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Il Cavaliere: «Non ho ricevuto la solidarietà che mi aspettavo »

19 Settembre 2013

di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 19 settembre 2013)

«Non ho ricevuto la solidarietà che mi aspettavo », dice il Cavaliere nel giorno in cui la Giunta del Senato innesca l’inesorabile procedura che lo porterà a decadere da parlamentare. La telecamera è spenta, l’ennesima e ultima versione del videomessaggio è già stata registrata. Ed è chiaro a chi si riferisce Berlusconi, che si mostra assai avvilito quando confida la propria amarezza a consuntivo di una trattativa finita come già pensava che finisse prima che iniziasse. Un mese e mezzo di diplomazia con il Colle – partita l’indomani della sentenza che l’ha definitivamente condannato – non ha prodotto gli esiti da lui sperati. L’assenza di «solidarietà » diventa così agli occhi di Berlusconi un ulteriore indizio che si assomma ad altri vecchi indizi, un castello di congetture che nella sua mente sono infine diventate la prova della «congiura » orchestrata ai suoi danni. Una tesi che più volte Gianni Letta ha provato a smontare, confutando l’esistenza di una regia istituzionale volta ad accompagnarlo alla porta della politica. Insieme all’ex sottosegretario anche altre personalità hanno cercato di dissuadere il Cavaliere, spiegandogli come il meccanismo giustizialista che si è innescato da anni non è più ancillare alla sinistra ma si è messo in proprio, fino ad avere ormai un radicamento sociale autonomo. E per convincere il leader del Pdl sono state prodotte prove che dimostrerebbero la conflittualità di questo contropotere nei riguardi di chi tenta di arginarlo: dal trattamento mediatico riservato a Napolitano, fino alle recenti contestazioni subite da Violante alle feste del Pd. Tutto inutile, Berlusconi è rimasto fermo nei suoi convincimenti se è vero che il videomessaggio è stato un modo per parlare a nuora perché suocera intendesse. Stavolta infatti la citazione delle toghe rosse braccio armato dei comunisti era un artificio retorico per celare il vero destinatario del suo discorso. In questa chiave assumono quindi un altro significato le parole del Cavaliere, dal ricordo di aver «bloccato nel ’94 la strada alla sinistra », al passaggio in cui sostiene che «insistono nel togliermi di mezzo con un’aggressione scientifica attraverso il loro braccio giudiziario », fino a quella sorta di avviso al navigante: «Si illudono di essere riusciti a escludermi dalla vita politica. Non è un seggio che fa un leader ». La decadenza si approssima. Da ieri si è fatta di un giorno più vicina. Ma c’è un motivo se il capo del centrodestra non può né vuole fare un passo indietro, se non accetta la strada dell’esilio politico che gli è stata offerta – a suo giudizio – da chi «sta tentando di annientarmi »: è convinto che deve restare in trincea in nome della sua famiglia, delle sue aziende e del suo partito, dunque di se stesso. Berlusconi lo spiega senza veli quando la telecamera è ormai spenta: «Ho settantasette anni, e quelli che hanno la mia età hanno più vita alle spalle che vita davanti. Ma per uno come me non conta la qualità della vita che si ha davanti, conta quello che si è fatto nella vita che si ha alle spalle.

Se ora mollassi lascerei distruggere tutto quello che ho costruito ». Per l’imprenditore, l’uomo di sport, il leader politico che diceva di cercare «il giudizio della storia », è una fine «inaccettabile ». Così l’amaro consuntivo, l’avvilimento per la «solidarietà che non ho ricevuto » viene spazzato via da una battuta, innescata da una discussione sul suo prossimo futuro, sui mesi di pena che a breve dovrà iniziare a scontare. «Sette mesi e mezzo passeranno in fretta », dice sorridendo, in attesa di venire contraddetto. Infatti: «Dottore, in verità sono nove ». E il Cavaliere di rimando: «Eh no, sono chiuso in casa dal primo agosto. Questo mese e mezzo me lo devono scontare ». Risate. E la consapevolezza che la prigionia estiva di Arcore è stata solo un assaggio di ciò che lo attende, perché non sono gli arresti domiciliari o i servizi sociali ad angosciarlo, ma l’interdizione che Berlusconi vorrebbe trasformare in un pulpito da cui difendersi. Lo scudo tornerà a chiamarsi Forza Italia. Ma il problema per il Cavaliere sarà trovare chi possa dar corpo alla sua voce, chi possa sostituirlo fisicamente sulla scena politica. Ed è lì che non riesce a trovare una soluzione, infastidito per di più dalla rissa di quanti sgomitano nel partito. Non trova un sostituto, perciò evita di impugnare la durlindana elettorale, attestandosi (per ora) nella trincea del governo delle larghe intese. Da dove continuerà a parlare a nuora perché suocera intenda, «perché io non me ne vado ». ] ROMA – «Non ho ricevuto la solidarietà che mi aspettavo », dice il Cavaliere nel giorno in cui la Giunta del Senato innesca l’inesorabile procedura che lo porterà a decadere da parlamentare. La telecamera è spenta, l’ennesima e ultima versione del videomessaggio è già stata registrata. Ed è chiaro a chi si riferisce Berlusconi, che si mostra assai avvilito quando confida la propria amarezza a consuntivo di una trattativa finita come già pensava che finisse prima che iniziasse. Un mese e mezzo di diplomazia con il Colle – partita l’indomani della sentenza che l’ha definitivamente condannato – non ha prodotto gli esiti da lui sperati. L’assenza di «solidarietà » diventa così agli occhi di Berlusconi un ulteriore indizio che si assomma ad altri vecchi indizi, un castello di congetture che nella sua mente sono infine diventate la prova della «congiura » orchestrata ai suoi danni.

