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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il bersaglio immobile

28 Marzo 2013

di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera2; 28 marzo 2013)

Ho fatto un sogno. Bersani torna al Colle (meglio tardi che mai) e ci torna a mani vuote. Senza un «sostegno parlamentare certo » al proprio tentativo, come gli aveva invece chiesto il presidente. Sicché quest’ultimo lo accompagna alla porta, sia pure con rammarico; e si prepara a sparare un secondo colpo di fucile. Subito, perché di gran consulti ne abbiamo visti troppi, e perché di tempo non ce n’è. Dunque Napolitano individua un nuovo vate, ma nel mio sogno pure lui incespica sui veti, pure lui torna al Quirinale senza voti.

Perciò arriviamo più o meno al 5 aprile, quando mancano quaranta giorni all’insediamento del prossimo capo dello Stato. Ma intanto il vecchio presidente non ha più cartucce da sparare, né tantomeno può usare l’arma atomica, lo scioglimento anticipato delle Camere. Non può perché è in semestre bianco; il colpo di grazia, semmai, spetterà al suo successore. E nel frattempo? Stallo totale, blocco senza vie di sblocco. I partiti si danno addosso l’uno all’altro, mentre i mercati infuriano, le cancellerie s’allertano, le imprese fuggono, i disoccupati crescono, le piazze rumoreggiano. L’Italia si trasforma in un bersaglio mobile (anzi no, immobile). Il mio sogno si trasforma in incubo.

No, quaranta giorni così non li possiamo proprio vivere. Sarebbe da pazzi, un suicidio nazionale. Ma sta di fatto che il seme della follia ha ormai attecchito nella nostra vita pubblica. Il Pdl accetta patti col Pd se quest’ultimo patteggia il Quirinale: lo scambio dei presidenti. A sua volta, Bersani inaugura una singolare forma di consultazioni: le consultazioni al singolare. Ossia con singoli individui (Saviano, Ciotti, De Rita), oltre che con il Club alpino e il Wwf. Nel frattempo il suo partito discetta sull’ineleggibilità di un uomo politico (Silvio Berlusconi) già eletto per sei volte. La minuscola pattuglia di Monti viene dilaniata da lotte intestine: la scissione dell’atomo. Il Movimento 5 Stelle disdegna tutti i partiti rappresentati in Parlamento: l’onanismo democratico. E per sovrapprezzo il ministro dimissionario d’un governo dimissionario (Terzi) si dimette in diretta tv: le dimissioni al cubo.

Come ci siamo ridotti in questa condizione? Quale dottor Stranamore ha brevettato il virus che ci sta contagiando? Perché il guaio non è più tanto d’essere un Paese acefalo, senza un governo sulla testa. No, la nostra disgrazia è d’aver perso la testa, letteralmente. Stiamo in guardia: come diceva Euripide, «quelli che Dio vuole distruggere, prima li fa impazzire ». Eppure in Italia non mancano intelligenze né eccellenze. C’è un sentimento d’appartenenza nazionale che non vibra unicamente quando gioca la Nazionale. C’è una domanda di governo che sale da tutti i cittadini. E a leggere i programmi dei partiti, i punti di consenso superano di gran lunga quelli di dissenso, come la legge sul conflitto d’interessi: sicché basterebbe lasciarla in quarantena per un altro po’ di tempo, in fondo la aspettiamo da vent’anni.

Una cosa, però, dovrebbe essere chiara. Se fallisce il governo dei partiti (quello incarnato da Bersani), c’è spazio solo per un governo del presidente, votato in Parlamento ma sostenuto dall’autorità di Giorgio Napolitano. Anche se quest’ultimo a breve lascerà il suo incarico, anche a costo di sperimentare l’ennesima anomalia istituzionale: il governo dell’ex presidente.


“Troppi insulti, la politica impari dal Papa e Grillo cambi registro”
di Adriano Celentano
(da “la Repubblica”, 28 marzo 2013)

CARO Direttore, se il Papa dovesse scrivere una lettera a Grillo e a Bersani, immagino che le parole sarebbero più o meno queste: “Cari fratelli, amate i vostri nemici, almeno in quei TRE punti di governo che piacciono a Grillo e sui quali entrambi siete d’accordo per la fiducia. Tralasciate, per ora, i punti che vi separano a causa dei quali il governo potrebbe cadere ancora prima di nascere. Non c’è “Amore” più grande di due nemici che, per il bene del popolo italiano, decidessero di incontrarsi sulla via di Damasco. Abbandonate quindi i rancori, anche se motivati, verso quei politici che secondo voi hanno sbagliato, affinché il vostro comportamento sia di sprone per la loro purificazione”.

