomo di lettere costretto a misurarsi quotidianamente con concreti problemi “amministrativi”, si capisce come Goethe cercasse di scrollarsi di dosso quelle innaturali briglie. Così all’improvviso ed in gran segreto – anche questo uno dei tanti “Geheimnisse”… – ecco maturare una decisione inaspettata: Goethe intraprende nell’estate 1786 – senza dirlo a nessuno e addirittura sotto falso nome (Philippe Möller) – il tanto agognato viaggio verso l’Italia, irresistibilmente attirato da Roma e dal suo prestigioso passato. Sarà una fuga dai suoi doveri come ministro, ma anche – e non sarebbe la prima volta – da una donna. Nel caso specifico – per citare il grande germanista Ladislao Mittner – “fu anche e soprattutto lo scoppio violento della vitalità mortificata dalla passione estenuante per una donna intimamente frigida” –; per certi aspetti un modo per liberarsi da Charlotte von Stein, che da più di un decennio “giocava” con lui come il gatto col topo. Tuttavia l’affetto per la matura compagna non poteva essere cancellato tutto d’un tratto e la “fatale” attrazione continuava imperterrita, confortata da varie lettere che testimoniano anche dall’Italia la sua dipendenza dalla “sacerdotessa” di Weimar. Semplicemente tenera quella scritta il 27 settembre 1786: “come sempre, mia amata, quando risuona l’Ave Maria della sera il mio pensiero si volge a te: anche se non mi è lecito esprimermi così, poiché esso è con te tutto il giorno. Ah se sapessimo bene tutto quello che ci unisce quando siamo insieme!”. Ancora più esplicita una lettera scritta alcuni mesi dopo – il 21 febbraio 1787 -: “… A te sono unito con tutte le fibre del mio essere. Orribili sono i ricordi che spesso mi straziano. Ah, cara Lotte, tu non sai quanta violenza io mi sia fatto e mi faccia, non sai che il pensiero di non possederti, per quanto lo giri e rigiri e lo torni a girare, è quello che in fondo mi sfinisce e mi logora. Posso dare al mio amore per te le forme che voglio, sempre, sempre… Scusami se ancora una volta ripeto ciò che da tanto tempo tace chiuso in me”. Alla von Stein tra l’altro si ispirerà nel dare corpo alla sua “Ifigenia”, dramma iniziato a Weimar e rappresentato nel teatro della stessa cittadina nel 1779. Durante il suo viaggio in Italia anche l’Ifigenia in Tauride” faceva parte del bagaglio di opere che s’era portato dietro e che pensava di portare a termine. Questa tragedia, originariamente scritta in prosa, fu trasformata proprio durante quel viaggio in versi. L’opera riflette tutti i principi della “Schöne Seele“, cioè dell’anima bella, cardine del teatro del classicismo di Weimar, presente tra l’altro in molti drammi di Friedrich Schiller. La vicenda ripercorre quella classica immortalata da Euripide nella sua “Ifigenia in Tauride”, ma con alcune sostanziali differenze. L’Ifigenia goethiana infatti non amava i compromessi e per questo aveva deciso di confessare il suo progetto di fuga al re Toante, cui era legata da immensa gratitudine. Era infatti giunta in Tauride assieme al fratello Oreste, in preda alla follia per aver ucciso la madre Clitemnestra. Oreste il suo amico e compagno di viaggio Pilade avevano come obiettivo quello di liberare, rapendola, Ifigenia, come era stato vaticinato da un oracolo di Apollo. Una volta che Oreste rinsavirà, in seguito ad un colloquio con Ifigenia, comprenderà che la sorella da rapire non è quella di Apollo, cioè la statua di Diana, bensì sua sorella Ifigenia. Ma Ifigenia si opporrà a questo disegno e rifiuterà di ingannare il re, innamorato di lei, e gli riferirà il loro progetto. Colpito dall’onestà della fanciulla e dalla rivelazione che Oreste era suo fratello, il re li lascerà a questo punto tornare in patria. L’Ifigenia rappresenta il nuovo ideale goethiano di umanità “contenuta”, accompagnata dal riconoscimento che la limitazione e la rinuncia – in questo caso rappresentata dalla morale – sono anche esse un fenomeno della vita. Questo dramma, in cui aleggia la personalità di Charlotte, verrà da molti considerato come l’opera più perfetta di Goethe e di tutta la letteratura tedesca.