Una tesi che più volte Gianni Letta ha provato a smontare, confutando l’esistenza di una regia istituzionale volta ad accompagnarlo alla porta della politica. Insieme all’ex sottosegretario anche altre personalità hanno cercato di dissuadere il Cavaliere, spiegandogli come il meccanismo giustizialista che si è innescato da anni non è più ancillare alla sinistra ma si è messo in proprio, fino ad avere ormai un radicamento sociale autonomo. E per convincere il leader del Pdl sono state prodotte prove che dimostrerebbero la conflittualità di questo contropotere nei riguardi di chi tenta di arginarlo: dal trattamento mediatico riservato a Napolitano, fino alle recenti contestazioni subite da Violante alle feste del Pd.

Tutto inutile, Berlusconi è rimasto fermo nei suoi convincimenti se è vero che il videomessaggio è stato un modo per parlare a nuora perché suocera intendesse. Stavolta infatti la citazione delle toghe rosse braccio armato dei comunisti era un artificio retorico per celare il vero destinatario del suo discorso. In questa chiave assumono quindi un altro significato le parole del Cavaliere, dal ricordo di aver «bloccato nel ’94 la strada alla sinistra », al passaggio in cui sostiene che «insistono nel togliermi di mezzo con un’aggressione scientifica attraverso il loro braccio giudiziario », fino a quella sorta di avviso al navigante: «Si illudono di essere riusciti a escludermi dalla vita politica. Non è un seggio che fa un leader ».

La decadenza si approssima. Da ieri si è fatta di un giorno più vicina. Ma c’è un motivo se il capo del centrodestra non può né vuole fare un passo indietro, se non accetta la strada dell’esilio politico che gli è stata offerta – a suo giudizio – da chi «sta tentando di annientarmi »: è convinto che deve restare in trincea in nome della sua famiglia, delle sue aziende e del suo partito, dunque di se stesso. Berlusconi lo spiega senza veli quando la telecamera è ormai spenta: «Ho settantasette anni, e quelli che hanno la mia età hanno più vita alle spalle che vita davanti. Ma per uno come me non conta la qualità della vita che si ha davanti, conta quello che si è fatto nella vita che si ha alle spalle. Se ora mollassi lascerei distruggere tutto quello che ho costruito ». Per l’imprenditore, l’uomo di sport, il leader politico che diceva di cercare «il giudizio della storia », è una fine «inaccettabile ».

Così l’amaro consuntivo, l’avvilimento per la «solidarietà che non ho ricevuto » viene spazzato via da una battuta, innescata da una discussione sul suo prossimo futuro, sui mesi di pena che a breve dovrà iniziare a scontare. «Sette mesi e mezzo passeranno in fretta », dice sorridendo, in attesa di venire contraddetto. Infatti: «Dottore, in verità sono nove ». E il Cavaliere di rimando: «Eh no, sono chiuso in casa dal primo agosto. Questo mese e mezzo me lo devono scontare ». Risate. E la consapevolezza che la prigionia estiva di Arcore è stata solo un assaggio di ciò che lo attende, perché non sono gli arresti domiciliari o i servizi sociali ad angosciarlo, ma l’interdizione che Berlusconi vorrebbe trasformare in un pulpito da cui difendersi.

Lo scudo tornerà a chiamarsi Forza Italia. Ma il problema per il Cavaliere sarà trovare chi possa dar corpo alla sua voce, chi possa sostituirlo fisicamente sulla scena politica. Ed è lì che non riesce a trovare una soluzione, infastidito per di più dalla rissa di quanti sgomitano nel partito. Non trova un sostituto, perciò evita di impugnare la durlindana elettorale, attestandosi (per ora) nella trincea del governo delle larghe intese. Da dove continuerà a parlare a nuora perché suocera intenda, «perché io non me ne vado ».


Sedici minuti, sei bugie
di Massimo Giannini
(da “la Repubblica”, 19 settembre 2013)

Il video-messaggio di Berlusconi non è solo un concentrato di dolori personali e di rancori collettivi. Come sempre, i suoi sedici minuti di “discorso alla nazione” racchiudono anche una micidiale sequenza di falsità. Dalla ricostruzione delle sue vicende politiche alla “narrazione” delle sue vicissitudini giudiziarie, la menzogna domina la scena e scandisce il plot della fiction berlusconiana. La menzogna, ancora una volta, è “instrumentum regni” del Cavaliere, utile a sovvertire il senso e a generare il consenso.

Nel triste, solitario e finale comizio televisivo, registrato come nel 1994 nella location di Villa San Martino, si possono contare almeno sei bugie, che vanno dal bilancio della crisi economica al rilancio della “moderata” Forza Italia. Omissioni della realtà, manomissioni della verità: vale la pena di ripercorrerle una per una, con una esegesi testuale e contro-fattuale, per capire ancora una volta i meccanismi che fanno funzionare la “macchina” del potere berlusconiano.

1) La crisi economica senza precedenti
Dice il Cavaliere agli italiani: “Siete certamente consapevoli che siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti, in una depressione che uccide le aziende, che toglie lavoro ai giovani, che angoscia i genitori, che minaccia il nostro benessere… Il peso dello Stato, delle tasse, della spesa pubblica è eccessivo: occorre imboccare la strada maestra del liberalismo…”.
Berlusconi parla come un passante, non come il presidente del Consiglio che solo dal 2001 ad oggi ha governato il Paese per ben otto anni. I risultati economici dei suoi due governi sono stati rovinosi. Lo dice Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, nelle Considerazioni finali del maggio 2012 (il governo Berlusconi è caduto nel novembre 2011): “Le condizioni economiche si deteriorano da un anno. La produuzione industriale, che aveva a stento recuperato nel secondo trimestre dello scorso anno,… è da allora caduta del 5%. Il Pil è diminuito dalla scorsa estate per tre trimestri consecutivi, con una perdita complessiva di 1,5 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione è salito, da luglio, da poco più dell’8 a quasi il 10%, fra i giovani con meno di 25 anni dal 28 al 36%”. Quanto alle tasse, la pressione fiscale è sempre aumentata durante i governi del Cavaliere: dal 40,6 al 41,4% tra il 1994 e il 1996, dal 40,5 al 41,7% tra il 2001 e il 2006 e dal 42,7 al 44,8% tra il 2008 e il 2011.