Questo direbbe il Papa e ne sono certo, altrimenti non avrebbe scelto quel nome così singolare di cui oggi la Terra ha tanto bisogno. Una Terra arida dal respiro ormai flebile, in cui sono sempre di più le famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. I poveri, deboli e affamati, escono allo scoperto in cerca di qualche avanzo fra le montagne di rifiuti maleodoranti accatastati sulle strade. E il mondo politico invece? Quello che conta (giornalisti, mercanti, edicolanti e conduttori) di cosa parla? Di emergenza? Si un po’… ma più che altro di come sminuire, per esempio, l’ascesa di Pietro Grasso alla presidenza del Senato. La prima cosa che hanno fatto, sia lui che la Boldrini, (seguendo l’input di Grillo) si sono dimezzati lo stipendio. Ma pare che neanche questo sia bastato a fermare la lingua
del “Marco Quotidiano” a “Servizio pubblico”. Perchè lasciare intatta la credibilità del nuovo presidente del Senato, “potrebbe fare qualcosa di buono e dopo noi ci intristiamo” deve aver pensato Travaglio. Pensieri di questo tipo hanno l’unico scopo di appesantire l’aria, mentre invece dovremmo orientare la luce del sole ovunque spuntano, anche se piccoli, i segni del cambiamento.

Ma questa non è che una delle tante inquadrature della politica italiana ben al di fuori di quell’Amore universale di cui parla il Papa, che come in un film, tutt’altro che di successo, si susseguono una dopo l’altra sul viale delle “STRONZATE”. Come quella di Flores d’Arcais e il suo appello all’ineleggibilità di Berlusconi. Una cazzata non soltanto fuori luogo ma decisamente fuori “TEMPO musicale”. Se Berlusconi, che tutti davano per finito, compreso me, non avesse preso quei 10 milioni di voti e fosse crollato, mi domando se a Flores d’Arcais gli sarebbe venuta lo stesso la fulminante idea da “meschina campagna elettorale”. Che a quel punto, con un Berlusconi finito sarebbe stato giusto, poiché si invocava una legge che da quel momento in poi era per tutti e non solo per sbarazzarsi del vincitore. Ma adesso no d’Arcais. Adesso è solo una scorrettezza elettorale.

E la cosa che più mi dispiace è che anche il M5S e il PD incorrono nello stesso errore. Cambiamento significa prima di tutto ELEGANZA. E’ chiaro che prima o poi bisognerà farla questa legge, che a quanto pare esiste dal ‘57 e la si dovrà rendere ancora più rigorosa e senza sconti per nessuno. Inoltre chi avrà pendenze con la giustizia non potrà essere eletto. Ma prima è necessario azzerare il passato. In tutti i settori anche nel campo della giustizia, naturalmente escluse ogni tipo di agevolazioni per i criminali. Insomma bisogna ricominciare da capo, e se occorre con pene anche più dure. Non come adesso, che basta un po’ di buona condotta e l’ASSASSINO esce bel fresco e riposato dopo solo pochi anni di galera. Un azzeramento di questo tipo avrebbe un duplice scopo: perdonare chi ha sbagliato e nello stesso tempo mettere in serio allarme coloro che dall’azzeramento in poi si azzarderebbero a fare i FURBI.

Ma oggi c’è molto di sbagliato. Si danno cinque anni alle bravate di Fabrizio Corona mentre chi ha ucciso e commesso stragi, solo qualche anno in più. Due sono le cose: o Corona esce dal carcere o a chi uccide, bisogna dare almeno 200 anni di prigione. Ma questa è solo un’altra delle brutte “inquadrature”. Per cui torniamo alla precedente: siamo di nuovo a “Servizio pubblico”. Sul primo piano del “Marco Quotidiano” arriva la telefonata di Grasso. La voce è gentile, nonostante Santoro non sia affatto ospitale, sbrigativo nei modi e piuttosto antipatico col nuovo presidente del Senato, il quale a differenza sua, sempre con gentilezza, non chiedeva altro che un confronto con chi l’aveva attaccato. Il confronto non c’è stato, ma il problema è un altro: mi domando, e qui mi rivolgo a Travaglio (persona con cui più di una volta non ho potuto fare a meno di complimentarmi per ciò che di giusto scriveva) se non era il caso in questo momento così delicato per il Paese di soprassedere e non spezzare sul nascere quel filo di speranza sull’inaspettata promozione di Grasso, che per quanto conosciuto in altre mansioni e a quanto pare svolte con successo, è pur sempre un volto nuovo nell’ambito politico, come ancora più nuovo lo è quello dell’eccellente Boldrini che con la politica non ha mai avuto niente a che fare.