A questo punto, per dovere di completezza a questa informativa sui rapporti tra Goethe e Charlotte von Stein, ci sembra oltremodo doveroso citare un articolo apparso alcuni anni fa (2007) su una rivista letteraria tedesca “die Drei” e redatto da Stephan Stockmar. Questo studioso si rifà alle tesi di un giurista siciliano, Ettore Ghibellino, contenuta nel libro “J. W. Goethe und Anna Amalia. Eine verbotene Liebe?” (J. W. Goethe und Anna Amalia. Un amore vietato?) pubblicato nel febbraio del 2003 dalla A. J. Denkena Verlag, di Weimar. Questo ricercatore, residente dal 2001 aWeimar, si è dedicato totalmente alla “riscoperta” del vero Goethe e ha proposto un’ipotesi rivoluzionaria, suffragata da un’attenta lettura di carteggi e di confronti a specchio dell’immensa memorialistica dell’epoca. A Weimar Goethe rimase per amore; per amore della duchessa Anna Amalia, vedova già a soli diciotto anni, donna straordinaria di cultura e di spirito, che mise le fondamenta per la trasformazione di quella piccola città in uno dei centri culturali simbolo della cultura della modernità. Un amore proibito perché a quei tempi era impensabile che uno scrittore, un avvocato borghese, potesse mai ambire pubblicamente ai favori di una sovrana. La conclusione a cui giunge Ghibellino è che il rapporto tra Goethe e la von Stein sarebbe stato “fittizio”, una amore-schermo, intrapreso e portato avanti solo per “coprire” quello vero; e cioè l’amore, tra l’altro corrisposto, tra Goethe e la duchessa madre Anna Amalia, appartenente alla nobile casata Braunschweig-Wolfenbüttel e nipote di Federico il Grande. Questa relazione, per una più che comprensibile “ragione di stato”, non poteva essere resa pubblica. Secondo questa tesi, suffragata da una serie di indizi, Charlotte, dama di compagnia della duchessa, si assunse il compito della copertura e pertanto le 1600 lettere a lei indirizzate sarebbero in verità state “pensate” per Anna Amalia. Quest’ultima tra l’altro divenne la vera figura di riferimento delle “donne” immortalate nelle sue opere, sia in quelle portate a termine, come il “Tasso” e “l’Ifigenia”, completate proprio durante il suo viaggio in Italia, o in quella solo ipotizzata come “Nausicaa”. Proprio nella vicenda del “Tasso”, che vede coinvolte la principessa Eleonora d’Este, sorella di Alfonso, Duca di Ferrara, e Eleonora Sanvitale, Contessa di Scandiano, alcuni hanno visto la trasposizione della “storia” di Anna Amalia e della Charlotte von Stein. La fuga improvvisa del settembre 1786 da Karlsbad verso l’Italia, sui cui veri motivi non ci sono che supposizioni, sarebbe diventata necessaria perché la relazione tra il poeta e la duchessa sembrava sul punto di diventare di pubblico dominio con conseguenze facilmente immaginabili. Per un momento Goethe avrebbe addirittura pensato di “emigrare” con Anna Amalia in America. In quella situazione senza vie d’uscita, Goethe, dopo undici anni di amore segreto, sarebbe letteralmente “fuggito” in Italia, con destinazione a Roma, dove nel 1787 avrebbe conosciuto Faustina, una giovane vedova romana, che gli dischiuse quell’esperienza dei sensi che lui cantò entusiasta nelle Elegie Romane (titolo originario: Erotica Romana). Tornato a Weimar dopo due anni, sarebbe stato il duca in persona, Carlo Augusto, a dettare le condizioni per una sua riammissione a corte, “costringendolo” a trovare