2) La magistratura “contropotere irresponsabile”
L’attacco più veemente, come al solito, è contro le toghe: “Siamo diventati un Paese in cui non vi è più la certezza del diritto, siamo diventati una democrazia dimezzata alla mercè di una magistratura politicizzata che, unica tra le magistrature dei Paesi civili, gode di una totale irresponsabilità… si è trasformata da Ordine dello Stato in un Contropotere in grado di condizionare il potere legislativo e il potere esecutivo e si è data come missione quella di realizzare la via giudiziaria al socialismo”.
A quali “fonti” abbia attinto il Cavaliere è un vero mistero. La Costituzione prevede che “i giudici rispondono soltanto alla legge” (articolo 101), che spettano al Csm “secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati (articolo 105), ma che “il ministro della Giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare” e che il pm “gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario” (articolo 107). Com’è evidente, la magistratura è un “organo dello Stato”, che gode di autonomia secondo il principio della separazione dei poteri, ma non della “totale irresponsabilità” lamentata dallo Statista di Arcore: risponde alle leggi, come avviene in tutti i “Paesi civili”. Quanto al “Contropotere” che condiziona “il potere legislativo e il potere esecutivo”, il Ventennio berlusconiano dimostra l’esatto contrario: con 18 leggi ad personam sulla giustizia su un totale di 37 fatte approvare a forza dal Parlamento, è stato Berlusconi a usare il potere esecutivo per imporre al legislativo un vincolo al giudiziario. Infine, la “missione di realizzare la via giudiziaria al socialismo” è un inedito assoluto del Cavaliere: qualche solerte azzeccagarbugli deve avergli spacciato come documento di Magistratura Democratica un vecchio dispaccio di Andrej Vishinsky, procuratore dell’Unione Sovietica degli anni ’30.

3) La caduta del primo governo del 1994
Per sostenere la tesi del “complotto politico” e della “Guerra dei Vent’anni” dichiarata contro di lui dai giudici rossi, Berlusconi risale ai tempi di Mani Pulite, alla sua discesa in campo e al suo primo trionfo elettorale del ’94: “Immediatamente, i Pm e i giudici legati alla sinistra e in particolare quelli di Md si scatenarono contro di me e mi inviarono un avviso di garanzia accusandomi di un reato da cui sarei stato assolto, con formula piena, sette anni dopo”.

È la famosa leggenda dell’avviso di garanzia recapitato all’allora premier dal Pool di Milano durante il vertice Onu sulla criminalità a Napoli. Fatto vero, che si verifica il 22 novembre 1994. in relazione all’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di Finanza. Ma il primo governo del Polo non cade affatto per questo: si sfarina a causa della lotta fratricida sulla riforma Dini, che porta la Lega di Bossi a decidere il ribaltone e Berlusconi ad aprire la crisi il 22 dicembre, con un durissimo discorso alla Camera in cui accusa l’ex alleato Senatur di “rapina elettorale”. Quanto all’esito di quel processo sulle tangenti alla Guardia di Finanza, non è vero che il Cavaliere viene “assolto, con formula piena, sette anni dopo”. Intanto in quel processo, nel 2001, viene condannato Salvatore Sciascia, dirigente Fininvest, che le tangenti le ha pagate. Berlusconi viene assolto su tre capi d’imputazione, ma per un quarto se la cava grazie all'”insufficienza probatoria”. Non solo: nella sentenza di condanna definitiva per David Mills la Cassazione accerta che l’avvocato inglese fu corrotto “per testimoniare il falso nel processo sulle tangenti alla Gdf”, favorendo così l’assoluzione dell’ex premier.

4) Cinquanta processi, quarantuno assoluzioni
È un classico della vulgata berlusconiana: “Mi sono stati rovesciati addosso 50 processi che hanno infangato la mia immagine… ed ora, dopo 41 processi che si sono conclusi, loro malgrado, senza alcuna condanna, si illudono di estromettermi dalla politica con una sentenza che è politica ed è mostruosa… sottraendomi da ultimo al mio giudice naturale, cioè a una delle sezioni ordinarie della Cassazione che mi avevano già assolto, la seconda e la terza, due volte…”.

Il vero numero dei processi di Berlusconi non è 50, come dice ora, né meno che mai 106, come sparò nel novembre 2009. I suoi processi sono finora 18. Quelli conclusi sono 14 (di questi uno è una condanna definitiva per frode fiscale, quello sui diritti tv Mediaset, e solo un altro è un’assoluzione con formula piena; quanto al resto, 2 sono assoluzioni con “formula dubitativa”, e 10 sono assoluzioni dovute all’effetto delle leggi ad personam, tra legge Cirielli sulla prescrizione e depenalizzazione del falso in bilancio). Quelli ancora in corso sono 4: due di questi si sono conclusi con una condanna in primo grado (nastri Unipol e Ruby 1) mentre per altri 2 il procedimento è solo agli inizi (Ruby 2 e compravendita dei senatori a Napoli). Quanto alla condanna definitiva sui diritti tv Mediaset, la sentenza non è politica, poiché si riferisce a fatti che precedono la discesa in campo, e non c’è stata alcuna sottrazione al “giudice naturale”: l’assegnazione alla “Sezione feriale” della Cassazione, invece che alle sezioni seconda e terza, rientra nella normale applicazione della legge e della prassi. La procedura d’urgenza nella discussione delle cause è prevista dall’articolo 169 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale e dal “decreto organizzativo” varato dalla stessa Corte nel 2012.

5) L’evasione inesistente sui diritti tv
Sulla condanna nel processo Mediaset il Cavaliere si difende così: “Sono riusciti a condannarmi per una presunta ma inesistente evasione dello zero virgola… Io non ho commesso alcun reato, io sono assolutamente innocente…”.