Ma l’inquadratura torna a ricambiare e stavolta è sui capogruppo del MS5 Crimi-Lombardo i quali mi hanno sorpreso per il garbo che hanno avuto nel colloquio con Bersani. Eravamo abituati a ben altri termini: “i giornalisti mi stanno sul cazzo” oppure “sono degli spalamerda” o battute fuori luogo sul Presidente Napolitano. “Se le fa Grillo”, avranno pensato, “le possiamo fare anche noi”, solo che loro non sono Grillo. E dopo la trionfale scalata elettorale lui può anche permettersi di scrivere sul suo blog: “schizzi di merda digitale”. Però attento amico parlante! Lo sai che io ti voglio bene e sono orgoglioso per quello che sei riuscito a fare. Ma mi preoccupa il fatto che se non cambi marcia e aspetti ancora ad innescare quella del vero STATISTA anche se comico (una virtù che manca ai politici) ho paura che il motore si imballi… e questo sarebbe un vero peccato. Praticamente tu spingi Bersani ad allearsi con Berlusconi. Hai mai pensato ai vari risvolti di una così curiosa alleanza?…

Tutti e due, per come li hai ridotti, sarebbero costretti a venirsi incontro, anche se nell’animo di entrambi auspica l’idea di tornare il più presto possibile felici e separati più di prima. Ma nel frattempo ci sarà una gara a chi dei due lavorerà meglio per il bene degli italiani. Se ciò avvenisse è chiaro che il merito sarà ancora tuo. Ma se poi questi due si divertono a stare insieme? Perchè magari gli italiani sono contenti di come hanno governato… E allora la strana alleanza che doveva durare solo il tempo di una o due riforme, potrebbe protrarsi e durare magari qualche anno, o addirittura cinque di anni… E poi?… Tu dirai si ritorna alle elezioni, ma se poi questi due e anche il resto dei partiti non fanno più tutti quegli sbagli che hanno fatto fino adesso?


Bersani umiliato come Fantozzi
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 28 marzo 2013)

L’incontro ravvicinato con la politica fa venire i brividi. La realtà supera i resoconti dei giornalisti, sempre troppo buoni quando stendono le loro cronache.
I protagonisti del Palazzo non sono watussi, ma pigmei. Lo abbiamo scoperto grazie allo streaming, specchio della verità, che ieri ci ha consentito di seguire in diretta l’incontro storico fra Pier Luigi Bersani, nominato esploratore (non premier) da Giorgio Napolitano, e i due Ufo del Movimento 5 Stelle: Roberta Lombardi e Vito Crimi, capigruppo alla Camera e al Senato.
Uno spettacolo inedito. Un conto è vedere il segretario del Pd che, sicuro di sé, incline alle metafore rurali, pronto alle battute salaci, carico di ottimismo, arringa dalla tribuna il popolo ex comunista; un altro conto è assistere alla sua esibizione da cagnolino bastonato davanti a due grillini esordienti parlamentari. Una differenza abissale, come dal giorno alla notte. Intento a convincere gli interlocutori della necessità del loro appoggio per varare il governo di sinistra, Bersani sembrava Paolo Villaggio nei panni del ragionier Fantozzi.

Faceva pena, Pier Luigi. Parlava, parlava, impegnandosi al massimo per essere persuasivo; ma più parole gli uscivano dalla bocca e meno persuaso della bontà di ciò che diceva era lui stesso. Cercava disperatamente di trovare vocaboli acconci per conferire forza ai propri argomenti, ma proseguendo nel discorso si accorgeva di dare soltanto aria ai denti. I due capigruppo pentastellati ascoltavano aspettando con impazienza dissimulata che Bersani terminasse il suo fervorino. Ma egli continuava a rielaborare il medesimo concetto con asfissiante ripetitività. Intuiva che il momento era decisivo, che non poteva perdere l’occasione di vincere la partita, però gli mancava l’energia per piegare la resistenza sorniona della controparte.
Alla fine, esausto e rassegnato, si è rimesso al giudizio scontato di Roberta Lombardi e Vito Crimi: no su tutti i fronti, nessuna apertura. Essi non hanno avuto il coraggio di assumere un tono aggressivo nell’esprimere un rifiuto netto ai corteggiamenti supplichevoli di cui erano stati oggetto; affettando cortesia, con un sorriso malizioso hanno troncato il dialogo dopo avere precisato che M5S non intende collaborare coi barbogi della partitocrazia.

