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LETTERATURA: I MAESTRI: Il lebbroso

19 Settembre 2013

di Alberto Moravia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 14 novembre 1969]

La riunione del gruppo avviene, al solito, nel salotto della famiglia di Daniele la quale poi si riduce a Daniele e a suo padre, perch√© la madre √® morta cinque anni fa. Salotto borghese; ma non del ¬≠la borghesia aggiornata che compra i mobili di plastica; bens√¨ quella tradizionale, del falso antico: lampadario con le gocciole di cristallo, specchiere luigiquindici, lumi da chiesa, poltrone e divano luigisedici, vetrina con i nin ¬≠noli e con le statuine. La mamma di Daniele √® ritratta in un grande quadro mondano, in vestito da sera nero coi riflessi bianchi di luce sulla seta della gonna e sul raso degli scarpini. II salotto √® sempre chiuso e puzza di polvere e di fumo freddo e vecchio. Ma tant’√®: Daniele √® il solo del gruppo che disponga di una stanza abbastanza grande per le riu ¬≠nioni. Cos√¨ ci ammucchiamo in venti nelle poltroncine do ¬≠rate, sui sof√† con le scene pa ¬≠storali. Il lampadario √® ac ¬≠ceso e scintilla per ognuna delle sue gocciole.

Daniele ed io ascoltiamo diversi interventi stringendoci la mano, un’abitudine di fi ¬≠danzati tradizionali. Lascio correre; ma mica mi piace tanto. A parte il sentimenta ¬≠lismo, Daniele suda nelle ma ¬≠ni; nei momenti di tensione √® addirittura fradicio. Daniele √® un bel ragazzo alto e bion ¬≠do e niente stupido. Ma √® troppo emotivo, troppo vi ¬≠brante: lo preferirei pi√Ļ sicuro di s√©. E poi √® balbuziente. Non sempre, √® vero; ma sem ¬≠pre nei momenti in cui deve dire qualche cosa d’impor ¬≠tante.

 

*

 

La riunione si svolge con re ¬≠golarit√†. Molti hanno un tac ¬≠cuino e una biro e prendono appunti via via che si seguono gli interventi. Adesso √® la vol ¬≠ta di Daniele. Ha preparato il suo intervento da alcuni gior ¬≠ni; anzi l’abbiamo preparato insieme. Lui ed io annettia ¬≠mo la massima importanza al ¬≠l’intervento. Si tratta di una questione politica e ideologi ¬≠ca di fondo e dal modo con il quale sar√† discussa dipende la posizione mia e di Daniele nel gruppo.

Biondo ed elegante nel suo maglione rosso accollato, Da ¬≠niele si alza in piedi. E’ chia ¬≠ramente emozionato, ha la faccia rossa come la maglia. Intanto io mi asciugo con il fazzoletto la mano bagnata del suo sudore.

Ma Daniele non ce la fa. Comincia a balbettare e noi tutti aspettiamo che la smet ­ta di balbettare, le biro ap ­puntate sui taccuini. Balbetta e poi balbetta e poi balbetta ancora. Nessuno dice niente, tutti lo guardano, con serietà, cercando di non dare alcun peso alla balbuzie; ma è chia ­ro che ad un certo punto Daniele dovrà pure parlare. In ­vece non parla. Fa un gesto con la mano e si siede. Subito si fa avanti un altro e at ­tacca con voce chiara e squil ­lante il proprio intervento. Con la scusa di fare una telefonata, mi alzo ed esco dal salotto.

Che casa impossibile! Nel corridoio, le seggiole rinasci ¬≠mento (false) sono alternate alle cassapanche quattrocento (false), nella luce di appliques dorate stile luigisedici (false). Questa √® la parte, diciamo cos√¨, privata dell’ap ¬≠partamento. Dall’ingresso, per una porta che d√† direttamente nello studio del padre di Da ¬≠niele, si passa in quella, dicia ¬≠mo cos√¨, pubblica, con gli uf ¬≠fici, le dattilografe e le scar ¬≠toffie. Senza tanto pensarci su, apro la porta e mi affaccio nello studio.

Il padre di Daniele sta se ¬≠duto ad un grande tavolone scuro falso seicento, e china il capo su uno scartafaccio alla luce di una lampada dal para ¬≠lume verde. Ho aperto appo ¬≠sta la porta senza quasi far rumore per sorprenderlo, per cos√¨ dire, al naturale; e per un attimo lo guardo senza che lui sappia di essere guardato. Quanto √® brutto. Non so per ¬≠ch√© immagino che Giuda Isca ¬≠riota avesse una faccia come la sua. E’ calvo, con la fronte aggrottata di rughe, gli occhi chiari ma loschi e sbarrati, il naso a becco di pappagallo, la bocca rossa e informe, at ¬≠teggiata, si direbbe, ad una perpetua smorfia di schifo. A questo punto, mi pare di aver ¬≠lo guardato abbastanza e chiu ¬≠do la porta con rumore. Su ¬≠bito si volta e un sorriso gli fa venire quattro rughe pro ¬≠fonde, nelle guance emaciate, due per ciascun angolo della bocca. ¬ę Che bella sorpresa. Vieni, vieni pure avanti, acco ¬≠modati ¬Ľ. Mentre io mi avvi ¬≠cino, impacciata, lui va a pren ¬≠dere una seggiola e se la mette accanto al proprio seggiolone. E’ alto, altissimo o forse cos√¨ sembra perch√© √® magrissimo; siede attorcigliando le gambe e cos√¨ vicino che le sue ginoc ¬≠chia toccano le mie.