L’evasione fiscale, con la quale il gruppo Mediaset ha creato fondi neri necessari al pagamento di tangenti, non è affatto “inesistente”. Secondo i giudici, che l’hanno confermato in tre gradi di giudizio, la frode fiscale effettivamente sanzionata si riferisce al biennio 2002/2003, ed ammonta a 7 milioni di euro. Ma quella originariamente contestata era pari a 370 milioni di dollari, perché risaliva indietro fino agli anni ’80. Se questa imputazione è caduta è solo grazie, ancora una volta, alle leggi ad personam, che hanno fatto cadere le accuse di appropriazione indebita e di falso in bilancio. Ma la frode fiscale, ormai, è “res iudicata”. Se questo è un innocente.

6) Forza Italia partito della tolleranza
Il mesto finale da Caimano attinge all’antico repertorio azzurro: “Forza Italia difende i valori della nostra tradizione cristiana, il valore della vita e della famiglia, della tolleranza verso tutti a cominciare dagli avversari…”.

Sul “valore della famiglia” come caposaldo etico-morale dei valori forzisti, la sentenza di condanna in primo grado per prostituzione minorile patita dal Cavaliere per la vicenda di Ruby, la “nipote di Mubarak”, sembra raccontare tutt’altra storia. E non si tratta di intrusione nella vita privata, ma del dovere di un uomo pubblico di rendere conto dei propri comportamenti, soprattutto quando questi rivelano l’abuso e la dismisura. Sulla “tolleranza verso gli avversari”, a parte la sterminata letteratura sui “comunisti che coltivano l’odio e l’invidia sociale” e i numerosi “editti” emessi per cacciare dalla Rai i vari Biagi, Santoro e Luttazzi, fa fede una frase memorabile che proprio Berlusconi pronunciò il 6 aprile 2006, all’assemblea di Confcommercio: “Non credo che ci siano in giro così tanti coglioni che votano per la sinistra…”. Questo perché, oggi come allora, Forza Italia è “il partito dei moderati”. L’eterno ritorno. O, forse, l’eterno riposo.


Così finiscono le larghe intese
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 19 settembre 2013)

È come se tutt’insieme il governo fosse già caduto e la campagna elettorale ricominciata, purtroppo, con i suoi toni di sempre. Non importa che Berlusconi, negli oltre sedici minuti della sua apparizione tv a reti quasi unificate, abbia accortamente evitato di minacciare la crisi e sia arrivato a dare per scontata la sua decadenza da senatore. Il videomessaggio con cui il Cavaliere è riemerso dal lungo esilio estivo di Arcore, per rilanciare, sai che novità, Forza Italia, ha reso esplicito quel che già s’intuiva: la breve stagione delle larghe intese è finita con la decisione del Pd di schierarsi con M5S e Sel, per chiudere la carriera parlamentare del leader del centrodestra condannato in Cassazione.

Da oggi in poi (ma per la verità da oltre un mese, dal giorno della fatidica sentenza della Suprema Corte) la convivenza di Pd e Pdl non sarà più neppure quella da separati in casa che avevano sperimentato nella difficile esperienza della larga maggioranza. Comincia una stagione di guerriglia, nella quale, stando alle prime reazioni del Pd al ritorno in campo di Berlusconi, i due alleati-avversari combatteranno un corpo a corpo quotidiano, stando attenti sempre a scaricare uno sull’altro la responsabilità della crisi, che a un certo punto, gioco forza, ci sarà.

Nell’attesa il governo è condannato a vivacchiare in uno stato di semi-paralisi: come già dimostra la disputa aperta a proposito dell’inevitabile, sembra, aumento dell’Iva che dovrebbe scattare il primo ottobre. Su questo è destinata a consumarsi la prima settimana di questa strana campagna elettorale, cominciata senza che sia ancora chiaro quando si voterà, e destinata a durare mesi, fino alla primavera e forse perfino più avanti, mentre il Paese scivola indietro, sulla china della difficile congiuntura economica che aveva risalito a fatica e a prezzo di grandi sacrifici dei cittadini.

Se il messaggio di Berlusconi – la solita sbobba, sia detto per inciso, attacchi alla magistratura politicizzata e alla sinistra che gli tiene bordone, per liberarsi dell’avversario che non è riuscita a sconfiggere politicamente – ha aperto uno squarcio in una rete di rapporti logorata da tempo, è giusto riconoscere che a questo logoramento, da settimane, anche il Pd aveva dato il suo convinto contributo. L’idea che il partito non potesse sottrarsi a votare la decadenza di Berlusconi, imposta dalla legge anticorruzione dopo la condanna definitiva per evasione fiscale, in sé, era ovvia. Ma non avrebbe dovuto pensarci, il Pd, prima di mettere su un governo con il Grande Inquisito? E non avendoci pensato prima, non avrebbe dovuto gestire con più accortezza la complicata partita al Senato, senza accodarsi subito, dal primo giorno, alla ghigliottina messa su da Grillo e Vendola, aspettando magari che l’interdizione del Cavaliere dalla vita pubblica maturasse con il completamento del verdetto della Cassazione e senza doverla anticipare con una decisione politica?

Si dirà che sono interrogativi retorici, dal momento che Epifani, nello stesso giorno della sentenza della Cassazione, si era affrettato a comunicare che il suo partito mai e poi mai avrebbe rinunciato all’occasione, offerta dalla Storia, di far fuori il nemico di un ventennio. Ma se questa era la strategia dichiarata, la tattica avrebbe potuto essere diversa. Invece, s’è assistito dal primo momento a un’intesa cordiale tra falchi dei due schieramenti, una specie di rodeo, in cui a muovere il «lazo » erano prima i dirigenti di seconda fila e poi via via quelli più importanti. Al martellamento quotidiano dei Verdini e delle Santanché ha replicato così puntualmente la sfilata dei leader alla Festa democratica di Genova. Il «game over » di Renzi, l’annunciato nuovo leader. La delusione di Enrico Letta, che prima ha provato a resistere e l’altro giorno, sconfortato, ha detto che non vuol più fare il parafulmine di politici irresponsabili come quelli che hanno messo su la pira per bruciare sul rogo il suo governo.