Il volto cupo di Bersani suscitava tristezza. Eravamo imbarazzati al posto suo per il grado di prostrazione in cui era sprofondato. Mai avremmo immaginato che il leader del Pd potesse umiliarsi tanto nel tentativo, vano, di strappare un sì a chi da un mese va in giro a strombazzare che mai e poi mai si accompagnerà con gli zombie.
Diciamolo con franchezza: chi glielo ha fatto fare a Pier Luigi di porsi nella condizione di venire respinto in quel modo, pur essendo al corrente degli umori serpeggianti nel club del comico ligure? A un politico della sua esperienza conveniva evitare di farsi riprendere in ginocchio, e con le dita fantozzianamente intrecciate, al cospetto di due parvenu, eletti capigruppo per grazia ricevuta.
Non fosse bastato lo scorno subito pubblicamente durante l’incontro in streaming, Bersani si è beccato più tardi gli insulti di Beppe Grillo che, sul proprio blog, ha dato la stura al tipico bagaglio di contumelie per strapazzare non soltanto il segretario che ha l’ambizione di diventare premier, ma chiunque negli ultimi vent’anni abbia menato le danze nel Palazzo e dintorni: Berlusconi, Cicchitto, D’Alema e Monti, definiti gentilmente «padri puttanieri », uomini colpevoli di avere rapinato del futuro le nuove generazioni, di avere governato a lungo, curato i loro interessi, smembrato il tessuto industriale, tagliato lo Stato sociale, distrutto l’innovazione.
Opinioni. Che non ci sorprendono. Ci inquieta, invece, che Bersani abbia avuto l’idea – per fortuna bocciata – di associarsi a Grillo allo scopo di risolvere i problemi italiani, scartando a priori l’ipotesi del governissimo, l’unica realizzabile nonostante tutto. Risultato: addio, Pier Luigi, alla prossima.

Adesso tocca a qualcuno più provveduto di lui provare ad assemblare una maggioranza capace di tamponare l’emorragia di fiducia nelle istituzioni. Difficile, non impossibile. Male che vada, si voterà di nuovo. Meglio alle urne che ai piedi di Grillo.


M5S, mal di pancia per la Lombardi e “fronda” sul governo
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 28 marzo 2013)

Almeno per ora i parlamentari a Cinque Stelle tirano un sospiro di sollievo. Sbarrare la strada a un governo “partitocratico” guidato da Pier Luigi Bersani sembra piuttosto facile: il premier incaricato non è andato oltre quella proposta.
Ma fallito il tentativo del segretario democrat, all’interno del movimento si apre un’altra partita.
Perché dire “no” a un presidente del Consiglio esterno ai partiti e gradito all’area “grillina” indicato dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, sarebbe ben più arduo. Tanto da rischiare una spaccatura tra i seguaci di Beppe Grillo.

Mentre tra i deputati crescono i malumori verso la capogruppo a Montecitorio Roberta Lombardi, criticata sia per la comunicazione “ruvida” verso l’esterno sia per la “scarsa disponibilità al dialogo” con i suoi. A serrare le fila e motivare un gruppo che rischia di sfilacciarsi davanti a certi nomi, come già accaduto al momento di eleggere Pietro Grasso alla presidenza di Palazzo Madama, ci penserà Grillo in persona. Il “capo politico” del Movimento 5 Stelle ha chiesto di incontrare deputati e senatori. L’appuntamento non si terrà a Roma. Probabilmente la convocazione arriverà già la prossima settimana: l’ipotesi di vedersi già venerdì o sabato è stata, infatti, resa impervia dalla pausa pasquale. Sarà la prima riunione del comico genovese coi neo eletti dopo l’insediamento delle Camere e servirà a “tarare” la pattuglia e a rinsaldarla attorno alla linea comune e definire meglio le “regole d’ingaggio” dell’attività dei grillini in parlamento.