una relazione stabile e più o meno ufficiale, per rimuovere ogni sospetto e far sparire ogni traccia di quello che sarebbe potuto diventare un vero e proprio scandalo. In questo quadro si capisce quindi l’affrettata unione con la Christiane Vulpius, “il tesoro dell’alcova” – come la presentò alla madre -, sposata poi solo il 19 ottobre 1806 per legittimare il suo figliolo, Augusto, nato nel Natale del 1789. La Duchessaera troppo saggia per non capire e si arrese con indulgente rassegnazione… Goethe l’avrebbe accompagnata ancora a Venezia, ma il suo secondo viaggio in Italia doveva rivelarsi una delusione: a prevalere sarebbe stata la nostalgia per la sua compagna di allora, Christiane Vulpius. Nonostante tutto l’irrequieto poeta si sarebbe sentito legato per tutta la vita alla Duchessa, considerandosi vero “vedovo” alla sua morte avvenuta il 10 aprile 1807. Ettore Ghibellino per rafforzare la sua tesi, a dire il vero fortemente contestata nel corso del Simposio “Anna Amalia & Goethe” tenutosi a Weimar il 31 marzo 2007, non potendo contare su fonti concrete (le lettere di Anna Amalia che Goethe aveva fatto catalogare nel 1828 dal cancelliere Müller risultano fino ad oggi “scomparse”) ricorre ad alcune lettere dell’epoca scritte da personaggi molto vicini alla Duchessa, come quella della contessa Görtz scritta al marito “Maman (Anna Amalia) è col genio par excellence un cuore e un’anima e cattive lingue ne parlano, che, nonostante il suo freddo comportamento in pubblico, egli si tenga lontano quasi ad ogni cena…”. Oppure cita i ricordi della contessa von Egloffstein: “bisogna ammirare la maestria, con cui questa donna (Charlotte von Stein) ha saputo portare avanti il suo gioco artificioso, riuscendo ad essere ritenuta anche in anni tardi l’amante di Goethe”. In un colloquio con Eckermann del 7.10.1827, sempre citato dal Ghibellino, lo stesso Goethe sembra fare riferimento alla sua “storia” con Anna Amalia. D’altro canto a venire incontro alle sue tesi è l’indubbio dato di fatto che una relazione Goethe/Charlotte von Stein contiene non pochi dubbi e genera molti interrogativi, come quello della presunta “frustrazione” sessuale provocata al poeta dai reiterati rifiuti dell’amica del cuore, con la quale, ignara di lingue, avrebbe intrattenuto più o meno profonde discussioni e scambi di vedute su opere redatte in lingua latina o italiana. Mentre una interlocutrice credibile per queste relazioni culturali sarebbe stata Anna Amalia, proveniente dalla nobile casa Braunschweig-Wolfenbüttel e cresciuta nell’ambiente della famosa biblioteca del Duca August.La Duchessa, in possesso di notevoli quanto rilevanti doti spirituali e artistiche, che costituivano la base della sua formazione, era nota per i suoi poliedrici interessi. Ella infatti – oltre a suonare quattro strumenti – era una compositrice e in particolare aveva musicato l’opera di Goethe “Erwin e Elmire”, dipingeva e aveva effettuato molte traduzioni da lingue diverse. La sua figura di donna “impegnata”, in contatto con molti poeti e uomini di cultura, tra cui i cosiddetti “Quattro di Weimar”, Goethe, Wieland, Schiller e Herder, si prestava meglio di qualunque altra ad essere consigliera e interlocutrice attiva di molta della produzione letteraria di Goethe durante il suo soggiorno weimeriano.


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Bart