Naturalmente ora tutti si chiedono che succederà. L’agonia dell’esecutivo sarà lenta, questo è certo, perché si sa che Napolitano non ha alcuna intenzione di sciogliere le Camere prima che sia accantonato il Porcellum, che la Corte costituzionale del resto sta per dichiarare illegittimo, e approvata una nuova legge elettorale. Ci sono inoltre da mettere a posto al più presto i conti pubblici, che rischiano di sfuggire di mano, come ha ammesso a denti stretti il ministro Saccomanni. La visita del commissario europeo Olli Rehn a Roma ha rappresentato un chiaro avvertimento di Bruxelles in questo senso.

Ma alla fine di questo Carnevale fuori stagione toccherà nuovamente al presidente Napolitano trovare una soluzione. L’ira del Capo dello Stato cova sorda da tempo, di fronte a comportamenti politici irrazionali, che non tengono conto dei problemi reali dell’economia e del delicato quadro internazionale in cui l’Italia è considerata una malata che non vuole guarire. Se dovesse tener fede a quanto disse al momento della sua rielezione, dopo quell’altra pagina vergognosa dei franchi tiratori nelle votazioni per il Quirinale, Napolitano dovrebbe dimettersi, denunciando davanti agli elettori l’incapacità di una classe politica non degna del suo ruolo. Ma il Presidente sa bene di non poterlo fare. Un’altra prova lo attende, certo la più difficile, per portare il Paese fuori dalle secche.



Il Cavaliere lascia il cerino in mano al Pd e placa falchi e colombe

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 19 ottobre 2013)

L’ultima malizia del Cavaliere, che spiega come mai quest’uomo è riuscito a occupare per vent’anni la scena italiana, consiste nel dire al Pd, a Letta, a Napolitano: «Io il governo non lo faccio cadere. Però, visto che mi avete abbandonato al mio destino di condannato senza muovere un dito, vi bombarderò ogni giorno rendendo l’aria politicamente irrespirabile. La crisi, se ne avete il coraggio, provocatela voi… ». Cioè, perfido, Berlusconi scarica a sinistra l’onere di mettere a repentaglio la stabilità politica, tanto invocata dall’Europa e dai mercati. Porrà gli alleati di governo davanti a un bivio: subire tutti i santi giorni le provocazioni di Forza Italia (d’ora in avanti il Pdl torna alla vecchia insegna); oppure reagire in preda all’esasperazione, premendo loro il grilletto della crisi. Che poi è quanto si augura sotto sotto l’ex-premier.

Le sue reali intenzioni vengono a galla là dove impartisce l’ordine ai suoi ministri di «fermare il bombardamento fiscale ». Non chiede loro di dare le dimissioni, ma di infilare i bastoni tra le ruote a qualunque manovra economica comporti tasse. Quando Alfano, Quagliariello & C chiederanno il da farsi, Silvio confermerà che possono restare al posto loro, nessuno li chiamerà per questo traditori o peggio. Però avranno quale mission di evitare che il governo Letta somigli sempre più a quello «tecnico » di Monti, con le sue scelte di rigore molto apprezzate a Bruxelles e un po’ meno gradite in Patria. Berlusconi non dovrà nemmeno illustrare il piano strategico, perché sull’aumento dell’Iva i suoi lo stanno già mettendo in pratica con ultimatum e minacce concentrate sul ministro dell’Economia Saccomanni. E sbaglia chi si attende che le cosiddette colombe oppongano qualche forma di resistenza ai dettami del leader. Su questa linea ci stanno tutti, tanto i «ministeriali » accusati dai falchi di vendersi per una poltrona, quanto i più scalmanati fautori della crisi. Interpelli Cicchitto, che passa per moderato, e il video-messaggio viene interpretato come una prova ulteriore di grande responsabilità: «Discorso ottimo, perché Berlusconi lancia un segnale forte senza prendersi la colpa di far cadere il governo ». Senti invece la Santanché, e quel medesimo passaggio sul governo (che in verità non viene neppure citato) diventa preludio di una lunga cavalcata elettorale destinata a concludersi in febbraio, massimo a marzo. Però al fondo entrambi sono soddisfatti.

Insomma, con un’astuzia quasi diabolica Berlusconi è riuscito a illudere entrambe le anime del suo partito, nonché a disseminare nuovi dubbi tra i palazzi della politica. Guarda caso, quelle poche parole-chiave sui ministri sono le uniche da lui personalmente messe nero su bianco. Il resto del discorso è figlio del canovaccio predisposto dagli avvocati (l’intero capitolo «processi e condanne ») nonché dal ghost-writer più accreditato ad Arcore, che è Capezzone. A loro si è affidato il Cav, limitandosi a poche correzioni e rari ritocchi. Se poi ha impiegato tre giorni per registrare il messaggio, creando senza volere un’attesa mediatica spropositata, ciò è dipeso soltanto dal tono dell’umore. Lunedì la prosa non gli sembrava scorrevole, martedì lui si impappinava e insistendo andava sempre a peggiorare, ieri finalmente il parto. E oggi pomeriggio calerà a Roma per inaugurare la nuova sede di Forza Italia. Verdini gli farà trovare una folla di giovani festanti. Su tutte le pareti, grandi poster di Berlusconi con Blair, Putin, Bush e Sarkozy. Lussuosi divani in pelle. Una grande sala col tavolo ovale, proprio come quella dove si tiene a Palazzo Chigi il Consiglio dei ministri. Forse un modo per mitigare la nostalgia del governo, ricreandone l’atmosfera come a Cinecittà.


La lezione di democrazia di “Repubblica”: il governo è buono solo se vince la sinistra
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 19 settembre 2013)

«Il fascino della melma » è il titolo. E si capisce subito dove va a parare il manifesto ideologico che ieri Barbara Spinelli ha pubblicato su Repubblica. La melma saremmo noi, a mollo nell’inferno spinelliano in un brodo marcescente di malaffare, corruzione, menzogna.
Ma nella desolazione di questa palude, che cosa vediamo ergersi come uno scintillante baluardo? «La magistratura s’erge – dichiara stentorea e involontariamente comica la Spinelli – come torre eremitica ». Per la miseria, verrebbe da dire, qui si fa del buon cabaret.
La Spinelli moralista indica il bene e il vero, oltre che nella turris eburnea della magistratura, anche nel salotto buono della borghesia monopolista del sapere e dell’etica, che ha più volte manifestato fastidio per la democrazia. Va bene se vincono loro. Se vincono gli altri, va messa sotto accusa.