Che non sia una passeggiata gestire un gruppo che solo a Montecitorio conta 109 parlamentari, lo sperimenta in questi giorni la Lombardi. Alla capogruppo, durante una riunione che si è tenuta negli scorsi giorni, il deputato Adriano Zaccagnini è arrivato a chiedere le dimissioni per un intervento in Aula preparato senza rispettare il metodo partecipato con cui i Cinque Stelle scrivono i discorsi. Quella vicenda si è chiarita. Ma il malcontento non è sopito. Lo provano le critiche non sottaciute all’atteggiamento “troppo chiuso” tenuto dalla Lombardi nelle consultazioni con Bersani e alla battuta su Ballarò che al segretario piddì secondo alcuni ha “fornito un assist”. “Apprezzo molto Crimi”, ha fatto presente un deputato sottolineando il diverso approccio dei due capigruppo per spiegare le critiche alla Lombardi. “Lui ha un atteggiamento umano – ha continuato – per intenderci: da un lato c’è chi dice a prescindere che la linea è una e non si discute, dall’altro chi dice: la linea è quella, ma possiamo parlarne”. Possibile, come si vocifera, che qualcuno stia preparando un documento di sfiducia alla capogruppo alla Camera? “Non mi risulta – risponde un altro deputato – Ma può darsi”.

Al di là delle beghe interne sembrano delinearsi sempre più i contorni di una fronda interna ai gruppi parlamentari che potrebbe portare a spaccature al momento di votare la fiducia al governo. Da un lato ci sono infatti coloro che con fermezza escludono qualsiasi soluzione che non nasca dall’iniziativa del Movimento 5 Stelle. Dall’altro sono sempre più numerosi coloro che, pur confermando il “no” a un esecutivo partitocratico, non si tirerebbero indietro di fronte a un “governo del presidente” proposto dallo stesso Napolitano e fatto di nomi graditi ai Cinque Stelle. In un caso del genere i pentastellati chiedono ai loro capigruppo almeno di poter votare la linea. Tant’è che quando Crimi sembra concedere un’apertura, poi smentita, a un governo del presidente, c’è chi, come il deputato Andrea Cecconi risponde apertamente: “Perché no?”. “Va bene, parliamone”, gli ha immediatamente fatto eco Stefano Vignaroli. Insomma, davanti a una proposta del capo dello Stato, al quale anche Grillo ha fatto i complimenti, i grillini non possono che fermarsi a riflettere. Che alla fine gli si dica di “no”, non lo si dà per scontato. E non ci si sente neanche di escludere che in caso di un niet a un esecutivo di alto profilo, qualcuno decida di votare in dissenso dal gruppo e, quindi, andare incontro a certa espulsione.


Bersani verso lo schianto: medita vendetta al Colle
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 28 marzo 2013)

In uno scenario fluido, aperto a ogni soluzione, a poche ore dalla salita al Colle di Pier Luigi Bersani c’è un’unica certezza: i numeri per la fiducia al Senato non ci sono. Improbabili i colpi di scena dell’ultimo minuto: nessun rumor indica che il segretario del Pd abbia strappato “accordicchi” o intese da presentare al Capo dello Stato (magari contando sull’uscita dall’aula di questa o quella forza politica) . A questo punto è da escludere un cambio di rotta sia del Pd sia del Pdl. Gli azzurri, è noto, hanno chiesto il dialogo sulla nomina del prossimo presidente della Repubblica, ma Bersani ha escluso ogni tipo di trattativa, spiegando che il problema dell’inquilino del Colle è secondario a quello della formazione di un governo. Ha tenuto la barra dritta, fino all’ultimo, fino a schiantarsi.

La buona volontà del Pdl non è mancata: la richiesta era quella di un presidente della Repubblica di garanzia. Oltre ai nomi fatti trapelare dagli azzurri – quello di Gianni Letta prima, quello di Marcello Pera poi – non sono mancate investiture meno “schierate”, partendo da Massimo D’Alema, passando per la riconferma di Giorgio Napolitano (esclusa dal diretto interessato) e fino a Pietro Grasso, un terzetto di papabili non sgraditi al Pdl. La convergenza pareva possibile solo sul nome dell’ex procuratore nazionale antimafia, ma la sua gestione della querelle con Marco Travaglio lo ha subito bruciato. Si era venitlato come potabile anche un accordo sul nome di Mario Monti, ma il caos innescato dalle dimissioni di Giulio Terzi per la malagestione del caso marò hanno indebolito a tal punto le quotazioni del Professore da non renderlo più un nome spendibile per il Qurinale (e in questa operazione, un ruolo il Pdl potrebbe averlo avuto).