 

*

 

Ci guardiamo. Io so che co ¬≠sa lui vede in me: una ra ¬≠gazza molto bella che lo di ¬≠sprezza e, forse, lo odia. Ma gli piaccio, questo lo so di certo; anzi credo che sia un po’ innamorato di me. Lo ve ¬≠do accendersi una sigaretta; ne accetto una a mia volta; mi tende l’accendino, la mano gli trema a tal punto che sono costretta a tenergliela ferma. Dico, dopo un mo ¬≠mento di silenzio: ¬ę Ti distur ¬≠bo? Hai da fare? ¬Ľ.

¬ę No, no, al contrario, no ¬Ľ.
¬ę E’ molto che tua moglie √® morta? ¬Ľ.
¬ę Cinque anni ¬Ľ.
¬ę Gli volevi bene? ¬Ľ.
¬ę Beh s√¨, certo ¬Ľ.
¬ę E non pensi di rispo ¬≠sarti? ¬Ľ.
¬ę Ci ho pensato. Ma come si fa? Mi manca il tempo ¬Ľ.

Stiamo zitti un momento. Allora mi avviene qualche cosa di incredibile. Mi accor ¬≠go che la bruttezza del padre di Daniele mi attira. S√¨, √® brutto, anzi ripugnante; ma sento che, appunto per que ¬≠sto, potrebbe piacermi. O me ¬≠glio, sarebbe pi√Ļ esatto dire che non √® tanto la sua brut ¬≠tezza che mi piacerebbe quan ¬≠to lo sforzo che dovrei fare per superare il ribrezzo che essa mi ispira. Complicato no? Penso che una sensazio ¬≠ne simile dovevano provarla certe sante famose quando baciavano le piaghe dei lebbrosi. Anche loro, ovviamen ¬≠te, non potevano sentirsi attirate direttamente dalle pia ¬≠ghe; ma dallo sforzo che do ¬≠vevano fare per vincere lo schifo. Al tempo stesso mi dico che √® fin troppo facile per me amare Daniele. Bello, giovane, intelligente: bella forza.

Domando ancora: ¬ę Se ti risposassi, prenderesti per mo ¬≠glie una della tua et√† oppure una ragazzina? ¬Ľ.
¬ę Una ragazzina, si capi ¬≠sce ¬Ľ.
¬ę Quanti anni hai? ¬Ľ.
¬ę Cinquanta ¬Ľ.
¬ę Sei conosciuto per essere l’avvocato degli affaristi, de ¬≠gli speculatori, degli imbro ¬≠glioni. E’ vero? ¬Ľ.
¬ę Pi√Ļ o meno suppongo che sia vero ¬Ľ.

Continuo a riflettere sem ¬≠pre sviluppando la riflessione precedente. Se per amarlo fisi ¬≠camente, bisognerebbe che io aggirassi l’ostacolo amando la mia vittoria sul ribrezzo; lo stesso aggiramento dovrei compiere per accettare e con ¬≠dividere la sua, diciamo cos√¨, visione del mondo. Dovrei amarla, insomma, questa vi ¬≠sione, appunto perch√© mi fa schifo.

 

*

 

Ma la cosa fondamenta ¬≠le, rimane l’attrazione fisica. Qualche volta mi avviene lo stesso in autobus o in tram, dovunque insomma io sia co ¬≠stretta a stringermi contro qualcuno. Vedo un uomo orri ¬≠bilmente volgare, laido, repel ¬≠lente e provo una voglia paz ¬≠za di baciarlo. Ma non per una perversione del gusto, si badi bene; semmai come pu ¬≠nizione per averne provato schifo. O forse per mettermi alla prova. Nel caso del mio futuro suocero, penso guar ¬≠dandolo, la prova sarebbe pi√Ļ esatto chiamarla martirio.

Queste riflessioni, lo so benissimo, si traducono di so ¬≠lito in me in un turbamento disfatto. In simili momenti un uomo che se ne accorga, pu√≤ fare di me quello che vuole. E certamente il padre di Da ¬≠niele se ne √® accorto. Eccolo posare deliberatamente la si ¬≠garetta sull’orlo del portace ¬≠nere, chinarsi in avanti, pren ¬≠dermi la mano. Eccolo avvicinare pian piano la sua bocca alla mia. Mi metto mental ¬≠mente a contare alla rovescia, come si fa per i voli per la Luna: dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno. Intanto mi dico che se lui mi bacia io accetter√≤ di diventare sua moglie. Sar√≤ la matrigna di Daniele. Un’altra ripugnanza da superare; un’al ¬≠tra piaga da baciare; un’altra prova da affrontare.

Ecco che le nostre labbra si incontrano. Come ho preve ¬≠duto, mi ci vuole uno sforzo notevole per restituire il ba ¬≠cio invece di respingerlo. Ma questo sforzo, come ho egual ¬≠mente preveduto, mi piace. E poich√© mi piace lo sforzo, mi piace anche la sensazione Poi ci separiamo e lui dice: ¬ę Allora saresti tu la ragazzi ¬≠na che dovrei sposare? ¬Ľ; io gli dico: ¬ę S√¨ ¬Ľ. Lui mi fa una carezza alla guancia. Gli guardo la cravatta e vedo che √® una cravatta di pessimo gu ¬≠sto e penso che per comin ¬≠ciare debbo costringermi ad amare quella cravatta.


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Bart