Se non ricordo male, la stessa Spinelli nell’aprile 2013 si chiese se davvero la democrazia in cui il popolo-bestia ha lo stesso potere dell’intellighentsia autoreferente, sia un buon sistema di governo: «È tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati ». E io non posso che ricordare la candida dichiarazione di Eugenio Scalfari alle Invasioni barbariche in cui disse che l’elettorato di Berlusconi è fatto di uomini di cui non si deve tener conto (in tedesco si dice Untermensch, dal noto glossario nazista) trattandosi di gentaglia: canaglia, fatta di evasori fiscali, corrotti, corruttori e cialtroni.
Vecchia canzone, arricchita da una variante: l’accusa al Pd di non avere abbastanza fegato da combattere il centrodestra, rifugiandosi (vilmente) sotto l’ala protettiva della magistratura. La Spinelli pudicamente nomina «la politica » e cita il divo Vladimiro Zagrebelsky il quale prevedeva già sulla Stampa di qualche giorno fa che quando «la politica » (cioè il Pd) avrà «trasferito potere e responsabilità ai giudici » poi li aggredirà «per le conseguenze che derivano ».
Barbara Spinelli poi non rinuncia al tema razzista dell’infezione come metafora, dopo aver sfruttato quella del fango e della melma: «Quando gli anticorpi diventano insufficienti, compare l’Aids ». Metafora assolutamente sbagliata, l’Aids è indotto dal contagio e il suo virus Hiv che provoca l’abbattimento delle difese immunitarie, non il contrario. Cosa volete che importi alla Spinelli della realtà? A lei basta insinuare che gli avversari politici, sotto uomini, sono anche la pandemia dell’Aids.

Naturalmente esprime disprezzo per il Parlamento intero, della cui indipendenza (ogni parlamentare agisce senza vincolo di mandato) sembra molto preoccupata: hai visto mai che la carica dei 101 possa salvare Berlusconi dalla decadenza? Meglio che sia messo al guinzaglio, mentre si cerca una forma di democrazia che non includa chi non è di sinistra.
Barbara sostiene che «da trent’anni » la politica italiana non è in grado di fare pulizia. Un altro falso: sono cinquanta e più. La politica italiana è nata con un difetto genetico che oggi è vigliacco scaricare sul centrodestra. È il compromesso fra il Pci e Dc e non stiamo parlando del compromesso storico immaginato da Berlinguer ma quello con cui si fingeva di non vedere che il Pci corrompeva la politica, come grande e continuo evasore fiscale, iniettando nel sistema milioni di dollari che il Cremlino consegnava nella valigia che poi veniva portata, per il cambio, allo Ior vaticano sotto gli occhi neutrali ma vigili degli agenti del tesoro americano, preoccupato soltanto che non circolassero dollari falsi. Il sistema dei partiti tollerava e si affiancava. Allora non c’era Berlusconi, ci sembra. La corruzione? Ma non ricordi cara Barbara quando eravamo entrambi a Repubblica e io pubblicai la fortunata intervista a Franco Evangelisti, detto «’A Fra che te serve? ». Fu la prima confessione sulla corruzione fatta da un ministro della Repubblica poi costretto alle dimissioni. E cosa fece la tua amata magistratura? Niente, perché la sinistra non voleva fastidi sulla strada del governo. Neanche un avviso di reato, non un fascicolo sul ministro reo confesso.

Tredici anni dopo, apriti cielo: mani pulite, tangentopoli, Tonino ammazzatutti, i capelli strappati, i partiti alla gogna. Si scopre la corruzione perché il nuovo piano prevede la ghigliottina per tutti tranne che per il Pci che prepara la sua gioiosa macchina da guerra. Davvero Barbara Spinelli finge di ricordare che il malaffare è nato quando Craxi e poi Berlusconi hanno mandato a gambe per aria i progetti della stessa sinistra?
Spinelli attinge anche ai grandi caduti dell’antimafia, tirando dalla sua Paolo Borsellino di cui va a pescare un intervento del gennaio 1989 – era ancora in piedi il muro di Berlino e al governo c’era Ciriaco De Mita – in cui il povero magistrato protestava perché «le istituzioni » non sapevano distinguere i mafiosi se non dietro certificazione di una sentenza. Una citazione grottesca. Naturalmente non una parola sul fatto che, guarda un po’, proprio sotto il governo Berlusconi lo Stato ha sbattuto e mantenuto in galera il più alto numero di mafiosi, dopo anni di arretramento e resa militare di Cosa Nostra. Ma che cosa volete che di tutto ciò importi alla Spinelli, preoccupata (come tutto il salotto buono) dei gravi guasti che porta la democrazia? Per buon peso evoca persino gli sfortunati eroi veri, come Paolo Borsellino (al quale hanno fatto dire, dopo morto, che si stava occupando di Berlusconi il che è totalmente falso) sono soltanto materiale di scena.
E la scena è sempre la stessa: quella di una parte politica che si arroga un preteso primato morale e che adesso pensa di aver finalmente fatto fuori il Berlusconi politico creando e ammanettando il Berlusconi criminale. Un’idea sbagliata, come tutti sanno, visto che il borghese Berlusconi resterà lì a fare il leader non vinto e con ottime probabilità di vincere. Anzi, come si dice ormai, di asfaltare.