Bersani, da par suo, è scottato. Ha provato ad aprire al Movimento 5 Stelle e ha ricevuto soltanto porte in faccia e insulti. Il segretario ha sempre rifiutato la mano tesa del Pdl e ora si ritrova all’angolo. Difficile che Napolitano gli conceda la possibilità di chiedere la fiducia in aula. Più probabile, al contrario, che Bersani chieda altro tempo, una sostanziale proroga alle consultazioni. Il Capo dello Stato, però, non sembra intenzionato a concedere altre ore al Pd: i segnali di nervosismo dei mercati, le altalene a Piazza Affari e la salita dello spread indicano che altro tempo non può essere sprecato. Bersani, in definitiva, salirà al Colle e ci andrà a sbattere. Potrebbe perdere il preincarico e archiviare la sua carriera politica con un roboante fallimento: il sentiero strettissimo di cui ha parlato nelle ultime settimane si sarebbe rivelato impercorribile.

Tutto può cambiare nell’arco di pochi minuti, con qualche telefonata, con una mezza apertura. Ma i margini sono ridottissimi. Il Pd, hanno riferito fonti di via del Nazareno, avrebbe rilanciato la disperata trattativa col Pdl proprio nelle ultime ore. Si discute, ovvio, ancora di Quirinale. Bersani avrebbe rilanciato con una nuova rosa di nomi: Franco Marini, Giuliano Amato e Giuseppe De Rita. Silvio Berlusconi avrebbe respinto la richiesta al mittente, insistendo sul nome delle ultime ore: quello di Marcello Pera, appunto. Lo stallo è totale. A far precipitare la situazione potrebbe essere il definitivo “gran rifiuto” di Napolitano, pronto a sottrarre lo scettro di premier in pectore a Bersani per esplorare la via di un governissimo presieduto da una figura terza oppure quella del cosiddetto governo del presidente.

Soltanto se Napolitano concedesse altro tempo a Bersani, tra Pd e Pdl potrebbe riprendere quota la trattativa sul Colle, proprio su quegli ultimi tre nomi snocciolati dai democratici. In caso contrario, ogni canale di comunicazione verrebbe interrotto. Certo, i due partiti per forza di cose si troverebbero a collaborare per la formazione di un esecutivo, qualsiasi forma esso abbia (improbabile, infatti, l’immediato ritorno alle urne, osteggiato da Napolitano). Ma sul Quirinale la partita sarebbe chiusa e Bersani, proprio sul presidente della Repubblica, vorrebbe consumare la sua vendetta, la ripicca dello sconfitto. Berlusconi teme proprio questo scenario. Una volta rotti gli argini, pur senza un effettivo dialogo col Movimento 5 Stelle, il Pd avrebbe gioco facile ad insediare al Quirinale uno dei nomi più invisi al Cav. Tre su tutti: il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, il giurista Stefano Rodotà (secondo i “toto-nomine”, in questa fase della politica italiana, buono per tutte le poltrone), oppure Romano Prodi, i cui rapporti con il Pdl e Berlusconi sono ulteriormente degradati per gli sviluppi del caso De Gregorio. A quel punto, l’occupazione “militare” denunciata dall’ex premier delle cariche istituzionali sarebbe compiuta (il tutto condito da quello che è stato unanimemente definito il “Parlamento più manettaro della storia”).

La data in cui inizieranno i lavori per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica è fissata per il 15 aprile. Facile ipotizzare che per quel giorno ancora non avremo un governo. Nella polveriera-Italia, nella bagarre politica in cui cresce lo “scoramento” democratico, il Pd potrebbe togliersi la “soddisfazione” di tendere l’ultima trappola al Cavaliere. Chi potrebbe sparigliare ancora una volta le carte sarebbe proprio Giorgio Napolitano. Difficile, quasi impossibile, ma preso atto dell’impossibilità di formare un governo con Bersani premier, potrebbe decidere a sorpresa di dimettersi. Per prima cosa, passerebbe il “cerino” per la formazione di un esecutivo in mano al suo successore (da eleggere). Ma soprattutto costringerebbe il nuovo Parlamento a subordinare la formazione di un esecutivo all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. E gli scenari potrebbero mutare nuovamente.


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Bart