Berlusconi, il retroscena del videomessaggio: ecco chi l’ha scritto
di Claudio Brigliadori
(da “Libero”, 19 settembre 2013)

Il giorno dopo il videomessaggio, è tutta una rincorsa all’esegesi, al commento “semantico” e “iconografico” di Silvio Berlusconi. Sul Corriere della Sera  Pierluigi Battista  ha buon gioco nel dire che “nel ’94 c’era un grande e continuo sorriso, bonario e rassicurante. Qui invece non sorride mai”. D’altronde, e lo ricorda lo stesso editorialista poco più avanti nel suo fondo, “oggi c’è una condanna definitiva, altre condanne di primo grado, la prospettiva degli arresti domiciliari, l’umiliazione dell’interdizione, il patrimonio intaccato dagli ultimi verdetti giudiziari”. E soprattutto c’è, nel discorso del Cavaliere, un affondo contro la magistratura politicizzata per forza di cose assente 19 anni fa, quando l’allora leader di Forza Italia non era ancora finito nel mirino dei pool di mezza Italia. Battista non si esalta, naturalmente, e parla della “ennesima versione di una sceneggiatura ormai stranota”.


La mediazione di Letta
– Di sicuro, però, Berlusconi ha puntato sull’empatia, sul coinvolgimento di quegli italiani, moderati, liberali, di centrodestra, che si sentono schiacciati tra una burocrazia opprimente, una pressione fiscale insopportabile e lo spettro di una giustizia a volte ingiusta, non tanto con i politici quanto con i comuni cittadini. E poi, certo, l’ex premier ha premuto sul tasto della persecuzione delle toghe, perché non può non essere argomento “forte”, anche elettoralmente parlando. Nonostante i temi siano, per usare l’espressione di Battista, “stranoti” già da settimane, il parto del videomessaggio è stato ostico. Innanzitutto, perché a tirare per la giacchetta Berlusconi ci pensa, da tempo, Gianni Letta. Il pontiere presso il Colle ha fatto di tutto per evitare attacchi frontali a Napolitano o riferimenti troppo espliciti alla grazia. Insomma, Letta continuerà a lavorare per un’intesa. Però non c’è dubbio che nel discorso del Cav abbiano avuto ruolo più centrale altri “consiglieri”. Sicuramente alle parti riguardanti la giustizia hanno messo mano gli avvocati difensori di Berlusconi, Niccolò Ghedini in testa.

Capezzone ghost-writer – E poi c’è il toto-ghost writer: nei giorni scorsi prendeva piede l’ipotesi che il “suggeritore” principe sarebbe stato Giuliano Ferrara, uno che di comunicazione se ne intende. Ma secondo Ugo Magri, su La Stampa, l’autore di alcuni passaggi-chiave del videomessaggio sarebbe invece Daniele Capezzone, l’ex radicale divenuto portavoce del Pdl. Uno dei cosiddetti falchi che però ha saputo dosare i toni, dal momento che tutti nel Pdl-futuro Forza Italia 2, da Alfano a Cicchitto, fino alla Santanchè, si sono detti soddisfatti del messaggio del leader. E Berlusconi? Lui ci ha messo del suo. Il parto, si diceva, è stato ostico. Sempre secondo Magri lunedì era già tutto pronto, ma al Cav non convinceva la prosa. Martedì, invece, era lui in difficoltà: “s’impappinava e insistendo andava sempre peggio”, scrive il retroscenista del quotidiano torinese. Segno che la tensione, dovuta al momento cruciale (“niente miracoli, solo catastrofe”, è il riassunto fatto da Pigi Battista), era altissima.


Travaglio vede il videomessaggio e delira: “Il Cav ha sparato solo cazzate, …fa sesso alla missionaria”
di (I.S.)
(da “Libero”, 19 settembre 2013)

Marco Travaglio ha paura che le bordate della magistratura e della Giunta per le elezioni non pieghino il Cav. Anche Marco ha visto il videomessaggio. La rinascita di Forza Italia e la chiamata al raduno del popolo azzurro già mandano in confusione il “forcaiolo”. Così dopo aver costatato amaramente che il videomessaggio non ha segnato la “fine” o “il tramonto” del Cav, Travaglio spara come al solito colpi al cianuro su Berlusconi. Nel consueto editoriale sul Fatto Quotidiano, Travaglio sceglie subito la strada dell’insulto e afferma: “Berlusconi nel suo intervento ha sparato una balla ogni 1,3 minuti. Un record mondiale di cazzate!”. Giù il cappello davanti allo stile del solito Travaglio. Poi Marco Manetta inizia la sua analisi delle “cazzate di Berlusconi” e cerca di smontare il videomessaggio punto per punto. E bisogna dire che le tesi di Travaglio come sempre hanno una solida e accurata base storica e politica. Così parte la prima bordata: Berlusconi dice che “nel 1992-’93 la magistratura non ha affatto eliminato i 5 partiti democratici che governavano da 50 anni: si sono eliminati da soli, rubando”. Certo. Travaglio ovviamente scorda le centinaia di avvisi di garanzia finiti poi nel nulla che hanno di fatto smantellato la Prima Repubblica, ma questi ovviamente sono dettagli.

“Posizione missionario” – Poi Travaglio spara anche sulle vicende processuali di Berlusconi e come sempre gli nega il diritto di difesa. Silvio dice: “Io non ho commesso alcun reato”. E Travaglio: “Ma le sentenze definitive che lui cita come modelli di giustizia imparziale lo dichiarano colpevole di svariati delitti gravissimi”. Infine arriva la solita frecciata da avanspettacolo. Berlusconi afferma ““Forza Italia difende la tradizione cristiana della vita e della famiglia”. E Travaglio spara: “Parola di uno che fece abortire Veronica e – come dice Benigni – ha avuto diverse mogli, fra cui alcune sue. Infatti l’unica frase coerente e veritiera è l’appello ai missionari della libertà: lui ha sempre prediletto la posizione del missionario”. (I.S.)


Come evitare di finire come l’Ucraina
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 19 settembre 2013)

Ma a che serve tenere in vita un governo che non riesce neppure a trovare, nelle pieghe di una spesa pubblica gigantesca, il miliardo necessario ad evitare l’aumento dell’Iva? L’interrogativo è legittimo. E va rivolto soprattutto a Silvio Berlusconi che, a dispetto di tutte le previsioni che lo volevano deciso a staccare la spina ad Enrico Letta come reazione alla invereconda persecuzione a cui è sottoposto, ha preferito ancora una volta puntare sulla stabilità del paese piuttosto che sulla ritorsione ad una aggressione diventata insopportabile.

Ma questa domanda, che presuppone la consapevolezza della incapacità dell’esecutivo di avviare un qualsiasi tentativo di rilancio dell’economia nazionale, ha due risposte precise. La prima è che la caduta delle larghe intese non porterebbe ad elezioni anticipate immediate ma, al contrario, alla formazione di un altro esecutivo destinato ad essere sicuramente peggiore di quello esistente. La seconda è che tenere in piedi l’esecutivo guidato da Enrico Letta consente di far conservare al Pdl il ruolo di forza determinante degli attuali equilibri politici del paese e di poter preparare, proprio sulla base di questo ruolo, le condizioni migliori per la resa dei conti finale.

Al voto, in sostanza, si andrà con ogni probabilità nella prossima primavera. Prima delle elezioni europee e, con ogni probabilità, insieme con le amministrative che riguarderanno buona parte delle amministrazioni locali. Per il centro destra si tratterà di una lunghissima campagna elettorale anomala. Perché vi parteciperà con il proprio leader non più candidabile e posto in una condizione di forte limitazione della propria libertà.

Qualcuno pensa che il Presidente della Repubblica, di fronte ad una anomalia così marcata del gioco democratico e per evitare di far scendere il paese ai livelli di alcune repubbliche post-sovietiche dell’Est, potrebbe concedere al Cavaliere quella grazia che gli assicurerebbe almeno l’agibilità fisica durante la campagna elettorale. Ma è bene non farsi soverchie illusioni in proposito. Perché la sinistra antiberlusconiana conta proprio sull’azzoppamento del leader del Pdl per “asfaltare” il centro destra una volta per tutte. Ed il Quirinale sarà investito da tali e tante pressioni contrarie al riequilibrio del gioco democratico che difficilmente potrà emettere un qualsiasi provvedimento di clemenza.

Il centro destra, dunque, dovrà giocare la propria partita elettorale con il proprio campione in panchina (se non addirittura in tribuna). Per questo deve sfruttare l’inutile stabilità che ha deciso di assicurare per arrivare alla sfida finale usando al meglio il Berlusconi dimezzato e realizzando nei prossimi mesi la doppia impresa di rilanciare Forza Italia e di dare vita ad un grande rassemblement di tutte le forze decise ad impedire la definitiva ucrainizzazione del nostro paese.

Da adesso in poi, quindi, il primo obbiettivo è di trovare la strada per assicurare l’agibilità politica al Cavaliere e di realizzare, visto che Napolitano e la Corte Costituzionale non consentiranno di andare al voto con il Porcellum, una legge elettorale capace di salvaguardare la democrazia dell’alternanza.


Caro Silvio, quale via giudiziaria al socialismo. I giudici sono dei reazionari, altro che sinistra
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 19 settembre 2013)

Dal videomessaggio di Berlusconi emergono tre indicazioni. La prima è il via libera al governo Letta. La seconda è il rilancio del proprio ruolo di capo del centrodestra. La terza è la battaglia senza quartiere alla magistratura. La quarta è l’estensione della guerra anche al centro sinistra. Per la verità la terza e la quarta indicazione tendono a coincidere, perché Berlusconi in qualche modo identifica sinistra e magistratura e parla di “via giudiziaria al socialismo” (magari potrebbe avere qualche dubbio sul fatto che un tipo come Renzi stia progettando un’Italia socialista…).

Esaminiamo brevemente queste quattro indicazioni. La prima ci consegna un Berlusconi dotato di un forte senso di responsabilità. Dice agli italiani: “Vedete, il Pd era pronto a far cadere il governo, pur di cacciarmi dal Senato; io no: io mi sacrifico, cedo e salvo il governo”. Bisognerà vedere se gli elettori preferiscono il celodurismo (in salsa grillina) del Pd o l’imprevista “mitezza” del Cavaliere.
Sul rilancio del proprio ruolo come leader c’è poco da discutere. Berlusconi sa di non avere vice forti e credibili e decide di tornare in campo, col coltello tra i denti, proprio come capo partito.

Sulla terza e la quarta indicazione c’è un po’ da discutere. Soprattutto appare un errore marchiano fare coincidere le due entità: giudici e sinistra. Perché un errore? È chiaro che Berlusconi ha il dente avvelenato contro la magistratura. Effettivamente dopo le ultime cinque sentenze giunte in un paio di mesi (Ruby-1, Ruby-2, Mediaset-appello più rapidissima Mediaset-Cassazione e ora De Benedetti-Cassazione) è difficile negare che esista una sorta di accanimento giudiziario. La sentenza Ruby sembra una sentenza della Santa Inquisizione, la sentenza Mediaset si basa sul famoso e discutibilissimo “non poteva non sapere”, la sentenza De Benedetti è un clamoroso intervento dei giudici nelle dinamiche del capitalismo, con tesoretto spostato da uno all’altro dei due capitalisti padroni d’Italia. Si capisce che Berlusconi sia un po’ nervoso: i giudici lo hanno cacciato dal Parlamento e poi gli hanno sottratto mezzo miliardo per regalarlo al suo principale antagonista che per di più – a occhio – è il capo vero del partito democratico.

Ma proprio per questo Berlusconi sbaglia a identificare sinistra e giudici. I giudici – statene certi – non vogliono affatto il socialismo. Tendenzialmente sono dei reazionari. E se davvero Berlusconi vuole riformare la magistratura – impresa ardua e urgentissima – ha bisogno dell’appoggio almeno di una parte della sinistra. Con la quale, peraltro, sta governando l’Italia. Se rinunciasse a un po’ di propaganda, su questo piano, e fosse più realista, non farebbe un soldo di danno.


Putin su Silvio Berlusconi. Video, qui.

Vittorio Feltri su Fiorello. Video qui.


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Bart